giovedì 15 gennaio 2026

Liam St. John

 

Liam St. John

Man Of The North

Big Loud Rock

***1/2

Liam St. John è una sorta di eccezione alla regola, e cioè quel raro caso in cui il mondo televisivo statunitense ci regala un vero buon talento da scoprire.

Di Nicola Gervasini

“Rock & Soul Singer Songwriter” recita il suo biglietto da visita sul suo sito personale, e già questo dovrebbe rilassarci sul fatto che valga davvero la pena di scoprire Liam St. John, artista che viene da Nashville, ma che accogliamo nei nostri ascolti con la naturale diffidenza che il nostro mondo musicale ha per i personaggi usciti dal mondo televisivo. St. John è stato infatti uno dei protagonisti del programma The Voice nell’edizione del 2020, dove faceva parte della squadra allenata da Gwen Stefani che poi si aggiudicherà l’edizione grazie al quindicenne Carter Rubin, oggi ancora pop-star in altri universi culturali. Liam St John si fece comunque notare parecchio (arrivò quasi a vincere la seconda puntata dello show) con il suo blues riadattato per la TV, e ha poi pubblicato un album ed un EP senza però riscuotere il successo preventivato, e si è così chiuso in sala di registrazione con una valida band di Nashville, deciso a dimostrare qualcosa in più.

Il risultato è questo Man Of The North, tour de force di 16 brani che però cambiano parecchio la sua storia, perché in mezzo a forse troppo materiale per un artista che ancora deve conquistare la fiducia di molti, si trovano canzoni di sicuro pregio. Intanto diciamo che il ragazzo ha una gran bella voce (vagamente mi ricorda Grayson Capps), e soprattutto la usa spesso come si conviene ad un genere rauco e sporco come questo roots-blues, che affronta senza i facili ed inutili virtuosismi che il mondo musicale televisivo spesso pretende. E la produzione dell’album si destreggia bene in un sound moderno (Believer è comunque un pezzo che ha un drammatico appeal radiofonico in linea con i tempi), che tiene conto nel giusto modo di una tradizione di roots musica classica (If I Were My Father). D’altronde proprio nella title-track lui dichiara “La mia spina dorsale è debole, ma le mie radici sono larghe come un pino sempre verde”, come a rivendicare un background musicale di tutto rispetto per poter affrontare un genere che ha padri più che nobili, e tanti figli con cui comunque mettere a confronto brani tra roots-rock e blues come Off The Rails e Forefathers. Tra echi di country di Nashville e molto blues elettrico (Trouble o Dipped in Bleach invadono addirittura il campo dei Black Keys), tra sapori rock alla John Mellencamp quando era Cougar (o quasi mi torna in mente Chris Knight in certi momenti), e ballatone pregne di epica southern rock (Devil To Pay, Stick To Your Guns), vi assicuriamo che il viaggio in questi sedici brani, in cui non sarebbe neppure facile decidere quale eliminare per rispondere ad immotivate esigenze di dono della sintesi, risponde a tutti requisiti che potreste richiedere ad un bel disco di puro e rozzo Heartland Rock nel 2025.

 

sabato 10 gennaio 2026

Jesse Harris

 

Jesse Harris

If You Believed In Me

Artwork Records

***1/2

Storico collaboratore di Norah Jones, ma anche di Emmylou Harris Willie Nelson, Cat Power, e Black Keys, il chitarrista Jesse Harris prova a riportare in auge la nobile arte dell’orchestrazione.

Di Nicola Gervasini

Il destino, al tempo stesso felice e ingrato, di Jesse Harris, è che qualunque articolo lo riguardi da anni, deve per forza citare la canzone famosa di cui lui fu autore. La celeberrima Don’t Know Why con cui Norah Jones si fece conoscere nel mondo, vincendo anche un Grammy Award nel lontano 2002, era sua infatti, ed era già stata registrata in un suo album di tre anni prima a nome Jesse Harris and the Ferdinandos, ma la portò in dote quando fu poi assunto come chitarrista dalla nota figlia di Ravi Shankar. Da allora va detto che il nostro non ha poi sfruttato troppo la possibile notorietà, se la sua carriera solista è poi proseguita regolare sia nelle uscite, sia nel venire spesso ignorata dalle grandi testate musicali.  If You Believed In Me sembra invece chiedere di dargli nuova fiducia fin dal titolo, perché è una raccolta di dieci brani brevi, ma davvero finemente prodotti e arrangiati, dove chi ama le atmosfere a cavallo tra cantautorato folk e soluzioni jazzy di Norah Jones si troverà a casa, ma in più aggiungerei anche un gusto raffinato, e quasi “alla Randy Newman”, nel gestire le orchestrazioni (meravigliosamente condotte dal brasiliano Maycon Ananias). E questo sia quando sono evidenti protagoniste (There's a Real World), sia quando fanno da sfondo e controcanto a deliziosi bozzetti acustici come I’m Not Sure.

Disco quindi autunnale e gentile, a cui forse manca ancora il guizzo autoriale distintivo che lo ha reso in carriera un bravo outsider e non un protagonista, ma sicuramente pieno di melodie sapientemente costruite, unendo spleen crepuscolare e cantabilità (ascoltate Like a Leaf, qualcosa dalle parti del primissimo Bill Fay), o ballate acustiche semplici, quasi alla Cat Stevens, come Dolores. La scelta di chiamare l’amica Norah Jones a duettare nel singolo Having a Ball, melliflua ballata sul modello di Something Stupid di Frank e Nancy Sinatra, testimonia un rapporto duraturo ma anche ingombrante, ed è un peccato perché in fondo anche brani strumentali come Nobody Else (lo aiuta qui il pianista Jake Sherman) lo confermano chitarrista acustico di sicuro interesse. C’è tempo anche per un momento in francese con Marine Quéméré, che mette la sua suadente voce in Rose du Ciel, prima di chiudere con Where’s Your Shadow un disco da ascoltare rigorosamente guardando le foglie cadere.

lunedì 5 gennaio 2026

THE HIVES

 

The Hives - The Hives Forever Forever The Hives

2025, PIAS Recordings

C’è stato un momento, a fine anni Novanta, in cui l’attenzione che le Major avevano dato all’inizio del decennio al mondo alternative-rock si spostò verso i mondi ancora più estremi di certo garage rock. In quello che molti videro comunque come un revival di un modo antico di intendere il rock and roll (la ricetta era la stessa, chitarre sferraglianti, produzione ridotta al minimo, rabbia e istinto come must creativo e two/three-minute songs senza toppe complicazioni), la Svezia giocò un ruolo a sorpresa determinante con band come gli Hellacopters e soprattutto gli Hives, tutti figli artistici di band come Nomads o Wylde Mammoths che avevano inaugurato la scena un decennio prima.

La parabola degli Hives li ha visti toccare anche il successo internazionale con gli album Veni Vidi Vicious del 2000 (mai titolo fu più chiaro sul contenuto del disco) e Tyrannosaurus Hives del 2004 (e anche qui i riferimenti storici erano palesi), poi il calo, sia creativo che di vendite, ha portato la band a mollare il colpo nel 2012 dopo altri due album. Ma siccome il fuoco del rock brucia sempre anche quando intorno tutto gela, il leader Howlin' Pelle Almqvist ha rimesso assieme quasi tutti i pezzi (solo il bassista Dr. Matt Destruction non è più tornato in attività per mai specificati problemi di salute), e nel 2023 è ripartito con la pubblicazione del sesto album The Death of Randy Fitzsimmons.

The Hives Forever Forever the Hives, con il suo titolo e foto di copertina ironicamente autocelebrativi, è l’immediato seguito, come a dire che i “ragazzi” non hanno più intenzione di fermarsi. Sul contenuto del disco (13 brani in 32 minuti in pura tradizione Ramones) non c’è molto da dire, il genere suonato dalla band è, al pari di certo Heavy Metal, una espressione obbligata che deve assolutamente rispettare certi parametri, e loro di certo non si mettono alla loro età, e in uno scenario musicale globale che ormai ha abbandonato l’idea di un possibile continuo progresso, a stravolgere tutto.  Anzi, paradossalmente proprio la brevità richiesta dalle nuove modalità di ascolto in streaming paiono proprio fatte ad hoc per valorizzare i loro brani, che dopo un minuto circa hanno già detto tutto quello che volevano esprimere.

Bene così, la band gira a mille, e i brani (dal singolo Enough Is Enough all’ottima Legalize Living, fino alla polemica di They Can't Hear the Music) sembrano adatti a quello che suona come una antica conferma che, con due chitarre e una sezione ritmica che non perde un colpo, una buona mezz’oretta di energia la si può garantire. La presenza del Beastie Boys Mike D nel ruolo di produttore a fianco dello svedese Pelle Gunnerfeldt, e di Josh Homme in quella di “consulente”, non paiono poi aver portato grandi rivoluzioni, gli Hives sono vivi, e con loro sopravvive un certo antico spirito rock che non meritiamo di perdere nel caos della rete.

 

VOTO: 7

Nicola Gervasini

Liam St. John

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