Squeeze
Trixies
(BMG/Love,
2026)
File Under:
Glam-Pub-Rock Opera
In considerazione della loro
lunghissima storia, gli Squeeze sono una band tutto sommato poco seguita
in Italia, nonostante questo Trixies figuri essere il loro sedicesimo
album dal 1978 ad oggi. Certo, l’esordio omonimo prodotto da John Cale appare
quasi sempre in qualche lista dei migliori album di quel mondo power-pop “post-kinksiano”
che infuocava i pub londinesi di fine anni settanta (ma qualcuno li definisce
post-punk o new wave, ma su queste definizioni ormai è quasi diventato inutile
discutere), ma la loro epopea, duratura, per quanto non priva di scioglimenti e
reunion come tante altre, è ormai un capitolo non certo insignificante della storia
del classic-rock.
Trixies è un’occasione particolare
per poterli conoscere, perché vede i due membri fondatori Chris Difford e Glenn
Tilbrook registrare una serie di brani scritti nel 1974, quando i due avevano
solo sedici e diciannove anni, e fondarono la band mettendosi al lavoro per il
materiale di un ipotetico primo album, salvo poi abbandonare questo pugno di
canzoni quando poi l’occasione si fece concreta quattro anni dopo. Siamo quindi
ad una sorta di remake di qualcosa che non è mai stato pubblicato, il che impedisce
di fare paragoni con quella che era l’idea inziale dei due, ma non evita che
comunque si riconosca in queste canzoni un certo imprinting di pop britannico
(Kinks e Badfinger direi i riferimenti più evidenti) che i due già avevano in
dote nei loro timidi esordi.
Trixies era nata come una rock-opera,
idea alquanto di moda nel 1974, che proponeva una galleria di situazioni e
personaggi che ruotavano intorno ad un night club chiamato appunto Trixies, di
fatto esistente solo nella loro immaginazione. In qualche modo anche nella
registrazione moderna, fatta dai due con vecchi e nuovi collaboratori, è un
disco che evidenzia quanto la band sia stata importante nel traghettare la musica
inglese dal glam-rock (qui c’è pure una The Place We Call Mars che sa
del David Bowie della prima ora) al
pub-rock, con evidenti influenze (Get The Feeling potrebbe
tranquillamente apparire in un qualsiasi album del Paul McCartney solista) e
pegni artistici da pagare (il santino di Ray Davies emerge un po’ ovunque), ma
con il marchio di fabbrica Squeeze ancora ben evidente.
Il disco era molto vario, con
momenti da opera-rock (Hell On Earth), parentesi oscure (The Dancer
e Don't Go Out In The Dark girano dalle parti dei primi Stranglers), e
ovviamente ariose pop-song (Good Riddance) e qualche buon riff rock (Why
Don’t You). Il disco poi si fa più rilassato e suadente nel finale (Anything
But Me o una It’s Over che piacerebbe molto a Richard Hawley), ma
alla fine The Jaguars riporta tutto al loro stile pub-rock più riconoscibile,
prima del finale da opera glam-rock delle due title-track. Trixies
arriva fuori tempo massimo forse per diventare un disco storico, ma in tempo
per chiudere il cerchio di una storia che merita di essere riscoperta.
Nicola Gervasini
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