Family va infatti considerato un episodio della sua discografia più che di quella dell'ingombrante papà ("Mio padre è uno dei più grandi artisti che abbiano calcato un palco" lo presenta Teddy nella canzone che dà il titolo all'album) e della rigenerata mamma Linda ("Mia mamma ha una delle più belle voci della terra"), che negli anni 2000 ha ripreso una propria attività, con anche buoni risultati (da recuperare sicuramente Versatile Heart del 2007). Il buon Teddy, produttore del disco, ha poi voluto coinvolgere anche una larga schiera di propri famigliari, con un'unica regola: ogni strumento doveva essere suonato da un parente. Il tutto viene presentato e spiegato nel brano iniziale Family, godibilissima country-ballad che a conti fatti risulterà l'episodio più interessante dell'album. Che purtroppo vive un po' di mancanza di coesione (si sa che lavorare in famiglia non è mai così semplice), e soprattutto di un repertorio all'altezza dei nomi coinvolti. Papà Richard offre la sua chitarra (e già basta e avanza per farne un disco necessario), un paio di brani godibili ma evidentemente minori come That's Enough e Once Life at a Time, e uno strumentale pressoché inutile comeAt The Feet Of Emperor, mentre mamma Linda va sul sicuro con le tradizionalissime Bonny Boys e Perhaps We Can Sleep, ma alla fine è la sorellina Kami a guidare nella deliziosa Careful uno degli episodi migliori dell'album. Teddy dal canto suo si atteggia spesso a novello cantante roots, cercando prima Lyle Lovett nella title-track e in Root So Bitter, poi Chris Isaak in Right, evidenziando solo quanto anche loro siano di un livello per lui irraggiungibile. Finale corale con Lonely, e tutti a casa per il cenone di Natale. Noi partecipiamo divertiti alla riunione, ma il lavoro serio poi mamma e papà lo fanno altrove. E forse anche lo stesso Teddy. |
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lunedì 13 aprile 2015
THOMPSON
lunedì 6 aprile 2015
GUANO PADANO
Mettere il disco dei Guano Padano in bacheca accanto a quelli dei Sacri Cuori sarà forse inevitabile, se usate archiviare per genere e non per ordine alfabetico, o magari chi preferisce un ordine "a tema" potrebbe anche scegliere di piazzarli in appendice all'intera discografia di Vinicio Capossela, visto che il batterista Zeno De Rossi è un suo assiduo collaboratore. Con la ormai abbastanza nota band di Antonio Gramentieri i tre (completano il combo Alessandro "Asso" Stefana e Danilo Gallo) hanno in comune quel gusto di unire tradizione padana (nel loro caso richiamata anche nel nome) e di una certa americana/roots riconducibile ai Calexico e dintorni. Eppure Americana, titolo e immagine di copertina quanto mai esplicativi, si differenzia molto da Rosario, pur essendo entrambi album prettamente strumentali: laddove Rosario guardava all'America creando immagini che si sposassero con la tradizione padana, Americana non guarda ma legge, cerca il lato letterario pur negando la parola. In altre parole se Rosario sa di colonna sonora di un ipotetico road-movie italo-americano (non a caso i Sacri Cuori sono poi stati chiamati a comporne una per il film Zoran), Americana potrebbe essere l'ideale sottofondo di un reading di Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in pure stile da beat generation. La ragione sta nella ratio del progetto: 17 frammenti musicali pensati come commento ad altrettanti racconti di autori americani che il grande Elio Vittorini (aiutato da Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia per le traduzioni) riunì in una storica antologia negli anni quaranta, che costituisce ancora oggi il primo grande tentativo di portare la letteratura statunitense nelle case degli italiani, molto prima dell'avvento di Fernanda Pivano. John Steinbeck, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway e tanti altri nomi più o meno rimasti celebri sono le muse di 17 brani che loro stessi dicono ispirarsi a Calexico (ça va sans dire…), Morricone (ma va?) e Link Wray (e qui la cosa si fa più originale). Di fatto Americana è un disco di suggestioni varie, dove solo le voce di John Fante che descrive il padre in Dago Red e di Joey Burns che in My Town descrive la sua città natale attraverso le parole di Sherwood Anderson rompono il ritmo esclusivamente musicale dell'album, oltre all'unico brano veramente cantato (The Seed and The Soil, con la voce di Francesca Amati). Intervengono poi una sempre opportuna sezione fiati (spettacolare in Pian della Tortilla, ovviamente dedicata a Steinbeck) e qualche comparsata di Cabo San Roque e Mark Orton (quest'ultimo è l'autore della colonna sonora del film Nebraska di Alexander Payne). L'ideale per gustare sarebbe recuperare la preziosa antologia del Vittorini e rileggerla con queste canzoni, per capire se poi davvero i tre hanno colto lo spirito di quelle parole, ma anche come disco a sé stante Americanarappresenta un nuovo importante capitolo di una integrazione culturale tra tradizione italiana e americana che purtroppo non si è mai compiuta a fondo. |
mercoledì 1 aprile 2015
THE ART OF PAUL McCARTNEY
Vari
The Art Of McCartney
(Self,
2014)
File Under:
Things We said again and again…
Innanzitutto ci sarebbe da dire che i tribute-album hanno
anche stufato. Più che altro paiono un fenomeno che non accenna a diminuire da
anni, contro ogni previsione, come se il rock non trovasse niente di meglio che
celebrare se stesso. Ma questo è discorso già fatto. In più ora il fenomeno si
è allargato anche nella dimensione: vere e proprie maratone di cover come
questo The Art Of McCartney, dedicato ad un signor Macca che tra
l’altro è artista ancora vivo e attivo, e di certo non necessitava di ulteriori
celebrazioni (considerando le miriadi di Beatles-tribute già esistenti). Ma al
di là della sfiancante lunghezza del progetto, il problema è un altro: i
tribute-album sono ormai in gran parte delle semplici raccolte di compitini
svolti su commissione, in cui è ormai difficile trovare qualcuno che provi non
solo ad esserci, ma anche a rileggere, ripensare, reinterpretare la musica di
Sir Paul. Vale qui lo stesso discorso fatto a suo tempo per l’analogo
(fallimentare) tributo a Dylan promosso da Amnesty International: di cover dei
Beatles e di Dylan ne sono piene tutte le discografie del mondo, per cui al
massimo qui si potrebbe trovare interesse in qualche rilettura del catalogo
solista di McCartney che forse non è così inflazionato. Perché fin dalle
scolasticissime interpretazioni di Billy Joel che aprono i due cd (Maybe I’m Amazed e una fiacca Live And Let Die che fa rimpiangere
persino quella dei Guns N Roses) il clima è quello di imitare McCartney, e, nel
caso di Billy Joel, essendo la voce pure simile, l’effetto è da imitazione da
show televisivo del sabato sera. Persino il buon vecchio Bob Dylan tratta Things We Said Today esattamente come un
qualsiasi suo brano degli ultimi 15 anni, mancando (proprio lui) l’occasione
per un singolare e intrigante stravolgimento di uno dei pezzi più geniali dei
fab four. Per cui consolatevi pure con il fatto che nulla qui dentro sia da
buttare in assoluto, e che in fondo nessuno ci propina particolari nefandezze:
sono grandi canzoni rifatte da grandi (o più o meno grandi) artisti. Ma il
senso di comprarsi un simile tomo è solo quello collezionistico, perché davvero
nessuna di queste versioni appare necessaria, anche senza voler pretendere che
vadano oltre l’originale o versioni più note e storiche. Per cui ben venga
sentire il vecchio Dion alle prese con Drive
My Car, o i soliti Dr John e Allen Toussaint che da New Orleans svolgono un
egregio lavoro su Let Em In e Lady Madonna, o prendere atto che in
fondo le riletture più irriverenti e divertenti arrivino dal mondo dell’hard
rock, dove persino Kiss e Def Leppard riescono a fare una discreta figura
insieme ad altri giganti come Alice Cooper, Sammy Hagar o a vecchie rockstar
scafate come Roger Daltrey, Paul Rodgers e via dicendo. Ma il fatto è un altro:
già mi chiedo che senso avrebbe dare anche un secondo ascolto a questo album,
quando là fuori il mondo è pieno di nuovi album (o, se preferite, anche di
vecchi ancora da riscoprire) che sapranno darvi molto di più di questa
passerella di divi. McCartney è una
pietra miliare del rock e del pop: lo sapevamo già…per cui su, dai, smettiamola
di raccontarcelo ancora una volta, e, come si dice in Lombardia, tiremm innanz!
giovedì 19 marzo 2015
SPIKE
Spike
100% Pure Frankie
Miller
(Cargo,
2014)
File Under: Frankie Who?
L’idea è talmente folle che era impossibile non segnalarla:
fare un disco tributo a Frankie Miller,
ma non partendo dai suoi classici degli anni settanta (per quanto sfigato sia
stato come artista, ne ha fortunatamente avuti tanti), ma da una serie di inediti
che lo sfortunato eroe ha lasciato irrisolti e mai registrati nel corso dei
tanti anni di inattività dagli anni ottanta in poi. Per un simile strampalato
progetto ci voleva un altro folle del rock, il redivivo Spike, frontman ancora non del tutto consumato dall’alcool dei
Quireboys, talmente innamorato della musica di Frankie Miller da produrre forse
il suo lavoro migliore dai tempi del glorioso A Bit Of What You Fancy del 1990. Non avendo originali con cui
comparare questi brani, ci si fida della sua interpretazione, che non è né più
né meno quella di un buon disco dei Quireboys, con chitarre in primo piano e
blues&rock ad alto volume a spaccare le casse. Solo Bottle Of Whisky fu registrata da Miller, ed è quindi un rammarico
sapere che grandi pezzi rock come The
Brooklyn Bridge, Cocaine (realizzata anche come singolo) o Amsterdam Woman (duetto con Ian
Hunter) debbano vivere solo in queste versioni un po’ fracassone (chi
conosce i Quireboys ha bene in mente cosa intendo). Spike comunque ci mette
passione e devozione, anche se la sua voce da Bon Jovi con la raucedine non
sempre è quella giusta, e forse eccede nella faciloneria quando affronta le
ballate romantiche come I’m Losing You
o il duetto in chiave country con Bonnie Tyler di Fortune (bello scontro di voci rauche comunque). Puro 100% fun-rock dunque, con una pletora di grandi testimoni dell’epoca come ospiti (nientemeno
che Ron Wood alla chitarra in alcuni
brani e Simon Kirke e Andy Fraser dei Free
in sezione ritmica ), e immagino che il buon Frankie abbia apprezzato
l’omaggio, sperando che gli serva a ritrovare la voglia di registrare questi
brani. Che saranno classic-rock ormai completamente fuori dal tempo, ma
continuano ad essere un esempio di alta scuola che era giusto non perdere.
Nicola Gervasini
lunedì 16 marzo 2015
NEIL YOUNG
Ma solo Storytone ha il grande merito di essere davvero un disco nuovo nella sua discografia. Non che non si fosse già cimentato in un duello con un orchestra (basta pensare anche solo a There's a Word e A Man Needs A Maid su Harvest), ma qui Young ha sapientemente deciso di provare tutte le possibilità stilistiche offerte dalla presenza di una big band di ben 92 elementi, e scusate se abbiamo dimenticato qualcuno nel conto. Con risultati per forza di cose alterni, sorprendenti, spiazzanti, indigesti o esaltanti a seconda del vostro gusto personale. Ma quello che è importante è che il disco è vivo, le canzoni sono quelle giuste, e per gustarne appieno la buona finitura è importante procurarsi anche le raw-versions, forti di interpretazioni curate e sentite che fanno dimenticare la fastidiosa sciatteria di A Letter Home. Il vero Storytone, quello arrangiato, offre comunque spunti di gran valore: se Plastic Flowers con il suo piano è brano già sentito (proprio in Sleeps With Angels c'erano due episodi simili), la tensione da colonna sonora da thriller-movie del singolo Who's Gonna Stand Up? funziona bene, così come il blues elettrico tutto grandi fiati di I Want To Drive My Car o il numero swing alla Frank Sinatra di Say Hello To Chicago. A voi poi scegliere se accettare i melò solo archi di Glimmer o Tumbleweed, se il fatto che Like You Used To Do riporti alla mente i tempi di This Note's For You sia un fatto positivo o meno (il disco è prodotto dallo stesso team di allora, i Volume Dealers, che poi sarebbero lui e Niko Bolas), se è opportuno che lui con la sua voce si lanci nelle melodie ardite di I'm Glad I Found You. Notate invece che quando il nostro torna alla sua tipica ballata acustica, sofferta e sussurrata, sa ancora toccare le corde giuste (When I Watch You Sleeping e All These Dreams). Siamo d'accordo dunque, non sarà il suo capolavoro, ma a quasi settant'anni suonati quest'uomo ha saputo ancora sorprendermi con un buon prodotto e non con una inutile e dannosa provocazione come A Letter Home. E, in cuor mio, ammetto che da lui non me lo aspettavo più. |
venerdì 13 marzo 2015
JESSE WINCHESTER
In genere si mitizza il primo album omonimo del 1970 perché registrato con la Band al gran completo e Todd Rundgren in regia, ma tutta la carriera di Winchester è stata caratterizzata da dischi eleganti e in prima linea nell'arte del buon songwriting. Gli mancava forse il tocco perfetto alla Gordon Lightfoot o la capacità di esprimere anche negli arrangiamenti i propri tormenti d'autore, e per questo la sua carriera resta abbastanza oscura, anche tra molti appassionati di genere. Nel 2009 si era rimesso in pista dopo un lungo silenzio con il discreto Love Filling Station, e A Reasonable Amount Of Trouble è il designato successore che Jesse ha fatto in tempo a registrare prima di lasciare queste lande desolate. Il titolo ironizza sulla sua malattia con una frase pronunciata da Sam Spades nel Falcone Maltese, e di fatto il disco può essere in qualche modo paragonato a The Wind di Warren Zevon, per quel senso di attaccamento alla vita che suscita l'idea di un artista che sa di star registrando il proprio canto del cigno. Corredato da una accorata presentazione di Jimmy Buffett, organizzatore anche del recente tribute-album in suo onore, l'album non si discosta molto dalla classica ricetta di Winchester, con brani in stile Band come She Makes It Easy Now e ballate soffici come Neither Here Nor There o Ghosts (ma quante pop-singer potrebbero cavarci una hit da questa melodia?), evidenziando però una coraggiosa allegria in scanzonate swing/soul-pop songs alla Burt Bacharach come l'iniziale All That We Have Is Now, Whispering Bells o Rhythm Of The Rain. Non potevano mancare puntate a quel gospel-country (A Little Louisiana) di cui è sempre stato maestro (e Lyle Lovett il suo più evidente discepolo), omaggi alla sua amata New Orleans (Never Forget To Boogie), lenti da festa scolastica degli anni 60 alla Aaron Neville (Devil Or Angel), e via così, fino alla fine, con episodi alla Gordon lightfoot (Don't Be Shy) e momenti riflessivi (Every Day I Get The Blues e Just So Much). Non ci ha lasciati con il suo capolavoro, ma con un buon modo per riscoprirlo sì. |
martedì 10 marzo 2015
MARIANNE FAITHFULL
Si parte con una decisamente roots Give My Love To London, nelle intenzioni del suo autore Steve Earle un atto d'amore per una città che lo ha ormai adottato, nella versione della Faithfull una dedica ai tanti amici sparsi in città e al loro tenace attaccamento alla vita. Si continua con una drammatica Sparrows Will Sings di Roger Waters, evocativa descrizione di disordini giovanili londinesi in puro stile dell'ex Pink Floyd, probabilmente il brano più vicino allo stile della Faithfull era Broken English. Collaboratore fisso del disco è Ed Harcourt, che scrive anche la baldanzosa True Lies e sparge pepe ad una melodrammatica Mother Wolf, mentre l'intesa con Anna Calviproduce uno dei momenti più riusciti dell'album in Falling Back, ma anche una non convincente riscrittura del classico degli Everly Brothers The Price Of Love, versione che si limita a rallentare quella ben più riuscita e famosa di Bryan Ferry, senza però trovare una nuova anima al brano. Gli arrangiamenti voluti dai produttori Dimitri Tikovoi (solitamente collaboratore di Ed Harcourt e dei Placebo) e Rob Ellis (PJ Harvey) sono spesso maestosi e altisonanti, con una leggera tendenza alla sovrapproduzione che sembra però essere marchio voluto del disco (ascoltate ad esempio la Late Victorian Holocaust di Nick Cave), anche se Tom McRae prima, con l'acustica Love More Or Less, e ancora Nick Cave con la piano-song Deep Water, offrono momenti scarni e riflessivi. Bella la versione di Going Home di Leonard Cohen (qui non si è azzardata a variare il testo), che vede tra l'altro l'intervento vocale di Brian Eno, e tutti a casa con lo standard I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael. Disco di eccezionale intensità e forse fin troppo pieno di idee e contenuti, Give My Love To London mantiene il buon nome della Faithfull nella serie A del rock. Ci ha messo anni ad entrarci, ma ora non ne esce davvero più. |
lunedì 23 febbraio 2015
BONNIE PRINCE BILLY
Il disco anzi si pone come terzo tardivo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 2008 con lo straordinario Lie Down in The Light, e proseguita con l'altrettanto riuscito Beware. Un trittico di album in cui Oldham ha adattato il proprio songwriting ad un sound da outlaw di Nashville da metà anni settanta, con pedal steel suadenti (There Will Be Spring), violini taglienti (la straordinaria Quail And Dumpings), cori (Old Match) e ariose e malinconiche ballatone country (We Are Unhappy, Whipped). Brani molto spesso già editi (la maggior parte proviene dal disco Wolfroy Goes to Town del 2011), ma qui riproposti con nuovi scintillanti arrangiamenti, e già l'operazione di re-make la dice lunga sulla natura del progetto. Niente che suoni convenzionale ovviamente, lo stile di Bonnie Prince Billy resta inconfondibile nel suo stralunato marchio di fabbrica, anche quando cavalca sentieri che potremmo (con non poco coraggio) definire "mainstream". Ma è indubbio che questo album sia un suo modo per riconciliarsi con i fans persi per strada con gli ultimi ermetici album, forse non esaltanti solo per chi non ha avuto la pazienza di ascoltarli, ma innegabilmente usciti in una veste produttiva poco accattivante. A essere severi addirittura si potrebbe notare come a livello di scrittura qui Billy abbia scelto solo le vie più elementari, finendo magari per impantanarsi in qualche brano a cui manca l'intensità dei giorni migliori (It's Time To Be Clear), ed in generale il disco manca l'obiettivo di eguagliare i due più riusciti predecessori. Ma resta il gran piacere di sentirlo alle prese con brani semplici e lineari come Mindlessness o l'iniziale Night Noises. Le zampate da grande ci sono, come l'oscura So Far And Here We Are o la title-track che chiude l'album, ma sono pronto a scommettere che, vista l'orecchiabilità di tutti i brani presenti, molti di voi sceglierebbero altri brani per la propria compilation dell'anno. Proprio come succede ai dischi "facili", termine che per Bonnie Prince Billy potrebbe sembrare quasi un insulto, se non fosse che in questo caso lui stesso lo riterrà un gran complimento. |
giovedì 19 febbraio 2015
ROBYN HITCHCOCK
Se lo sia anche per la storia del rock davvero non è più neanche questione da porsi, neppure quando l'album da quella storia pesca classici come The Crystal Ship dei Doors, To Turn You On dei Roxy Music era-Avalon e soprattutto una The Ghost In You dei Psychedelic Furs che ha suscitato l'orgoglioso plauso dello stesso Richard Butler. Cover che non solo paiono riuscite, ma che trasformano classici immortali in canzoni alla Robyn Hitchcock al 100%, senza però troppo stravolgere e preservandone lo spirito originario. Ma il disco ha altri spunti di interesse, che vanno da cover più oscure (ma non meno interessanti) come Don't look Down del Grant lee Phillips di Ladies Love Oracles o una rilettura di Ferries, brano del gruppo norvegese I Was A King. Quest'ultima è l'ultimo ricordo portato in dote dalla lunga trasferta scandinava del nostro (grazie alla quale abbiamo avutoGoodbye Oslo, che resta forse il suo disco migliore da vent'anni a questa parte), anche se è proprio la vocalist Anne Lise Frøkedal a dare uno dei maggiori contributi al disco. Ma alla fine la vera notizia è che dopo tanti anni Hitchcock è riuscito a farsi produrre un disco nientemeno che da Joe Boyd, il deus ex machina del suo amatissimo Nick Drake, il cui contributo è forse più evidente nei cinque brani autografi, che sanno di brit-folk fino al midollo, anche grazie al violoncello di Jenny Adejayan. Da notare infine la divertente copertina disegnata dall'amica e collega Gillian Welch (ricorderete l'ottima collaborazione dei due per l'album Spooked del 2004), e il fatto che pur mantenendo un ritmo produttivo "only for fans", Hitchcock resta un marchio di garanzia e qualità che ha pochi eguali. E purtroppo sempre troppo pochi estimatori. |
mercoledì 4 febbraio 2015
DENNEY & THE JETS
| Denney And The Jets Mexican Coke (Limited Fanfare/ Audioglobe 2014) denneyandthejets.com |
Nell'economia della storia del pub-rock un disco in più o in meno non può ormai fare una grande differenza, per cui pare davvero difficile che il mondo si scaldi per un esordio come questo Mexican Cokedei Denney And The Jets. Ma se la nuova versione dei NRBQ non vi soddisfa e cercate ancora dei degni eredi dei Dr Feelgood, questa band di Nashville, che gioca a fare come gli inglesi quando giocano a fare gli americani, fa il caso vostro. Chitarre tra garage e rock and roll come hanno insegnato a fare mostri sacri del genere come Brinsley Schwarz e Dave Edmunds, quel tanto di tono ironico alla Graham Parker/Nick Lowe, brani che la buttano in energia come Bye Bye Queen o in puro romanticismo vintage anni 50 come Darlin', e il gioco è fatto. Mexican Coke ha il pregio della freschezza e della semplicità, ma non venite a pretendere dal leader Chris Denney grande originalità e soprattutto una particolare attenzione alla scrittura. E' musica di genere, che al massimo devia di poco verso il country (Alabama Man) o la butta sulla ballata ubriaca (Charlie's Blues), e come tale viene presentata da una classica band che pubblica cd solo per avere qualcosa da offrire al pubblico dopo uno dei loro sudatissimi concerti. Poi qui capita anche che tra tante ovvietà saltino fuori anche pezzi di valore come una Hooked che sarebbe piaciuta tanto ai Green On Red o una Mama's Got The Blues che sa di Rolling Stones in esilio sulla strada maestra. Poco più di mezz'ora di puro intrattenimento per appassionati di genere. (Nicola Gervasini) |
sabato 31 gennaio 2015
Little Angel & The Bonecrashers
Little
Angel & The Bonecrashers
J.A.B.
(Little Angels
& The Bonecrashers, 2014)
File Under: “It’s fucking country western”
Nicola Gervasini
lunedì 12 gennaio 2015
HOYEM
Partendo magari da Endless Love, quinto album della sua carriera solista che fa tesoro di mille influenze antiche e moderne. Intanto quello che impressiona parecchio è la pienezza del suono (produce Ulf Rockis Ivarsson, già produttore di Nicolai Dunger): ascoltate la gospel-like Handsome Savior e riassaporate un muro di suono fatto di cori, organi hammond e chitarre decisamente anni 90 che si intuisce nato non pensando ad una riproduzione su pc o smartphone, ma su uno stereo come si comanda. E poi c'è la qualità dei brani: sia che si tocchino le corde tragiche di un certo indie scandinavo (Inner Vision) o che si viaggi anche su corde più mainstream (la title track potrebbe essere un brano dei Live più ispirati di metà anni novanta), Hoyem fa sentire tutta la sua esperienza ventennale sia nella penna che nella costruzione di melodie in grado di prendere al primo colpo. Niente ritornelli facili comunque, ma tanti brani di forte impatto emotivo: Hoyem non si inventa nulla ma riutilizza tutto l'ABC del rock anni novanta alla perfezione, sia quando usa un tocco leggero (l'acustica Free As A Bird/Chained To The Sky), sia quando va sul melodrammatico (Little Angel) o quando lascia le chitarre a briglia sciolta nella murder ballad Wat Tyler (che pare un brano dei Willard Grant Conspiracy). Endless Love è quindi un piccolo trattato su dove è andata la musica indipendente negli ultimi vent'anni, compreso una splendida e tesissima Gorlitzer Park che nei toni potrebbe tranquillamente appartenere a Bill Callahan. Disco dedicato alla leggenda della musica norvegese Eirik Johansen, scomparso pochi mesi fa, Endless Love pur essendo nato tra Oslo e Stoccolma con artisti locali, ha un respiro internazionale decisamente forte che è giusto non perdere di vista. |
venerdì 5 dicembre 2014
COLLEEN RENNISON
Colleen Rennison
See The Sky About To Rain
(Black Hen
Music/Ird)
File Under:
Cover Record
Nicola Gervasini
mercoledì 3 dicembre 2014
STEFANO GALLI
Stefano Galli
Focus
(Stefano Galli, 2014)
File Under: Italian Guitar-hero
Nicola Gervasini
lunedì 1 dicembre 2014
GUANO PADANO
Mettere il disco dei Guano Padano in bacheca accanto a quelli dei Sacri Cuori sarà forse inevitabile, se usate archiviare per genere e non per ordine alfabetico, o magari chi preferisce un ordine "a tema" potrebbe anche scegliere di piazzarli in appendice all'intera discografia di Vinicio Capossela, visto che il batterista Zeno De Rossi è un suo assiduo collaboratore. Con la ormai abbastanza nota band di Antonio Gramentieri i tre (completano il combo Alessandro "Asso" Stefana e Danilo Gallo) hanno in comune quel gusto di unire tradizione padana (nel loro caso richiamata anche nel nome) e di una certa americana/roots riconducibile ai Calexico e dintorni. Eppure Americana, titolo e immagine di copertina quanto mai esplicativi, si differenzia molto da Rosario, pur essendo entrambi album prettamente strumentali: laddove Rosario guardava all'America creando immagini che si sposassero con la tradizione padana, Americana non guarda ma legge, cerca il lato letterario pur negando la parola. In altre parole se Rosario sa di colonna sonora di un ipotetico road-movie italo-americano (non a caso i Sacri Cuori sono poi stati chiamati a comporne una per il film Zoran), Americana potrebbe essere l'ideale sottofondo di un reading di Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in pure stile da beat generation. La ragione sta nella ratio del progetto: 17 frammenti musicali pensati come commento ad altrettanti racconti di autori americani che il grande Elio Vittorini (aiutato da Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia per le traduzioni) riunì in una storica antologia negli anni quaranta, che costituisce ancora oggi il primo grande tentativo di portare la letteratura statunitense nelle case degli italiani, molto prima dell'avvento di Fernanda Pivano. John Steinbeck, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway e tanti altri nomi più o meno rimasti celebri sono le muse di 17 brani che loro stessi dicono ispirarsi a Calexico (ça va sans dire…), Morricone (ma va?) e Link Wray (e qui la cosa si fa più originale). Di fatto Americana è un disco di suggestioni varie, dove solo le voce di John Fante che descrive il padre in Dago Red e di Joey Burns che in My Town descrive la sua città natale attraverso le parole di Sherwood Anderson rompono il ritmo esclusivamente musicale dell'album, oltre all'unico brano veramente cantato (The Seed and The Soil, con la voce di Francesca Amati). Intervengono poi una sempre opportuna sezione fiati (spettacolare in Pian della Tortilla, ovviamente dedicata a Steinbeck) e qualche comparsata di Cabo San Roque e Mark Orton (quest'ultimo è l'autore della colonna sonora del film Nebraska di Alexander Payne). L'ideale per gustare sarebbe recuperare la preziosa antologia del Vittorini e rileggerla con queste canzoni, per capire se poi davvero i tre hanno colto lo spirito di quelle parole, ma anche come disco a sé stante Americana rappresenta un nuovo importante capitolo di una integrazione culturale tra tradizione italiana e americana che purtroppo non si è mai compiuta a fondo. |
venerdì 14 novembre 2014
LA ROSA TATUATA
Nell'eterna sfida di conciliare la tradizione ital-folk alla De Andrè con il rock e il blues americano, i genovesi La Rosa Tatuata possono essere annoverati tra i pochi ad aver raggiunto risultati importanti. Complice la storica e ancora viva collaborazione con il chitarrista Paolo Bonfanti, uno che sull'argomento ha detto molto e sempre troppo poco gli verrà riconosciuto, il combo guidato da Giorgio Ravera aveva fatto centro nel 2006 con Caino, terzo album di una saga iniziata nel 1992 con un nome da blues-band come Little Bridge Street Band. Il disco (prodotto proprio dal citato Bonfanti con la supervisione di Jono Manson) aveva riscosso tutti i riconoscimenti di settore (Targa Mei, Premio Ciampi, Premio Augusto Daolio), ma nel 2008 l'improvvisa morte del loro leader Max Parodi (inutile dire a chi è dedicato questo album quindi...) aveva bloccato le lavorazioni per il disco successivo. Ravera ha dunque riassemblato la band intorno alla sezione ritmica di Massimiliano Di Fraia e Nicola Bruno, il sax di Filippo Sarti e le ottime chitarre di Massimo Olivieri, e ha confermato Bonfanti in cabina di regia. Il bluesman ligure mette a disposizione la sua esperienza, la sua chitarra come valore aggiunto, e si concede anche una parte vocale nella sua Bei Tempi Andati, ma il disco è al 100% un buon prodotto di rock italico, dove la lingua resta sempre uno scoglio da superare quando si affronta una melodia tipicamente da heartland-rock come Tutto Quel Che Arriverà, ma il sound energico e ben calibrato tra toni folk e rock riesce a rendere tutto l'insieme più che credibile. La sequenza iniziale con Terre di Confine (il mito del borderline americano portato in Liguria grazie alla fisarmonica di Roberto Bongianino), Ogni Notte d'Estate e la stessa Bei tempi Andati resta la parte migliore del disco, che si assesta poi tra alti (Danzando con i tuoi Demoni), bassi (lascia un po' perplessi il tono oscuro di Non C'è Più Fame, "impreziosita" da un inopportuno cameo di Trevor, vocalist della band trash metal Sadist, e dalla chitarra del redivivo David Frew degli An Emotional Fish) e qualche numero blues scontatamente piacevole (Scarpe). Chiusura con la riflessiva Tutti Cercano e la sensazione di un disco che, viste anche le tragiche premesse che ne hanno ritardato la genesi, non ha deluso. Il rock italiano, se ha ancora un senso chiamarlo così, ha ormai raggiunto la sua maturità e i La Rosa Tatuata riescono a ribadirlo. Forse non aggiungono nulla di nuovo a quanto già è stato fatto da loro e da altri, ma, probabilmente, non è neanche loro intenzione farlo. |
mercoledì 12 novembre 2014
VERILY SO
[W//M Records/V4V Records 2014] di Nicola Gervasini Lei disse: "Trova la tua via. Ma per lui era impossibile riuscirci in un giorno di pioggia. E' tutta in quel piccolo romanzo di esistenzialismo indie che è il branoNever Come Back l'essenza della musica dei toscani Verily So, trio che ritroviamo su queste pagine a tre anni dal loro già convincente esordio. E' il senso malinconico della solitudine e dell'incomunicabilità che ci rende tutti simili a piccole isole, espressa quasi come se fosse il tema di un concept-album nelle poche ermetiche parole che compongono i testi di queste otto canzoni. Che sono costruite con semplici impressioni notturne (Ode To The Night) di un senso di vuoto (Nothing In The Middle) e di gelo (Cold Hours) portato alle estreme conseguenze (Sudden Death). Il trio di Cecina è decisamente dark nell'animo, ma pur sempre figlio di una scuola classica che dai Velvet Underground passa attraverso il paisley underground degli anni ottanta e allo shoegaze alla My Bloody Valentine, per arrivare ai Walkabouts (il gioco di voci tra il chitarrista Simone Stefanini e la batterista-cantante Marialaura Specchia li ricorda molto) e una certa indole da slow-indie-band alla Yo La Tengo. Bei suoni (la lunga e elaborata Islands), qualche intelligente variazione sul tema (la piano-song Not At All) e anche qualche cavalcata rock (il bel singolo To Behold, con il pulsante drumming della Specchia in evidenza e un bel video creato con immagini tratte dall'horror-cult Carnival Of Souls di Herk Harvey del 1962) confermano i Verily So come una delle realtà più in crescita dei bassifondi italiani. Che oltretutto avrebbe tutte le carte in regola per essere apprezzata anche oltre i nostri confini, se solo trovassero il modo di farsi sentire. www.facebook.com/verilyso |
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