lunedì 31 agosto 2026

SQUEEZE

 

Squeeze

Trixies

(BMG/Love, 2026)

File Under: Glam-Pub-Rock Opera

 

 

In considerazione della loro lunghissima storia, gli Squeeze sono una band tutto sommato poco seguita in Italia, nonostante questo Trixies figuri essere il loro sedicesimo album dal 1978 ad oggi. Certo, l’esordio omonimo prodotto da John Cale appare quasi sempre in qualche lista dei migliori album di quel mondo power-pop “post-kinksiano” che infuocava i pub londinesi di fine anni settanta (ma qualcuno li definisce post-punk o new wave, ma su queste definizioni ormai è quasi diventato inutile discutere), ma la loro epopea, duratura, per quanto non priva di scioglimenti e reunion come tante altre, è ormai un capitolo non certo insignificante della storia del classic-rock.

Trixies è un’occasione particolare per poterli conoscere, perché vede i due membri fondatori Chris Difford e Glenn Tilbrook registrare una serie di brani scritti nel 1974, quando i due avevano solo sedici e diciannove anni, e fondarono la band mettendosi al lavoro per il materiale di un ipotetico primo album, salvo poi abbandonare questo pugno di canzoni quando poi l’occasione si fece concreta quattro anni dopo. Siamo quindi ad una sorta di remake di qualcosa che non è mai stato pubblicato, il che impedisce di fare paragoni con quella che era l’idea inziale dei due, ma non evita che comunque si riconosca in queste canzoni un certo imprinting di pop britannico (Kinks e Badfinger direi i riferimenti più evidenti) che i due già avevano in dote nei loro timidi esordi.

Trixies era nata come una rock-opera, idea alquanto di moda nel 1974, che proponeva una galleria di situazioni e personaggi che ruotavano intorno ad un night club chiamato appunto Trixies, di fatto esistente solo nella loro immaginazione. In qualche modo anche nella registrazione moderna, fatta dai due con vecchi e nuovi collaboratori, è un disco che evidenzia quanto la band sia stata importante nel traghettare la musica inglese dal glam-rock (qui c’è pure una The Place We Call Mars che sa del David Bowie della prima ora)  al pub-rock, con evidenti influenze (Get The Feeling potrebbe tranquillamente apparire in un qualsiasi album del Paul McCartney solista) e pegni artistici da pagare (il santino di Ray Davies emerge un po’ ovunque), ma con il marchio di fabbrica Squeeze ancora ben evidente.

Il disco era molto vario, con momenti da opera-rock (Hell On Earth), parentesi oscure (The Dancer e Don't Go Out In The Dark girano dalle parti dei primi Stranglers), e ovviamente ariose pop-song (Good Riddance) e qualche buon riff rock (Why Don’t You). Il disco poi si fa più rilassato e suadente nel finale (Anything But Me o una It’s Over che piacerebbe molto a Richard Hawley), ma alla fine The Jaguars riporta tutto al loro stile pub-rock più riconoscibile, prima del finale da opera glam-rock delle due title-track. Trixies arriva fuori tempo massimo forse per diventare un disco storico, ma in tempo per chiudere il cerchio di una storia che merita di essere riscoperta.

 

Nicola Gervasini

 

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