venerdì 22 maggio 2026

Lovvbömbing

 

Lovvbömbing - PISS! PEAS! PEACE!

2026 Vina Records

Un album di esordio di una band di ispirazione garage-punk nel 2026 è pur sempre una notizia in un ambito musicale generale che ormai viaggia verso altri lidi, ma tutto sommato l’idea di una canzone tutta rabbia e volume non è mai tramontata tra i giovani che hanno ancora il coraggio di imbracciare una chitarra o pestare una vera batteria, e in qualche modo ormai il genere è una nicchia al di fuori delle mode duratura e dal pubblico costante al pari dell’Heavy Metal. I Lovvbömbing! da Cesena, ad esempio, rispettano tutti i parametri dello stile: nome da combattimento, e primo album con titolo urlato fin dai giochi di parole alquanto attuali (“PISS! PEAS! PEACE!”).

Loro sono un quartetto classico formato da Francesco Brandolini, Federico Canducci, Francesco Lucchi e Lorenzo Ricci, che si sono lasciati coinvolgere da parecchie influenze che rendono l’album vario e più che interessante fin dall’iniziale Esquisito River, che parte come una classica punk-song alla Bad Religion, ma che ha nel mezzo un momento più etereo da stoner-rock anni Novanta. E, bene o male, tutti i brani giocano sull’alternanza tra momenti furiosi e altri più rallentati, come Whyte Rabbyt, che fin dal titolo gioca coi classici del flower power per un brano tutto accelerate, frenate e ripartenze, e ascoltate anche Doodly Doo, uno dei brani migliori della raccolta, che arriva ad un insolito minutaggio oltre i cinque minuti proprio in virtù dei tanti cambi di registro. L’ironia di alcuni titoli fa capire anche il tono sarcastico e canzonatorio delle loro canzoni, a partire dai nomi storpiati di titoli come James Pond o Sydney Weenie, che potrebbe appartenere al repertorio di Henry Rollins anche per l’attitudine allo stile declamatorio del cantante Brandolini, sia che si tratti di temi politici (President Alien, brano quasi space-rock in stile Hawkwind, e altro gioco di parole, stavolta relativo al noto fumetto e serie TV), sia di temi più legati all’amore universale (Fury, anche questa un muro di chitarre sferraglianti intramezzato da un momento quasi riflessivo).

Chiudono il disco lo sproloquio psichedelico di Majestic Silver Seas, e l’ultima devastante invettiva di Telejunkies. Il disco è stato anticipato da tre video musicali curati dallo stesso Brandolini, tutti con lo stesso protagonista mascherato da alieno che viene prima inseguito dalla polizia in Fajitas (Poliz Navidad), poi diventa lui stesso un predicatore per le masse (Whyte Rabbyt), fino a ritrovarlo Presidente di un mondo ormai completamente svuotato (President Alien). Registrato in presa diretta, PISS! PEAS! PEACE! è una conferma dal basso su quanto un certo tipo di rock possa ancora avere la forza di raccontare il presente con ironia e giusta rabbia.

Nicola Gervasini

VOTO: 7

giovedì 14 maggio 2026

Danny George Wilson

 

Danny George Wilson 

Arcade

Loose Music

***1/2

 

Partiamo subito dai consigli retroattivi: se non avete mai incrociato la musica dei Danny & The Champions of the World, siete ancora in tempo a recuperare alcuni brillanti titoli come Stay True (2013), What kind Of Love (2015) e Brilliant Light (2017). Erano dischi intrisi di filosofia blue-collar, con fiati soul sospesi tra Van Morrison e il Jersey-sound alla Southside Johnny, tanto rock da “Friday Night” post-lavorativo al pub insomma. Nulla di nuovo e strano, se non fosse che la band non veniva dagli USA, ma da Londra, anche se il suo leader Danny George Wilson vanta origini australiane.

Parlo di dischi ormai leggermente datati perché dopo il maturo capitolo del 2017, Danny George Wilson si era preso una pausa, utile a pubblicare nel 2021 un primo disco da solista intitolato Another Place, che vantava collaborazioni di nomi importanti come Jeff Tweedy, Emma Swift e Gerard Love dei Teenage Funclub, album che già evidenziava una svolta più cantautorale. Pareva quindi solo una parentesiz, visto che lo scorso anno i Danny & The Champions of the World erano tornati dopo sette anni di silenzio con un album, You Are Not A Stranger Here, che faceva però capire che qualcosa era ormai cambiato nelle mire artistiche di Wilson. Melodie più costruite e più eteree, più apertura mentale negli arrangiamenti, insomma, era evidente Wilson aveva cominciato a credere anche nelle sue doti di autore e non solo di ottimo performer. Non sorprende quindi che il secondo capitolo da solista intitolato Arcade segua un sentiero ormai totalmente lontano dallo spirito iniziale.

Wilson infatti offre un disco che affonda i piedi in certo cantautorato degli anni Sessanta o Settanta che amava orchestrazioni e spleen autunnali, e in più di un caso sul disco aleggia lo spirito di Bill Fay (sentite la piano-song Before September ad esempio). Per cui non più musica da venerdì sera al bar, ma da grigia domenica pomeriggio nel salotto di casa, immersi nella malinconia dei propri pensieri (il disco ha comunque un mood decisamente triste), e nella grandiosità di arrangiamenti orchestrali di Strange Weather o quelli più sperimentali di Golden Decay e Lost. A volte forse nella frenesia di diversificare le soluzioni esagera un po’ con le tastiere (Distant Seasons) o non riesce a non far scivolare la title-track un po’ nel ripetitivo, ma la bellissima Grain Of Sand, con il suo Wurlitzer in primo piano, o il duello tra acustiche ed elettriche di Masquerade, colpiscono nel segno. Prodotto da Hamish Benjamin, il disco conferma la collaborazione con Gerard Love e aggiunge le preziosi voci di Annie Dressner e Emma Tricca.

 

Nicola Gervasini

venerdì 8 maggio 2026

TIM EASTON

 

Tim Easton

fIREHORSE

Campfire Propaganda

***1/2

Tim Easton è uno di quei classici artisti che si segue per la sua musica, ma anche per il gusto romantico di amare uno degli ultimi veri troubadour itineranti del mondo roots americano. È uno di quei nomi che difficilmente appare nelle classifiche dei dischi epocali, anche in ambito roots-rock (Ammunition del 2006 e Porcupine del 2009 sono i suoi titoli più apprezzati in ogni caso), nonostante porti avanti ormai da più di trent’anni una carriera discografica di tutto rispetto. Forse la grande occasione l’ha persa in gioventù, quando nel 1996 esordì con la band alt-country degli Haynes Boys in un’epoca in cui il genere aveva ancora un certo appeal per il mercato discografico, ma da allora porta avanti la sua storia artistica in posizione defilata. È però un artista che garantisce da sempre ottimo songwriting e una buona cura nel confezionare gli album, e non fa eccezione neppure questo fIREHORSE.

Il concept del disco parte dal dipinto in copertina realizzato dalla sorella Susan Easton Burns, un cavallo in fiamme, ma le canzoni sono comunque slegate da un filo conduttore preciso, se non le storie raccolte nella sua vita raminga. Il piatto offre giri blues gestiti con grande esperienza (River, 615 Heartbreaker), pigre ballate country (Cottonfields), ballate d’autore (Heaven & Hell) e momenti elettrici da southern rock come Son Of A Tyrant. Sono storie personali nate nel suo girovagare il mondo come musicista quelle di Never Punch the Clock Again e HWY 62 Love Song, piccole visioni del mondo, a volte purtroppo realistiche e attuali (Another Good Man Down parla di violenze da strada), a volte semplici appunti motivazionali (Don’t Let Your Mind Grow Dark). Bizzarro il testo di Hallelujah, dove Easton racconta i suoi giorni durante la caduta dell’impero di Nicolae Ceaușescu in Romania (era il 1989).

Produce il tutto Kevin Nolan, facendosi aiutare da quotati session-men solitamente al servizio della stellina Country Lainey Wilson, ai quali Easton racconta di aver ha consegnato una copia di Time Out Of Mind di Bob Dylan e di Bring the Family di John Hiatt non per copiarli, ma a titolo di ispirazione di suoni e attitudine. Il disco è stato finanziato con successo tramite Kickstarter, e conferma limiti e pregi di una visione artistica volutamente senza clamori e da retrovie dello star-system.

 

Nicola Gervasini

 

sabato 2 maggio 2026

Jake Kohn

 

Jake Kohn

Where Do We Go from Here? (Live From The Barn)

Lockeland Springs/Atlantic Records

***1/2

A guadarlo in faccia lo si potrebbe immaginare come il pronipote di Duane Allman, ma il diciottenne Jake Kohn non è figlio o nipote d’arte, anche se il suo album d’esordio Where do We Go from Here?, uscito solo pochi mesi fa, poteva tranquillamente farlo pensare. E’ solo un incoraggiante segnale che qualcosa ancora bolle nel pentolone di certo cantautorato americano, sospeso tra evidenti influenze southern rock (la voce è perfetta per il genere), e velleità da grande songwriter tradizionale.

Where Do We Go from Here? (Live From The Barn) è tra l’altro una strana operazione, decisamente non in linea con la modernità, primo perché i live-records stanno diventando sempre più rari e meno apprezzati nell’era dello streaming, secondo perché poi il disco non fa altro che riproporre l’esordio in versione da palco. Vezzo inutile o prodotto “only for fans” si potrebbe pensare, ma a noi dà la possibilità di tornare innanzitutto su un album che davvero rappresenta uno dei migliori esordi degli ultimi anni (e non ce ne sono poi molti su questo terreno, purtroppo), e, inoltre, siccome è normale che quando un ragazzino a 17 anni registra un disco così maturo si tenda ad essere sospettosi sugli abili aiuti tecnici da parte della produzione, il disco attesta che, nella loro versione live, queste canzoni suonano ancora più rauche e arrabbiate degli originali, rendendole più credibili.

Insomma, scopritelo pure anche partendo da qui Jake Kohn, perché Live From The Barn fa di brani già notevoli come The Last One, Frostbite o Dreams dei nuovi piccoli classici, nonostante la band resti comunque in secondo piano senza farsi troppo notare, e lui si prenda tutta la scena con la sua energia e il suo vocione. Basta anche sentire la stessa Where do We Go from Here?, che nella versione studio ha un mood melanconico sottolineato da un violino in primo piano, mentre nella versione live diventa quasi un rock da combattimento alla Jesse Malin, o lo stesso trattamento di “inselvaticamento” riservato al country di Lorraine. La versione live – splendida - di Nutshell degli Alice in Chains perde la collaborazione di Marcus King di quella in studio, ma mantiene quella di Zac Townsend, guadagnando se possibile ancor più senso tragico, esattamente come la dylaniana Before I Do, perdendo la voce di Wyatt Flores dell’originale, si trasforma in urlo di battaglia in una versione che chiude alla grande lo show.

Sta qui il senso di una operazione particolare, quella di mostrare fin da subito la propria “dark side of the moon”, forse conscio che le versioni in studio, per quanto riuscitissime, mancavano di quell’elemento fatto di sudore e energia che Live From The Barn ben evidenzia, e cioè di quella cosa che poi chiamiamo banalmente “spirito rock and roll”.

Nicola Gervasini

HANDSOME JACK

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