sabato 1 agosto 2026

TERENCE TRENT D'ARBY

 

Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya, fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pubblicato con questo nome (il brano era O Divina) sono passati 25 anni, sappiate che stiamo parlando del fu Terence Trent D’Arby. La storia del suo cambio di nome parla di sogni ricorrenti di morte e rinascita e non di vere e proprie svolte religiose in stile Cat Stevens/Yusuf Islam, ma l’effetto sulla sua carriera è stato quello di uan sorta di auto-isolamento nella nostra Milano (sua moglie è italiana) da dove pubblica album in maniera indipendente dal suo sito. Una produzione che solo chi ha avuto la costanza di seguirlo al di fuori dei canali distributivi più convenzionali ha avuto modo di ascoltare e apprezzare, e che spesso si discosta molto dal soul moderno per cui lo ricordiamo. E questo spiega anche perché questo box che invece racchiude i quattro album pubblicati per la Columbia tra il 1987 e il 1995, esca col nuovo nome nonostante i dischi siano famosi in tutto il mondo con il suo antico nickname artistico (lui infatti è comunque nato Terence Trent Howard). Edizione che esce solo in sei vinili colorati (gli ultimi due album erano doppi), e che quindi si rivolge a collezionisti amanti anche dell’”oggetto”, ma che ridanno comunque occasione di parlare di un caso artistico davvero particolare.

 

La storia di Terence Trent D’Arby inizia infatti col botto nel 1987,quando l’album d’esordio (anche se nel 1984 aveva pubblicato un album con la band dei Touch) Introducing the Hardline According to Terence Trent D'Arby vende otto  milioni di copie, e se accendente la radio a distanza di 38 anni e fate un po’ di zapping tra le stazioni, state pur certi che prima o poi risentirete uno dei fortunati singoli dell’album. If You Let Me Stay, Wishing Well, Dance Little Sister e Sign Your Name sono rimaste scolpite nella storia della black music degli anni Ottanta, e furono importanti anche dal punto di vista del suono, perché dopo anni di monopolio del duo Michael Jackson/Prince e conil vecchio soul caduto in disgrazia o ormai definitivamente votato alla pop music in stile Kool & The Gang, primo fra tutti D’Arby recuperò le sonorità e lo spirito da vecchio soulman, e non a caso chiudeva simbolicamente il disco con una splendida cover di Who's Loving You di Smokey Robinson, un chiaro richiamo a tornare alle origini. Certo, già in un album così commercialmente potente si intravedevano alcune stranezze (Let’s Go Forward pareva un brano di un altro artista), ma nulla poteva far prevedere che i suoi atteggiamenti da rockstar messianica (una foto che lo ritraeva crocefisso in perfetta “Jesus Christ Pose” fece anche un certo scandalo) lo avrebbero portato ad una totale autodistruzione di una carriera così splendidamente avviata. Il disco resta in ogni caso una pietra miliare con anche altri brani trascinanti come Rain o Seven More Days ad avvalorare la tesi che non fosse solo un abile hit-maker.

 

 

Il passo successivo, Neither Fis Nor Flesh, si rivelò però un flop al confronto, eppure era un disco più coraggioso che pretenzioso, sebbene non si possa definire del tutto riuscito. Era evidente l’intenzione di D’Arby di far vedere che poteva anche andare oltre la ricostruzione delle antiche regole della Soul Music , cercando di elaborare uan nuova forma che univa i classici a Hendrix, Beatles,Rolling Stones, con un suono ancora una volta all’avanguardia che anticipava molto il menu offerto dal più scaltro e furbo Lenny Kravitz, che esordiva in quel periodo con l’ottimo Let Love Rule che tanto gli doveva. La sequenza centrale I'll Be Alright, Billy Don't Fall, This Side of Love e Attracted to You vale ancora oggi il viaggio, ma in apertura, come anche in chiusura, D’Arby appesantì l’album con non pochi esercizi vocali tediosi, passaggi narrativi a vuoto, e anche un pezzo davvero malriuscito come Roly Poly. Ma, soprattutto, mancavano del tutto i singoli, e personalmente ricordo l’imbarazzo evidente con cui certi deejay nelle radio presentavano un brano per me meraviglioso, ma del tutto inadatto ad un airplay per il grande pubblico, come il primo singolo This Side Of Love. Luci ed ombre di un talento ingestibile, che lo gettarono nello sconforto, e già allora dichiarò che l’insuccesso dell’album poneva fine alla carriera di Terence Trent D’Arby, e che si sarebbe ritirato.

 

Ma visto che il contratto pretendeva ancora due titoli, prima dell’avvento di Sananda Maitreya, nel 1993 uscì Symphony Or Damn. Accolto con sospetto, se non proprio disinteresse, da un mondo musicale che ne frattempo aveva avuto non poche rivoluzioni, il disco suonava infatti ormai vecchio e ancora troppo anni Ottanta per riportarlo agli antichi fasti, ma fu considerato comunque discretamente per la presenza di non pochi brani in cui D’Arby abbandonava velleità da nuovo genio della Black Music, e faceva con semplicità quello che meglio sapeva fare. Sebbene troppo lungo e infarcito di brani minori, Symphony Or Damn suona oggi più che piacevole, con il suo piglio decisamente più radiofonico e rock (She Kissed Me, Wet You Lips), e il singolo Delicate, un duetto con la stellina del nuovo ’R&b dei Novanta Des'ree, quasi bissò il successo di Sign Your Name in tema di ballatone dolci. Tension Inside The Sweetness/Frankie & Johnny o Let Her Down Easy sono comunque brani da riscoprire, ma non evitarono  che la Columbia perdesse interesse a tornare ad investire su di lui.

E così l’ultimo atto di questo primo capitolo della sua storia, Vibrator, uscì nel 1995 nel più totale disinteresse e mancanza di promozione. L’album era stato inoltre registrato dal solo D’Arby senza la consueta schiera di session men, anticipando così l’autarchia produttiva del sarà Sananda Maitreya, eppure nonostante nascesse sulla carta come svogliato impegno contrattuale, Vibrator è un disco che nasconde momenti davvero notevoli che ancor più amplificano il rimpianto per una carriera gettata alle ortiche così in fetta. Ricordato anche per la simbolica copertina che lo vede biondo e senza più le celeberrime treccine che tanto contribuirono al suo fascino, corredato da due belle ali da angelo, Vibrator è’ un disco molto personale, i cui anticipa la propria rinascita sotto altre vesti (TTD's Recurring Dream, Resurrection), e in cui ancora una volta macina sapientemente un variopinto mix di stili. Singolare comunque il fatto che mentre in Usa il disco venne praticamente ignorato, raggiunse l’undicesima posizione in una Gran Bretagna in piena esplosione della scena brit-pop anni Novanta, un exploit breve che comunque non convinse la Columbia a rinnovare il contratto, e che lo gettò in un silenzio che durerà fino al 2001, quando il discretamente venduto album Wildcard uscito a nome Sananda Maitreya parve davvero potesse segnare una rinascita commerciale.

TERENCE TRENT D'ARBY

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