giovedì 30 aprile 2026

Florence and the Machine

 

Florence and the Machine - Everybody Scream

2025, Polydor

 

Li si attendevano al varco i Florence and the Machine per questo loro sesto album, dopo che Dance Fever aveva ricevuto consensi contrastanti (ma per il sottoscritto il disco migliora col tempo). Reduce da un periodo non troppo facile anche per questioni di salute, Florence Welch ha anticipato il disco con indizi sibillini (tipo che il disco sarebbe stato come uno scontro tra gli Swans e Adele), e tante foto che la vedono spesso assumere pose da dark lady, come anche poi la copertina di Everybody Scream, sospesa tra il sexy e il drammatico, ha poi confermato.

Una cosa certa è che la band (7 elementi oltre a lei), dopo un album molto essenziale, stavolta ha voluto allargare il suono facendosi aiutare dal chitarrista degli Idles Mark Bowen (produttore, musicista ma anche soprattutto co-autore di molti dei brani qui presenti), ma anche di molti artigiani dell’elettronica che hanno ammantato di suoni, drum machines e effetti le canzoni dell’ album, e qui non si può non citare il contributo evidente di Danny L Harle, collaboratore stretto di Caroline Polachek (ma tra i produttori e collaboratori, va segnalato anche Aaron Dessner, chitarrista dei National).

Il risultato è che fin dai primissimi giorni della sua uscita il disco sta facendo il botto (per quel che vale oggi, in UK è schizzato al primo posto della UK Chart), e sembra che questa nuova veste, sospesa tra indie d’autore alla PJ Harvey ed elaborato pop radiofonico (per cui la Polacheck potrebbe essere davvero un riferimento possibile), stia piacendo parecchio. Di fatto i toni sono da grande produzione, e la stessa title-track in apertura aggredisce l’ascoltatore coi suoi schiamazzi e la sua energia, il che pare essere anche in qualche modo in contrasto con testi, che invece appaiono ancora più personali, come evidenzia subito il secondo brano One Of The Greats.

Ovunque è un tripudio di archi, fiati, percussioni e tastiere, con chitarre in secondo piano (ma il lavoro di Bowen si sente quando è necessario), in cui vengono calate canzoni convincenti sia come scrittura che appeal radiofonico come Witch Dance o Perfume And Milk, episodi dark-folk come Buckle o Music By Men, o brani che mantengono il tipico marchio di fabbrica della band di partenza lenta con esplosione improvvisa nel chorus come The Old Religion o You Can Have It All. Su tutte spicca l’intensa Drink Deep, forse il brano che più attesta che la Welch ha diritto a stare tra i grandi della musica contemporanea. And Love chiude in maniera riflessiva un disco abile nel gestire tanti spunti senza apparire troppo barocco e sovra-prodotto.

 

VOTO: 8

Nicola Gervasini

martedì 28 aprile 2026

Marco Simoncelli

 

Marco Simoncelli

Prima di Morire

Auditoria Records, 2025

File Under: Di Amore e di Politica

I segnali di cambio di rotta erano già evidenti nell’album Breejo del 2022, ma la trasformazione di un armonicista blues come Marco Simoncelli in un cantautore di stampo classico è in questo nuovo Prima di Morire ancora più evidente. Non che la passione per l’armonica e la musica del diavolo sia passata, ma è evidente che Simoncelli abbia voluto portare la sua scrittura su territori lontani dalle 12 battute. Anche perché nel frattempo ha affinato una vis polemica su temi sociali che cercavano uno sfogo più adatto, come ben descrive la jazzata Di Amore e Di Politica, che funge un po’ da sintesi del tema portante dell’album (“Canzoni per la storia di un amore, Di quelli che non durano in eterno, Canzoni per parlare male del Governo, Oppure scrivere del mondo che vorrei”). Ma l’iniziale Il Circo, impietosa descrizione del mondo moderno senza troppi peli sulla lingua (“Ci tengono distratti col circo e con la fica”), fa capire subito che ci sarà rabbia e amaro sarcasmo da sfogare in tutte le canzoni. E anche musicalmente le tastiere di Joseph Nowell, principale collaboratore dell’album, fanno capire che si spazierà spesso e volentieri in altri mondi musicali, come pare chiaro dal quasi reggae Ma Non Mi Dire, “anti-war song” intrisa di disperazione.

Nel booklet ce lo presentano i giornalisti musicali Aldo Pedron e Fabio Villa, ma si segnala anche l’accorato apprezzamento scritto da Iva Zanicchi, che in particolare apprezza Fra Martino (anche questa invettiva contro i social, con punta di nostalgia verso il modo di comunicare più umano del passato) e l’omaggio a Lucio Dalla di ll Cantautore Lucio (bella piano song con gioco di archi e un testo che gioca a citare i versi di Disperato, Erotico Stomp). Una influenza evidente quella di Dalla, quanto magari quella di artisti meno inquadrabili come Alberto Fortis (la divertente Pollo al Berbecue sarebbe nelle sue corde) o Sergio Caputo (Carolina, canzone sull’”estetica del social” infarcita di fiati e sapori soul, gli piacerebbe parecchio).

Altrove Simoncelli offre numeri da scafato chansonnier come Natale Triste (preghiera laica ai “Masters of War” odierni), e chiude il tutto una Come Sarebbe Bello, in cui torna con anche una certa feroce disillusione (ma anche una ironia quasi da stand-up comedian) nel parlare della propria vita privata. Prima di Morire è una sorta di concept album sui cinquantenni di oggi e le loro difficoltà ad accettare i cambiamenti epocali della storia e i ritmi e le modalità della comunicazione dei giorni nostri (“Dimmi, che cosa te ne fai di tutta quella poesia? Quando alla radio si trasmette solo porcheria!”), un disco che si schiera apertamente pur restando una ben prodotta fotografia del presente ad uso di tutti.

 

Nicola Gervasini

 

martedì 14 aprile 2026

SMASH PALACE

 

 

Smash Palace

87

Dualtone

***1/2

Era il 1985, tempi in cui un contratto con una major (la Epic in questo caso) poteva svoltare la vita anche ad una band come gli Smash Palace, quartetto del New Jersey che fin dal 1981 aveva infiammato non pochi locali col nome Quincy (ci pensò Quincy Jones a fargli cambiare nome minacciando cause legali). Il loro esordio omonimo fu anche promosso con doveroso video in heavy rotation su MTV (Living on the Borderline), la label li mandò in tour come spalla dei Mr. Mister (ai tempi dei big, grazie alla hit Broken Wings), ma le vendite furono considerate scarse. Per il secondo album quindi il loro manager li convinse a passare alla Polygram, ma lasciarono la Epic senza ancora il contratto in tasca, e il manager si volatilizzò assieme al promesso contratto con la nuova major mentre già stavano registrando le nuove canzoni. I due leader, i fratelli Stephen e Brian Butler, hanno poi tenuto viva la sigla tra stop e riprese e inevitabili alti e bassi di una carriera da outsider, in alcuni casi anche recuperando già alcune di queste canzoni in dischi successivi.

Ci pensa oggi la Dualtone a stampare 87, il mai uscito secondo album, ed è una bella riscoperta, non perché tra questi brani ci potesse essere una potenziale hit che li avrebbe lanciati (anzi, la mancanza di un singolo accattivante fa capire come mai nessuno si sia poi fatto avanti per comprare i diritti dell’album), ma perché qui si parla di un’era in cui i dischi si registravano in studio con produttori e tecnici di primo ordine e con la dovuta attenzione ai particolari. E il confronto qui si può fare perfettamente, perché dei dieci brani, 5 sono gli originali del 1987, 5 sono invece demo di quelle session ritoccate dalla band di oggi (riunita nella formazione originale per l’occasione). Insomma, gli Smash Palace hanno finito un lavoro lasciato a metà nel migliore dei modi, fornendo una serie di intriganti canzoni che, fin dall’iniziale Bitter Blue, richiamano i Psychedelic Furs (con il loro leader Richard Butler, Brian Butler condivide cognome e timbro di voce), ma la label per presentarli cita Tom Petty, Cheap Trick, Marshall Crenshaw e gli Smitheerens, e vi assicuro che nessuno di questi nomi pare del tutto fuori luogo. Era un rock and roll che in qualche caso flirtava parecchio con il power-pop e la new wave, con brani che stanno tra i Godfathers (Poor Man’s Paradise) o gli Stranglers (Top Of The World), che trasudano rock da bassifondi (I’ll Be There, questa sì “pettyana”) o che più che del New Jersey, li fa sembrare una band australiana sospesa tra Hoodoo Gurus (Everything Under The Sun) e Died Pretty (Imaginary Lines). Erano gli anni Ottanta in ogni caso, e il pegno al pop radiofonico dell’epoca è pagato con brani come Along For The Ride o Centipede, che ricordano quasi gli ABC (che nel genere suona come un complimento), e in First Time Of Everything affiora anche una drum machine d’altri tempi. Un recupero doveroso.

Nicola Gervasini

mercoledì 8 aprile 2026

Langhorne Slim

 

Langhorne Slim

The Dreamin’ Kind

Dualtone

***

Ci sono dischi di autori sconosciuti che ad un certo punto diventano importanti grazie al continuo passaparola tra appassionati, probabilmente il genere di distribuzione “low cost” più auspicata da un autore esordiente o quasi. Accadde ad esempio al disco When the Sun's Gone Down di Langhorne Slim alla fine del 2005, disco che la piccola label newyorkese Narnack Records era riuscita a distribuire un po’ ovunque nel globo, grazie ad una costante promozione degli ascoltatori. Probabilmente ci mise troppo tempo a dargli un seguito (uscito poi nel 2008), tra l’altro con un album senza titolo, quasi a voler intendere una nuova ripartenza dopo gli anni di gavetta indipendente, ma quel disco e il successivo Be Set Free del 2009 non vennero accolti con lo stesso calore. Da allora Langhorne Slim ha pubblicato solo 3 album prima di questo nuovo The Dreamin’ Kind, rimanendo sempre in quella sfera di artisti con un fedele seguito di appassionati, ma mai abbastanza capaci di quel passo in più per diventare personaggi di primo piano, anche nel panorama indie-folk odierno. E questo nuovo album ne conferma pregi e difetti, così come la sua unicità e i suoi limiti.

L’impianto da una parte è sempre quello classico dell’indie-folk di vent’anni fa: da una parte brani malinconici, spesso basati su chitarra acustica o mandolini (Stealin’ Time insegue addirittura la lezione melodica di Cat Stevens), tante orchestrazioni (Dance On Thru), atteggiamento dimesso e nessuna ostentazione di tecnica, ma dall’altra anche un nuovo registro più rock grazie alla produzione di Sam Kiszka dei Greta Van Fleet, che si traduce in brani come l’iniziale Rock N Roll, con i suoi riffoni da hard-rock band anni Settanta, il giro più electric-blues di Loyalty, il southern rock di Haunted Man, o il quasi punk-rock da cantina di Strange Companion. A tratti sembra quasi di risentire gli Eels del periodo Souljacker per come anche Langhorne Slim abbia voluto provare a stravolgere la grammatica rigida, e poco avvezza a stranezze, del rock da radio FM, e in parte ci riesce, anche se resta la sensazione che sia un pesce fuor d’acqua nel genere. Altrove prova a darsi al tex-mex (la morriconiana Rickety Ol' Bridge), al gospel (Lord, un numero in zona Dylan epoca Shot of Love), ma poi è più incisivo quando fa cose più semplici come la bella ballad in up-tempo di Possessive o l’orchestrata Dream Come True. Il tentativo di fare un disco al di fuori della sua routine è palese, e il risultato sicuramente è godibile, per quanto l’appuntamento con il disco che svolta una carriera mi pare mancato.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 3 aprile 2026

AMY SPEACE

 

Amy Speace

The Blue Rock Session

(2025, Amy Speace)

File Under:  Home Sessions

Seguo da anni la carriera di Amy Speace, autrice sospesa tra folk, country e semplice cantautorato, che vanta ormai una cospicua discografia arrivata al dodicesimo capitolo con questo The Blue Rock Session. Che, diciamolo subito, non è esattamente l’episodio più indicato per fare la conoscenza con la sua penna e la sua sensibilità (per quello magari recuperate Songs For Bright Street del 2006 e The Killer In Me del 2009), in quanto trattasi di un home-record per voce e chitarra acustica con una scaletta stilata più col cuore che con la ragione.

Tra questi 11 brani, infatti, troverete nuove composizioni e remake di brani già editi, per cui non è forse esatto parlare di nuovo album, anche se le note di copertina evidenziano quanto lei senta che ci sia una sorta di filo conduttore tra questi brani, nati in un periodo doloroso della sua vita per via di una separazione sentimentale. La buona notizia è che comunque i nuovi brani la vedono coinvolta e ispirata, e sebbene il “mood” non sia dei più allegri, trova anche il modo di iniziare in modo ironico con On A Monday in London, canzone dedicata ai tanti concerti semideserti che artiste come lei devono accettare girando per il mondo (il titolo nasce da un messaggio dell’organizzatrice di una serata che le diceva “non so se stasera verrà gente, tieni conto che piove ed è un lunedì a Londra”). Altrove c’è una ricerca di salvezza attraverso una propria personale via di vivere la spiritualità in God Came To Me (lei è presbiteriana), ma anche l’esorcizzazione del dolore della separazione di In This Home, incentrata sul concetto dia accettare che quella che era “la nostra casa” diventi “la mia casa”, o di Out of the Blue, unica piano-ballad della raccolta insieme alla nuova versione di Both Feet On The Ground . The Mother invece è la canzone più recente, scritta nella residenza di Blue Rock dove ha registrato il disco, e dove dopo dolo una settimana di permanenza la zona ha subito una pesantissima inondazione, mentre Dream of the Hawk ha la curiosa genesi di essere stata scritta in 30 minuti prima di un festival folk a tema sul Sogno.

Tra i recuperi invece si segnalano una Kindness dai sapori celtici, scritta da Ben Glover, ma già pubblicata in versione al piano per Me and the Ghost of Charlemagne, così come The Sea and the Shore nasceva da una collaborazione con Robby Hecht per l’album How To Sleep In A Stormy Boat, continuata anche per scrivere l’invettiva politica anti-trumpiana di I Found A Halo, che era rimasta inedita, ma che mai come oggi era il caso di riesumare, mentre Weight of the World era una hidden track di The Killer in Me che ha voluto rifare ispirata da una versione offerta da Judy Collins nell’album Paradise nel 2009. Il tutto viene eseguito con il dovuto trasporto, ma anche una certa piattezza dell’insieme che già rende a volte i suoi dischi poco dinamici. E’ un disco nato principalmente per essere venduto ai concerti, con tanta carne al fuoco, ma magari non a tutti piacciono le grigliate così poco condite.

Nicola Gervasini

 

giovedì 2 aprile 2026

Brandi Carlile

 

Brandi Carlile

Returning to Myself

Lost Highway 2025

File Under: Personal Wars

Il titolo Returning to Myself è più che chiaro su quale sia l’impostazione dell’ottavo disco in studio di Brandi Carlile, una sorta di dichiarazione di bisogno di intimità e di meno luci della ribalta. Cantautrice a noi cara fin dai suoi primi passi (The Story del 2007 resta uno dei dischi fondamentali del cantautorato femminile degli anni 2000), la Carlile è nel tempo diventata un personaggio importante nel mondo culturale americano per le sue lotte e la sua Looking Out Foundation, organizzazione da lei fondata nel 2008 (con a capo sua moglie Catherine Shepherd, per dieci anni dirigente delle iniziative benefiche di Paul McCartney), e che ha lanciato tante battaglie umanitarie non particolarmente care alla politica americana odierna. E da qui parte anche il nuovo album, perché in un disco che si dichiara intimista diventa per lei naturale piazzare un brano come Church & State, veemente (anche musicalmente, unico brano “rock” del disco non a caso) invettiva anti-trumpiana scritta col cuore.

A questo si aggiunge anche un certo successo di pubblico, con operazioni anche da vero star-system nashvilliano come il supergruppo country delle Highwomen creato nel 2019, e ovviamente il recente disco a due mani con Sir Elton John, suo mito personale (nella Reissue del suo primo album una delle bonus track è una sua versione di Sixty Years On ad esempio, ma qui basta anche sentire A Woman Overseas per sentirne la forte influenza, o scoprire che You Without Me è un rework di un brano a firma John/Taupin).

Returning to Myself conferma in regia lo stesso produttore di Who Believes in Angels? Andrew Watt, probabilmente il nome più richiesto al momento per come sa far suonare moderne anche canzoni di vecchio stampo, anche se personalmente trovo il suo suono un po’ troppo “streaming-friendly”, in questa come in altre occasioni (passa con disinvoltura dai Rolling Stones, Iggy Pop o Pearl Jam a Lady Gaga o Justin Bieber non a caso). Qui però alla produzione e in session ci sono anche Justin Vernon alias Bon Iver e Aaron Dessner dei National, e questo team spettacolare, e più che mai diversificato, pesa molto sul risultato finale nel bene e nel male.

Ma quello che fa di Returning to Myself un disco importante sono le canzoni, che dimostrano come la Carlile abbia mantenuto nel tempo una qualità compositiva di gran livello, anche quando magari la produzione non è delle più adatte. La critica che le si può muovere è magari una certa indecisione tra i toni di folk intimo di alcune canzoni (la title-track, Anniversary, o una Joni che dice tutto fin dal titolo), e un suono più pop e barocco che la fa quasi somigliare ai Florence & The Machine in certi casi (Human, A War With Time, No One Knows Us), non sciogliendo quindi il dubbio su dove voglia andare a parare musicalmente. Paradossalmente proprio l’ultimo brano A Long Goodbye, col suo pigro incedere springsteeniano, è l’unico episodio spoglio degli orpelli produttivi che un po’ appesantiscono un disco comunque bello e importante, e fa capire che comunque il successo non le ha mai fatto perdere la strada maestra.  

 

Nicola Gervasini

Danny George Wilson

  Danny George Wilson   Arcade Loose Music ***1/2   Partiamo subito dai consigli retroattivi: se non avete mai incrociato la music...