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giovedì 14 febbraio 2019

JENNIFER V BLOSSOM

Jennifer V Blossom 
Hunting Days
[Jennifer V Blossom, 2018]
 File Under: Punk-folk revisitedjenvblossom.com

di Nicola Gervasini

Quello della "Riot Grrrl" è uno stereotipo rock che ha ormai circa 30 anni, ma sembra non conoscere crisi. Nei primi anni 90, dopo che artiste come Michelle Shocked, Tracy Chapman e Suzanne Vega avevano aperto la strada ad una via folk del rock al femminile, arrivarono Ani Di Franco, Brenda Kahn e altre a renderlo una vera e propria dichiarazione di guerra a suon di chitarra acustica che non smette di avere adepte (penso a Wallis Bird, ad esempio). E a quella tradizione appartiene sicuramente la casertana Jennifer V Blossom, per anni promotrice della band dei The Over the Edge, e da tre anni impegnata in una carriera solista che approda finalmente al primo disco. Hunting Days è un progetto interessante che tenta di conciliare quello che è il combat-folk di brani come 3 AM e Scent Of Flower con una ricerca e modernizzazione della canzone italiana storica, qui evidenziata nell'autografa e decisamente teatrale Come Se Nessuno Mai e in una cover dark-folk di Nel Blu Dipinto di Blu (dal vivo esegue spesso anche Parlami d'Amore Mariù per dire). Il che rende Hunting Days un disco davvero eterogeneo, sebbene sempre caratterizzato dal suono scarno della sua acustica. Non mancano comunque i momenti riflessivi (As Two Lovers e la stessa title-track), e espisodi più rock full-band (A Bit Like Going Back). Particolare impressione fa il tono melodrammatico di Hard Stuff e il teso finale di From My Lips, mentre sempre al suo amore per la canzone classica si riferisce la resa di Non, Je Regrette Rien della divina Edith Piaf. Da seguire anche per il futuro.

martedì 12 febbraio 2019

FERRO SOLO

Ferro Solo 
Almost Mine: The unexpected rise and sudden demise of Fernando (PT.1)
[Riff Records/Fernando Dischi 2018] 
 
File Under: Guitars are not dead
riffrecords.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

I Cut sono stati una piccola istituzione del garage-rock bolognese per oltre vent'anni, ed erano capitanati da Ferruccio Quercetti, chitarrista che ha ora deciso il passo solista con il nickname di Ferro Solo. E Almost Mine: The unexpected rise and sudden demise of Fernando (PT.1) fa capire fin dal titolo che l'intenzione è quella di continuare su questa strada, con un disco in cui Quercetti condensa il proprio background musicale al servizio di un concept-album che segue le vicende del suo alter-ego Fernando. Chitarre in grande evidenza e rimandi a tutto ciò che abbiamo sentito nel mondo roots/garage negli anni 80 e 90, fin dalla partenza di It's a Girl, che non può non ricordare i Social Distortion, o il dark-blues elettronico alla Mark Lanegan di Got Me A Job (produce qui Luca Giovanardi dei Julie's Haircut). E ancora i giri di chitarre sixties di Hamlette, le ballate alla Green On Red di You Don't Have to Tell Your Story e This Daddy's Girl, ispirate piano-songs (Perfect Strangere Gala), e l'hard rock FM di He Spies (con la band romana dei Giuda). Nel disco si respira una forte aria di rock antico, con produzione accorta ma volutamente sporca, e l'aiuto di una serie di musicisti di valore dell'underground italiano (dal mondo Julie's Haircut provengono anche Andrea Rovacchi e Ulisse Tramalloni, mentre Sergio Carlini - Three Second Kiss - e Riccardo Frabetti - Chow - completano la backing band dei Fernandos). Disco che andrebbe distribuito nelle scuole per invogliare i ragazzini a provarci ancora con quello strano oggetto che i vecchi chiamano chitarra.

domenica 10 febbraio 2019

NERO KANE

Nero Kane
 Love In A Dying World
[American Primitive 2018]
 File Under: Desert Folk Experiencer
fuzzclub.shop
di Nicola Gervasini

La giungla di produzioni indie italiana è ormai fittissima e non sempre offre qualcosa di veramente originale, per questo siamo contenti quando incontriamo un progetto come quello di Nero Kane (Marco Mezzadri all'anagrafe), musicalmente forse ostico per molti nostri lettori, ma decisamente in linea con quello che è l'immaginario che da sempre muove la nostra webzine. Love In A Dying World nasce come disco, ma diventa anche un cortometraggio (realizzato da Samantha Stella, artista visiva e performer/danzatrice/tastierista che lo accompagna anche nei live) che segue Kane in un pellegrinaggio nel deserto americano. Una sorta di viaggio lisergico nel profondo dell'America con visioni alla Wim Wenders, che Kane commenta con una serie di brani realizzati a Los Angeles con la produzione di Joe Cardamone (era il leader degli Icarus Line), e caratterizzati da un suono molto evocativo per sole chitarre e tastiere, che miscela folk e blues con sapori psichedelici in cui si ritrovano sia echi di West Coast (Desert Soul) che di New York e Velvet Underground (Black Crows). Ma soprattutto tanto di David Eugene Edwards (16 Horsepower e Woven Hand) in How The Day Is Over o di Mark Kozelek (Dream Dream), il tutto condito da ottima cura nei suoni (la chitarra diBeacause I Knew When My Life Is Good fa vibrare le casse e l'anima). La mancanza di ritmo e percussioni rende l'ascolto forse un po' straniante, ma è evidente che l'album è da considerarsi non slegato dalle immagini che lo accompagnano. Il film è visibile integralmente a partire da febbraio sul sito www.artribune.com.

venerdì 8 febbraio 2019

HERSELF

Herself
Rigel Playground
[Urtovox/Audioglobe 2018] 
 
File Under: Slow-Folk passion
urtovox.com
di Nicola Gervasini

Il palermitano Gioele Valenti può essere considerato un veterano della cosiddetta scena neo-psichedelica (all'attivo esperienze con band come JuJu, Josefin Ohrn, Lay Llamas), ma ora con il nickname di Herself prova la carta solista con l'album Rigel Playground. Un disco molto interessante, realizzato in totale solitudine da polistrumentista, ma con un suono reso pieno dagli intrecci di tastiere e chitarre. Si parte con la voce quasi strozzata dell'iniziale Another Christian (pare quasi un J Mascis sotto effetto di sedativi), per proseguire con la splendida Bark, folk-song lisergica dove riescono probabilmente ad incontrarsi Pink Floyd, Elliott Smith, Sparklehorse e Bon Iver in un colpo solo. L'autunnale Crawling spinge più sui toni oscuri, mentre In The Wood trova una melodia da vero indie-folker alla Iron &Wine prima maniera. Il brano forte dell'album è il singolo The Beast Of Love, sia perché vede la collaborazione di Jonathan Donahue, cantante dei Mercury Rev (di cui Herself è stato artista-spalla nel recente tour), sia perché riesce a ipnotizzare l'ascoltatore per quasi sette minuti, meglio se vissuti guardando il video che cerca la Palermo più dark. Chiudono il giro blues di The Witness, ottimo intermezzo di energia, e il pessimismo folk di Treats ("When everything is clear, I see black"), marchio di fabbrica di un autore che ama i toni dimessi (se non proprio depressi) soprattutto nei testi, ma dimostra con questo album di avere in studio una statura da scena internazionale. E in questo caso la durata di 33 minuti permette di concentrarsi al meglio su sette brani che ci sentiamo di consigliare.

sabato 2 febbraio 2019

DAVID CROSBY



David Crosby
Here If You Listen 
[
Bmg 
2018]
davidcrosby.com
 File Under: If He Could Only Remember Their Names

di Nicola Gervasini (17/12/2018)


Il rammarico che ho sempre avuto su David Crosby era il fatto che tutto sommato nei suoi anni d’oro abbia pubblicato veramente poco a suo nome. Probabilmente anche per accordi con i ben più scaltri compari Stills, Nash e all’occorrenza Young, nei dischi di gruppo lui era sempre quello rappresentato con meno canzoni, e di fatto prima di Oh Yes I Can del 1989 aveva prodotto un solo album solista e i tre dischi in coppia con Graham Nash, anche lì con contributo in minoranza (Byrds a parte ovviamente, dove comunque ha avuto modo di pubblicare poche canzoni a sua firma). Ho come la sensazione che, arrivato a settant’anni, si sia reso conto di aver perso molto tempo, e ora tenta un recupero con una improvvisa frenesia discografica. 

Quattro album dal 2014 ad oggi sono un ritmo inusuale per lui, ed era ovvio che nella fretta finisse anche per affrontare progetti non del tutto necessari. Innanzitutto, va notato che, nonostante siano stati bene accolti, gli album Croz, Lighthouse e Sky Trails avevano un piccolo difetto di fondo, e cioè il fatto di averci fondamentalmente confermato che l’uomo sa scrivere un solo tipo di canzone: la qual cosa, quando gli viene bene, è senza rivali, ma l’idea di base è pur sempre quella di un folk che gli permetta di valorizzare la sua voce quasi come se fosse uno strumento. C’era dunque bisogno di qualche cambiamento, ma sembra che questo Here If You Listen non riesca troppo a smuoverlo dalla sua rassicurante consuetudine musicale. Peccato, perché il disco nasce come progetto corale con i musicisti che già lo seguono in tour, con ampio spazio dato alle voci Michelle Willis e Becca Stevens e al multistrumentista Michael League (co-titolari anche in copertina), e c’era da aspettarsi forse qualche idea in più. 

Crosby invece prova a rimescolare le carte con qualche rifacimento (1967 e 1974 sono vecchi inediti rimaneggiati, Woodstock è proprio quella Woodstock lì…) e aggiungendo al suo solito menu piatti nuovi, con particolare enfasi sul singolo a tre voci Glory e altri brani al solito suggestivi e melodicamente perfetti come I Am No Artist, Balanced on a Pin o Other Half Rule. Ma alla fine solo in Janet pare sfruttare al meglio le possibilità che la formazione gli offre in termini di variazioni musicali. Per il resto, se avete apprezzato i tre dischi precedenti, Here You Listen non vi deluderà, perché il grande vecchio della West Coast continua a insegnare stile, e si dimostra sempre in grande forma, tanto da intimidire ancora i propri amici e comprimari. E questo nonostante fin dal suo mitico If I Could Only Remember My Name lui abbia amato lasciare spazio anche agli altri e non tenersi tutte le luci della ribalta, tipico del suo carattere da ipersensibile bonaccione. 

Nonostante tutto è sempre bello rendersi conto di avere a che fare con lo stesso bambinone di un tempo, che conserva gli stessi sogni, e forse anche la stessa rabbia verso chi quei sogni, secondo lui, li ha traditi (uno dei tanti motivi di rancore con il vecchio amico Graham Nash pare). Forse chiedergli ancora di più non avrebbe senso, ma ho come la sensazione che Here If You Listen potesse anche rappresentare l’ultima occasione per ottenerlo.

lunedì 28 gennaio 2019

CHARLES BRADLEY

Charles Bradley 
Black Velvet 
[Daptone/ Goodfellas 2018]

daptonerecords.com

 File Under: black angel

di Nicola Gervasini (26/11/2018)


Quando più di un anno fa ci ha lasciato Charles Bradley, il primo pensiero che ho avuto è stato ricordarmi del prode John Campbell, bluesman che negli anni Novanta pubblicò un paio di devastanti album (One Believer e Howlin Mercy) dopo anni di gavetta, per morire proprio quando finalmente ce l'aveva fatta e sembrava che il meglio dovesse ancora venire. La storia di Bradley è simile e ve l'abbiamo già raccontata quando nel 2011 uscì il suo primo album No Time For Dreaming, ed è quella di anni passati sui palchi a imitare il proprio mito James Brown con lo stage name di "Black Velvet" prima che la Daptone lo scoprisse. Il soprannome fa giustamente da titolo a questa pubblicazione all'insegna del "quel che resta da dire su Charles Bradley", una doverosa raccolta di b-sides, inediti e brani scartati dalle sessions dei suoi tre album (Victim of Love del 2013 e Changes del 2016 gli altri due).

Quando si tratta di simili operazioni si è di solito abituati a sospendere un po' il giudizio critico a favore del sentimento e della curiosità per alcuni episodi, prime tra tutte le cover. La carriera di Bradley è nata in piena era New Soul, una scena che persino un po' inspiegabilmente ha riscosso molti favori anche in seno al pubblico più indirizzato a quella indie, e questo serve a spiegare alcune scelte come l'affrontare un brano come I'll Slip Away di Rodriguez, artista simbolo dell'"essenza indie". Ma soprattutto incuriosisce il confronto con nomi altisonanti come Nirvana (Stay Away) e Neil Young (Heart of Gold), brani che qualcuno di voi avrà già recuperato nelle riedizioni del suo primo album e che qui vengono riproposti. Bradley gioca secondo regole già dettate da altri, persino quella di virare a soul brani nati in altri mondi (penso a Solomon Burke, per dirne uno), ma anche questo Black Velvet in fondo testimonia come non fosse certo un vecchio soul-singer l'uomo giusto a mostrare nuove vie, ma che restasse comunque l'uomo giusto per ribadire quanto buone fossero ancora quelle vecchie.

In ogni caso, pur nell'evidenza di un lavoro assemblato raschiando il fondo di un magazzino purtroppo aperto da poco, troviamo alcuni brani autografi piacevoli come Can't Fight The Feelin', Luv Jones e soprattutto la bellissima ballata I Feel A Change, uno di quegli anthem soul pieni di lacrime e sudore che se fosse uscito nel 1964 sarebbe oggi un brano con almeno venti cover al suo attivo. A rimpolpare il menu arrivano poi la strumentale title-track, che si segnala più per la mancanza della sua voce che per la performance della Menahan Street Band, e una nuova versione di Victim Of Love, divenuta nel frattempo un suo piccolo classico.

La storia di Bradley finisce qui (anche se è ipotizzabile che qualcuno avrà registrato qualche sua esibizione live), non ha spostato gli equilibri della musica soul e probabilmente non lo avrebbe fatto mai, ma ci ha ridato il gusto di un suono che fa parte del nostro DNA, e che scorre ancora oggi nelle vene di tutta la musica rock e pop americana e mondiale. Grazie Charles.

venerdì 25 gennaio 2019

JEREMY NAIL

jeremy Nail 
Live Oak
[
Open Nine Music 2018]
jeremynail.com
 File Under: Austin after midnight

di Nicola Gervasini 
(21/11/2018)
Un disco come Live Oak di Jeremy Nail sembra quasi fatto apposta per chiedersi se davvero ancora ci sia spazio per cantautori come lui in questo mondo. E dico "spazio", perché a dire "bisogno" tradiremmo la nostra vocazione di cercatori di storie americane cantate in punta di chitarra acustica, nonostante il genere stia attraversando un momento difficile, perché se un nuovo Dylan non lo si cerca più, in questo periodo si fa a fatica a trovare anche, non dico un nuovo Ryan Adams, ma almeno un nuovo Ryan Bingham che rianimi il mercato della canzone americana. E così vi ho indirettamente già dato le coordinate di questo cantautore, che viene da Austin come parecchi nostri "eroi da Strade Blu", città dove Nail aveva provato senza successo a pubblicare un disco e un EP a fine anni zero prima di entrare nella band di Alejandro Escovedo.

Proprio il prode Alejandro lo ha poi spinto a riprovarci, producendo nel 2016 il suo album My Mountain, mentre ora Jeremy ci ritenta con questo Live Oak, che a dispetto del titolo non è una registrazione di un concerto, ma un disco fatto in studio e con anche buona produzione e attenzione ai suoni. Quali suoni? Voce bassa (Rolling Dice), acustiche in evidenza (Sea of Lights), elettriche (del bravo Jeremy Menking) che ricamano ma non invadono (Till Kingdom Come), spazzole che strisciano su casse che mai vengono pestate (So Long, Yesterday), pianoforti (offerti dal grande Bukka Allen) che fanno vibrare il silenzio (Other Side of Time). Il tutto per poter raccontare le sue storie, quelle di padri morti spaccandosi la schiena sui campi (Fields of Our Fathers), ma soprattutto la sua personale vicenda, quella di chi ha perso una gamba per una rara forma cancerogena, ma riesce comunque a trovare la bellezza della vita nella natura (Abiquiu).

Da qui arriva anche la vicenda della title-track, storia di una quercia secolare di Austin che venne avvelenata da un abitante apparentemente senza motivo se non ucciderla nel 1989, ma che miracolosamente ha resistito anche a questa violenza, e oggi ancora si staglia nel cielo di Austin. Simbolismo chiaro di chi si aggrappa alla vita con i denti, ma la canta con parole sussurrate e per nulla rabbiose. Il limite di Live Oak sta infatti in una eccessiva gentilezza di suoni e melodie, che rende forse questi 46 minuti poco dinamici e poco vari, ma è indubbio che il ragazzo sa scrivere canzoni, e il produttore e batterista Pat Manske sa intervenire con qualche buona idea come i fiati discreti di Hope and Fear o la bella jam quasi-acida che caratterizza Freedom's Bell, il brano centrale e forse più riuscito della raccolta. Resta in ogni caso un autore e un prodotto da strade blu secondarie, ma voi sapete bene quanto è proprio nelle backstreets che i grandi trovano le idee per le mainstreets.

sabato 19 gennaio 2019

KURT VILE

Kurt Vile 
Bottle It In
[
Matador/ Self 2018]
kurtvile.com
 File Under: Less isn't better

di Nicola Gervasini 
(05/11/2018)
Non so se sia davvero possibile dire qualcosa di nuovo nella canzone d'autore, ma in fondo non vedo dove stia il problema, dal momento che fortunatamente l'umanità, di cose da raccontare, ne avrà sempre, a dispetto del numero limitato di accordi con cui ci si può accompagnare. Eppure Kurt Vile è uno di quelli che ancora ci prova a rimescolare le carte, fin dai suoi esordi con i War On Drugs, e in un percorso solista che arriva con Bottle It In al settimo titolo (otto se contiamo la collaborazione con Courtney Barnett dello scorso anno). La durata di 78 minuti già fa presagire un'altra impegnativa maratona simile a quella del disco precedente (B'lieve I'm Goin Down, del 2015), che, sebbene fosse pieno di ottime canzoni, aveva un po' raffreddato gli entusiasmi su di lui (anche in termini di vendite, visto che Wakin on a Pretty Daze del 2013 era addirittura finito in Billboard USA).

Invece qui fin dall'iniziale Loading Zones sembra di respirare un'aria quasi mainstream, con un brano semplice e radiofonico, e sempre di veloce impatto sono le successive Hysteria e la cavalcata alla War On Drugs (alla fine torniamo sempre lì) di Yeah Bones. Poi però, messo a suo agio l'ascoltatore, ecco che arrivano i dieci minuti circa di Backwards, quasi un talking-blues in cui, nonostante del refrain rimanga solo un lontano miraggio, Vile riesce comunque a ipnotizzare l'attenzione. Un buon inizio che potrebbe far presagire l'arrivo del disco della maturità, ma a questo punto qualcosa si inceppa. One Trick Ponies infatti sono altri cinque minuti con lo stesso concetto di base: un unico giro di chitarra ripetuto in loop, una lunga serie di strofe quasi identiche tra loro, e la solita totale mancanza di stacchi. I tre minuti di Rollin With The Flow alleggeriscono il tutto (è una cover di Charlie Rich), fin troppo visto che il brano appare fuori contesto, ma i due episodi successivi, più di 18 minuti di durata totale, ammazzano un po' l'entusiasmo.

Non che non ci sia di che applaudire nella convulsa storia di droga di Check Baby, ma i dieci minuti e passa della title-track paiono chiedere troppo. Più che altro perché restano a quel punto ancora più di 25 minuti di disco, in cui sempre utilizzando l'espediente batterie elettroniche/giro di chitarra a ciclo continuo, si passa per una Munities dove aiuta anche l'amica Kim Gordon, una Come Again che sfrutta un riff di banjo per offrire uno dei pochissimi brani con un chorus, e una inutile Cold As A Wind, brano vintage fin dalla gracchiante registrazione, che rende solo più faticoso giungere ai dieci minuti di Skinny Minni, ancora un giro ipnotico, ancora un parlato, ancora una lunga cavalcata disturbata solo da una timida chitarra distorta.

Tutto molto bello, ma anche leggendo i testi si ha l'impressione che nella frenesia di non scrivere canzoni già scritte da altri, Vile si sia perso per strada la necessità di scriverne di nuove. Ed è un peccato, perché con la carne al fuoco che c'è in questo Bottle It In ci sono artisti che ci farebbero dieci album, ma qui si è perso il senso della misura. Persino quella che gli fa piazzare addrittura un minuto e 38 secondi di elettronica e rumori a termine del tutto, perché ad un certo punto probabilmente ha avuto paura di essersi dimenticato qualcosa. Qualcuno lo obblighi a fare un disco di 12 canzoni con un tempo massimo di 40 minuti, e forse avremo finalmente il gran disco che sappiamo Kurt è in grado di fare.

giovedì 17 gennaio 2019

THE TRIALS OF CATO

The Trials of Cato
Hide and Hair
[
The Trials of Cato 2018]
thetrialsofcato.com
 File Under: Crociata folk

di Nicola Gervasini 
(10/12/2018)
Nel mondo globalizzato di oggi capita ormai di poter leggere anche una storia come quella dei The Trials of Cato, un trio di giovani folker nati tra le pecore delle campagne del Galles e dello Yorkshire, impregnati di una antica cultura rurale ancora non del tutto invasa dalla modernità della città e del mondo social. William Addison, Robin Jones e Tomos Williams un giorno sono partiti per una vacanza in Libano, un viaggio di piacere che si è trasformato in una crociata culturale a suon di strumenti a corda tradizionali, tanto che là sono rimasti per un lungo periodo. Diventando uno degli appuntamenti preferiti dei giovani del luogo, figli di un benessere oramai lontano nel tempo (Beirut veniva chiamata "La Parigi del Medio Oriente", ricordate?).

E ci sarebbe da farci un bello studio antropologico per capire perché un gruppo che offre una musica così antica e impermeabile alla modernità come il brit-folk offerto da questo Hide And Hair, possa avere trovato così tanti favori nel mondo mediorientale, e capire come effettivamente elementi di musica araba si possono ritrovare anche nelle bellissime gighe strumentali di questo disco come Kadisha, Libanus o Difyrrwch. Per registrare il loro album di debutto comunque i tre hanno fatto ritorno in patria, a Meifod, nel profondo Galles, dove Rod Callan ha trasformato un vecchio fienile nei Pen Y Lan Studios, posto perfetto per registrare un disco di folk immersi nel nulla delle country gallesi. I tre hanno inciso un album davvero sorprendente per come riesce a rinfrescare una tradizione fatta di ballate strumentali, brani in gallese (Haf, e perdonate se non so raccontarvi di cosa parla, perché il gallese penso sia la lingua più incomprensibile d'Europa) e cover-omaggio come Tom Paine's Bones di Graham Moore.

E in mezzo alcuni brani davvero interessanti in inglese come Gawain o Gloria, storia di una iniziazione sessuale con una bella cortigiana alla fiera di paese (che immagino che sia il luogo dove accadono tutte le tresche amorose a leggere i testi di almeno la metà dei tradizionali folk britannici), working-songs di protesta rurale (These Are The Things), romantiche canzoni popolari (il canto disperato della donna rimasta sola in attesa del proprio uomo partito per una guerra di My Love's In Germany) o le storia di marinai e grandi bevute del finale di The Drinkers, brano che incorpora anche un altro tradizionale (Rees).

Incredibile come 43 minuti di intrecci di chitarre, bouzouki, banjo, mandolini, fisarmoniche e percussioni, corredati da racconti di guerre di secoli fa e fiere di paese che ormai possiamo solo immaginare, possano ancora risultare interessanti per dei giovani musicisti, nuovi eroi di una nicchia culturale che è pronta per diventare riserva naturale da salvaguardare.

lunedì 10 dicembre 2018

ANY OTHER

Any Other Two, Geography[42 Records 2018] 

42records.it
 File Under: alt-rock, indie

di Nicola Gervasini (24/10/2018)
Abbiamo ancora nelle orecchie e nei lettori l'exploit di Emma Tricca con l'album St. Peter, ed ecco che con Any Other subito troviamo un'altra artista di cui essere fieri anche nel mercato estero. Polistrumentista al servizio di Colapesce e pure produttrice di un album per il varesotto Generic Animal, Adele Nigro usa un nickname misterioso, che, come tradizione indie vuole, non si sa mai se considerare una band o un singolo artista. Ma qui dubbi non ce ne sono, perché Adele suona gran parte degli strumenti, aiutata da Marco Giudici (piano e basso), Alessandro Cau (batteria) e con interventi di Laura Agnusdei degli Julie's Haircut e Marta Benes.

Two, Geography rappresenta un netto passo avanti rispetto all'esordio del 2015 (Silently. Quietly. Going Away), perché nonostante lo stile richiami ovviamente nomi del passato e presente, si nota una personalità nel modo di scrivere canzoni non indifferente, con brani che si dimenticano ritornelli, two-minute songs che indugiano in lunghe intro di archi prima di svilupparsi in un emozionante crescendo improvvisamente troncato sul finale (Breastbone), bozzetti da poco più di un minuto che assumono dignità di canzone finita (la strumentale Stay Hydrated! e il finale di A Place). E in mezzo una serie di canzoni davvero straordinarie anche nei testi, con un filo logico emozionale che viaggia sul confine del concept album, in cui dallo struggente testo di A Grade (una escalation di ricordi di un amore finito che finisce però con una reazione d'orgoglio come "Non dovrei essere grata se qualcuno mi fa sentire che posso essere amata, mi merito amore"), si arriva alla positiva presa di coscienza di Geography ("Se non riesci a vedere il mondo se non attraverso la lente del cinismo, qual è il senso anche solo di vivere?"), passando attraverso però le difficoltà a trovare un senso dopo una grande delusione ("come puoi fare le cose quando sei giù e non esiste un criterio?" recita l'inizio del singolo Capricorn No).

Proprio quest'ultima canzone è forse il brano che si discosta più dal resto, e potrebbe trarre in inganno sul suo stile, dove la rabbia della prima Ani DiFranco si sposa perfettamente con la grazia delle prime brit-folker inglesi di fine anni sessanta. Two, Geography ha il raro dono di mostrare una maturità da artista scafata, pur raccontando di incertezze e dolori da ragazza che scopre che la ricerca di sé stessa e del grande amore non sempre vanno d'accordo (In Traveling Hard canta "Se esco con gli uomini, devo accettare che io possa essere migliore di loro, contrastandoli e non più trascurandomi per il loro bene. Non sono difettosa, non ho bisogno di essere aggiustata, ho solo bisogno di amarmi"), e che pensa che la musica possa ancora raccontare qualcosa di noi stessi attraverso le emozioni dell'artista ("Leggi i testi quando ascolti la canzone? Potrebbe aiutarti in alcune occasioni" canta ancora in Geography). Fortemente consigliato.

venerdì 7 dicembre 2018

KASEY CHAMBERS

Kasey Chambers & The Fireside Disciples
Campfire
[
Essence 
2018]
kaseychambers.com
 File Under: field songs

di Nicola Gervasini (27/06/2018)
Non è stato facile per Kasey Chambers guadagnarsi il rispetto del mondo country/roots statunitense. Vuoi per quella normale diffidenza verso una australiana che si dedica alla country-music, vuoi perché all'inizio la sua carriera si è dovuta scrollare di dosso anche il sospetto di essere solo una "figlia di". I genitori infatti erano già più che noti per aver dato vita alla Dead Ringer Band, e proprio loro a fine anni Novanta permisero alla figlia di volare negli Stati Uniti grazie all'interessamento di Buddy Miller, che suonò già nel suo primo album. La ragazza però ha avuto l'umiltà di fare la giusta gavetta, imparando il mestiere come spalla di Lucinda Williams, e disco dopo disco è cresciuta.

Non abbiamo forse la nuova Emmylou Harris, ma le sue ultime uscite come Bittersweet (2014) e Dragonfly dello scorso anno (prodotto dal compatriota Paul Kelly) testimoniano un'autrice e interprete sicuramente di primo piano. Tempo dunque di permettersi un disco come Campfire, probabilmente il suo progetto più integralista e legato alla tradizione, in cui la Chambers riunisce sotto il nickname The Fireside Disciplesamici (Brandon Dodd dei Grizzly Train), parenti (il padre Bill Chambers) e Alan Pigram, artista australiano di etnia Yawuru molto noto in patria con i Pigram Brothers. Campfire Song è l'inizio programmatico, che racconta di una fanciullezza passata nei campi e secondo valori antichi di famiglia-lavoro, ma il disco trova subito una sua varietà con il brano per sole voci Go On Your Way e la intensa Orphan Heart, che pare davvero uno dei migliori duetti tra Gillian Welch e David Rawlings. Con Goliath siamo dalle parti del gospel rurale tanto in voga in questi anni (niente che non si senta anche anche dalle nostre parti da Veronica Sbergia o artisti simili), mentre con Abraham il lungo sermone della domenica si fa lento e sofferto.

Il disco prosegue quindi con lo stesso menu, con momenti di delizioso divertissement bluegrass come Junkyard Man e altri più riflessivi come The Harvest & The Seed, dove duetta proprio con Emmylou Harris. Nei testi la Chambers traccia una sorta di parallelo tra l'America che fu raccontata da John Steinbeck (e che continua a vivere nei libri di Kent Haruf probabilmente), e una Australia dove gli spazi immensi e i deserti non fanno altro che amplificare la solitudine e l'arretratezza, ma anche la forza di rapporti umani costretti all'ambito familiare o dai confini di piccoli centri abitati. Un mondo dove il rapporto con la natura e gli animali è parte integrante del proprio essere (This Little Chicken o Fox & The Bird), e dove solo la morte scandisce il tempo (la splendida Now That You're Gone). Disco bello seppur non per tutti i palati, Campfire è una cantata intorno al fuoco al quale vi consigliamo di partecipare. 

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...