Visualizzazione post con etichetta 2014 Rootshighway. Mostra tutti i post
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lunedì 13 aprile 2015

THOMPSON


 Thompson
Family
[
Concord/ Fantasy 
2014]
www.thompsonfamilyalbum.com

 File Under: family tradition

di Nicola Gervasini (16/12/2014)
Già normalmente le unioni di grandi talenti difficilmente producono risultati più clamorosi degli sforzi singoli, figuriamoci se poi il trait d'union di un progetto è una pura questione famigliare come quella che ha portato la non certo storicamente serena famiglia Thompson ad un album curioso come Family. Stiamo pur sempre parlando di un nucleo famigliare nato da una delle coppie più importanti del brit-folk degli anni settanta come Richard e Linda Thompson, ma anche titolari nel 1982 di uno dei più belli e intensi split-album della storia (Shoot Out The Lights, personalmente secondo solo a Blood On The Tracks di Dylan nel genere). Negli anni però il figlio Teddy è riuscito a ricucire perlomeno un rapporto civile e artistico tra i due, e metterli di nuovo assieme in un progetto che rappresenta la sua vittoria più grande.

Family va infatti considerato un episodio della sua discografia più che di quella dell'ingombrante papà ("Mio padre è uno dei più grandi artisti che abbiano calcato un palco" lo presenta Teddy nella canzone che dà il titolo all'album) e della rigenerata mamma Linda ("Mia mamma ha una delle più belle voci della terra"), che negli anni 2000 ha ripreso una propria attività, con anche buoni risultati (da recuperare sicuramente Versatile Heart del 2007). Il buon Teddy, produttore del disco, ha poi voluto coinvolgere anche una larga schiera di propri famigliari, con un'unica regola: ogni strumento doveva essere suonato da un parente. Il tutto viene presentato e spiegato nel brano iniziale Family, godibilissima country-ballad che a conti fatti risulterà l'episodio più interessante dell'album. Che purtroppo vive un po' di mancanza di coesione (si sa che lavorare in famiglia non è mai così semplice), e soprattutto di un repertorio all'altezza dei nomi coinvolti.

Papà Richard offre la sua chitarra (e già basta e avanza per farne un disco necessario), un paio di brani godibili ma evidentemente minori come That's Enough e Once Life at a Time, e uno strumentale pressoché inutile comeAt The Feet Of Emperor, mentre mamma Linda va sul sicuro con le tradizionalissime Bonny Boys e Perhaps We Can Sleep, ma alla fine è la sorellina Kami a guidare nella deliziosa Careful uno degli episodi migliori dell'album. Teddy dal canto suo si atteggia spesso a novello cantante roots, cercando prima Lyle Lovett nella title-track e in Root So Bitter, poi Chris Isaak in Right, evidenziando solo quanto anche loro siano di un livello per lui irraggiungibile. Finale corale con Lonely, e tutti a casa per il cenone di Natale. Noi partecipiamo divertiti alla riunione, ma il lavoro serio poi mamma e papà lo fanno altrove. E forse anche lo stesso Teddy.


lunedì 6 aprile 2015

GUANO PADANO


 Guano Padano Americana[Ponderosa Music & Art 2014] 

www.guanopadano.it

 File Under: Padamericana

di Nicola Gervasini (03/12/2014)

Mettere il disco dei Guano Padano in bacheca accanto a quelli dei Sacri Cuori sarà forse inevitabile, se usate archiviare per genere e non per ordine alfabetico, o magari chi preferisce un ordine "a tema" potrebbe anche scegliere di piazzarli in appendice all'intera discografia di Vinicio Capossela, visto che il batterista Zeno De Rossi è un suo assiduo collaboratore. Con la ormai abbastanza nota band di Antonio Gramentieri i tre (completano il combo Alessandro "Asso" Stefana e Danilo Gallo) hanno in comune quel gusto di unire tradizione padana (nel loro caso richiamata anche nel nome) e di una certa americana/roots riconducibile ai Calexico e dintorni.

Eppure Americana, titolo e immagine di copertina quanto mai esplicativi, si differenzia molto da Rosario, pur essendo entrambi album prettamente strumentali: laddove Rosario guardava all'America creando immagini che si sposassero con la tradizione padana, Americana non guarda ma legge, cerca il lato letterario pur negando la parola. In altre parole se Rosario sa di colonna sonora di un ipotetico road-movie italo-americano (non a caso i Sacri Cuori sono poi stati chiamati a comporne una per il film Zoran), Americana potrebbe essere l'ideale sottofondo di un reading di Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in pure stile da beat generation. La ragione sta nella ratio del progetto: 17 frammenti musicali pensati come commento ad altrettanti racconti di autori americani che il grande Elio Vittorini (aiutato da Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia per le traduzioni) riunì in una storica antologia negli anni quaranta, che costituisce ancora oggi il primo grande tentativo di portare la letteratura statunitense nelle case degli italiani, molto prima dell'avvento di Fernanda Pivano.

John Steinbeck, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway e tanti altri nomi più o meno rimasti celebri sono le muse di 17 brani che loro stessi dicono ispirarsi a Calexico (ça va sans dire…), Morricone (ma va?) e Link Wray (e qui la cosa si fa più originale). Di fatto Americana è un disco di suggestioni varie, dove solo le voce di John Fante che descrive il padre in Dago Red e di Joey Burns che in My Town descrive la sua città natale attraverso le parole di Sherwood Anderson rompono il ritmo esclusivamente musicale dell'album, oltre all'unico brano veramente cantato (The Seed and The Soil, con la voce di Francesca Amati). Intervengono poi una sempre opportuna sezione fiati (spettacolare in Pian della Tortilla, ovviamente dedicata a Steinbeck) e qualche comparsata di Cabo San Roque e Mark Orton (quest'ultimo è l'autore della colonna sonora del film Nebraska di Alexander Payne).

L'ideale per gustare sarebbe recuperare la preziosa antologia del Vittorini e rileggerla con queste canzoni, per capire se poi davvero i tre hanno colto lo spirito di quelle parole, ma anche come disco a sé stante Americanarappresenta un nuovo importante capitolo di una integrazione culturale tra tradizione italiana e americana che purtroppo non si è mai compiuta a fondo.

mercoledì 1 aprile 2015

THE ART OF PAUL McCARTNEY

Vari
The Art Of McCartney
(Self, 2014)
File Under: Things We said again and again…

Innanzitutto ci sarebbe da dire che i tribute-album hanno anche stufato. Più che altro paiono un fenomeno che non accenna a diminuire da anni, contro ogni previsione, come se il rock non trovasse niente di meglio che celebrare se stesso. Ma questo è discorso già fatto. In più ora il fenomeno si è allargato anche nella dimensione: vere e proprie maratone di cover come questo The Art Of McCartney, dedicato ad un signor Macca che tra l’altro è artista ancora vivo e attivo, e di certo non necessitava di ulteriori celebrazioni (considerando le miriadi di Beatles-tribute già esistenti). Ma al di là della sfiancante lunghezza del progetto, il problema è un altro: i tribute-album sono ormai in gran parte delle semplici raccolte di compitini svolti su commissione, in cui è ormai difficile trovare qualcuno che provi non solo ad esserci, ma anche a rileggere, ripensare, reinterpretare la musica di Sir Paul. Vale qui lo stesso discorso fatto a suo tempo per l’analogo (fallimentare) tributo a Dylan promosso da Amnesty International: di cover dei Beatles e di Dylan ne sono piene tutte le discografie del mondo, per cui al massimo qui si potrebbe trovare interesse in qualche rilettura del catalogo solista di McCartney che forse non è così inflazionato. Perché fin dalle scolasticissime interpretazioni di Billy Joel che aprono i due cd (Maybe I’m Amazed e una fiacca Live And Let Die che fa rimpiangere persino quella dei Guns N Roses) il clima è quello di imitare McCartney, e, nel caso di Billy Joel, essendo la voce pure simile, l’effetto è da imitazione da show televisivo del sabato sera. Persino il buon vecchio Bob Dylan tratta Things We Said Today esattamente come un qualsiasi suo brano degli ultimi 15 anni, mancando (proprio lui) l’occasione per un singolare e intrigante stravolgimento di uno dei pezzi più geniali dei fab four. Per cui consolatevi pure con il fatto che nulla qui dentro sia da buttare in assoluto, e che in fondo nessuno ci propina particolari nefandezze: sono grandi canzoni rifatte da grandi (o più o meno grandi) artisti. Ma il senso di comprarsi un simile tomo è solo quello collezionistico, perché davvero nessuna di queste versioni appare necessaria, anche senza voler pretendere che vadano oltre l’originale o versioni più note e storiche. Per cui ben venga sentire il vecchio Dion alle prese con Drive My Car, o i soliti Dr John e Allen Toussaint che da New Orleans svolgono un egregio lavoro su Let Em In e Lady Madonna, o prendere atto che in fondo le riletture più irriverenti e divertenti arrivino dal mondo dell’hard rock, dove persino Kiss e Def Leppard riescono a fare una discreta figura insieme ad altri giganti come Alice Cooper, Sammy Hagar o a vecchie rockstar scafate come Roger Daltrey, Paul Rodgers e via dicendo. Ma il fatto è un altro: già mi chiedo che senso avrebbe dare anche un secondo ascolto a questo album, quando là fuori il mondo è pieno di nuovi album (o, se preferite, anche di vecchi ancora da riscoprire) che sapranno darvi molto di più di questa passerella di divi.  McCartney è una pietra miliare del rock e del pop: lo sapevamo già…per cui su, dai, smettiamola di raccontarcelo ancora una volta, e, come si dice in Lombardia, tiremm innanz!

Nicola Gervasini                                                                             \                                                                                                                                                                                                                                                                                        

giovedì 19 marzo 2015

SPIKE

Spike
100% Pure Frankie Miller
(Cargo, 2014)
File Under: Frankie Who?
L’idea è talmente folle che era impossibile non segnalarla: fare un disco tributo a Frankie Miller, ma non partendo dai suoi classici degli anni settanta (per quanto sfigato sia stato come artista, ne ha fortunatamente avuti tanti), ma da una serie di inediti che lo sfortunato eroe ha lasciato irrisolti e mai registrati nel corso dei tanti anni di inattività dagli anni ottanta in poi. Per un simile strampalato progetto ci voleva un altro folle del rock, il redivivo Spike, frontman ancora non del tutto consumato dall’alcool dei Quireboys, talmente innamorato della musica di Frankie Miller da produrre forse il suo lavoro migliore dai tempi del glorioso A Bit Of What You Fancy del 1990. Non avendo originali con cui comparare questi brani, ci si fida della sua interpretazione, che non è né più né meno quella di un buon disco dei Quireboys, con chitarre in primo piano e blues&rock ad alto volume a spaccare le casse. Solo Bottle Of Whisky fu registrata da Miller, ed è quindi un rammarico sapere che grandi pezzi rock come The Brooklyn Bridge, Cocaine (realizzata anche come singolo) o Amsterdam Woman (duetto con Ian Hunter) debbano vivere solo in queste versioni un po’ fracassone (chi conosce i Quireboys ha bene in mente cosa intendo). Spike comunque ci mette passione e devozione, anche se la sua voce da Bon Jovi con la raucedine non sempre è quella giusta, e forse eccede nella faciloneria quando affronta le ballate romantiche come I’m Losing You o il duetto in chiave country con Bonnie Tyler di Fortune (bello scontro di voci rauche comunque). Puro 100% fun-rock dunque, con una pletora  di grandi testimoni dell’epoca come ospiti (nientemeno che Ron Wood alla chitarra in alcuni brani e Simon Kirke  e Andy Fraser dei Free in sezione ritmica ), e immagino che il buon Frankie abbia apprezzato l’omaggio, sperando che gli serva a ritrovare la voglia di registrare questi brani. Che saranno classic-rock ormai completamente fuori dal tempo, ma continuano ad essere un esempio di alta scuola che era giusto non perdere.


Nicola Gervasini

lunedì 16 marzo 2015

NEIL YOUNG


 Neil Young 
Storytone
[
Warner 
2014]
www.neilyoung.com

 File Under: …and his Large Band

di Nicola Gervasini (04/11/2014)
Apriamo qui una discussione tra fans di Neil Young, quali penso tutti in qualche misura siamo da sempre. Partendo da una provocazione: Storytone non sarà mai ricordato come uno dei grandi dischi di Neil, ma è probabilmente il suo sforzo più interessante (che non vuol dire necessariamente il migliore) dai tempi di Mirrorball. E qui immagino la levata di scudi degli hard-fans che ancora devono scrollarsi di dosso i pomposi arrangiamenti del cd orchestrale di questa nuova fatica, e magari non vedono l'ora di tornare a scuotere la testa e i pochi capelli rimasti a tutti noi over-40 sulla sbornia elettrica di Psychedelic Pill. Eppure Storytone, magari da prendersi nella versione deluxe con in più le versioni demo dei nuovi pezzi, conferma che dopo il grande sonno creativo degli anni zero, in cui Young non ha mai rischiato e ha prodotto una serie di album "alla Neil Young", i suoi anni dieci sono tornati ad essere coraggiosi. Nel bene e nel male è tornato a fare cose irricevibili (A Letter Home è riuscito pure a far rivalutare Landing On Water), ad azzardare spinose collaborazioni (Le Noise), si toglie sfizi personali (Americana), pur continuando a ritrovare i soliti vecchi amici per le solite cavalcate rock (Psychedelic Pill).

Ma solo Storytone ha il grande merito di essere davvero un disco nuovo nella sua discografia. Non che non si fosse già cimentato in un duello con un orchestra (basta pensare anche solo a There's a Word e A Man Needs A Maid su Harvest), ma qui Young ha sapientemente deciso di provare tutte le possibilità stilistiche offerte dalla presenza di una big band di ben 92 elementi, e scusate se abbiamo dimenticato qualcuno nel conto. Con risultati per forza di cose alterni, sorprendenti, spiazzanti, indigesti o esaltanti a seconda del vostro gusto personale. Ma quello che è importante è che il disco è vivo, le canzoni sono quelle giuste, e per gustarne appieno la buona finitura è importante procurarsi anche le raw-versions, forti di interpretazioni curate e sentite che fanno dimenticare la fastidiosa sciatteria di A Letter Home. Il vero Storytone, quello arrangiato, offre comunque spunti di gran valore: se Plastic Flowers con il suo piano è brano già sentito (proprio in Sleeps With Angels c'erano due episodi simili), la tensione da colonna sonora da thriller-movie del singolo Who's Gonna Stand Up? funziona bene, così come il blues elettrico tutto grandi fiati di I Want To Drive My Car o il numero swing alla Frank Sinatra di Say Hello To Chicago.

A voi poi scegliere se accettare i melò solo archi di Glimmer o Tumbleweed, se il fatto che Like You Used To Do riporti alla mente i tempi di This Note's For You sia un fatto positivo o meno (il disco è prodotto dallo stesso team di allora, i Volume Dealers, che poi sarebbero lui e Niko Bolas), se è opportuno che lui con la sua voce si lanci nelle melodie ardite di I'm Glad I Found You. Notate invece che quando il nostro torna alla sua tipica ballata acustica, sofferta e sussurrata, sa ancora toccare le corde giuste (When I Watch You Sleeping e All These Dreams). Siamo d'accordo dunque, non sarà il suo capolavoro, ma a quasi settant'anni suonati quest'uomo ha saputo ancora sorprendermi con un buon prodotto e non con una inutile e dannosa provocazione come A Letter Home. E, in cuor mio, ammetto che da lui non me lo aspettavo più.


venerdì 13 marzo 2015

JESSE WINCHESTER


 Jesse Winchester 
A Reasonable Amount of Trouble
[
Appleseed/ IRD 
2014]
www.appleseedmusic.com

 File Under: The Last Waltz

di Nicola Gervasini (30/10/2014)
Jesse Winchester ci ha lasciati lo scorso 11 aprile, in silenzio, ma forse non quanto avrebbe voluto lui, visto che la notizia della sua morte era erroneamente circolata nel web già giorni prima, tra conferme e smentite. Outsider per eccellenza del mondo della roots-music, storia racconta che Winchester si sia dovuto accontentare delle briciole del mondo discografico degli anni settanta a causa di una condanna per diserzione dall'arruolamento per il Vietnam, scelta che lo ha costretto a fuggire in Canada nel 1967, per attendere l'amnistia del 1977 prima di poter rimettere piede nel suolo americano. Nel frattempo però il gran momento della canzone d'autore americana stava finendo, per cui a lui rimanevano solo gli onori per una serie di dischi apprezzati in Canada e tra gli addetti ai lavori, e un pugno di classici resi tali soprattutto da altre voci (Yankee Lady eBiloxi i più noti).

In genere si mitizza il primo album omonimo del 1970 perché registrato con la Band al gran completo e Todd Rundgren in regia, ma tutta la carriera di Winchester è stata caratterizzata da dischi eleganti e in prima linea nell'arte del buon songwriting. Gli mancava forse il tocco perfetto alla Gordon Lightfoot o la capacità di esprimere anche negli arrangiamenti i propri tormenti d'autore, e per questo la sua carriera resta abbastanza oscura, anche tra molti appassionati di genere. Nel 2009 si era rimesso in pista dopo un lungo silenzio con il discreto Love Filling Station, e A Reasonable Amount Of Trouble è il designato successore che Jesse ha fatto in tempo a registrare prima di lasciare queste lande desolate. Il titolo ironizza sulla sua malattia con una frase pronunciata da Sam Spades nel Falcone Maltese, e di fatto il disco può essere in qualche modo paragonato a The Wind di Warren Zevon, per quel senso di attaccamento alla vita che suscita l'idea di un artista che sa di star registrando il proprio canto del cigno.

Corredato da una accorata presentazione di Jimmy Buffett, organizzatore anche del recente tribute-album in suo onore, l'album non si discosta molto dalla classica ricetta di Winchester, con brani in stile Band come She Makes It Easy Now e ballate soffici come Neither Here Nor There o Ghosts (ma quante pop-singer potrebbero cavarci una hit da questa melodia?), evidenziando però una coraggiosa allegria in scanzonate swing/soul-pop songs alla Burt Bacharach come l'iniziale All That We Have Is NowWhispering Bells Rhythm Of The Rain. Non potevano mancare puntate a quel gospel-country (A Little Louisiana) di cui è sempre stato maestro (e Lyle Lovett il suo più evidente discepolo), omaggi alla sua amata New Orleans (Never Forget To Boogie), lenti da festa scolastica degli anni 60 alla Aaron Neville (Devil Or Angel), e via così, fino alla fine, con episodi alla Gordon lightfoot (Don't Be Shy) e momenti riflessivi (Every Day I Get The Blues e Just So Much). Non ci ha lasciati con il suo capolavoro, ma con un buon modo per riscoprirlo sì.

martedì 10 marzo 2015

MARIANNE FAITHFULL


 Marianne Faithfull 
Give My Love to London
[
Naïve/Dramatico 
2014]
www.facebook.com/mariannefaithfullofficial

 File Under: Smokey London

di Nicola Gervasini (25/10/2014)
A giudicare dalla copertina Marianne Faithfull è ancora convinta che una donna con una sigaretta sia una donna sexy e interessante, salvo poi scoprire che questa signora, che a 68 anni ancora può insegnare fascino ad una ventenne, ha smesso di fumare da qualche mese. Sarà quindi che la copertina da Serge Gainsbourg in gonnella continua a far vendere grazie all' old-rocker-style, o forse solo un omaggio all'amato Leonard Cohen, vista la posa, ma anche in ragione del fatto che con questo Give My Love To London la Faithfull torna a mettere mano alle sue liriche, dopo che le ultime prove (Easy Come Easy Go del 2008 e Horses and High Heels del 2011) avevano rischiato di trasformarla in una mera interprete di materiale altrui (seppur sempre originale e sorprendente). Qui invece il processo è particolare: una serie di altisonanti nomi della musica hanno scritto un brano, ma lei si è presa la libertà di inserire o anche solo rimaneggiare alcuni testi a suo piacimento, operando una sorta di personalizzazione di sensazioni altrui che appare subito vincente, visto che i testi finiscono ad essere uno dei temi più interessanti del nuovo disco.

Si parte con una decisamente roots Give My Love To London, nelle intenzioni del suo autore Steve Earle un atto d'amore per una città che lo ha ormai adottato, nella versione della Faithfull una dedica ai tanti amici sparsi in città e al loro tenace attaccamento alla vita. Si continua con una drammatica Sparrows Will Sings di Roger Waters, evocativa descrizione di disordini giovanili londinesi in puro stile dell'ex Pink Floyd, probabilmente il brano più vicino allo stile della Faithfull era Broken English. Collaboratore fisso del disco è Ed Harcourt, che scrive anche la baldanzosa True Lies e sparge pepe ad una melodrammatica Mother Wolf, mentre l'intesa con Anna Calviproduce uno dei momenti più riusciti dell'album in Falling Back, ma anche una non convincente riscrittura del classico degli Everly Brothers The Price Of Love, versione che si limita a rallentare quella ben più riuscita e famosa di Bryan Ferry, senza però trovare una nuova anima al brano.

Gli arrangiamenti voluti dai produttori Dimitri Tikovoi (solitamente collaboratore di Ed Harcourt e dei Placebo) e Rob Ellis (PJ Harvey) sono spesso maestosi e altisonanti, con una leggera tendenza alla sovrapproduzione che sembra però essere marchio voluto del disco (ascoltate ad esempio la Late Victorian Holocaust di Nick Cave), anche se Tom McRae prima, con l'acustica Love More Or Less, e ancora Nick Cave con la piano-song Deep Water, offrono momenti scarni e riflessivi. Bella la versione di Going Home di Leonard Cohen (qui non si è azzardata a variare il testo), che vede tra l'altro l'intervento vocale di Brian Eno, e tutti a casa con lo standard I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael. Disco di eccezionale intensità e forse fin troppo pieno di idee e contenuti, Give My Love To London mantiene il buon nome della Faithfull nella serie A del rock. Ci ha messo anni ad entrarci, ma ora non ne esce davvero più.


lunedì 23 febbraio 2015

BONNIE PRINCE BILLY


 Bonnie Prince Billy
Singer's Grave A Sea of Tongues
[
Domino/ Self 
2014]
dominorecordco.com/artists/bonnie-prince-billy

 File Under: An easy ride

di Nicola Gervasini (15/10/2014)
Si fa un grande errore ad immaginare Will Oldham, alias Bonnie Prince Billy, come un solitario eremita dedito ad una autoreferenziale produzione in massa di materiale folk da camera, o come un eroe del tutto sprezzante delle più elementari regole del mercato discografico. Billy infatti sa benissimo quando è il momento di concedersi al pubblico, nonostante rimanga ancora oggi indiscusso maestro di filosofia indipendente. E così, dopo una lunga serie di produzioni disordinate e del tutto invendibili se non al suo piccolo ma affezionato seguito (dal 2009 ad oggi, all'indomani dell'acclamato Beware, si contano due album solisti, tre album in coabitazione con altri artisti, e ben otto EP), Billy torna con Singer's Grave a Sea of Tongues ad una produzione precisa e decisamente non ostica o ostile anche ad un pubblico meno avvezzo alle sue stravaganze.

Il disco anzi si pone come terzo tardivo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 2008 con lo straordinario Lie Down in The Light, e proseguita con l'altrettanto riuscito Beware. Un trittico di album in cui Oldham ha adattato il proprio songwriting ad un sound da outlaw di Nashville da metà anni settanta, con pedal steel suadenti (There Will Be Spring), violini taglienti (la straordinaria Quail And Dumpings), cori (Old Match) e ariose e malinconiche ballatone country (We Are UnhappyWhipped). Brani molto spesso già editi (la maggior parte proviene dal disco Wolfroy Goes to Town del 2011), ma qui riproposti con nuovi scintillanti arrangiamenti, e già l'operazione di re-make la dice lunga sulla natura del progetto. Niente che suoni convenzionale ovviamente, lo stile di Bonnie Prince Billy resta inconfondibile nel suo stralunato marchio di fabbrica, anche quando cavalca sentieri che potremmo (con non poco coraggio) definire "mainstream". Ma è indubbio che questo album sia un suo modo per riconciliarsi con i fans persi per strada con gli ultimi ermetici album, forse non esaltanti solo per chi non ha avuto la pazienza di ascoltarli, ma innegabilmente usciti in una veste produttiva poco accattivante.

A essere severi addirittura si potrebbe notare come a livello di scrittura qui Billy abbia scelto solo le vie più elementari, finendo magari per impantanarsi in qualche brano a cui manca l'intensità dei giorni migliori (It's Time To Be Clear), ed in generale il disco manca l'obiettivo di eguagliare i due più riusciti predecessori. Ma resta il gran piacere di sentirlo alle prese con brani semplici e lineari come Mindlessness o l'iniziale Night Noises. Le zampate da grande ci sono, come l'oscura So Far And Here We Are o la title-track che chiude l'album, ma sono pronto a scommettere che, vista l'orecchiabilità di tutti i brani presenti, molti di voi sceglierebbero altri brani per la propria compilation dell'anno. Proprio come succede ai dischi "facili", termine che per Bonnie Prince Billy potrebbe sembrare quasi un insulto, se non fosse che in questo caso lui stesso lo riterrà un gran complimento.


giovedì 19 febbraio 2015

ROBYN HITCHCOCK


 Robyn Hitchcock 
The Man Upstairs
[
Yep Roc / Audioglobe 
2014]
www.robynhitchcock.com

 File Under: Joe Boyd

di Nicola Gervasini (06/10/2014)
Non ho più ben chiaro quale possa essere oggi il pubblico di riferimento di Robyn Hitchcock, ma di una cosa sono certo: è lo stesso da anni e non si rinnova. E non è tanto colpa di un suo eventuale calo di ispirazione, visto che non c'è stato, quanto forse proprio della totale inattualità del suo modo di stravolgere il pop e il folk, come avrebbe fatto Syd Barrett se avesse trascinato la sua carriera fino all'avvento della new wave di fine anni settanta. Certo, gli anni d'oro sono lontani anche per lui, e alla fine i suoi strambi nonsense sono gli stessi da anni, così come la devozione per Barrett, Drake e Dylan. Per cui ci rivolgiamo ai fans di Robyn che sicuramente avranno già comprato (o compreranno) The Man Upstairs sulla fiducia: il nuovo album è decisamente bello e importante per la storia di Robyn.

Se lo sia anche per la storia del rock davvero non è più neanche questione da porsi, neppure quando l'album da quella storia pesca classici come The Crystal Ship dei Doors, To Turn You On dei Roxy Music era-Avalon e soprattutto una The Ghost In You dei Psychedelic Furs che ha suscitato l'orgoglioso plauso dello stesso Richard Butler. Cover che non solo paiono riuscite, ma che trasformano classici immortali in canzoni alla Robyn Hitchcock al 100%, senza però troppo stravolgere e preservandone lo spirito originario. Ma il disco ha altri spunti di interesse, che vanno da cover più oscure (ma non meno interessanti) come Don't look Down del Grant lee Phillips di Ladies Love Oracles o una rilettura di Ferries, brano del gruppo norvegese I Was A King. Quest'ultima è l'ultimo ricordo portato in dote dalla lunga trasferta scandinava del nostro (grazie alla quale abbiamo avutoGoodbye Oslo, che resta forse il suo disco migliore da vent'anni a questa parte), anche se è proprio la vocalist Anne Lise Frøkedal a dare uno dei maggiori contributi al disco.

Ma alla fine la vera notizia è che dopo tanti anni Hitchcock è riuscito a farsi produrre un disco nientemeno che da Joe Boyd, il deus ex machina del suo amatissimo Nick Drake, il cui contributo è forse più evidente nei cinque brani autografi, che sanno di brit-folk fino al midollo, anche grazie al violoncello di Jenny Adejayan. Da notare infine la divertente copertina disegnata dall'amica e collega Gillian Welch (ricorderete l'ottima collaborazione dei due per l'album Spooked del 2004), e il fatto che pur mantenendo un ritmo produttivo "only for fans", Hitchcock resta un marchio di garanzia e qualità che ha pochi eguali. E purtroppo sempre troppo pochi estimatori.


mercoledì 4 febbraio 2015

DENNEY & THE JETS

Denney And The Jets
Mexican Coke
(Limited Fanfare/ Audioglobe 2014)
 pub rock form Nashville
denneyandthejets.com

Nell'economia della storia del pub-rock un disco in più o in meno non può ormai fare una grande differenza, per cui pare davvero difficile che il mondo si scaldi per un esordio come questo Mexican Cokedei Denney And The Jets. Ma se la nuova versione dei NRBQ non vi soddisfa e cercate ancora dei degni eredi dei Dr Feelgood, questa band di Nashville, che gioca a fare come gli inglesi quando giocano a fare gli americani, fa il caso vostro. Chitarre tra garage e rock and roll come hanno insegnato a fare mostri sacri del genere come Brinsley Schwarz e Dave Edmunds, quel tanto di tono ironico alla Graham Parker/Nick Lowe, brani che la buttano in energia come Bye Bye Queen o in puro romanticismo vintage anni 50 come Darlin', e il gioco è fatto. Mexican Coke ha il pregio della freschezza e della semplicità, ma non venite a pretendere dal leader Chris Denney grande originalità e soprattutto una particolare attenzione alla scrittura. E' musica di genere, che al massimo devia di poco verso il country (Alabama Man) o la butta sulla ballata ubriaca (Charlie's Blues), e come tale viene presentata da una classica band che pubblica cd solo per avere qualcosa da offrire al pubblico dopo uno dei loro sudatissimi concerti. Poi qui capita anche che tra tante ovvietà saltino fuori anche pezzi di valore come una Hooked che sarebbe piaciuta tanto ai Green On Red o una Mama's Got The Blues che sa di Rolling Stones in esilio sulla strada maestra. Poco più di mezz'ora di puro intrattenimento per appassionati di genere.
(Nicola Gervasini)

sabato 31 gennaio 2015

Little Angel & The Bonecrashers

Little Angel & The Bonecrashers
J.A.B.
(Little Angels & The Bonecrashers, 2014)
File Under: “It’s fucking country western”
C’è un motivo preciso per considerare i varesotti Little Angel & The Bonecrashers un gruppo decisamente controcorrente nel ribollente panorama roots italiano. Nella scelta se prediligere l’aspetto autoriale del fare rock delle radici (i Lowlands , ma anche i Mandolin Brothers più recenti, vanno in quella direzione) o lasciarsi andare ad un plateale yankee re-make a misura di pubblico, loro scelgono una via intermedia. Bando alle cover di facile richiamo (pegno di riconoscenza già pagato nel loro primo album), bando al facile jumpin’-country da sagra per finti-cowboy padani, ma anche bando a personali variazioni sul tema da un punto di vista stilistico. Cristiano Carniel è un cultore del rock americano severo e rigoroso, e se rispetto all’ormai lontano esordio del lontano 2006 ha avuto il tempo di crescere come autore e assemblare dieci brani che si stampano nella mente fin dal primo ascolto, è anche regista attento a non uscire mai dal seminato della tradizione. Gli Uncle Tupelo restano il loro faro (li si sente parecchio quando rallentano il ritmo in Birdies o nell’ottima ballata Poor John), il tocco alla Drive-by Truckers la massima concessione alla modernità (viaggiano in quei paraggi l’ironica Harry’s Wife e la conclusione a elettriche spianate di Troubles Everyday), ma, appena possono, si rifugiano volentieri nella rassicurante prevedibilità di giri country alla Johnny Cash (Johnny Lee Blues o anche Cowboy’s Prayer, impreziosita dalla fisarmonica Gianmarco Banzi) con una inflessibilità espressiva che potrebbe sembrare in contraddizione con il modo decisamente ironico e scanzonato che hanno nel presentarsi fin dalla copertina. J.A.B. è un disco maturo anche nel modo di raccontare le storie , sia quella della prostituta di 1000 Miles Amelia (brano che esalta la voce di Stefano Tosi e testo che ricorda un po’ la Veronica di Jannacci), sia il “family drama” di My Last Ride (testo del chitarrista Gianluca Lavazza, arrangiamento pensato in collaborazione con Davide Buffoli) o lo sfogo esistenziale di Regrets (Sweet Revenge Song). Sono solo un’altra band dalla provincia (come cantano in Just Another Band), ma J.A.B. li elegge a rari paladini nostrani di una disciplinata rilettura della tradizione americana.

Nicola Gervasini

lunedì 12 gennaio 2015

HOYEM


 Höyem
Endless Love 
[
Hektor Grammofon/ Audioglobe 
2014]
www.siverthoyem.com

 File Under: 90s in Norway

di Nicola Gervasini (26/09/2014)
Cercare di proporre anche i nomi più interessanti dell'immenso sottobosco discografico mondiale fa parte della missione, se non proprio del DNA, del nostro sito, ma, credeteci o no, il compito è sempre più arduo, vista la vastità di materiale in cui dobbiamo pescare. Anche perché poi capita che a volte le cose più interessanti arrivino da dove meno te lo aspetti, magari dalla Norvegia, dove Sivert Hoyem è ormai una sorta di leggenda del rock alternativo locale. Prima a capo dei mitici Madrugada (da ricercare il loro Industrial Silence del 1999), band che ha avuto anche i suoi momenti di notorietà in Europa (soprattutto in Inghilterra), e da qualche anno con una carriera solista che merita una riscoperta.

Partendo magari da Endless Love, quinto album della sua carriera solista che fa tesoro di mille influenze antiche e moderne. Intanto quello che impressiona parecchio è la pienezza del suono (produce Ulf Rockis Ivarsson, già produttore di Nicolai Dunger): ascoltate la gospel-like Handsome Savior e riassaporate un muro di suono fatto di cori, organi hammond e chitarre decisamente anni 90 che si intuisce nato non pensando ad una riproduzione su pc o smartphone, ma su uno stereo come si comanda. E poi c'è la qualità dei brani: sia che si tocchino le corde tragiche di un certo indie scandinavo (Inner Vision) o che si viaggi anche su corde più mainstream (la title track potrebbe essere un brano dei Live più ispirati di metà anni novanta), Hoyem fa sentire tutta la sua esperienza ventennale sia nella penna che nella costruzione di melodie in grado di prendere al primo colpo.

Niente ritornelli facili comunque, ma tanti brani di forte impatto emotivo: Hoyem non si inventa nulla ma riutilizza tutto l'ABC del rock anni novanta alla perfezione, sia quando usa un tocco leggero (l'acustica Free As A Bird/Chained To The Sky), sia quando va sul melodrammatico (Little Angel) o quando lascia le chitarre a briglia sciolta nella murder ballad Wat Tyler (che pare un brano dei Willard Grant Conspiracy). Endless Love è quindi un piccolo trattato su dove è andata la musica indipendente negli ultimi vent'anni, compreso una splendida e tesissima Gorlitzer Park che nei toni potrebbe tranquillamente appartenere a Bill Callahan. Disco dedicato alla leggenda della musica norvegese Eirik Johansen, scomparso pochi mesi fa, Endless Love pur essendo nato tra Oslo e Stoccolma con artisti locali, ha un respiro internazionale decisamente forte che è giusto non perdere di vista.

venerdì 5 dicembre 2014

COLLEEN RENNISON

Colleen Rennison
See The Sky About To Rain
(Black Hen Music/Ird)
File Under: Cover Record

Quando ci arriva un ennesimo album di cover la tentazione è quella di neanche parlarne, visto che ne sono girati davvero troppi in questi anni di stagnazione della roots-music. Tanto più se non c’è nemmeno un gran nome in ballo, giusto per alimentare la curiosità del “sentiamo come Tizio rifà Caio” che ha tenuto in piedi miriadi di tribute-album. Qui invece abbiamo a che fare con la ben poco nota Colleen Rennison, bellezza canadese più riconoscibile dal pubblico del cinema e delle tv-series (recita fin da bambina, era ad esempio la figlia di Bruce Willis e Michelle Pfeiffer in Story of Us di Rob Reiner del 1999), una che ha iniziato a cantare grazie ad un reality musicale in tv, ma anche questo ormai non ci scandalizza più. Più che altro perché questo See The Sky About The Rain, che oltretutto è il suo esordio solista (ha all’attivo un titolo con la band dei No Sinner), è il classico esempio di disco azzeccato nei suoni e negli arrangiamenti, nel suo essere palesemente devoto alla Band (ben due riletture da Stage Fright, con la title-track resa scolasticamente, ma anche una All La Glory che è invece il vero pezzo forte del disco). Per il resto buono il mix di classici (Coyote della Mitchell, Why Don’t You Try di Cohen e la title-track di Neil Young), brani ben noti ai nostri lettori (la sempreverde Blue Wing di Tom Russell, White Freightliner di Townes Van Zandt) e tante chicche da scoprire, da pegni pagati ai vecchi padri di genere (Faney di Bobbie Gentry) a tributi a eroine più recenti (Oleander di Sarah Harmer). Suono rock alla Heartbreakers e fiati molto New-Orleans-oriented sono la ricetta del disco, con un risultato molto simile ad un disco di Tift Merritt.  See The Sky About The Rain svolge la sua funzione di puro intrattenimento più che egregiamente, in attesa che qualcuno ricominci a scrivere una nuova storia di questa musica.

Nicola Gervasini

mercoledì 3 dicembre 2014

STEFANO GALLI

Stefano Galli
Focus
(Stefano Galli, 2014)
File Under: Italian Guitar-hero
La figura del guitar-hero blues alla Stevie Ray Vaughan non è più particolarmente di moda di questi tempi, anche se in Italia continua ad esistere una folta schiera di buoni manici (dimenticandone tanti, mi vengono subito in mente Paolo Bonfanti, J Sintoni, Francesco Piu) che, bene o male, riescono a fornire sempre concerti indiavolati e produzioni discografiche comunque interessanti. Sarà per questo che anche Stefano Galli, chitarrista blues di scuola elettrica, ha azzardato con Focus (è il suo secondo album dopo Play It Loud! del 2013) una sorta di piccolo bigino di musica americana, travalicando spesso e volentieri gli schemi del blues. Il suo tocco resta quello che può ricordare un Kenny Wayne Shepherd, per dare un riferimento preciso (in Lonely Day lo ricorda parecchio), ma sono le canzoni che invece spaziano nei generi toccando il semplice heartland-rock da fm americana della title-track, il roots acustico di If I Lived, il momento romantico-riflessivo di Catherine, la black music di Price, il quasi country di I Can’t Stand You Anymore, il finale bluegrass di Vesta Light. A volte magari la voce non è quella giusta (la cover di Bring It On Home To Me di Sam Cooke è azzeccata nel pathos, ma avrebbe necessitato ben altra potenza vocale), e ovviamente quando torna nel recinto del blues lo si sente sempre più a suo agio (Jealous,  e lo strumentale Funny Slide). Visto che è solo il secondo disco possiamo anche pensare che ci siano ancora margini di miglioramento, ma il disco è ben registrato e diverte, e soprattutto il focus, inteso come obiettivo, è già quello giusto: è solo sperimentando stili che prima o poi se ne creerà uno proprio. Da seguire.
Nicola Gervasini

lunedì 1 dicembre 2014

GUANO PADANO


 Guano Padano Americana[Ponderosa Music & Art 2014] 

www.guanopadano.it

 File Under: Padamericana

di Nicola Gervasini (03/12/2014)

Mettere il disco dei Guano Padano in bacheca accanto a quelli dei Sacri Cuori sarà forse inevitabile, se usate archiviare per genere e non per ordine alfabetico, o magari chi preferisce un ordine "a tema" potrebbe anche scegliere di piazzarli in appendice all'intera discografia di Vinicio Capossela, visto che il batterista Zeno De Rossi è un suo assiduo collaboratore. Con la ormai abbastanza nota band di Antonio Gramentieri i tre (completano il combo Alessandro "Asso" Stefana e Danilo Gallo) hanno in comune quel gusto di unire tradizione padana (nel loro caso richiamata anche nel nome) e di una certa americana/roots riconducibile ai Calexico e dintorni.

Eppure Americana, titolo e immagine di copertina quanto mai esplicativi, si differenzia molto da Rosario, pur essendo entrambi album prettamente strumentali: laddove Rosario guardava all'America creando immagini che si sposassero con la tradizione padana, Americana non guarda ma legge, cerca il lato letterario pur negando la parola. In altre parole se Rosario sa di colonna sonora di un ipotetico road-movie italo-americano (non a caso i Sacri Cuori sono poi stati chiamati a comporne una per il film Zoran), Americana potrebbe essere l'ideale sottofondo di un reading di Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in pure stile da beat generation. La ragione sta nella ratio del progetto: 17 frammenti musicali pensati come commento ad altrettanti racconti di autori americani che il grande Elio Vittorini (aiutato da Cesare Pavese, Eugenio Montale e Alberto Moravia per le traduzioni) riunì in una storica antologia negli anni quaranta, che costituisce ancora oggi il primo grande tentativo di portare la letteratura statunitense nelle case degli italiani, molto prima dell'avvento di Fernanda Pivano.

John Steinbeck, John Fante, William Faulkner, Ernest Hemingway e tanti altri nomi più o meno rimasti celebri sono le muse di 17 brani che loro stessi dicono ispirarsi a Calexico (ça va sans dire…), Morricone (ma va?) e Link Wray (e qui la cosa si fa più originale). Di fatto Americana è un disco di suggestioni varie, dove solo le voce di John Fante che descrive il padre in Dago Red e di Joey Burns che in My Town descrive la sua città natale attraverso le parole di Sherwood Anderson rompono il ritmo esclusivamente musicale dell'album, oltre all'unico brano veramente cantato (The Seed and The Soil, con la voce di Francesca Amati). Intervengono poi una sempre opportuna sezione fiati (spettacolare in Pian della Tortilla, ovviamente dedicata a Steinbeck) e qualche comparsata di Cabo San Roque e Mark Orton (quest'ultimo è l'autore della colonna sonora del film Nebraska di Alexander Payne).

L'ideale per gustare sarebbe recuperare la preziosa antologia del Vittorini e rileggerla con queste canzoni, per capire se poi davvero i tre hanno colto lo spirito di quelle parole, ma anche come disco a sé stante Americana rappresenta un nuovo importante capitolo di una integrazione culturale tra tradizione italiana e americana che purtroppo non si è mai compiuta a fondo.

venerdì 14 novembre 2014

LA ROSA TATUATA


 La Rosa TatuataScarpe[Club de Musique/ IRD 2014] 

www.larosatatuata.com

 File Under: Zena's rock

di Nicola Gervasini (25/08/2014)

Nell'eterna sfida di conciliare la tradizione ital-folk alla De Andrè con il rock e il blues americano, i genovesi La Rosa Tatuata possono essere annoverati tra i pochi ad aver raggiunto risultati importanti. Complice la storica e ancora viva collaborazione con il chitarrista Paolo Bonfanti, uno che sull'argomento ha detto molto e sempre troppo poco gli verrà riconosciuto, il combo guidato da Giorgio Ravera aveva fatto centro nel 2006 con Caino, terzo album di una saga iniziata nel 1992 con un nome da blues-band come Little Bridge Street Band. Il disco (prodotto proprio dal citato Bonfanti con la supervisione di Jono Manson) aveva riscosso tutti i riconoscimenti di settore (Targa Mei, Premio Ciampi, Premio Augusto Daolio), ma nel 2008 l'improvvisa morte del loro leader Max Parodi (inutile dire a chi è dedicato questo album quindi...) aveva bloccato le lavorazioni per il disco successivo.

Ravera ha dunque riassemblato la band intorno alla sezione ritmica di Massimiliano Di Fraia e Nicola Bruno, il sax di Filippo Sarti e le ottime chitarre di Massimo Olivieri, e ha confermato Bonfanti in cabina di regia. Il bluesman ligure mette a disposizione la sua esperienza, la sua chitarra come valore aggiunto, e si concede anche una parte vocale nella sua Bei Tempi Andati, ma il disco è al 100% un buon prodotto di rock italico, dove la lingua resta sempre uno scoglio da superare quando si affronta una melodia tipicamente da heartland-rock come Tutto Quel Che Arriverà, ma il sound energico e ben calibrato tra toni folk e rock riesce a rendere tutto l'insieme più che credibile. La sequenza iniziale con Terre di Confine (il mito del borderline americano portato in Liguria grazie alla fisarmonica di Roberto Bongianino), Ogni Notte d'Estate e la stessa Bei tempi Andati resta la parte migliore del disco, che si assesta poi tra alti (Danzando con i tuoi Demoni), bassi (lascia un po' perplessi il tono oscuro di Non C'è Più Fame, "impreziosita" da un inopportuno cameo di Trevor, vocalist della band trash metal Sadist, e dalla chitarra del redivivo David Frew degli An Emotional Fish) e qualche numero blues scontatamente piacevole (Scarpe).

Chiusura con la riflessiva Tutti Cercano e la sensazione di un disco che, viste anche le tragiche premesse che ne hanno ritardato la genesi, non ha deluso. Il rock italiano, se ha ancora un senso chiamarlo così, ha ormai raggiunto la sua maturità e i La Rosa Tatuata riescono a ribadirlo. Forse non aggiungono nulla di nuovo a quanto già è stato fatto da loro e da altri, ma, probabilmente, non è neanche loro intenzione farlo.

mercoledì 12 novembre 2014

VERILY SO


Verily So Islands 
[W//M Records/V4V Records 2014]
 

 File under: Darkest things are not the hidden ones


di Nicola Gervasini

Lei disse: "Trova la tua via. Ma per lui era impossibile riuscirci in un giorno di pioggia. E' tutta in quel piccolo romanzo di esistenzialismo indie che è il branoNever Come Back l'essenza della musica dei toscani Verily So, trio che ritroviamo su queste pagine a tre anni dal loro già convincente esordio. E' il senso malinconico della solitudine e dell'incomunicabilità che ci rende tutti simili a piccole isole, espressa quasi come se fosse il tema di un concept-album nelle poche ermetiche parole che compongono i testi di queste otto canzoni. Che sono costruite con semplici impressioni notturne (Ode To The Night) di un senso di vuoto (Nothing In The Middle) e di gelo (Cold Hours) portato alle estreme conseguenze (Sudden Death). Il trio di Cecina è decisamente dark nell'animo, ma pur sempre figlio di una scuola classica che dai Velvet Underground passa attraverso il paisley underground degli anni ottanta e allo shoegaze alla My Bloody Valentine, per arrivare ai Walkabouts (il gioco di voci tra il chitarrista Simone Stefanini e la batterista-cantante Marialaura Specchia li ricorda molto) e una certa indole da slow-indie-band alla Yo La Tengo. Bei suoni (la lunga e elaborata Islands), qualche intelligente variazione sul tema (la piano-song Not At All) e anche qualche cavalcata rock (il bel singolo To Behold, con il pulsante drumming della Specchia in evidenza e un bel video creato con immagini tratte dall'horror-cult Carnival Of Souls di Herk Harvey del 1962) confermano i Verily So come una delle realtà più in crescita dei bassifondi italiani. Che oltretutto avrebbe tutte le carte in regola per essere apprezzata anche oltre i nostri confini, se solo trovassero il modo di farsi sentire.

www.facebook.com/verilyso

Lucinda Williams

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