Spear Of Destiny
Kings Of Kings
Secret Records
***1/2
Nove anni non sono discograficamente molti per esserci già necessità di una
ristampa di un album che di certo non ha venduto tantissimo, eppure riteniamo doveroso
segnalare che torna sul mercato in nuova edizione il live Kings Of Kings
degli Spear Of Destiny, uscito nel 2017. Innanzitutto perché è un doppio
live che, sebbene abbia una registrazione che potrebbe non soddisfare gli
audiofili (ma il garage-rock, si sa, non richiede perfezione, ma attitudine), potrebbe
benissimo fare da introduzione ad una delle band storiche dei bassifondi rock
britannici, un nome che negli anni Ottanta fece pure capolino nelle classifiche
del Regno Unito, ma che oggi forse ha bisogno di dare una rinfrescata alla
propria notorietà. Questo nonostante il fondatore Kirk Brandon tenga
ancora in vita la sigla con concerti e ogni tanto qualche uscita discografica,
unico superstite di una formazione che in quarantaquattro anni ha visto
avvicendarsi intorno a lui più di una trentina di musicisti.
Partire da Kings Of Kings non vuol dire avere una piena conoscenza della
loro importanza forse (comunque andrebbero perlomeno recuperati i classici in
studio come Wold Service o Outland, per citare giusto i due album più venduti
della loro epopea), significa però partire dall’essenziale filosofia di
live-band della sigla, qui colta in una serata del 2002 al Limelight Club di
Londra, in un mix di classici della loro prima ora e pezzi ai tempi più
recenti, e sebbene il livello della loro produzione successiva sia sempre stato
più che dignitoso, possiamo comunque dire che qui ritrovate il meglio del loro
songbook. Ai tempi la formazione incorporava il sax di John Lennard, recuperato
addirittura dai Theatre Of Hate, che furono la prima formazione dei fondatori
Brandon e Stan Stammers, la sezione ritmica di Danny Farrant (batterista degli
attuali Buzzcocks) e James Yardley, e già le tastiere di Steve Allan Jones,
unico dei quattro collaboratori di Brandon ad essere ancora oggi in formazione.
Ventiquattro brani suonati con veemenza e fervore (Propaganda sa
proprio di proclama degno degli MC5), con il sax di Lennard che rievoca gli
Stooges di Fun House (ascoltate la lunga e acida Brave New Soldiers) o i
primi Psychedelic Furs (Legion), e le chitarre che sanno anche trovare
variazioni allo spirito da cantina dei brani, come ad esempio il riff da hard
rock di The Wake o l’andamento da glam-rock alla T.Rex di Rainmaker.
Nel 2002 era forse già diventato un rock di altri tempi, ma oggi questo suono
pare ancora modernissimo, in un’ epoca in cui non è più facile trovare una
simile rabbia. Nonostante abbiano nel tempo vantato tour come spalla di nomi
con Ramones, U2 e R.E.M. restano una band che necessita sempre di essere
riscoperta.
Nicola Gervasini