lunedì 28 settembre 2026

RAY MANZAREK

 

Ray Manzarek

The Whole Thing Started with Rock & Roll Now It's Out of Control

Music On CD

**1/2

La storia dei Doors diamo per scontato la conosciate tutti, magari anche per quella poco apprezzata coda discografica in cui il tastierista Ray Manzarek rispettò il contratto con l’Elektra pubblicando due album (Other Voices e Full Circle) senza Jim Morrison, sobbarcandosi le parti vocali. Meno nota, se non proprio dimenticata dai più, è stata la sua carriera solista, di fatto durata ai tempi un solo anno nel 1974 per lo spazio di due album, se si escludono le successive esperienze con la band dei Nite City, e la pubblicazione di una propria versione dei Carmina Burana negli anni Ottanta. In quell’anno, dopo il tutto sommato atteso The Golden Scarab, arrivò il praticamente ignorato da tutti The Whole Thing Started with Rock & Roll Now It's Out of Control, oggi ristampato dalla Music On CD (senza bonus track), un disco che all’epoca servì quasi solo a chiudere in fretta anche il contratto con la Mercury, che si rese subito conto che Manzarek era un buon nome da spendere, ma che non aveva, diciamo così, il “physique du rôle” della star. A rendere il disco un pezzo per collezionisti si aggiunge anche il fatto che bisognerà aspettare il 2005 per avere quella che, ad oggi, era l’unica ristampa in cd completa da parte della Lemon Records.

Quando uscì, né la Mercury, né tantomeno lo stesso Manzarek, avevano intenzione di investire troppo sull’album, che fu stroncato come quasi una presa in giro del proprio status di rockstar fin dalla divertente title-track, un boogie-rock con tanto di fiati riadattato da un originario riff di Dick Wagner (Alice Cooper, Lou Reed), ma con un testo del vecchio manager dei Doors Danny Sugerman. Il tema della canzone è poi il tema del disco, una analisi dello stato di salute del rock, con uno sguardo al passato che raggiunge l’apice quando, nella lunga Bicentennial Blues. Manzarek fa il verso al suo stesso assolo di Light My Fire, riprendendolo poi chiaramente nel finale di canzone. Come a dire che non ci si poteva liberare facilmente da uno spettro che aleggia nell’album anche quando in I Wake Up Screaming chiamò l’allora poco conosciuta poetessa (e non ancora rockstar) Patti Smith a declamare dei versi di Jim Morrison.

Per il resto, ascoltato oggi l’album non è così tremendo se lo si considera una sorta di palestra in cui Manzarek si prodigò in terreni per lui nuovi, come la ballata quasi-southern rock The Gambler, lo strumentale jazz-prog Whirling Dervish, o una scanzonata Art Deco Fandango che sembra un po’ il sequel di Alabama Song di Kurt Veill e Bertholt Brecht. Il brano forse migliore è la lunga epopea glam-rcok di Begin the World Again con la chitarra di Joe Walsh in evidenza, mentre il brutto finale tutto pruderie sessuali di Perfumed Garden mette imbarazzo anche per i gemiti da film porno che condiscono la canzone. In definitiva un recupero storico doveroso e tutto sommato anche piacevole, ma anche una testimonianza di quanto pensare a Manzarek come artista solista non è mai stata una buona idea.

Nicola Gervasini

mercoledì 23 settembre 2026

JOE JACKSON

 

Joe Jackson

Hope and Fury

(2026, earMUSIC)

File Under: Pop Maestro

Joe Jackson è uno di quegli artisti che potremmo ormai definire con un Maestro di stile e eleganza, sia nel songwriting che nella produzione dei suoi album, per cui non c’è molto da dubitare sulla qualità di qualsiasi nuovo lavoro. È stato anche un autore di largo successo, anche se a ben vedere solo l’esordio Look Sharp! del 1979 il celebrato Night & Day del 1982 hanno avuto vendite davvero importanti, perché poi dal 1986 in poi la sua produzione è comunque rientrata nella nicchia di appassionati e fedeli fans, che non lo hanno abbandonato neppure nei suoi controversi anni Novanta, quando l’idea di sposare una formula musicale più alta e adulta, al limite della musica classica, lo portò fuori dal seminato pop in cui sguazzava da tempo con grandi risultati. I suoi album degli anni Duemila sono tutti rientrati invece nella sua comfort zone stilistica, e, anzi, gli si potrebbe anche imputare una certa insolita pigrizia nel cercare nuove strade dalla metà della sua carriera in poi.

Ne è conferma anche questo Hope and Fury, che forse ancor più dei precedenti Fool (2019) o Look Forward (2015), si rifà nei suoni al passato, e in particolare proprio a Night And Day, di cui in alcuni brani riprende in toto il caratteristico sound con le melodie sottolineate dal suo piano e una tastiera che definirei prosaicamente “a campanellini”. Ne esce un disco vecchio nel concetto, ma ancora una volta fresco nei contenuti, perché se brani come Fabulous People o After All This Time sembrano davvero outtakes nobili dei suoi primi anni Ottanta, altrove la sua penna continua graffiare con quel suo tipico cinismo un po’ altezzoso e sprezzante e con il solito uso dell’arma dell’ironia, come testimoniano ad esempio I’m Not Sorry o Made God Laugh, Fa storia a sé un po’ la corale Welcome to Burning By Sea, ma anche questa rientra un po’ nello stile di alcuni brani quasi da musical contenuti in Night And Day.

La buona notizia è che comunque quando vuole emozionare il suo piano ancora sa arrivare al cuore, come testimoniano la finale See You in September o The Face, esattamente come la sua capacità di costruire melodie pop comunque irresistibili non si è persa, e vive ancora nei passaggi di Do Do Do o Endo of the Pier. La band messa in campo è la stessa di Fool, con il fido Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra e Doug Yowell alla batteria, gente che ormai le sue canzoni le sanno a memoria ancora prima di impararle, esattamente come noi, che lo seguiamo da sempre, abbiamo la sensazione di conoscere queste nuove buone canzoni già da tempo.

 

Nicola Gervasini

giovedì 17 settembre 2026

GLEN HANSARD

 

Glen Hansard

Don+Settle: Vol.1 - Transmissions East

(Plateau Records, 2026)

File Under: In Berlin, by the wall

Le logiche del mercato discografico cambiano ogni giorno, per cui registriamo senza troppi commenti questa ultima e ormai usuale moda di pubblicare album doppi in due uscite separate nel corso dell’anno, operazione che ai tempi d’oro, quando i dischi si vendevano veramente, sarebbe stata considerata economicamente suicida, ma che oggi pare l’unico modo per tenere alta l’attenzione su un prodotto. Per cui oggi vi presentiamo un interessante live-record di Glen Hansard intitolato Don+t Settle – Transmissions East & West, per il momento limitandoci al Vol. 1 – Transmission East, già sapendo che poi nel corso del 2026 uscirà una seconda parte (ovviamente si chiamerà Vol. 2 – Transmission West), registrata nella medesima serata alla Funkhaus di Berlino, sede della radio di stato della Germania Est. In attesa di avere poi per le mani magari nel 2027 un seguito in studio all’album All That Was East Is West Of Me Now del 2023, ultima sua uscita discografica solista, se si esclude il sinceramente deludente ritorno del progetto The Swell Season con Marketa Inglova dello scorso anno (l’album era Forward).

Registrato con la sua rodatissima live-band completa di una bellissima sezione fiati, questi primi dieci brani (poco più di cinquanta minuti di musica) lo vedono in forma e anche alquanto grintoso nell’approcciare, anzi direi meglio, nell’attaccare brani come Don’t Settle o la tesissima Down On Your Knees, forse l’highlight del disco, una di quelle performance che ti fa rimpiangere non poter essere presente durante l’esecuzione. Ci pensano poi Back Broke, acustica, lenta e sofferta, e la pianistica My Little Ruin, anche questa dagli elevati toni drammatici, a spegnere le caldane e riportare tutti nella sua dimensione da indie-folker. Ma con Didn’t He Ramble, in versione che esalta il giro di basso incalzante, si torna ad alzare il volume per un brano che sarebbe piaciuto molto ai Watrerboys.

Fitzcarraldo, il classico dei suoi Frames del 1995, è in una versione molto rabbiosa, quasi recitata, con un gran dialogo tra violino e fiati nel finale, e anche Carrickfergus, un classico della tradizione Irish che fu lanciato dai Clancy Brothers nel 1964, resa per piano e voce diventa praticamente una canzone col suo marchio di fabbrica, nonostante le tante versioni con cui confrontarla (Van Morrison in primis). Dopo una sentita Slowly Deserter, dall’ultimo album in studio arriva la potente The Feast Of St. John dove trova spazio una chitarra elettrica che si lancia in distorti assoli. Chiusura con sentimento con una Wreckless Heart (dall’album Between Two Shores del 2018) che ricorda molto le migliori canzoni di David Gray. Prima parte del concerto senza attimi di tregua quindi, e potrebbe anche bastare così, vedremo se la seconda parte riuscirà a mantenere un simile livello di teatrale drammaticità che non sempre Glen Hansard è riuscito a ricreare nelle registrazioni in studio.

Nicola Gervasini

 

 

venerdì 11 settembre 2026

CHINA CRISIS

 

China Crisis

Singing the Praises of Finer Things

Secret Records

***1/2

 

Chi c’era se lo ricorderà bene quanto negli anni Ottanta la divisione tra parrocchie musicali fosse netta e manichea, il che da un lato ha permesso alla critica musicale italiana di specializzarsi meglio in aree che necessitavano studi e attenzioni più particolari, ma forse ha anche creato steccati di gusti che oggi non sono più sostenibili. Il tutto per dire che negli anni Ottanta era difficile che anche il Buscadero si esaltasse per i britannici China Crisis, come di tante altre band che col tempo abbiamo riconosciuto titolari di un pop radiofonico sì, ma fatto con gusto e intelligenza.

I loro primi tre album usciti tra il 1982 e il 1985 sono sicuramente pietre miliari di un suono che sembrava già datato negli anni Novanta, ma che oggi pare essere tornato abbastanza moderno. Non raggiunsero forse il livello di altre band di pop adulto britannico come Prefab Sprout, Blue Nile, Aztec Camera o Scritti Politti, nomi con cui hanno sicuramente molte parentele stilistiche, ma la ristampa di Singing The Praises Of Finer Things, un live-record del 2007, potrebbe essere il prodotto giusto anche per far riscoprire le loro capacità anche ad ascoltatori abituati ad altri suoni. La ristampa arriva anche per mettere ordine tra le versioni uscite nel corso degli anni, visto che la registrazione uscì prima solo in DVD col lungo titolo Live In Concert At The Paul McCartney Auditorium Liverpool Insitute Of Performing Arts, ed ha avuto anche due edizioni in vinile a tiratura limitata nel 2019 e 2024 col significativo titolo Possible Pop Songs Live (sempre comunque pubblicati dalla Secret Records).

La serata fu davvero registrata nel 2005 nell’Auditorium intitolato a Paul McCartney, nume tutelare non da poco per una band che con qualche pausa e ripensamento non ha mai smesso di proporre la sua musica, e tutt’oggi vive soprattutto di attività concertistica (l’ultimo album di inediti risale ormai al 2015), sempre sostenuta dai due soci fondatori Gary Daly e Eddie Lundon, coadiuvati dal sax di Eric Animan e dalle tastiere di Jack Hymers.

La scaletta di diciotto brani proponeva un mix di classici e di brani più recenti, partendo proprio dal primissimo singolo del 1981 African and White, passando per le loro due più grandi hit Wishful Thinking e Christian (arrivarono rispettivamente al nono e dodicesimo posto della hit parade inglese), ma non mancano le irrinunciabili King in a Catholic Style (Wake Up), Black Man Ray, You Did Cut Me, Tragedy and Mystery, Working with Fire and Steel e Highest High, tutti brani che entrarono nella classifica UK negli anni d’oro. Ma oltre ad assumere alla funzione di completo Greatest Hits, il disco propone qualche brano meno noto, come il piacevole reggae di Strenght of Character che apre le danze, o l’elegante Stranger By Nature. Esecuzioni precise e senza sbavature, d’altronde il genere richiede poca improvvisazione e molta compostezza, ma al venticinquesimo anno di carriera i musicisti si potevano ritenere più che scafati.

 

Nicola Gervasini

 

 

sabato 5 settembre 2026

COURTNEY SANTANA

 

Courtney Santana

Living Through It All

Blue Elan Records

***1/2

Ci sono esordi che arrivano in fretta, ed altri che si portano sulle spalle già il fardello di una lunga vita da musicista, e spesso la differenza si sente. Living Through It All di Courtney Santana, ad esempio, ha già una storia lunga da raccontare, quella di una vocalist nata ad Austin che ha fatto sue tutte le influenze della città e anche oltre, cosa che, in una carriera già più che ventennale, l’ha portata a fare da corista indistintamente per gli Hootie & The Blowfish o le Salt-n-Pepa. Lei stessa cita Merry Clayton (la voce femminile di Gimme Shelter dei Rolling Stones, per i più distratti) come prima influenza, subito dopo Aretha Franklin (ma questa è una citazione obbligata per una qualsiasi soul-singer, quasi come citare Bob Dylan per un folk-singer). Ma il titolo della title-track, che apre le danze di questo buon disco, si riferisce invece alle tante vicissitudini da lei sperimentate, storie di abusi, violenze, due figli da mantenere anche sopportando di vivere in macchina nei momenti peggiori, vicende che potrete trovare anche in un libro intitolato Off Kilter: Getting ‘Right After Abuse, che va messo in bacheca accanto ad I, Tina di Tina Turner sul tema.

Con queste premesse è chiaro che se questo esordio non porta rivoluzioni (ma in ogni caso conferme), sono i testi qui a fare la differenza. Per il resto Just Keep Going mostra che la cantante ha anche un gusto pop radiofonico che dosa bene orecchiabilità e qualità, mentre la bluesata I Only Hurt Myself (Staying Mad At You), monito dedicato a tutte le donne a non sopportare oltre il consentibile le relazioni tossiche, inizia con uno scampanellio da Jersey-sound a noi più che familiare. Ma sono brani come Hardcore Believer (scritta da Laura Cantrell) o Holding On My Own che ancor più esaltano la chitarra solista del co-produttore Jesse Dayton, un veterano che abbiamo visto al fianco di gente come Johnny Cash, Waylon Jennings, Lucinda Williams e John Doe (ha anche sostituito Billy Zoom in un tour degli X), oltre che autore di apprezzabili album a suo nome. E proprio da Death Wish Blues del 2023, un suo album a due mani con Samantha Fish (qui coautrice anche di Fool’s Gold), arriva ad esempio la qui riproposta No Apology.

Con lui troviamo una house-band più che rodata che vede Nick Lewis al basso, Eric Tucker alla batteria, Dayne Reliford alle tastiere e il sassofonista Mark Wilson. E tra numeri quasi gospel (Holding My Own), troviamo anche southern-blues come Fastest Way To A Broken Heart o momenti più rock (Can You Dig It?), prima di chiudere con la ballata These Eyes. “Non sono una persona straordinaria, ma sento di avere una straordinaria missione” dichiara lei, e forse anche il suo esordio non sarà straordinario, ma la presenta straordinariamente bene.

 

Nicola Gervasini

Brother Wallace

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