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giovedì 27 gennaio 2011

SOLOMON BURKE & De Dijk - Hold On Tight


Proviamo a valutare l'accaduto dal punto di vista dei De Dijk: che Solomon Burke, probabilmente il più grande soul-singer in vita, fino a poche settimane fa, decida di fare un disco di cover inglesizzate di una sconosciuta soul-band olandese, abituata tra l'altro a pubblicare dischi nella inesportabile lingua madre, suona più o meno come se Bob Dylan pubblicasse un disco dei migliori brani dei Mandolin Brothers o Bruce Springsteen producesse un bel "The Cheap Wine Sessions". Per cui potete ben immaginare quale fibrillazione provasse Huub Van Der Lubbe, leader di una band che in patria pubblica dischi colorati di black music fin dal 1982, mentre attendeva l'arrivo di Burke in quel fatidico 10 ottobre scorso. C'era un grande concerto da fare insieme, la consacrazione di una oscura carriera da outsider europei, coronata da un così enorme (in tutti sensi) sponsor. Ma la Nera Signora, si sa, ama gli scherzi di cattivo gusto, e così ha deciso che era ora richiamare il nostro Solomon ai suoi doveri di anima eterna e gli ha fatto cedere il cuore (che tante ne ha viste e passate, da non essersi poi tanto ribellato all'idea di un po' di riposo) proprio nell'aeroporto di Amsterdam.

Per cui noi piangiamo la dipartita di una voce fantasmagorica, che in questo decennio che volge alla fine ci ha regalato perlomeno tre grandi dischi da ricordare vita natural durante, ma il buon Van Der Lubbe e compari piangono la fine di un sogno proprio sul più bello. Fortuna loro che la Nera Signora ama evidentemente la soul-music di prima qualità, perché ci piace pensare che abbia ritardato l'appuntamento a Samarcanda di Burke solo per permettergli di conoscere casualmente nel corso di un festival i De Dijk, e con loro registrare questo Hold On Tight. Che è il disco più genuinamente soul e "marchiato Solomon Burke" di tutta la sua tarda carriera, perché non confezionato con l'ausilio di un grande produttore (Joe Henry e Don Was furono i registi della rinascita di questi anni 2000), e nemmeno con l'utilizzo di brani sovra-firmati (non più cover di Dylan, Van Morrison o Rolling Stones dunque) o di tradizioni musicali già pre-confezionate (quella country, rivisitata nell'ottimo Nashville, ad esempio). Qui ci sono solo brani a noi sconosciuti (impervio sarebbe il tentativo di recuperare gli originali in olandese), che suonano tutti come se fossero degli imprescindibili classici, e realizzati come se non importasse molto doversi accorgere che siamo nel 2010 e non nel 1964, ma nemmeno senza scimmiottare troppo il sound arcaico del Burke più giovane e spavaldo.

E' semplicemente la soul-music di oggi: fiati caldi, organi hammond, chitarre discrete e tante influenze extra-genere. E poi quella voce, quel trasporto nel cantare, quell' emozione che solo Solomon, uomo fisicamente immobile e inespressivo, riesce a trasmettere da sempre in maniera unica e inimitabile. Punto in più poi per la varietà d'idee offerta dai De Dijk, che non si sono limitati solo a fornire soul-music da manuale (la title-track che apre è già un evergreen), ma hanno portato Burke anche sui territori della folk-ballad (la splendida My Rose Saved From The Street, un brano che sarebbe piaciuto molto a Willy DeVille, guarda caso richiamato nel piano di Good For Nothing) o del cajun acustico alla JJ Cale di More Beauty. Per il resto è pura festa soul al 100% (Text Me, unico brano a firma Burke), piena di energia (What A Woman o l'irresistibile I Gotta Be With You), o ballatone strappalacrime in pura tradizione (No One). In ogni caso tutto fila via alla perfezione (ma quanto è bella e tesa The Bend?), come anche la Perfect Song che chiude in stile da tragedia raminga il miglior epitaffio che un artista potesse desiderare. Un addio da piangere davvero, so long Solomon.
(Nicola Gervasini)

lunedì 24 gennaio 2011

THE FAMOUS - Come Home to Me


Mentre ascoltavo Come Home to Me dei Famous lo sguardo mi è caduto sulla bacheca dei cd, nella zona "roots anni 80" (sono del partito a favore dell'archiviazione tematica e non alfabetica dei cd), più o meno su titoli tipo Tales Of The New West dei Beat Farmers o una esauriente raccolta dei Jason & The Scorchers, e mi sono reso conto che 25 anni fa un disco del genere ci avrebbe fatto uscire di testa proprio come quelli di quei bravi fuorilegge del rock. Ma il 2010 è un anno ben poco adatto per ripresentarsi come la prima band di "Post-Punk Americana" (sic), per giunta sputata fuori da una San Francisco che in materia ultimamente sembrava divenuta più provincia della vera provincia americana. In questi dieci brani (più uno strumentale finale intitolato Under The Stars che, assieme a Happy, piacerebbe molto a Quentin Tarantino per un bel remake di uno spaghetti western) scorre quel mix di country classico, punk californiano e quella estroversa baldanza che solo i dischi degli anni '80 riuscivano ad avere. Insomma si ritorna al cow-punk, al roots-rock e a tutto quel mondo underground di allora che sta culturalmente alla base della nostra testata.

In mezzo poi c'è stata l'"Americana" che loro stessi aggiungono all'auto-definizione, vale a dire quella tendenza a cercare anche il tocco d'autore, a non aver paura di sembrare tradizionalisti finendo per essere rivoluzionari, insomma lo spirito che anima i momenti più ragionati di questo disco come Moving On o Cold Tonight. Ma è evidente che il leader Laurence Scott (voce, chitarra, penna) e i suoi ragazzi (il chitarrista e produttore Victor Barclay e la sessione ritmica formata da Chris Fruhauf e G.D.Hensley) cercano anche in studio (anzi, nei ben 6 diversi studi utilizzati per le registrazioni) quello che evidentemente offrono dal vivo con gran soddisfazione di tutti: energia, divertimento, il suono del mito americano unito a quello della rabbia giovanile come solo nella West Coast la sanno cucinare da anni, l'ironia di una Off My Mind o la cavalcata verso l'orizzonte di una Without You.

Ecco, Come Home To Me oggi non ci sorprende più, e probabilmente nasce senza volerlo fare, è il classico disco di una band che ha esordito nel 2005 con un primo cd (Light, Sweet Crude) venduto praticamente solo ai concerti, e che si sarebbe accontentata anche solo di quello se qualcuno non gli avesse probabilmente fatto notare che era ora di farne un secondo, giusto perché la gente dopo il concerto non debba spendere i propri soldi esclusivamente in birre, facendo felici i gestori dei locali, ma un po' meno le tasche dei musicisti. Nulla toglie che in questi 49 minuti ci si diverta eccome, che la title-track (un jug-band country?) e una poppeggiante Perspicacious inducono ad una sana pressione del tasto repeat, che qualcosa magari non convince (Mano Negra, un vero pasticcio),ecc, ecc. Ruspanti e di sostanza, come si conviene a dei veri cow-punks del 2000.
(Nicola Gervasini)

www.thefamous.net
www.cdbaby.com/cd/TheFamous2


sabato 15 gennaio 2011

WOOLDRIDGE BROTHERS - Days Went Around


Scott and Brian Wooldridge sono due veri veterani della roots-music, eppure la sigla Wooldridge Brothers resta sconosciuta ai più. Colpa della mancanza nella loro discografia del disco giusto al momento giusto, e colpa del fatto che i due non si sono mai dannati l'anima a pubblicare dischi con regolarità. Eppure avevano tutto: uno stile vocale molto simile a quello dei Jayhawks (zona Tomorrow The Green Grass), una vena pop in grado di sfornare negli anni 90 una serie di singoli pop-rock per qualche serie TV e un album (Star Of Desire del 1995) che rivaleggiava ai tempi con molti altri roots-duo come Billy Pilgrim o i Jackopierce prodotti da T-Bone Burnett. Aggiungeteci quel nome suggestivo che negli States ricorda a tutti una delle più famose e famigerate società minerarie dell'800, e avrete un quadro completo di un gruppo ingiustamente dimenticato. Noi ne avevamo già parlato nel 2003 in occasione dell'uscita dell'antologico The Unreel Hits, un buon modo per riscoprire il loro sound originale a base di heartland-rock e jingle-guitars alla REM.

Esattamente la stessa formula ritrovata in questo Days Went Around, uscito in sordina già lo scorso anno, ma ora distribuito anche in Europa, e qui ci scappa un "meno male", visto che pur se lontano dall'essere il disco che li consacra ad una storia a cui non apparterranno mai, questa manciata di canzoni riscopre un gusto easy di fare musica americana che sembra ormai perso (i Bodeans, maestri del genere, un disco così non lo fanno da almeno 15 anni…). Prendete ad esempio Thumbs, un'apertura di cd decisa e che vi sembrerà di aver già sentito da qualche parte tanto è capace di imprimersi nella mente fin dal primo ascolto (non a caso alle tastiere c'è un signor Peter Holsapple, ex DB'S e membro aggiunto dei REM negli anni 90, probabilmente il loro nume tutelare più evidente), prendete la gioia che passa nelle note di Coffee Spoons e This Rain, o magari il triste grigiore di Connecting To Aphrodite, esempi di un rock perduto negli anni, quando le chitarre acide e sixties di Does She Love Me Loud o una acoustic-ballad leggera e scanzonata come Mashup Dreams convivevano felici nei college americani dei primi anni 80.

Days Went Around non è solo un nostalgico tuffo nel passato, ma anche una prova di due vecchi stroytellers ancora in grado di sfornare una bella romanza americana come Caledonia Creek, una di quelle epopee che solleticano la nostra più fervida fantasia letteraria fatta di libri di Corman McCarthy, per non parlare dell'orgia di percussioni e fisarmoniche di Your Habit, brano che ricorda tanto i mai dimenticati (da noi perlomeno) Havalinas. Nomi vecchi, nomi che agli under 35 potrebbero dire veramente poco, e forse troveranno pochi spunti di interesse anche negli arpeggi di Desiree, roba che Peter Buck macinava già quando era poco più di uno studente (il riff assomiglia a quello di The One I Love per intenderci). Manca il genio, manca lo spessore storico e l'irrinunciabilità delle canzoni, eppure questa musica ci piace ancora….riuscite a perdonarci per questo?
(Nicola Gervasini)

www.wooldridgebrothers.com
www.myspace.com/wooldridgebrothers

mercoledì 12 gennaio 2011

RON WOOD - I Feel Like Playing


"Ho da fare il mio album solista" diceva Ron Wood nel 1974, e quel titolo del primo album sembrava quasi una triste resa piuttosto che un fiero urlo di battaglia. I Faces erano finiti, Jeff Beck era ormai su altre rotte musicali e lui per la prima volta si trovava da solo. Nonostante il successivo Now Look abbia venduto pure bene, oggi probabilmente non saremmo qui a parlare di lui se non avesse avuto il tocco giusto per intersecarsi con Keith Richards, l'aria meno da sfigato di Mick Taylor, e soprattutto nessuna voglia di togliere spazio sul palco a Mick Jagger. Non ha mai smesso di fare i suoi album, ora va al ritmo esatto di uno ogni 9 anni, e saremmo qui a copiare le parole spese per Slide On This del 1992 o Not For Beginners del 2001 (classe, grandi ospiti, ma mancano voce e canzoni) se non fosse che I Feel Like Playing racconta, per la prima volta, una storia diversa. C'è il know-how da veterano, ci sono i suoni giusti, ci sono i grandi musicisti (vecchi amici in genere, ma anche qualche nuovo compagno come Flea o uno Slash che sguazza felice nel suo brodo), ma soprattutto stavolta c'è una convinzione nei propri mezzi che non gli conoscevamo.

Vero che le cose migliori nascono da collaborazioni, come la Why You Wanna Go and Do a Thing Like That For, che apre il disco, una splendida outlaw-ballad scritta con Kris Kristofferson che già fa capire che forse i vari Wandering Spirit di Mick o Main Offender di Keith non resteranno gli unici episodi extra-Stones da consigliare anche ai fans meno accaniti. Ma piacciono anche la Lucky Man in cui ci ha messo la penna persino Eddie Vedder, o lo spettacolare duello di chitarre con Billy Gibbons degli ZZTop in Thing About You, funzionano alla grande i brani rock come I Don't Think So, la jam psichedelica di 100%, la bluesata Fancy Pants, tutti riff semplici come offre da sempre la casa (più Faces che Stones in questo caso), ma di quelli che fanno venir voglia di alzare il volume a palla e si fottano i vicini alla prossima riunione di condominio.

Dove forse il disco non decolla del tutto è quando tenta toni caraibici che non gli sono consoni, o perlomeno un reggae come Sweatness My Weakness l'amico Keith lo farebbe a pezzettini con più cattiveria, e altre cose come Tell Me Something o Catch You da sole non alimenterebbero il nostro entusiasmo. Il buon vecchio Ronnie non sarà forse un mostro di stile nella vita (negli ultimi tre anni tra matrimoni alla deriva e pestaggi di fidanzate ha rubato la scena del gossip persino al vecchio amico Rod Stewart), ma è capace di rifarti una usatissima Spoonful di Willie Dixon mettendoci pure del suo e del nuovo. Chiude il disco una splendida soul-ballad come Forever, in cui lascia volentieri il microfono all'amico Bobby Womack per riesumare un brano scritto 35 anni fa proprio per quel suo primo disco. Pare che ai tempi l'avesse reputata talmente bella da non volerla sprecare per il suo progetto senza troppo futuro, ma poi al momento di registrare Black And Blue (dove ci sarebbe stata benissimo tra l'altro), se la sia dimenticata, e questo la dice lunga su tutto.
(Nicola Gervasini)

www.ronniewood.com

domenica 9 gennaio 2011

CHEAP WINE - Stay Alive!


Negli anni settanta il doppio album live era una cosa seria, un appuntamento cruciale per tutti, grandi e piccoli artisti. Era la piena realizzazione di un'idea (Allman Brothers Band), il canto del cigno (Led Zeppelin, Lynyrd Skynyrd, Little Feat), per alcuni lo zenith di un periodo creativo inimitabile (Van Morrison, The Band), per altri invece l'occasione per farsi notare dopo tanti album di poco successo (Bob Seger). Il doppio album live era generalmente inteso come il greatest hits definitivo di un artista, e di fatto per molti poteva tranquillamente sostituire tutta la discografia in studio (si pensi agli Outlaws o alla J Geils Band). Oggi ormai, dopo l'era delle jam-band, degli instant-live e del bootleg come prodotto discografico riconosciuto, il live stesso è diventato un semplice documento e non più uno strumento marketing da studiare a fondo e con attenzione. Eppure esiste qualcuno che ancora ha pensato un doppio album come il punto di arrivo di un viaggio, il prodotto che potrebbe anche annullare tutti i precedenti. E ci fa piacere che a pensare ancora in vecchio stile siano proprio i marchigiani Cheap Wine, band che abbiamo seguito fin dalla nascita di questo sito (il nostro archivio segnala ben 12 articoli su di loro in 10 anni, tra recensioni, resoconti live e interviste), e la cui continua maturazione artistica è culminata con l'ultimo Spirits. Stay Alive! è un doppio cd pensato come i vecchi doppi vinili di una volta, ha una divisione in 4 facciate ben riconoscibile, e soprattutto è pensato come IL live dei Cheap Wine, e non UN semplice live della band.

I brani da richiedergli nei concerti ci sono tutti, il "lato A" è quasi tutto dedicato a ribadire la bontà del repertorio recente, quanto ad esaltare la bravura alla chitarra acustica di Michele Diamantini. Considerato che la voce del fratello Marco sembra non poter dare di più se non essere comunque profonda e molto credibile per interpretazione, è proprio la esponenziale crescita della sua chitarra che finisce a farla da padrone, soprattutto quando - come succedeva sempre nei doppi live che si rispettino - nella terza e quarta facciata i tempi si dilatano e arrivano le lunghe cavalcate (la sequenza Snakes - Loom And Vanish abbatte ogni frontiera tra lui e un vero guitar-hero), ci si lascia andare al blues (Leave Me A Drain) e al rock barricadero (Move Along). Ma alla fine quello che rende Stay Alive! il loro disco definitivo è il fatto che spazia in tutta la loro discografia, recuperando perfino Among The Stones dal primo album A Better Place del 1998, ma ricordandosi di quanto era devastante Reckless (era su Crime Stories del 2002) o esaltando la vena cantautoriale di Freak Show dando via libera al piano di Alessio Raffaelli in Nothing Left To Say. In ogni caso 19 brani su 21 vengono dal loro repertorio, e davvero non si nota nessuna differenza qualitativa tra vecchi e nuovi, a testimonianza di un corpus di canzoni che si è mantenuto sempre di primissimo livello, indipendentemente dalla loro crescita di musicisti (anche la sezione ritmica di Alan Giannini e Alessandro Grazioli ormai può dirsi tra le più affidabili del nostro paese). Le cover sono dunque solo due, Bruce Springsteen (Youngstown) e Neil Young (Rockin' In The Free World) e servono solo a ribadire la propria appartenenza di campo, ma se si fossero staccati dal seno di mamma evitandole, non ci avrebbero tolto nulla.

Bene, bravi e….no, niente bis stavolta. Stay Alive! è un live di quelli seri, per cui chiude, cementa e definisce la fine di un'era, e non necessita di repliche. Di solito a questo punto negli anni 70 succedeva che le band o si scioglievano in mille progetti solisti, o provavano svolte artistiche tra l'astruso e l'azzardato, o semplicemente intraprendevano un nuovo emozionante percorso. Se sarà così, noi saremo sempre lì dove andranno i Cheap Wine, ma prima lasciateci riprendere da questa festa.
(Nicola Gervasini)

www.cheapwine.net
www.myspace.com/cheapwinenet


martedì 28 dicembre 2010

DAVID LEONARD - The Quickening


Ci sono copertine che gridano "stammi lontano! Non comprarmi! Sono robaccia da scartare dopo due note!", e The Quickening di David Leonard nel genere è davvero da competizione, con buone probabilità di vittoria come cover più pacchiana dell'anno. Come se non bastasse, sul retro si legge che il buon Leonard ha fatto tutto da solo (coadiuvato dal batterista Steve Holley), ma in studio ospita una bella accolita di attempati sopravvissuti del rock anni '70, la classica compagnia che si ritrova dopo anni per fare uno un cd che definire "nostalgico" è l'eufemismo giusto per non dover sparare un "vecchio" che non lascia scampo. Ma prima serve fare un passo indietro, perché vi starete ancora chiedendo "Sì, va bene, ma chi diavolo è David Leonard"? E' una vecchia anticaglia del mondo del rock pure lui, con anni da turnista delle sei corde alle spalle dell'ex Television Richard Lloyd, e poi lavori in back-office per Chuck Berry, Cindy Lauper, e una nutrita e musicalmente variopinta schiera di artisti, come da copione di un tipico session man.

E che fa un uomo del genere, con alle spalle un solo album solista del lontano 1984, e nulla da perdere? Semplice: scrive tranquillamente canzoni, le registra tra Brighton e New York in studi di registrazione da sogno, e si porta appresso i figli piccoli (è una vocina infantile infatti che batte il tempo iniziale di Turn The World). E incontra vecchie conoscenze dicevamo: in tre brani suona alla grande il chitarrista Rick Derringer, sei corde dei McCoys negli anni 60 (la ricordate Hang On Sloopy?), sparring partner dei fratelli Johnny e Edgar Winter negli anni 70 (con anche qualche breve successo personale, ricordate Rock 'n Roll Hoochie Koo?), e infine negli 80 scopritore e produttore del talento comico di Weird Al Yankovic. Altrove appaiono invece le percussioni di Mick Fleetwood, padre-padrone dei Fleetwood Mac e la chitarra di Chris Spedding (anche lui ha suonato con il meglio degli anni 70, da Elton John ai Roxy Music). A valle di tutto c'è però una sorpresa: The Quickering, lungi dall'essere un disco che cambia qualcosa nelle nostre vite, è un prodotto comunque piacevole, che scava a piene mani nel garage-rock degli anni 60, mischiando lunghe schitarrate bluesy (Turn The World e She's A Woman) a qualche buona prova d'autore (Garden Of Regrets).

Le due cover presenti d'altronde sono lì a chiarire gli intenti, visto che si parte da I Had To Tell You dei 13th Floor Elevators, per poi approdare ad una dylaniana My Back Pages, un brano che Bob scrisse guardando al passato dopo solo 4 anni di carriera, mentre questi onesti vecchierelli possono permettersi di cantarlo al massimo dopo 40, ma ad ognuno il suo giusto tempo. Nostalgico e retrogrado, questo è The Quickering, un disco che ti lascia con l'idea che un giorno, quando questo rock sarà morto veramente, forse avremo nostalgia noi stessi anche di questi bei sottoprodotti generazionali.
(Nicola Gervasini)

lunedì 6 dicembre 2010

FOR YOU 2, A tribute To Bruce Springsteen




Il gioco funziona così: innanzitutto definite voi stessi in una di queste tre categorie di fans springsteeniani: A) Monoteista, B) Enoteista, C) Politeista. Aggiungo, per stretta osservanza alle regole statistiche, la quarta opzione: D) Ateo. A questo punto potete leggere la vostra recensione personalizzata.

A) Se siete un
monoteista, quando leggerete queste righe avrete già comprato For You 2, e probabilmente siete finiti qui perché avete come tutte le mattine googlato "Springsteen", arrivando a noi intorno alla 146esima pagina dei risultati. Per voi è quindi superflua la domanda che tutti vorrebbero porre a Ermanno Labianca (deus ex machina del tributo e storico giornalista ben noto al popolo del Boss), e cioè "a che ci serve un nuovo disco tributo a Bruce"?. Semmai vi starete chiedendo a cosa servono tutti gli altri CD dove Bruce non compare. E quindi godrete nel sentire nuovamente i brani del vostro dio, senza magari chiedervi come sia l'ultimo buon disco di quei Lowlands che vi rammentano così bene dell'esistenza di Soul Driver o magari senza arrivare a sapere che quei Rusties che ricalcano paro paro dall'originale Adam Raised A Cain sono ormai qualcosa di più di una semplice cover band di Neil Young in gita premio nel New Jersey. Amerete questo disco per le sue canzoni e per il fatto che sono anche state ben realizzate, e ribatterete alle facili ironie facendo notare che più o meno tutti gli artisti coinvolti sono nati monoteisti come voi, e che quindi nulla di male se li amerete solo per l'appartenenza alla stessa parrocchia.

B) L'
Enoteista (mi faccio aiutare senza vergogna da Wikipedia perché la Treccani ce l'ho nell'altra stanza) indica "la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto" (cit. Muller). In altre parole Springsteen è il vostro dio, ma al vostro Olimpo sono ammessi anche altri dei, seppur in totale stato di sudditanza, siano essi Bob Dylan o Joe Grushecky. In questo caso For You 2 non sarà per voi una grande sorpresa, quanto un oggetto prezioso per ricordarvi tutto quel sottobosco italiano che da Springsteen è partito per produrre dischi di gran valore. Per cui magari state già come noi seguendo la progressiva quanto encomiabile maturazione di personaggi come Daniele Tenca, i Cheap Wine, Lorenzo Bertocchini e tanti altri, ma a patto che non si allontanino troppo dal seminato del jersey-sound.

C) Se invece Springsteen è per voi uno dei grandi, ma non necessariamente IL più grande, allora For You 2 potrebbe davvero sembrarvi superfluo, visto che c'è molto di più urgente da sentire nel mercato discografico. Ma se devo spezzare una lancia in favore di questa operazione ("devo"? Anche no, volendo, ma, potendo, lo faccio volentieri), c'è il fatto che, al di là della buona cura con cui è stata realizzata, Labianca è riuscito (molto più che in occasione del primo volume del 1995) a creare un riassunto convincente e quasi completo dello scenario roots-rock italiano (perdonate se non citiamo i singoli, ma il Direttore impone limiti di battute, spazi inclusi). In questo senso qui Springsteen diventa un pretesto e non più il motivo principale, quanto basta per farvi scoprire che springsteeniani magari si nasce, ma imbracciando una chitarra a proprio nome, qualcuno sta riuscendo anche a non morirci.

D) Bruce Springsteen non vi piace, per cui perché interessarsi a For You 2? Magari perchè avete scoperto che per partecipare al progetto si può anche inviare la propria cover tramite il sito ufficiale www.foryouspringsteen.com, e allora perché non sognare un bel For You 3, più alternativo quanto più stimolante, fatto solo da artisti che non amano Springsteen o che comunque non masticano abitualmente il suo verbo? Fatevene promotori, magari la cosa potrebbe piacere anche agli ascoltatori A,B e C.
(Nicola Gervasini)

www.foryouspringsteen.com
www.route61music.com


:: La Tracklist

CD 1
Riccardo Maffoni - "It's hard to be a saint in the city"
Brando - "Johnny bye bye"
Massimiliano Larocca - "Iceman"
Modena City Ramblers - "The ghost of Tom Joad"
Tenca/Severini/Basile - "Eyes on the prize"
Lorenzo Bertocchini & Elizabeth Lee - "Be true"
PJ Faraglia - "State trooper (instrumental)"
Andrea Parodi & JT Van Zandt - "Racing in the street"
Rusties - "Adam raised a Cain"
Luigi Mariano - "Matamoros banks"
Daniele Groff - "Radio nowhere"
Mardi Gras - "Land of hope and dreams"

CD 2
PJ Faraglia - "Cadillac ranch (instrumental)"
Lorenzo Bertocchini - "Sherry darling"
Srl Freeways - "The train song"
Dust n' Bones - "Guilty (the judge song)"
Daniele Tenca - "Factory"
Joe Slomp - "Jesus was an only son"
Lowlands - "Soul driver"
Wild Junkers - "Better days"
Sergio Marazzi & Oil - "Nothing man"
Cheap Wine - "Youngstown"
Antonio Zirilli - "Growin'up"
Miami & The Groovers - "Shut out the light"
Francesco Lucarelli - "Tomorrow never knows"


lunedì 29 novembre 2010

TIM ROBBINS - Tim Robbins and The Rogues Gallery Band


Ci sono dischi che un recensore spera ardentemente siano all'altezza delle aspettative, fosse solo per il fatto che certi personaggi predispongono a particolar benevolenza. Tim Robbins è uno di questi, un bravissimo attore, ma soprattutto un esempio di artista capace di coniugare successo, impegno e qualità come pochi ormai nel panorama hollywoodiano riescono a fare. Robbins è un uomo che ama raccontare storie, lo ha fatto tante volte attraverso le sue pellicole, spesso scomode e spinose, quanto sempre significative, ma evidentemente ne aveva troppe nel cassetto per poterle trasformare tutte in valide sceneggiature. Logico quindi riesumare quella parte del suo DNA che risale alla vita e carriera da folk singer del padre Gilbert Robbins, uno che bazzicava il Greenwich Village quando aveva senso farlo con gli Highwaymen (da non confondere con quelli di Willie Nelson e soci), e via dunque all'ennesimo salto di confine tra cinema e musica da parte di un attore in cerca di nuove vie espressive.

Robbins ha fatto le cose per bene, ha scritto nove splendidi racconti folk, con storie di vite altrui (agghiacciante la confessione del reduce dell'Irak in Time To Kill) mischiate alla propria, dove il recente divorzio dalla storica moglie Susan Sarandon aleggia come uno spettro senza però mai essere veramente affrontato (Queen of Dreams). "Non è un album sul divorzio, ma sul pre-divorzio" spiega lui, che avrebbe voluto infatti intitolarlo Midlife Crisis, proprio quella crisi di mezz'età in cui si mette in subbuglio una vita e ci si chiede come mai nel cassetto ci siano una quindicina di canzoni che nessuno ha mai sentito. Lui, nel pieno di questa depressione (complice anche una mezza bancarotta per un film mai andato in porto), le ha fatte sentire ad un produttore di serie A come Hal Willner, che gli ha subito procurato una band di prim'ordine (la Rogues Gallery Band) che annovera musicisti come Andy Newmark alla batteria (uno che dal 1970 ha suonato con il gotha del rock), la bella Kate St John ai fiati e fisarmonica e pure Roger Eno (fratello di Brian ovviamente…) alle tastiere.

Tutto bene quindi, salvo un piccolo ma non trascurabile problema: Tim non sa cantare, e non nel senso che non ha una gran voce (anzi, il timbro profondo potrebbe anche funzionare), ma proprio che non riesce mai dare vitalità al suo monotono colloquiare. E per una serie di brani molto verbosi, che si aggirano sempre tra i quattro e i sei minuti, la cosa non appare irrilevante, anzi, alla lunga rende l'ascolto difficoltoso, nonostante l'ospite d'onore Joan Wasser - alias Joan As Policewoman - si prodighi ad armonizzare con la voce il non armonizzabile. Un vero peccato, perché il personaggio meritava davvero una nuova occasione di applausi e perché i brani sono davvero di gran valore. Potremmo magari proporre un bel disco intitolato "Billy Bob Thornton sings Tim Robbins", e forse davvero il cinema invaderebbe la nostra musica con qualcosa di più che dei semplici capricci da star.
(Nicola Gervasini)

www.timrobbins.net

giovedì 25 novembre 2010

MISS FRAULEIN - The Secret Bond


O voi orfani del grunge, che dalla metà degli anni 90 state ancora cercando disperatamente la nuova Seattle, vi esortiamo a percorrere la Salerno-Reggio Calabria invece che la Interstate 90 per una volta. Non garantiamo la stessa velocità di percorrenza, ma passando da Cosenza potreste scoprire i Miss Fraulein, 5 ragazzi innamorati di un suono tutto chitarre realizzato con grande cura e maturità. Gli elementi tipici del genere ci sono tutti, con la band che si ritrova a cercare gli stessi impasti voci-chitarre degli Alice In Chains (Grown High), qualche riff alla Pearl Jam (Battle On Ice) o qualche ruvidezza alla Soundgarden (In Confidence, quasi una outtake di Badmotorfinger), e al massimo, per divagare sui generi, si potrebbe sconfinare nello stoner-rock alla Kyuss. Ma soprattutto "fa grunge" il modo di cantare un po' posseduto di Giulio Ancora, la chitarra sempre in bilico tra metal e rumorismo alternativo di Aldo D'Orrico, e i testi che ti aspetti da una band che esprime tutto il disagio umano di una città, e forse non solo quella, che sta stretta a tutti. E a ben vedere, persino il divertente video realizzato dall'attore Max Mazzotta (You Know Why) sa di anni 90, con quel gusto tra l'allucinato e il grottesco che ricorda molte cose viste in MTV in quegli anni. Una minestra riscaldata potrebbe opinare qualcuno, ma quando ti fai produrre dal bravo Maurice Andiloro (una vita da sala di registrazione per mille artisti italiani, dagli Afterhours a Vinicio Capossela, fino a nomi grossi come Celentano e Ruggeri), quando comunque ci metti fantasia (lo strumentale The Secret Bond, con la sua guerra tra fiati e sei corde, finisce per essere una delle cose più sorprendenti del disco) e ispirazione (la dark Human Hunter), capace pure che ne esca una minestra sicuramente più buona di quella cucinata da gran parte delle dimenticate (in quanto dimenticabili) band della seconda generazione grunge. ( 7)

martedì 23 novembre 2010

SOUTHISIDE JOHNNY - Pills And Ammo


Magazzino di Rootshighway: stamane arriva una cassa di nuovi cd di Southside Johnny. Il nostro magazziniere, uomo di grande esperienza, per accettare la merce prende l'apposito modulo e comincia a spuntare la checklist. Senza i dovuti requisiti richiesti ad un cd di Southside Johnny, questo Pills And Ammo non verrà accettato e verrà restituito al mittente. Il bravo uomo comincia dunque la spunta. C'è passione? Ok, c'è. C'è energia? Alla grande direi, il buon John Lyon sembra un ragazzino che ancora cerca fortuna nei locali del New Jersey. C'è ritmo? Ok anche qui, se riuscite a stare fermi ascoltando un disco come questo potete anche darvi al taglio e cucito e lasciar perdere con la musica. C'è sudore? Sì, sì, i dischi del buon Southside sono gli unici che lasciano anche l'alone nel lettore. Ci sono grandi canzoni? Qui il magazziniere si sofferma un attimo a riflettere: Pills And Ammo è composto da 11 brani, e per la prima volta nella sua carriera Johnny compone tutto il materiale (in collaborazione con il tastierista Jeff Kazee), un grande atto di coraggio che attesta la persistente vitalità del personaggio, quanto un piccolo tallone d'Achille, perché come era già successo in Going To Jukesville del 2002, la sua scrittura tende sempre a cercare lo stesso groove, lo stesso riff, la stessa melodia costruita ad arte per sposarsi con il wall of sound tutto fiati degli Asbury Dukes.

In ogni caso il magazziniere registra che se nessuno di questi brani potrà mai essere un classico, la ballatona soul (Lead Me On) a lui viene pur sempre bene, il blues (Woke Up This Morning) l'ha imparato egregiamente strada facendo, mentre sul rock da bar viaggia ancora nel mille volte sentito (Cross That Line, per non dire di One More Night To Rock, party-hymn che in uno slancio di incredibile originalità prosegue con un bel one more night to roll…). E il suono, è tutto a posto? A posto sì, il sound stavolta è solo più decisamente sporco e guitar-oriented, ci sono più Stones e meno soul rispetto al solito, ma dal punto di vista delle soluzioni musicali siamo ancora fermi alle idee di Steve Van Zandt degli esordi, e se il suo resta sempre il migliore e più puro esempio di Jersey-sound della storia del rock, l'idea che la sua carriera sia comunque solo uno spin-off dell'epopea springsteeniana sarà difficile da estirpare dalla testa dei suoi detrattori.

Ad ogni modo il nostro fido magazziniere si ritiene soddisfatto, mette il timbro di Rootshighway alla voce "Accettato" e ripone i cd nello scafale. Torneranno utili alla redazione quando si dovranno stilare le liste di fine anno, non perché Pills And Ammo abbia grandi speranze di rientrarvi, quanto perché finite le notti di gran lavoro e ardue decisioni, sarà questo il disco che metteremo per sfogare la tensione e ricordarci perché mai perdiamo tempo a fare questo sito.
(Nicola Gervasini)

lunedì 15 novembre 2010

CESARE CARUGI - Open 24 Hours


Recensire un disco che ci annovera nei ringraziamenti non è esattamente la prassi, per cui giochiamo a carte scoperte: Cesare Carugi lo abbiamo conosciuto qualche anno fa come appassionato lettore del nostro sito, e oggi lo accogliamo sulle nostre pagine come artista (ci era già finito in occasione della serata tributo a Townes Van Zandt dello scorso anno). Cesare non è uno che ha fretta, ci è voluto lo sprono di un gruppo di artisti che ruota intorno al mondo del duo Massimiliano Larocca-Andrea Parodi per superare la fase di qualche scolastica cover suonata per gli amici, periodo rappresentato da una Open All Night (è la bonus track del Cd) che risulta infatti troppo ricalcata sull'originale springsteeniano (coretti a parte…) per risultare significativa. Invece i quattro brani autografi registrati per questo Open 24 Hrs ci sorprendono, perché seppur lo stile sia ancora "derivativo" (Jackson Browne e Springsteen i riferimenti più evidenti), l'interpretazione non lo è davvero, ed è proprio per la sua ottima voce (con pronuncia inglese impeccabile, e già qui parte avvantaggiato rispetto al 95% dei colleghi italiani), che brani come Carry The Wind Home o Further On riescono ad uscire dall'anonimato di un genere iper-inflazionato. La penna è comunque già ben avviata, e il testo di 24 Hrs è quello di una artista che non si basa solo su clichès consolidati. Certo, la produzione casalinga fa sì che il finale quasi-gospel di Boulevards faccia rimpiangere rifiniture più maestose, ma per ora basta così, il primo vero disco è in cantiere, e questa volta arriverà seguito dalle nostre alte aspettative. Non le deluda.
(Nicola Gervasini)

www.cesarecarugi.com
da Rootshighway

sabato 6 novembre 2010

THE GRANFALLOONS - Songs To Sing


Vengono da Athens i Grandfalloons, e in quella città ormai mitica per il rock americano hanno incamerato il gusto della soluzione semplice, dell'arpeggio immediato o della melodia rimarcata che è stato dei concittadini R.E.M. e Jayhawks. Semplici canzoni da cantare e fischiettare nei momenti più rilassati, o semplicemente quando si è sopra pensiero, esattamente come proclamato dal titolo del loro primo album, un disco realizzato con molta professionalità da un quartetto che ha la particolarità di non avere un vero leader, ma tre autori-cantanti (Matthew Williams, Tommy Sommerville e AJ Adams) che si alternano in prima posizione barcamenandosi tra chitarre, mandolini, lap steel e tastiere varie. Completa il combo il batterista Seth Hendershot (lui dal percorso creativo sembra escluso, ma si sa, di Levon Helm ne nascono uno ogni dieci anni…), mentre appare bizzarro constatare che il gruppo manca di un bassista, interpretato in studio da un session-man occasionale (Chack Bradburn). Songs To Sing è un disco di facile ascolto e prettamente acustico, inizia con una puntina di un vinile che zoppica sulla polvere (idea ormai abusata per rivendicare il proprio attaccamento alle radici del passato) e parte con una Nobody's Singin per la quale spero abbiano già versato il dovuto copyright alla coppia Gary Louris - Mark Olson. Fortuna che il brioso country-rock di Real Life cambia subito registro, e proseguendo in mezzo a tanto buon mestiere (End Of The Day) e qualche riff fin troppo già noto (Gave Up On You) affiora anche qualche piccola zampata (la sgangherata Pura Vida diverte molto, così come la jazzata Pepper o la balcanica Dimitri's Demise). Songs To Sing è uno di quegli esordi che lascia il giudizio sospeso, perché tanta sufficienza basta giusto per notarli, ma non è ancora abbastanza per ricordarli.
(Nicola Gervasini)

www.cowboyangelmusic.com
www.myspace.com/thegranfalloons

giovedì 4 novembre 2010

THE WEEPIES - Be My Thrill


"Non si può tornare indietro adesso" cantavano i Weepies durante la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008. Sembra passata una vita, ma per questo duo di Cambridge il fatto che il loro singolo Can't Go Back Now sia stata una delle canzoni simbolo della campagna del presidente statunitense è stato il primo vero punto di arrivo di una carriera sotterranea da veri indie-folker, iniziata senza grandi ambizioni nel 2003 con Happiness, ma esplosa nel 2006 con l'acclamato Say I Am You. Be My Thrill è il quarto album del duo, probabilmente il primo che verrà accolto non più come il disco di una nuova band, quanto come una consolidata realtà dell'ultimo decennio. La formula in ogni caso non cambia, Deb Talan e Steve Tannen hanno continuato a lavorare in solitudine, preferendo autoprodursi invece che cercare produttori à la page. D'altronde il loro suono non chiede altro che gusto e semplicità: provate ad immaginare che tipo di disco avrebbe potuto fare una giovane Suzanne Vega se invece che bazzicare il Greenwich Village negli anni 80, avesse esordito oggi dopo anni di folk indipendente e lo-fi, dopo Belle & Sebastian e tutto quello che è successo in questi anni caotici.

Provate quindi a pensare ad un folk che si sposa con la leggerezza del pop, con una partenza da vero folk-club comePlease Speak Well Of Me che si risolve subito nella baldanzosa orecchiabilità di When You Go Away (siamo dalla parti della Shawn Colvin più radiofonica qui). Lasciatevi cullare dalla delicatezza di Red Red Rose (puro slow-core pop), o dalla dichiarazione di spensierata vitalità di I Was Made For Sunny Days con le sue chitarre molto seventies. L'indolente folk newyorkese alla Vega fa capolino ancora nell'autunnale They're In Love, Where Am I?, mentre Add My Effort forse esagera un po' troppo con coretti zuccherosi, una misura sbagliata che fortunatamente la successiva title-track riequilibra alla grande.

Il problema del disco semmai è che le canzoni sono tante (14, ma tutte di breve durata), ma nessuna riesce ad uscire dal seminato, se è vero che dalle leggerine Be My Honeypie e Hummingbird in poi ci si addentra in un dejà vu di easy-folk che ha la sua pur piacevole suggestione (Not A Lullaby ricorda addirittura una dei momenti rilassati di Norah Jones), quanto una scarsa imprevedibilità se non il rock acustico di How Do You Get High? e il finale di Empty Your Hands. In ogni caso se dalla musica cercate il gusto delle piccole cose, Be My Thrill è il vostro disco.
(Nicola Gervasini)

www.theweepies.com
www.myspace.com/theweepies

martedì 2 novembre 2010

LUCA MACIACCHINI - Il Boomerang di Dante


Visto che queste pagine hanno origine nel cuore della Lombardia, val la pena ogni tanto dare un occhio al mondo della canzone regionale, dove accanto ad artisti che hanno usato il nostro folklore per costruire uno stile maturo e personale (pensiamo a Davide Van De Sfroos), sopravvive ancora una tradizione musicale (la nostra "roots music" moderna dunque?) che si rifà ai grandi nomi di Gaber, Jannacci, Svampa, tutti sempre in bilico tra folk, jazz e cabaret (fino al teatro vero e proprio), tutti artisti di vecchia generazione che hanno oggi pochi veri e sinceri adepti. Luca Maciacchini è uno di questi, varesino da sempre volutamente in bilico tra recitazione, comicità e canzone d'autore, uno spirito libero (anche scrittore e chitarrista classico) destinato a muoversi tra le trappole dell'essere politicamente targato come leghista d'ordinanza a causa dell'utilizzo del dialetto, se non addirittura come semplice artista popolare buono per una sagra del liscio. "Ma forse è una questione d'avventura sapersi gradualmente districare nella febbricitante, aspra e dura selvaggia selva d'inerzia popolare" risponde lui tramite la voce di Maria Antonazzo in Dante, secondo brano de Il Boomerang di Dante, sua opera terza arrivata dopo Semaforo Rosso del 2007 con rinnovata e ancor più inferocita vis polemica.

E allora via ad un cd per nulla ammiccante al facile populismo, che sciorina una galleria di un' Italia da odiare profondamente, quella dei Corona e soubrette a seguito, dei calciatori strapagati e dei rispettabili borghesi pedofili, degli ipocriti moralismi pseudo-religiosi e dei falsi musicisti da festa paesana, tutti ben descritti nelle quattro parti del brano Bestiario. Qui si presenta l'Italia del pensiero "piccolo", quello che vuole che gli sbruffoni e arroganti vengano omaggiati (e votati…) per paura dell'effetto controproducente dell'opporsi al potere, un fenomeno boomerang che da sempre blocca la nostra ragion critica di massa (se ne parla in Boomerang). Storie popolari insomma, come un tempo cantate attraverso ballate spesso in dialetto, con satire alla George Orwell che parlano di pollai per denunciare lo stato del mondo del lavoro (I Gaijn del Lavurà, Co. Co. Co.) o colti reading blues danteschi (Belacqua Blues). In ogni caso quello che sembra essere il vero tema del disco (che come sua abitudine si trasformerà anche in uno spettacolo teatrale) è il problema della "acriticità" con cui il pubblico moderno accoglie qualsiasi cosa, sia essa politica o cultura, con quella sensazione di fastidioso applauso obbligato derivante dalla cultura del "son tutti bravi e belli" propagata dalla comunicazione di massa (giornali e televisione in primis), qui denunciata a ritmo dance nella tagliente Ma cosa applaudite.

Noi ad esempio applaudiamo i grandissimi testi e la matura complessità del progetto, un po' meno forse l'aspetto musicale, che continua a rimanere in secondo piano a discapito del contenuto (ma d'altronde gran parte dell'opera discografica del maestro Gaber ha sofferto dello stesso difetto). In altre parole la musica resta sempre al servizio delle parole, creando un quadro sonoro stilisticamente vario, quanto poco definito e caratterizzante, nonostante l'eclettismo degli arrangiamenti pensati con il tastierista Luca Fraula. Colpa forse dell'eterna indecisione se puntare sul suo essere un bravo cantante (il bel duetto con Sandra Zoccolan di Estetica della Rinuncia abbandona ogni velleità teatrale a favore di una pura musica leggera) o lettore di classici (Turista Ulisse riporta il tutto dentro le mura di un Liceo Classico), un comico o un semplice fustigatore sociale. Lui però sguazza in questa poliedricità espressiva e ama definirsi semplicemente un entertainer, per cui si prenda Il Boomerang di Dante nel suo insieme di progetto artistico a 360 gradi, o semplicemente come un inusuale e intelligente entertaiment.
(Nicola Gervasini)

www.lucamaciacchini.com

mercoledì 27 ottobre 2010

DELTA SPIRIT - History From Below


Il mondo delle produzioni indipendenti è servito anche a riaprire gli occhi su quanti ragazzi negli USA ancora vivono vagabondando come gli hippie d'un tempo, vuoi perché portano in giro la loro musica, vuoi perché dopo gli anni 70 ci si è dimenticati di questo popolo che vive perennemente fuori dal mondo e on the road. I Delta Spirit vivono in questo limbo giovanile da tempo, si sono affacciati al mondo nel 2006 con un EP e nel 2008 con il primo album (Ode To Sunshine…e già se non è un titolo da flower power questo…), vengono da San Diego ma potevano arrivare dalla Luna che sarebbe stato lo stesso. History From Belowè il loro secondo disco, e nasce da tutto il genuino stupore di chi si affaccia sul mondo reale e scopre all'improvviso che i potenti sono cattivi mentre le "storie dal basso" del titolo parlano di povera gente e buoni sentimenti. Così come il brano che apre il disco (9/11) nasce dalla presa di coscienza di come accadono cose come quelle di quel maledetto 11 settembre e il testo è un'unica lunga domanda "perché accade?", tipica di chi in cuor suo sente che non troverebbe alcuna umana ragione per giustificare tanto orrore, ma si rende conto che per alcuni (troppi) non è davvero così.

Ci sarebbe da sorridere beffardi per i testi del leader Matthew Vasquez, perché sembra davvero di leggere certi proclami umanitari alla Jefferson Airplane, in ritardo di quasi 40 anni, ma poi alla fine ti rendi conto che tutto nasce da una tradizione folk che i Delta Spirit sembrano in grado di tramandare e rinnovare con grande capacità, anche se ancora troppa poca esperienza. Il disco si chiude infatti con la straordinaria Ballad Of Vitality, una lunga intro da folk da Greenwich Village seguita da un esplosione orchestrale, tutto per raccontare la storia (vera e recente) di quel padre russo che ha perso la figlia in un incidente aereo e ha ucciso il controllore di volo svizzero che l'ha causato, una storia dal basso che definisce amaramente la natura umana. Ma è un finale oscuro che serve a rendersi conto che le storie di questo album ci servono ancora, che lo sguardo innocente di questi ragazzi è utile per ricordarci come dovremmo essere, anche se non lo saremo mai, e il bagno purificatore della copertina sembra essere un invito rivolto a tutti più che una semplice foto.

Il tutto ci viene raccontato attraverso un album musicalmente molto studiato (6 mesi di gestazione si sentono) e drammatico (la presenza di Bo Koster dei My Morning Jacket in sede di produzione si sente ancor di più), con momenti di stravolto folk noir alla Felice Brothers (Salt In The Wound, ma ancor più la splendida White Table li ricordano molto), freak-folk alla Okkervil River (Devil Know's You're Dead) o semplice folk e basta (all'orchestrata Randsom Man fa da contraltare la scarna resa di Scarecrow). Definirli è dura, 9/11, Bushwick Blues e Golden State (un giro di piano rubato ai Counting Crows) ad esempio hanno strutture classicissime ma suonano ugualmente moderne, tanto da portarci a dire che se il folk classico ha ancora speranza di poter scandire il ritmo delle nostre coscienze, questa è la via giusta per riuscirci.
(Nicola Gervasini)

deltaspiritbydeltaspirit.blogspot.com
www.myspace.com/deltaspirit


giovedì 21 ottobre 2010

ED KOWALCZYK - Alive


Magari di primo acchito il nome di Ed Kowalczyk potrebbe non dirvi nulla, ma c'è stato un (breve) momento negli anni 90 che questo signore ha dominato le classifiche con la sua band, i Live. Di loro oggi forse val la pena ricordare solo l'esordio Mental Jewelry e il successivo million-seller Throwing Copper, bel disco del 1994 (produceva Jerry Harrison dei Talking Heads) che li vedeva barcamenarsi con grinta e anche molte buone canzoni tra il mainstream da MTV, le chitarre dure da post-grunge e uno storico singolo sornione e un po' REM-like come Selling The Drama. Da allora la band è sopravvissuta con una serie di dischi dignitosi quanto non imprescindibili, ma nel 2009 questioni contrattuali hanno fatto esplodere una guerra tra Kowalczyk e i suoi compagni di viaggio, con inevitabile litigio e scioglimento del gruppo. Da tempo fuori dal grande giro negli Stati Uniti, i dischi dei Live hanno continuato a vendere bene in Europa, per cui questo Alive (non sfugge il doppio senso del titolo, che può anche essere letto come "senza i Live") esce con un occhio speciale sul nostro continente. Ed Kowalczyk ha puntato su una band ben definita intorno a Ramy Antoun (batteria), James Gabbie (chitarre) e Chris Heerlein (basso), formando un quartetto roccioso che ha un unico, fondamentale, difetto: quello di suonare esattamente come i Live, creando un continuum artistico tra le opere della band e questa sua carriera solista che comincia davvero a dare l'idea che altro il nostro non sappia fare. In ogni caso sapete cosa aspettarvi: rock radiofonico fatto da un artista con un background da alternative-rock di primi anni 90 che gli consente sempre di tenere il tutto dentro i confini del buon gusto, senza però approdare mai a nulla di veramente degno di nota. Alive resta un disco per nostalgici della X Generation, oggi forse non più giovani, un po' meno carini e probabilmente ancora disoccupati.
(Nicola Gervasini)

martedì 19 ottobre 2010

TOM JONES - Praise and Blame


Se nel mondo dell'industria discografica esistesse una giustizia, gli album uscirebbero sempre con il nome del produttore in copertina, scritto a caratteri grandi quanto quelli dell'artista magari, e non affogato nei credits leggibili solo con lente d'ingrandimento. Discorsi ovviamente da ossessionati del rock come noi, perché al pubblico che sente una bella voce o una bella melodia non è mai fregato nulla di quale mente creativa o quali semplici processi industriali si nascondo dietro un suono. Eppure anche se oggi le grandi industrie della canzone non esistono quasi più, i nomi che sanno fare la differenza sui dischi ci sono ancora (Rick Rubin, T-Bone Burnett,… l'elenco è facile). Anzi, fanno anche di più, ora fanno anche dischi in proprio, e poi ci aggiungono un nome, una voce che eviti che il disco cada nell'oblio, come è successo a praticamente tutti i dischi solisti dei produttori (chiedete a Daniel Lanois se ha guadagnato di più a sorbirsi una giornata di sessions degli U2 o a fare i dischi a suo nome). Praise And Blame è un disco di Ethan Johns, sicuramente annoverabile tra i dieci producers più importanti degli anni 2000 (curriculum disponibile mettendo il suo nome nel "cerca" del nostro sito). E' la sua idea di una musica legata alle radici, moderna e sempre adatta per un passaggio in radio come per una vostra serata di godurioso ascolto solitario.

Ma Praise And Blame è anche il suo trionfo personale, perché in mezzo ad una marea di inutili cover-album, lui ne confeziona uno pieno di traditionals o brani già sentiti mille volte, e con questo riesce a tenervi incollati fino alla fine alle casse dello stereo. Johns ha fatto tutto alla perfezione, ha affittato gli attrezzati studios di Peter Gabriel, li ha riempiti di splendidi session men (Booker T Jones, Benmont Tench, la coppia David Rawlings-Gillian Welch, per dirne solo alcuni), ha trasformato brani non certo inediti (a What Good Am I di Bob Dylan ci aveva già pensato recentemente Solomon Burke, Ain't No Grave è nell'ultimissimo capitolo degli American Recordings di Johnny Cash), ha giocato con le chitarre (ruggiscono forte nella Burning Hell che fu di John Lee Hooker) e ha ottenuto con Lord Help, Run On, Don't Knock e altri brani, lo stesso gospel-roots della Mavis Staples di questi tempi.

Ah, dimenticavo, ha anche scelto Tom Jones per dare un padre famoso all'album. Scelta straordinariamente felice, perché il vecchio leone ha dimostrato di essere un vero professionista, capace di cantare perfettamente Delilah come Kiss di Prince o Sex Bombs, oppure calare in piena chiave spiritual un brano di Billy Joe Shaver (If I Gave My Soul, da brividi) con una perfezione interpretativa che va ben al di là delle sue indiscutibili doti naturali. Ora il mondo della musica si sorprende di questa svolta, ma provate a mettere sul piatto un disco di Ray Lamontagne e successivamente guardatevi un DVD di un concerto di Tom (magari lo spettacolare Live At Cardiff Castle del 2001), e poi provate scandalosamente a pensarli assieme. Non vi sarà poi così difficile immaginare che possa esistere Praise & Blame.
(Nicola Gervasini)

giovedì 14 ottobre 2010

US RAILS


Nel glossario rock il supergruppo è quella formazione - spesso estemporanea - composta da artisti con carriere personali già ben avviate. Il glossario però non specifica quanto famosi poi devono essere questi artisti per poter parlare di vero SUPERgruppo (alla Blind Faith o alla Traveling Wilburys per intenderci), oppure solo di una semplice bevuta tra amici del settore senza troppe pretese. La Blue Rose ultimamente si sta beando dei suoi supergruppi, e dopo gli Slummers di Dan Stuart e del nostro Antonio Gramentieri, s'inventa gli US Rails, vera accolita di "sfigati" del mondo della canzone roots (nel senso buono ovviamente…), tutti talmente poco di moda da rendersi necessaria una piccola rinfrescata sulle loro gesta. Quello a noi più caro è probabilmente Ben Arnold, uno che nel 1996 la Columbia lanciò con grandi speranze con un disco (Almost Speachless, lo recuperate per pochi euro senza problemi se non lo conoscete) che rappresentava un punto d'incontro tra il grunge e la musica d'autore americana (siamo dalle parti di Pete Droge insomma), salvo poi abbandonarlo ad un destino di pochi e dimenticati album indipendenti.

Sorte simile quella di Scott Bricklin, un album per major nel 1986 con la band di famiglia (i Bricklin, dimenticati ma bramati dai collezionisti) e poi un'infinita gavetta da session.man. Loser di più recente nascita invece è Joseph Parsons, passato quest'anno anche sulle nostre pagine con il bel live Slaughterhouse Live, così come altra nostra vecchia conoscenza è il chitarrista Tom Gillam (con dischi a suo nome e per le produzioni per Marah e Frog Holler). Manca da dire del batterista Matt Muir (viene dalla Scott Silipigni Band) e soprattutto resta poco spazio per esaminare a fondo un disco lungo 62 minuti e con ben 14 canzoni che raccontano praticamente tutto quello che c'è da dire sul rock americano di matrice texana.

Registrato tra Austin e un cottage di Parigi, il disco vede tutti i presenti coinvolti alla scrittura, ognuno con le proprie peculiarità (Tom Gillam ad esempio sposta sempre il baricentro verso suoni elettrici, o veleggia sul southern rock con Shine Your Light) ma sempre tenendo conto di voler essere una band. Il modello è quello di Crosby, Stills, Nash & Young, e non solo perché l'album si conclude con una coraggiosa versione da bar-band di Suite: Judy Blue Eyes che fa onore a tutti anche solo per il fatto di esserne usciti vivi, ma perché comunque i cinque amano molto il lavoro corale. E così anche quando Arnold rispolvera il suo rock urbano (New Gold Rush, Rainwater), lo fa senza mai uscire dal seminato, e così si allineano anche gli altri, sia Parsons quando si cala nei panni del cantautore West Coast (Burning Fire) o Bricklin quando cerca la via del blues in Rockin Chair. Non manca nulla insomma, anche se il risultato finale ricorda quasi una versione meno pompata degli Arc Angels (erano un supergruppo anche loro no?). Se i veri supergruppi scrivevano la storia, qui si è solo scritta una piacevole paginetta di american music.
(Nicola Gervasini)

Rootshighway 15/9/2010

mercoledì 6 ottobre 2010

HALFWAY - An Outpost of Promise


Gli Halfway da Brisbane (Australia) sono nostri compagni di viaggio già da qualche anno. Li avevamo scoperti nel 2005 con l'esordio Farewell to the Fainthearted, e ancora l'anno successivo con Remember The River, per qualche stampa americana una rivelazione, quando per noi era già un semplice consolidamento. Band votata ad una sorta di alternative-country ante-litteram, che chi ha qualche reminiscenza del sottobosco del genere negli anni 90 può tranquillamente assimilare allo stile dei Say Zuzu o dei Black Eyed Dog che furono, la band rompe un travagliato periodo di silenzio ritornando con grande convinzione con questo An Outpost Of Promise. La formazione è sempre quella, sette elementi capitanati da John Busby e Chris Dale che riempiono ogni strumento a corda possibile di un sound sempre alla ricerca di una personalità che non affiora mai appieno. Nei due dischi precedenti ci aveva provato Rob Younger dei Radio Birdman in veste di produttore a cercargliene uno, questa volta invece è nientemeno che Robert Forster dei Go Betweens a metterci cervello e know-how.

Il risultato ancora una volta è quello di un significativo spaccato di songwriting "all'americana" che stenta ancora a diventare una pagina veramente importante, nonostante i sette abbiano tutte le credenziali di buoni musicisti e di autori, in grado comunque di maneggiare anche una materia non da tutti come il Pian della Tortilla di John Steinbeck che ha ispirato il testo del brano Tortilla Code. Quello che piace comunque degli Halfway è proprio l'insieme, l'idea che sette musicisti riescano a raggiungere buoni livelli di scrittura (Monster City e Oscar lo sono davvero) con un lavoro di squadra che ne dimostra un affiatamento davvero difficile da raggiungere. Ma è ovvio che un disco che promette "storie di amicizia, di ultimi bicchieri e promesse delle tre del mattino, di speranza per qualcosa di migliore e svolte del destino, di piccole decisioni e di quanto grandi possono essere i loro effetti sulle nostre vite", insomma tutte quelle cose semplici della cultura che parte dal basso, non s'inventa davvero nulla.

Non è un caso se il brano che più resta nelle orecchie sia una semplicissima ballad come It's Ok, storie di donne che fanno parte della strada, della città, di noi e che tutto sommato non smetteremo mai di raccontarci. Quello degli Halfway è solo uno dei tanti linguaggi per farlo, è un idioma che parla solo agli appassionati di musica delle radici yankee e non ha nessun ampio respiro intellettual-avanguardistico che possa interessare gli amanti di generi magari più coraggiosi, ma poi mica sempre così efficaci nel parlare di emozioni. In fondo esistono e continuano ad esistere anche quelle, e questa musica serve solo a regalarcene ancora qualcuna.
(Nicola Gervasini)

sabato 2 ottobre 2010

JACKIE GREENE - Till The Light Comes


Non sono in pochi (tra i pochi che lo conoscono ovviamente…) quelli che hanno leggermente storto il naso due anni fa quando Jackie Greene ha pubblicato il suo quinto disco, Giving Up The Ghost. Il folk-singer di stampo classico e dylaniano aveva infatti lasciato il posto ad un rocker poliedrico e multidirezionale, e così colui che in questi anni duemila aveva forse preso il testimone di Todd Snider e di altri piccoli eroi dell'"americana che fu" (grazie perlomeno ad un piccolo classico dei nostri anni come American Myth) sembra avviato a diventare qualcosa di ben diverso. Till The Light Comes arriva puntuale a confermare quale sarà la nuova linea, e va palesemente a stilare un ideale parallelo con alcune svolte "easy" alla Tom Petty di metà anni 80. Per ribadire la sua scelta di rocker a tutto raggio, Greene ha chiesto la collaborazione di Tim Bluhm, che qualcuno dotato di buona memoria ricorderà come leader dei Mother Hips, mitico (per noi perlomeno…) combo della scuderia Def American degli anni 90, che qui si ripropone al gran completo per fare da backing-band. Una scelta felice quando si tratta di dare vigore ed elettricità a brani di stampo più "roots", ma che forse rappresenta il tallone d'Achille quando invece si tentano (giustamente anche..) strade nuove e meno consuete.

Il risultato è qui da sentire, laddove Giving Up The Ghost a distanza di due anni resta un disco quasi pienamente riuscito, i dieci brani di Till The Light Comes sembrano troppo spesso perdere la bussola. E così dopo una frizzante Shakey Ground che riparte da dove finiva Animal sul precedente disco, ci si arena subito nella melmosa Stranger In Sand, brano che ha qualche smussatura di troppo (un coro o una tastiera in meno forse avrebbero giovato), così come dopo essersi divertiti con le drum machine danzereccie sfoggiate con coraggio (o forse eccessiva strafottenza?) inMedecine, ci si impappina con il giro beatlesiano di Grindstone, brano non brutto in sé, ma semplicemente non "suo". Si procede a velocità alterna insomma, con una A Moment Of Temporary Color che promette molto più di quanto mantiene (anche qui qualche impasto vocale alla Beach Boys di troppo…), una Spooky Tina che sembra davvero un brano del Don Henley degli anni 80 (prendetelo sia come un complimento alla sua statura artistica, ma anche un parallelo con una discografia non proprio impeccabile).

Fallimento? Non del tutto direi, visto che l'insieme sembra comunque tenere, e che quando si ricorre alla ballatona acustica da accendino (1961) qualche emozione Greene la strappa ancora. E ci riuscirebbe bene anche con The Holy Land, se non perdesse un po' di vista il timing e la sezione d'archi. Ci pensa la title-track finale, uno di quei mid-tempo che a Petty vengono sempre tanto bene, a ridare vigore e tono ad un disco irrisolto. Cosa farà da grande Jackie Greene? Difficile rispondere quando il soggetto in questione dovrebbe già esserlo da tempo ormai…
(Nicola Gervasini)

Lucinda Williams

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