venerdì 31 luglio 2026

Anne Richmond Boston

 

Anne Richmond Boston

I Should Be Happy

DB records

***1/2

 

Spirava un’aria particolarmente frizzante in Georgia verso la fine degli anni Settanta, viste e considerate le band che arrivarono da quelle zone. I B-52’s ovviamente, una delle band più intelligentemente divertenti di sempre, e successivamente dalla stesa città (Athens) i R.E.M., band che diventerà di prima importanza, ma il cui jingle-jangle sound di chiara derivazione byrdsiana aveva sì Roger McGuinn come primo padre tutelare, ma gli Swimming Pool Q's dalla vicina Atlanta come più probabili precursori e diretti ispiratori. Un nome. Questo, che oggi pare quasi dimenticato, eppure questa band pubblicò negli anni Ottanta quattro album molto apprezzati in patria, che diventeranno cinque poi in occasione di una reunion nel 2003.

La vocalist della formazione era, anzi, è Anne Richmond Boston, visto che ancora girano per gli States per concerti sebbene non abbiano più pubblicato nulla. Il suono del gruppo era caratterizzato dalla sua voce squillante, sicuramente in linea con il sixties-style di un gruppo che univa suoni degli anni Sessanta, nevrosi da pop fin anni Settanta alla Police, e un pizzico di ironica follia alla Devo. Storie passate, come anche il tentativo fallito della Boston di imbarcarsi in una carriera solista dopo la prima separazione della band nel 1989. Il suo primo ed unico album solista The Big House of Time uscì nel 1990, e già virava il suono verso un roots-rock più convenzionale, e rimase comunque un prodotto da underground dell’allora fiorente, quanto crudele, industria discografica. Talmente feroce da non pubblicare mai un secondo album fatto e finito per il 1992 chiamato I Should Be Happy, che oggi finalmente vede la luce grazie alla DB Records. La stessa Boston nelle note spiega che non sa ben spiegare le ragioni di una pubblicazione mancata e così tardiva, ma che resta fiera del lavoro fatto. Del progetto originale sono state recuperate otto canzoni su dodici, e ben sette sono state scelte tra le outtakes del periodo, ovviamente con un lavoro di rimasterizzazione e qualche nuova sovra-incisione, soprattutto riguardanti le parti di batteria di Bill Conway (proprio quello dei Morphine), coinvolto ai tempi come session man, e oggi compagno della Boston.

Il disco ha un suono da prodotto di Austin di altri tempi, tra mid-tempo alla John Hiatt come la title-track, intense ballate come Carry Me, sofisticati numeri alla Laura Nyro come Bottle Of Sleep o episodi più rock alla Carla Olson come Dark Room o You Planned It. La Boston canta tutto con voce dolce ed esile, e certi momenti ricordano i contemporanei album solisti di Exene Cervenka, anche negli episodi più vicino al country e al folk (Gone, Torn Apart, First light), mentre altrove Amazing vira più su un facile e gustoso pop radiofonico alla Go-Go‘s. C’è tempo per le buone cover di The Wind Cries Mary di Jimi Hendrix, quasi alla Pretenders come resa, e In My Life dei Beatles, per un disco che davvero non meritava l’oblio.

Nicola Gervasini

 

sabato 18 luglio 2026

To Die On Ice

 

To Die On Ice – Panoramica degli Abissi

2026, Subsound Records/Gymnocal Industries

 

Ci sono progetti discografici davvero difficili da spiegare in una breve recensione, vuoi perché musicalmente sono poco inquadrabili, vuoi perché poi quello che conta è anche il concetto che sta alla base di tutto il lavoro. Partiamo intanto dal presentare i To Die On Ice, nome particolare nato nel 2021 quasi come un supergruppo trasversale ad almeno quattro band dell’underground italiano (Action Dead Mouse, Oracle, Ominoacidi e What Contemporary Means) per creare quello che loro hanno definito un “Lynch Sound”, il che già suona indicativo di come le loro musiche abbiano molto della colonna sonora cinematografica. Di fatto questo loro secondo album intitolato Panoramica degli Abissi (il primo, Una Specie di Ferita, uscì nel 2022) è un disco che va usufruito in maniera multimediale, magari leggendo e sfogliano il libro omonimo del chitarrista e cantante Filippo Dionisi, da cui sono tratti i testi (libro piacevole da sfogliare anche grazie ai disegni di Vitt Moretta), o sapendo che del disco esiste anche una versione video diretta da Lulù Withheld (e curiosamente distribuita solo su VHS).

 

D’altronde queste tredici tracce sono spesso solo strumentali, e anche quando Dionisi interviene a cantare, o a volte solo declamare o urlare, i versi del suo libro, resta quasi in secondo piano rispetto alle musiche, caratterizzate soprattutto dal sax di Andrea Pedone, usato spesso come tappeto base di molte composizioni più che come elemento solista, quasi a sostituire la mancanza di tastiere e sintetizzatori che ben si sarebbero adattati al genere proposto. La band è completata dalla sezione ritmica di Marco Senin (basso) e Alessandro Vitali (batteria), anche loro spesso in primo piano, protagonisti dei singoli pezzi con un piglio da quartetto jazz. Al disco poi hanno partecipato anche Francesca Bono degli Ofeliadorme, che mette la voce in Tempeste di Sabbia, e di Vespertina in L’insonnia.

 

Album da ascoltare seguendo il libro (i brani, anche quelli completamente strumentali,  hanno tutti un sottotitolo che descrive a che punto siamo del racconto), o semplicemente ad occhi chiusi lasciandosi trasportare dalle atmosfere che uniscono vari generi (prog, jazz, gospel, ma anche qui le definizioni lasciano il tempo che trovano), Panoramica degli Abissi è uno dei tanti esempi del coraggio sperimentale che anima la nostra scena indipendente, e testimonia la vivacità creativa di artisti come Filippo Donisi, votati ad una multidisciplinarità che non è affatto facile governare con così buon equilibrio.

 

Nicola Gervasini

VOTO.7

 

 

 

sabato 11 luglio 2026

Spear Of Destiny

 

Spear Of Destiny

Kings Of Kings

Secret Records

***1/2

 

Nove anni non sono discograficamente molti per esserci già necessità di una ristampa di un album che di certo non ha venduto tantissimo, eppure riteniamo doveroso segnalare che torna sul mercato in nuova edizione il live Kings Of Kings degli Spear Of Destiny, uscito nel 2017. Innanzitutto perché è un doppio live che, sebbene abbia una registrazione che potrebbe non soddisfare gli audiofili (ma il garage-rock, si sa, non richiede perfezione, ma attitudine), potrebbe benissimo fare da introduzione ad una delle band storiche dei bassifondi rock britannici, un nome che negli anni Ottanta fece pure capolino nelle classifiche del Regno Unito, ma che oggi forse ha bisogno di dare una rinfrescata alla propria notorietà. Questo nonostante il fondatore Kirk Brandon tenga ancora in vita la sigla con concerti e ogni tanto qualche uscita discografica, unico superstite di una formazione che in quarantaquattro anni ha visto avvicendarsi intorno a lui più di una trentina di musicisti.

Partire da Kings Of Kings non vuol dire avere una piena conoscenza della loro importanza forse (comunque andrebbero perlomeno recuperati i classici in studio come Wold Service o Outland, per citare giusto i due album più venduti della loro epopea), significa però partire dall’essenziale filosofia di live-band della sigla, qui colta in una serata del 2002 al Limelight Club di Londra, in un mix di classici della loro prima ora e pezzi ai tempi più recenti, e sebbene il livello della loro produzione successiva sia sempre stato più che dignitoso, possiamo comunque dire che qui ritrovate il meglio del loro songbook. Ai tempi la formazione incorporava il sax di John Lennard, recuperato addirittura dai Theatre Of Hate, che furono la prima formazione dei fondatori Brandon e Stan Stammers, la sezione ritmica di Danny Farrant (batterista degli attuali Buzzcocks) e James Yardley, e già le tastiere di Steve Allan Jones, unico dei quattro collaboratori di Brandon ad essere ancora oggi in formazione.

Ventiquattro brani suonati con veemenza e fervore (Propaganda sa proprio di proclama degno degli MC5), con il sax di Lennard che rievoca gli Stooges di Fun House (ascoltate la lunga e acida Brave New Soldiers) o i primi Psychedelic Furs (Legion), e le chitarre che sanno anche trovare variazioni allo spirito da cantina dei brani, come ad esempio il riff da hard rock di The Wake o l’andamento da glam-rock alla T.Rex di Rainmaker. Nel 2002 era forse già diventato un rock di altri tempi, ma oggi questo suono pare ancora modernissimo, in un’ epoca in cui non è più facile trovare una simile rabbia. Nonostante abbiano nel tempo vantato tour come spalla di nomi con Ramones, U2 e R.E.M. restano una band che necessita sempre di essere riscoperta.

Nicola Gervasini

 

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...