Jake Kohn
Where Do We Go from Here? (Live From The Barn)
Lockeland Springs/Atlantic Records
***1/2
A guadarlo in faccia lo si potrebbe
immaginare come il pronipote di Duane Allman, ma il diciottenne Jake Kohn
non è figlio o nipote d’arte, anche se il suo album d’esordio Where do We Go from Here?, uscito solo pochi
mesi fa, poteva tranquillamente farlo pensare. E’ solo un incoraggiante segnale
che qualcosa ancora bolle nel pentolone di certo cantautorato americano,
sospeso tra evidenti influenze southern rock (la voce è perfetta per il
genere), e velleità da grande songwriter tradizionale.
Where Do We Go from Here? (Live From The
Barn) è tra l’altro una strana operazione, decisamente non in linea con
la modernità, primo perché i live-records stanno diventando sempre più rari e
meno apprezzati nell’era dello streaming, secondo perché poi il disco non fa
altro che riproporre l’esordio in versione da palco. Vezzo inutile o prodotto
“only for fans” si potrebbe pensare, ma a noi dà la possibilità di tornare
innanzitutto su un album che davvero rappresenta uno dei migliori esordi degli
ultimi anni (e non ce ne sono poi molti su questo terreno, purtroppo), e,
inoltre, siccome è normale che quando un ragazzino a 17 anni registra un disco
così maturo si tenda ad essere sospettosi sugli abili aiuti tecnici da parte
della produzione, il disco attesta che, nella loro versione live, queste
canzoni suonano ancora più rauche e arrabbiate degli originali, rendendole più
credibili.
Insomma, scopritelo pure anche partendo
da qui Jake Kohn, perché Live From The Barn fa di brani già notevoli come
The Last One, Frostbite o Dreams dei nuovi piccoli
classici, nonostante la band resti comunque in secondo piano senza farsi troppo
notare, e lui si prenda tutta la scena con la sua energia e il suo vocione. Basta
anche sentire la stessa Where do We Go from Here?, che nella versione
studio ha un mood melanconico sottolineato da un violino in primo piano, mentre
nella versione live diventa quasi un rock da combattimento alla Jesse Malin, o
lo stesso trattamento di “inselvaticamento” riservato al country di Lorraine.
La versione live – splendida - di Nutshell degli Alice in Chains perde
la collaborazione di Marcus King di quella in studio, ma mantiene quella di Zac
Townsend, guadagnando se possibile ancor più senso tragico, esattamente come la
dylaniana Before I Do, perdendo la voce di Wyatt Flores dell’originale,
si trasforma in urlo di battaglia in una versione che chiude alla grande lo
show.
Sta qui il senso di una
operazione particolare, quella di mostrare fin da subito la propria “dark side of
the moon”, forse conscio che le versioni in studio, per quanto riuscitissime,
mancavano di quell’elemento fatto di sudore e energia che Live From The Barn
ben evidenzia, e cioè di quella cosa che poi chiamiamo banalmente “spirito rock
and roll”.
Nicola Gervasini
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