Glen
Hansard
Don+Settle:
Vol.1 - Transmissions East
(Plateau
Records, 2026)
File Under:
In Berlin, by the wall
Le logiche del mercato
discografico cambiano ogni giorno, per cui registriamo senza troppi commenti
questa ultima e ormai usuale moda di pubblicare album doppi in due uscite separate
nel corso dell’anno, operazione che ai tempi d’oro, quando i dischi si
vendevano veramente, sarebbe stata considerata economicamente suicida, ma che
oggi pare l’unico modo per tenere alta l’attenzione su un prodotto. Per cui
oggi vi presentiamo un interessante live-record di Glen Hansard intitolato Don+t
Settle – Transmissions East & West, per il momento limitandoci al Vol.
1 – Transmission East, già sapendo che poi nel corso del 2026 uscirà una
seconda parte (ovviamente si chiamerà Vol. 2 – Transmission West),
registrata nella medesima serata alla Funkhaus di Berlino, sede della radio di
stato della Germania Est. In attesa di avere poi per le mani magari nel 2027 un
seguito in studio all’album All That Was East Is West Of Me Now del
2023, ultima sua uscita discografica solista, se si esclude il sinceramente
deludente ritorno del progetto The Swell Season con Marketa Inglova dello scorso
anno (l’album era Forward).
Registrato con la sua rodatissima live-band completa di una
bellissima sezione fiati, questi primi dieci brani (poco più di cinquanta
minuti di musica) lo vedono in forma e anche alquanto grintoso
nell’approcciare, anzi direi meglio, nell’attaccare brani come Don’t Settle
o la tesissima Down On Your Knees, forse l’highlight del disco, una di
quelle performance che ti fa rimpiangere non poter essere presente durante l’esecuzione.
Ci pensano poi Back Broke, acustica, lenta e sofferta, e la pianistica My
Little Ruin, anche questa dagli elevati toni drammatici, a spegnere le caldane
e riportare tutti nella sua dimensione da indie-folker. Ma con Didn’t He Ramble,
in versione che esalta il giro di basso incalzante, si torna ad alzare il
volume per un brano che sarebbe piaciuto molto ai Watrerboys.
Fitzcarraldo, il classico dei suoi Frames del 1995, è
in una versione molto rabbiosa, quasi recitata, con un gran dialogo tra violino
e fiati nel finale, e anche Carrickfergus, un classico della tradizione
Irish che fu lanciato dai Clancy Brothers nel 1964, resa per piano
e voce diventa praticamente una canzone col suo marchio di fabbrica, nonostante
le tante versioni con cui confrontarla (Van Morrison in primis). Dopo una
sentita Slowly Deserter, dall’ultimo album in studio arriva la potente The
Feast Of St. John dove trova spazio una chitarra elettrica che si lancia in
distorti assoli. Chiusura con sentimento con una Wreckless Heart (dall’album
Between Two Shores del 2018) che ricorda molto le migliori canzoni di David
Gray. Prima parte del concerto senza attimi di tregua quindi, e potrebbe anche
bastare così, vedremo se la seconda parte riuscirà a mantenere un simile
livello di teatrale drammaticità che non sempre Glen Hansard è riuscito a
ricreare nelle registrazioni in studio.
Nicola Gervasini
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