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domenica 1 marzo 2020

GIANT SAND

Giant Sand
Glum (25Th Anniversary Edition)
[Fire Records/ Goodfellas 2019]

howegelb.com

File Under: burn sand

di Nicola Gervasini (26/11/2019)

Sono praticamente certo che se prendessimo dieci fan dei Giant Sand e chiedessimo loro di indicare il disco migliore della sigla, avremmo dieci risposte diverse. Nella loro lunga e copiosa carriera, ancor più corposa se si considerano tutti i progetti di Howe Gelb e si aggiunge l’epopea dei Calexico, nata comunque come costola del gruppo (un raro caso di side-project che diventa più popolare della sua origine), di dischi belli e importanti ne hanno fatti tanti, e anche in epoche molto diverse, se è vero che anche in questi anni Dieci hanno detto la loro con il bel Tucson del 2012.

Sicuramente però qualcuno citerà Glum, il disco che nel 1994 in qualche modo riportò in auge la sigla dopo un periodo in cui anche la critica li stava un po’ perdendo di vista, travolti dalle nuove ondate di rock portati in dote dagli anni 90. E sì che solo due anni prima l’album Center Of Universe aveva tentato di coniugare il loro stile (si usa da sempre definirlo “desertico”, per quel che può significare) con i nuovi attriti elettrici e sperimentali che arrivavano dall’affiorare del mondo alternative degli 80, ormai tutti accasati presso qualche major a raccogliere finalmente quanto seminato. Quel disco per molti è il loro vero capolavoro oscuro, ma fu anche un mezzo flop che li portò a fare un passo indietro con il più convenzionale Purge e Slouch del 1993. Con Glum però Gelb compie il coraggioso atto di affidarsi ad un produttore come Malcolm Burn, uno che stava vivendo un momento di grazia dopo anni passati a fare l’aiutante di Daniel Lanois (che qui concede i suoi studi di New Orleans per la registrazione del disco), e che sul gruppo costruisce un suono pressoché perfetto che costituirà di base lo schema per tutte le loro produzioni future.

Ma a girare perfettamente è anche la band, con il duo Joey Burns/ John Convertino ormai pienamente protagonista (ascoltate il finale di Happenstance) e ormai totalmente convinto dei propri mezzi non comuni (i Calexico nasceranno l’anno dopo infatti), e un Chris Cacavas che sguazza dentro gli arrangiamenti sempre molto costruiti voluti da Burn (sentitelo in Frontage Road o Helvakowboy Song). In più una serie di ospiti che vanno dal dobro di Rainer Ptacek che dà benzina a Yer Ropes, al violino di Lisa Germano che interviene a delimitare le armonie, alla voce di Victoria Williams che impreziosisce la pianistica Spun o al solito Peter Holsapple nel suo ruolo ideale di membro aggiunto. Gelb mostra qui il suo grande ecclettismo, passando da cavalcate elettriche alla Dinosaur Jr come Painted Bird al rauco outlaw-country di Left, anche questo pronto ad esplodere a metà del percorso. E ai margini la partenza con una title-track che riprendeva a pieno titolo l’eredità dei Thin White Rope nel definire percorsi elettrici tra la sabbia, e un finale puramente nostalgico con il vecchio cowboy Pappy Allen (fondatore di un noto ristorante e locale per suonare in stile western chiamato Pappy & Harriet's a Pioneertown) che canta il classico di Hank Williams I'm So Lonesome I Could Cry.

Insomma, coordinate precise per far capire da dove veniva e dove voleva andare questa musica, che in questa nuova ristampa appare ancora più bella e attuale, quasi che Glum abbia rappresentato per Gelb e soci un vero e proprio punto di arrivo, anche se poi titoli come Chore of Enchantment del 2000 o Is All Over the Map del 2004 svilupperanno ulteriormente il concetto. La nuova edizione della Fire Records attua una operazione strana, eliminando le bonus tracks che la stessa etichetta aveva incluso in una edizione del 2011 (che era allora la prima ristampa uscita fin dal 1994), e sostituendole con 9 tracce derivanti dalle session a Santa Monica del 10 giungo 1994 definite “Morning Becomes Eclectic, KCRW”, interessanti, anche se slegate dal disco come sonorità.

Inoltre, va detto che nella versione CD di queste nove ne troverete solo due (World Stands Still e I Wish You Love), per cui è evidente l’intenzione di portarvi ad acquistare il doppio vinile. Operazione che sinceramente crea un po’ di confusione (visto che l’etichetta è la stessa, perché non fare una Deluxe Edition con sia queste 9 nuove registrazioni e le 6 outtakes del 2011?), ma che comunque ci riporta a riascoltare uno dei dischi cardine degli anni Novanta, definito come il disco migliore della band persino dallo stesso Gelb sul loro sito, un must have per capire come mai ancora oggi la roots music si suona così.

martedì 25 febbraio 2020

HISS GOLDEN MESSENGER

Hiss Golden Messenger
Terms of Surrender


[Merge/ Goodfellas 2019]

hissgoldenmessenger.com


 File Under: A period of transition

di Nicola Gervasini (02/10/2019)

Se ogni artista possiede nella propria vita un momento di massima ispirazione facilmente identificabile, è naturale che esista poi il ritorno alla normalità. E se nel momento del decollo è facile scriverne bene, ben più difficile è valutare bene l’entità della discesa. Che può essere graduale, o diventare una pericolosa picchiata. La nostra webzine è piena di band americane che ci hanno regalato il disco giusto per poi spegnersi lentamente disco dopo disco (penso ai Dawes, per esempio), o di nomi che invece si sono sgonfiati nel giro di un disco (siamo freschi della grande delusione degli Hollis Brown, secondo esempio). Il caso degli Hiss Golden Messenger direi che a partire da questo album fa parte della prima categoria, perché Terms Of Surrender semplicemente non suona così importante e riuscito come i suoi due predecessori Heart Like a Levee e Hallelujah Anyhow, ma siamo ancor ben lontani fortunatamente dal parlare di una piena delusione.

Mc Taylor, ormai rimasto l’unico motore del progetto, continua la sua strada di una americana-music perfettamente in bilico tra antico e moderno, e si conferma come una delle penne migliori di nuova generazione, tanto che ancora mi chiedo perché non sia riuscito a farsi riconoscere degnamente anche fuori dal mondo dei fans della roots-music, come magari è successo ad altre band contemporanee, ad esempio 
i Phosphorescent. Nessun vero problema qui, se non una prevedibile normalizzazione del loro suono, evidente fin dall’uno-due-tre iniziale di I Need A Teacher, la quasi remmiana Bright Direction (You’re A Dark Star Now) e My Wing, brani che a passarli in radio ti fanno anche canticchiare e battere il piedino (magari non sul pedale, mi raccomando). Poi il disco però prende una piega più sperimentale, ma Old Enough To Wonder Why (East Side – West Side) non va oltre l’essere curiosa fin dal lungo titolo, mentre Cat’s Eye Blue proprio non decolla, e quando riprendono il ritmo, arrivano pop-song abbastanza vacue come Happy Birthday Baby o Katy (You Don’t Have Yo be Good Yet), che vanno a cercare anche i Jayhawks del periodo Sound Of Lies/Smile probabilmente. 

Insospettisce anche il suono, con la batteria grossa quasi anni 80 tornata di moda in questi anni Dieci in bella evidenza, e quel piglio un po’ dark alla War On Drugs che hanno adottato in troppi ormai per non far pensare ad una scelta volutamente “mainstream”. Fortunatamente gli Hiss Golden Messenger hanno le spalle abbastanza larghe per reggere artisticamente anche un disco magari un po’ più “furbetto”, e quando tornano sui passi di una lenta folk-song elettrica come Down at The Uptown o nel dark-country di Whip, sanno sempre come far quadrare le cose. Da avere per fans e completisti, ma se volete conoscere la loro musica non partite da qui.

venerdì 21 febbraio 2020

HANK SHIZZOE

Hank Shizzoe
Steady As We Go


[Blue Rose 2019]
hankshizzoe.com

 File Under: guitar blues

di Nicola Gervasini (31/10/2019)
Sono circa venticinque anni che lo svizzero Thomas Herb tiene alta la bandiera della roots-music anche nella “Federazione”, sotto il nickname di Hank Shizzoe, tanto che ormai quasi ci si dimentica delle sue origini bernesi e lo si prende davvero per un hobo di Austin perso nel centro Europa. Ovviamente promosso dalla tedesca Blue Rose, etichetta da anni impegnata nella propagazione del verbo americano nel vecchio continente, Steady As We Go è una sorta di riassunto stilistico di tutta la sua carriera e delle sue influenze, dove otto cover e tre originali convivono perfettamente.

Shizzoe non è un vocalist particolarmente dotato (anche se il suo accento ben nasconde le sue origini), ma è uno che ci sa fare davvero con la chitarra, con uno stile 'Laid Back' alla JJ Cale che caratterizza anche questo pugno di canzoni. Stilisticamente sono tre i registri usati da Shizzoe: il primo è quello di un country swingato e jazzy, alla Willie Nelson direi, qui portato avanti con lo standard Careless Love (brano portato al successo da Lonnie Johnson) e la cover di Days of Heaven di Randy Newman (un inedito uscito nel suo box del 1998) . C’è poi un registro più puramente blues, qui rappresentato da I Been Treated Wrong di Washboard Sam o da Make Me A Pallet On Your Floor di Mississippi John Hurt, mentre la sua anima da vero outlaw country riaffiora in alcuni episodi lenti e sofferti come On Top Of Old Smokey (Hank Williams) o Cool Water, brano scritto da Bob Nolan dei Sons Of Pioneers. A completare il programma si aggiungono alcune cover più celebri, su tutte la stranota Stan By Your Man di Tammy Wynette, resa più con rispetto che enfasi, ma nel finale arriva anche il sentito omaggio al nuovo mito di Tom Petty con una convincente versione di California (era sulla colonna sonora di She’s The One).

Il padrone di casa se la cava anche nei brani autografi, con una title-track che evidenza anche un taglio da cantautore classico e l’accoppiata Havre De Grace e They’re No Good (qui aleggia forte l’influenza di John Prine) che non sfigurano in mezzo a tanti classici. C’è forse da lamentare una certa esagerata rilassatezza nei toni, ma dopo che vi ho parlato di JJ Cale penso che abbiate ben capito lo spirito da sedia a dondolo sulla veranda di queste canzoni, e sono invece notevoli i suoni confezionati grazie all’eccellente lavoro di mastering fatto in California da Stephen Marcussen, un maestro nel ruolo che ha lavorato in passato con Johnny Cash per American Recordings, Rolling Stones, Tom Petty per Wildflowers, Ry Cooder e Willie Nelson. Steady As We Go può essere quindi un buon modo per conoscere questo indomito bluesman d’oltralpe, forse uno dei migliori della scuderia Blue Rose, a ulteriore conferma di come lo spirito della roots music americana è ormai da tempo condiviso anche in Europa.

lunedì 17 febbraio 2020

THE PROPER ORNAMENTS

The Proper Ornaments
6 Lenins


[Tapete Records 2019]

theproperornaments.bandcamp.com

 File Under: Indie’s Greatest Hits

di Nicola Gervasini (16/11/2019)
Ho la seria tentazione di fare un fioretto e abolire, a partire dal 2020, l’uso della parola “indie”, ormai divenuta prefisso di troppe cose, e la cui funzione possiamo forse ritenere esaurita. Al massimo, visto che ormai gli steccati di genere sono un ricordo ormai lontano, potrebbe rimanere viva l’espressione “avere un’attitudine indie”, dove il termine non indica più l’effettiva indipendenza da una major discografica o da schemi modaioli “mainstream”, per dire i due significati forse originari, ma proprio una voluta ricerca di uno stile dimesso, sussurrato, “gentile” quasi mi viene da dire, che è ormai scelta stilistica aprioristica per molti nuovi artisti.

Premessa necessaria questa per presentare il terzo disco dei Proper Ornaments, “an Indiepop band from London, UK” leggo nella presentazione, e che ci starebbe a fare quindi sulle nostre pagine di cultori “yankee-friendly”, vi starete chiedendo. Semplice, qui il suddetto “Indie-pop” è uno specchietto per le allodole per renderli appetibili a chi ancora bada alle etichette, perché la musica contenuta in questo Six Lenins è piuttosto figlia dell’amore per chitarre e arpeggi del rock universitario americano degli anni 80, quello dei REM dunque, ma arriverei a scomodare i Galaxie 500 come ispirazione primaria, con melodie che guardano anche agli Spaceman 3. Fine dei rimandi, delle generalizzazioni e delle coordinate che vi servono anche solo per capire se avete voglia dell’ennesimo impasto di voci e chitarre sixties offerto dall’inziale Apologies, del drumming alla Moe Tucker di Crespuscolar Child, di una ballatona come Where Are You Now che pare cantata da Jeff Tweedy dei Wilco.

E si continua con A Song For John Lennon, esplicativa fin dal titolo, ma anche dal cantato “lennonesco” di James Hoare, già noto con i Veronica Falls prima di imbarcarsi in questa nuova avventura nel 2013 in compagnia del socio Max Claps (ex Toy), o con una Can’t Even Choose Your Name che cerca l’aria sbilenca di certe ballate di Elliott Smith. E si va avanti per 32 minuti, con testi che parlano di rinascita e del ritrovare sé stessi dopo i problemi di droga e disturbi mentali che hanno attanagliato i due artisti, tra echi di Belle & Sebastian (Please Realease Me) e giri stralunati alla Eels (Bullet From A GunSix Lenins). Non basta il momento più grezzamente acustico di Old Street Station e qualche timido inserto elettronico nella finale In The Garden però a donare all’insieme spunti di grande originalità, e alla fine Six Lenins suona come un disco-riassunto di una musica che, la si chiami indie-pop, o indie-folk, o quello che vorrete inventarvi, porta con sé l’inevitabile effetto nostalgico dei bei tempi andati di una qualsiasi antologia da classic-rock.

martedì 11 febbraio 2020

MASSIMILIANO LAROCCA



Massimiliano Larocca
Exit | Enfer


[Santeria Records/Audioglobe 2019]
 
File Under: The Hugo's way


facebook.com/maxlaroccamusicpage

di Nicola Gervasini

Bastano anche solo i primi trenta secondi dell’iniziale Black Love per capire come il viaggio musicale di Massimiliano Larocca abbia ormai preso strade ben diverse rispetto al folk degli esordi. Escludendo il progetto dedicato al poeta Dino Campana (Un mistero di sogni avverati), che fa storia a sé, se il precedente Qualcuno stanotte già si faceva scudo degli arrangiamenti mai banali di Antonio Gramentieri aka Don Antonio (comunque in session anche in questa occasione), qui addirittura troviamo Hugo Race in regia, e il brano sopracitato, cantato in inglese, altro non sembra che una sua canzone. E fa quindi un po’ impressione all’inizio ascoltare Massimiliano cantare una delle sue classiche composizioni come Cose che non cambiano su una base elettronica, quasi da trip-hop anni 90, ma se nel precedente lavoro a volte si sentiva un leggero slegamento tra la parte musicale e la parte cantata, oggi il merito subito evidente di Race è quello di aver reso la voce di Larocca perfettamente funzionale al suono utilizzato. Hugo Race lavora spesso giocando di sottrazione, lasciando comunque in primo piano la canzone quando non necessita di troppi interventi (Il giardino dei salici) o "sovrastando" con suoni e voci quando magari la melodia si fa semplice talking-blues (Guerra fredda, con il piano di Howe Gelb, o Il regno, con la voce di Giulia Millanta). Un mix di elettronica, chitarre spesso distorte e atmosfere decisamente noir che tradisce il tocco d’autore del regista, ma che Larocca sa riempire con un pugno di canzoni convincenti che non smettono mai di tradire la loro natura di folk-songs da leggere e riascoltare come (Eravamo) OrfaniSi chiamava Lulù o Il cuore degli sconosciuti, fino ad una curiosa ballata anni 60 come Fin Du Monde. Qualcuno storcerà il naso per tanta “modernità”, ma Exit/Enfer è il più classico “disco della maturità”.

giovedì 6 febbraio 2020

BIG THIEF

Big Thief
U.F.O.F. + Two Hands
[4AD 2019]
bigthief.net

 File Under: Dal tramonto all’alba
di Nicola Gervasini (10/12/2019)
Negli anni Sessanta era più che normale che una band pubblicasse due (e anche più) dischi nello stesso anno, sia perché il periodo di vita commerciale di un disco era stimato in tre mesi al massimo (sei mesi se proprio aveva successo), sia perché spesso i brani erano registrati in pochi giorni e con pochi interventi produttivi successivi. Per questo motivo, è particolare che una band come i Big Thief, esordienti di ottime speranze solo poco tempo fa con gli album Masterpiece (2016) e Capacity (2017), abbiano pubblicato quest’anno una doppietta a pochi mesi di distanza, a dimostrazione della loro crescita e del fatto che sono sicuramente una delle realtà “nuove” più interessanti del momento. U.F.O.F. è uscito il 3 maggio, Two Hands l’11 ottobre, eppure non sono due dischi nati dalle stesse sessions, e si sente.

U.F.O.F.
 (in teoria sarebbe un acronimo medico che sta per Uniocular Fields of Fixation, ma loro ci hanno giocato trasformando UFO - Unidentified Flying Object – aggiungendoci la parola Friend, per cui il senso corretto è “Fare amicizia con l’ignoto”) nasce infatti a Washington, e quando è uscito è stato acclamato un po’ ovunque come il loro disco della maturità, con l’intreccio tra la voce di Adrianne Lenker e le chitarre di Buck Meek che raggiunge in certi pezzi una nervosa tensione, che in qualche modo me li fa vedere come gli eredi spirituali dei Mazzy Star. L'album possiede anche un mood alquanto tetro, occhieggia allo slowcore in brani come Contact o Open Desert, e si apre al pubblico solo in rari casi come Strange o Century, aggiungendo ad un mix certo non inedito e innovativo un tocco “indie” tutto loro. Di altro registro è invece Two Hands, che rappresenta quasi una happy side del predecessore, e che la band stessa ha presentato come “the earth twin”, sottolineando lo spirito terreno delle nuove canzoni rispetto a quelle di U.F.O.F, le quali, in un certo senso, rimanevano sospese nell’aria.

Le registrazioni sono avvenute in un ranch del Texas, e forse anche questa ambientazione ha portato a recuperare molto delle loro radici “roots” che in U.F.O.F rimanevano solo accennate. Registrato in presa diretta dal fedele produttore Andrew Sarlo, i dieci brani scorrono leggeri, con il picco di Forgotten Eyes e del lungo primo singolo Not. A questo punto, logico che sia nata la questione tra i fans su quale sia il disco da mettere poi nelle classifiche di fine anno, forse equamente divisi tra chi preferisce la spessa nebbia che ammanta U.F.O.F o il sapore più ruspante e scanzonato di Two Hands. Da parte nostra in mezzo a tante nuove uscite che seguono partiture già scritte, fa piacere ritrovare nei Big Thief una realtà al momento talmente in stato di grazia da poter pensare due dischi così diversi in poco tempo, quasi a dire che per differenziarsi oggi non bisogna inventarsi uno stile (difficile riuscirci ormai), quanto saper maneggiare più registri contemporaneamente, e per una band che in studio non si fa aiutare da session-men e collaborazioni esterne, questo diventa davvero un punto di merito non indifferente.

lunedì 3 febbraio 2020

ALLISON MOORER

Allison Moorer
Blood
[Autotelic/Thirty Tigers 2019]
allisonmoorer.com

 File Under: Blood Sisters
di Nicola Gervasini (20/11/2019)
Esiste una ormai folta schiera di cantautrici legate alla country-music che da anni raccontano l’America con una visione al femminile, attraverso una musica spesso molto sofisticata e al limite del country-pop, ma con un occhio sempre attento alla lezione d’autore alla Guy Clark. Una folla di seguaci di Nanci Griffith e Rosanne Cash, per citare due tra le tante capostipiti del genere, che in questi anni 2000 hanno prodotto un lungo elenco di album piacevoli e sposso anche molto validi, ma con un gusto estetizzante puramente americano che ha impedito che potessero essere prese in considerazione anche dalla critica europea più “indie-pendente”. Allison Moorer non la ricorderei neanche come la migliore del lotto, eppure non penso che se doveste provare ad ascoltare un suo disco (l’esordio risale al 1998 con Alabama Song) ne uscireste "schifati", quanto al massimo solo un po’ annoiati.

Per questo motivo provo a consigliarvi di partire da Blood, disco già molto acclamato in patria e nelle classifiche di genere, in cui la Moorer abbandona un poco le atmosfere sempre troppo costruite “a tavolino” di alcuni suoi album per buttarsi con tutto il cuore in un cantautorato quasi più folk (ascoltate la bellissima Nightlight, ad esempio). L’occasione dell’album è la pubblicazione negli USA di una autobiografia (che potrebbe essere una interessante occasione per capire meglio la sua visione del burrascoso matrimonio con Steve Earle, chiuso definitivamente nel 2015 per sposare il collega Hayes Carll), e quindi il disco segue alcuni episodi della sua vita, in cui viene di nuovo coinvolta anche la sorella Shelby Lynne (accreditata con l’aggiunta del Moorer nel cognome per evidenziarne la parentela), con la quale due anni fa aveva condiviso il già interessante album Not Dark Yet, e che qui regala la voce in I’m The One To Blame.

Non mancano gli episodi più elettrici come The Rock and The Hill, ma alla fine sono i brani più scarni in cui Allison torna con la mente al femminicidio della madre (con seguente suicidio del padre assassino) avvenuto nel 1986 come Cold Cold EarthSet My Soul Free la stessa Blood. Come dimostra anche il bel finale pianistico di Heal cantato con Mary Gauthier, la Moorer ci mette impegno anche nelle performance vocali, lasciandosi alle spalle quella sensazione di fastidiosa e squillante perfezione che un po’ inficiava alcuni suoi dischi del passato, e scoprendo anche tonalità più profonde (The Ties That Bind, pezzo che ricorda molto lo Springsteen più recente come stile, e non per il fatto di prendergli a prestito un titolo storico).
Da segnalare anche l’ottima apertura di Bad Weather e una All I Wanted (Thanks You Anyway) che riporta alla mente il sound alla Heartbreakers dei primissimi Lone Justice, e non troverei complimento migliore.

Blood
 è un disco breve ma molto intenso, che ci permette di caldeggiare per una volta l’ascolto di una artista che a 47 anni speriamo stia inaugurando una proficua età della maturità.

mercoledì 8 gennaio 2020

NICK CAVE & THE BAD SEEDS

Nick Cave and The Bad Seeds
Ghosteen
[Awal/ Ghosteen 2019]
nickcave.com

 File Under: rock drama
di Nicola Gervasini (07/10/2019)
“De gustibus non est disputandum” è la chiosa che qualsiasi lettore di recensioni ha in mente quando legge un giudizio che non lo trova d’accordo. È anche la difesa divenuta ormai la morte di qualsiasi discussione nei social, con conseguente vetusta riflessione riguardo a cosa possa servire oggi fare critica musicale in un mondo in cui ogni singolo ha possibilità di dire la sua e pubblicarne il contenuto. Per questo ben vengano dischi come Ghosteen di Nick Cave and The Bad Seeds, perché gli appassionati sono arrivati quasi a litigare (anche senza il “quasi”) per difendere a spada tratta o stroncare il nuovo album dell’artista australiano. Ed è bellissimo vedere quanto ancora un’opera d’arte possa scaldare gli animi in questo modo.

Che ha fatto Cave per avere tanto potere? Nulla di trascendentale se vogliamo, ci ha “solo” presentato un lungo racconto di dolore, che viene facile attribuire alla morte del figlio avvenuta quattro anni fa, ma in verità capitolo finale di un percorso di revisione (e speriamo per lui di rinascita) personale e artistica cominciato già prima con Push The Sky Away nel 2013 (e Cave stesso dichiarò che anche il successivo Skeleton Tree era nato in gran parte prima del grave lutto, anche se pareva una naturale reazione ad esso). Ghosteen è bello o brutto? Non sto a dirvelo, perché è un disco che bisogna volere: dovete averne bisogno visceralmente per apprezzarlo, altrimenti obbligare qualcuno ad un “supplizio” del genere è pratica al limite della tortura. È interessante però sottolineare come nel 2019 solo dischi così estremi riescono ancora a scuotere gli animi di un mercato (e relativa fruizione) musicale, ormai ridotto a banale gesto quotidiano dalla disponibilità immediata e universale del tutto per tutti dello streaming.
Viviamo un momento in cui un artista come Cave può permettersi questo disco, perché sa di avere ormai un pubblico che lo ama e lo segue ovunque lui lo voglia portare, anche in più di un’ora di sonorità da colonna sonora dell’amico Warren Ellis che annullano completamente il concetto che ci sia una band (dei Bad Seeds come entità a sé stante in questo disco si trovano ben poche tracce), e anche l’idea che si stia suonando una canzone (anche se alcuni episodi come Waiting For You vivono di luce propria in questo senso) e non un lungo reading poetico. A Cave il gusto teatrale del tragico, per non dire del melodrammatico, non è mai mancato fin dagli esordi, ma qui va a ruota libera, volutamente esagera nel cercare una empatica pietà del suo pubblico, e se siete sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda davvero certe interpretazioni sfiorano il sublime, altrimenti scatta una fastidiosa sensazione di patetico.

E fortunatamente non esiste più un discografico che possa stoppare un progetto che in altri tempi sarebbe stato non solo poco vendibile, ma anche mal ricevuto da un pubblico che un disco era costretto a comprarlo per sentirlo, e la reazione di un acquisto sbagliato era molto peggiore di un semplice post polemico in Facebook. Un manager sapeva bene che un flop voleva dire anche concerti vuoti e spesso la speranza vana che la casa discografica desse una seconda possibilità. Oggi invece Ghosteen esce consapevole che, piaccia o non piaccia, anche i suoi detrattori ai concerti di Cave ci andranno, perché poi nessuno si sente derubato se in streaming ascolti una volta sola un disco che non ti piace un granché. Questa considerazione oggi, nella maggior parte dei casi, porta gli artisti a sentirsi finalmente liberi da condizionamenti, con la controindicazione di lavori spesso piatti se non proprio sciatti, tanto servono solo a giustificare un tour.

Ed è questo il pregio secondo me indiscutibile di Ghosteen al di là del nostro e vostro apprezzamento personale, ovvero sia il suo essere un disco che Nick Cave avrebbe fatto così, e così bene, anche sapendo di vendere tre copie, perché esiste ancora un’arte personalmente urgente e necessaria come questa, ed è anche l’unica su cui valga ancora la pena discutere e scannarsi.

mercoledì 1 gennaio 2020

ERIC ANDERSEN

Eric Andersen
Literate songwriter: sulle tracce di Camus, Byron e Böll
 
   
Eric Andersen
Shadow And Light Of Albert Camus
Silent Angel: Fire & Ashes Of Heinrich Boll
Mingle with the Universe: The Worlds of Lord Byron
(2014-2019, Meyer Records)

[a cura di Nicola Gervasini]

Nemmeno il caldo di un locale nascosto nel centro di Como è riuscito a convincere Eric Andersen a togliersi il cappello durante una delle sofferte esibizioni del suo recente tour italiano, impreziosito dalla presenza della violinista Scarlet Rivera (“quella di Desire di Bob Dylan”, si, proprio lei.). Lo stile d’altronde non è mai venuto meno all’ormai quasi settantasettenne cantautore newyorkese, un mezzo norvegese che nella terra d’origine del nonno ha pure fatto ritorno, accolto da una Europa che negli anni 80 non rimase sorda di fronte ad una generazione di artisti americani rimasti orfani di un contratto discografico (pensiamo anche a Elliott Murphy, ovviamente). Se volete saperne di più sul suo girovagare artistico e sulla sua incredibile sfortuna nella scelta delle etichette discografiche con cui pubblicare, vi rimando al libro scritto recentemente dai giornalisti Paolo Vites e Roberto Jacksie Saetti (Ghost Upon The Road – Eric Andersen Disco Per Disco, venduto solo tramite mail order all'indirizzo: jacksie1956@gmail.com), dettagliato "album by album" che vi permetterà di scoprire quali dischi vanno cercati oltre al solito (ma innegabilmente imprescindibile) Blue River del 1972 che speriamo conosciate già. Ma le serate italiane sono state occasione anche per noi per riparare ad una distrazione sulle sue uscite più recenti. Succede infatti (e lasciatemelo dire, può davvero succedere solo in Europa), che un filantropo tedesco, padrone della Meyer Records, abbia scommesso su un trittico di dischi davvero difficile da vendere come quello prodotto da Eric tra il 2014 e il 2017, tre opere dedicate a tre grandi scrittori di tre nazionalità europee diverse (e chissà mai che la collezione non si completi con un autore nostrano, visto che Eric comunque ha abitato anche in Italia per un certo periodo), in cui Andersen ha rielaborato alcuni testi di Albert Camus e Heinrich Boll, o proprio semplicemente musicato direttamente i testi di Lord Byron.

Il primo volume uscito era Shadow And Light Of Albert Camus, ristampato in occasione di questo tour con due brani aggiunti, un bellissimo disco nato casualmente durante una esposizione artistica per festeggiare i cento anni dalla nascita dell’autore francese, e registrato in grande fretta con l’ausilio dell’ormai collaboratore di lunga data Michele Gazich al violino e della percussionista Cheryl Prashker, che lo ha seguito anche nel recente tour. Sei brani molto intensi, in cui Andersen mette in versi secondo le proprie metriche il senso delle maggiori opere del drammaturgo francese, partendo con il folk di The Plague (Song of Denial), ispirata a La Peste, proseguendo con il dialogo tra piano e violino di The Stranger (Song of Revenge), ovviamente derivata da Lo straniero, e con il lungo talking su base elettronica (creata dal produttore Reinhard Kobialka) di The Fall (Song of Gravity), pensata su La caduta. Concludeva la prima edizione The Rebel (Song of Revolt), mentre la nuova versione ha aggiunto due ulteriori brani, una Song Of Sysiphus (Song of Rock and Roll) dove proprio Scarlet Rivera sostituisce per una volta Gazich in un rifacimento del Mito di Sisifo (Saggio sull’Assurdo), mentre Confessions of a Judge Penitent (Song of Deception) è un lungo e suggestivo reading sempre ispirato dal protagonista de La Caduta.

Il secondo capitolo della serie è Silent Angel: Fire & Ashes Of Heinrich Böll, che nonostante la durata da EP, risulta molto vario e interessante anche musicalmente, con il tradizionale tedesco Wenn das Wasser im Rhein gold'ner Wein wär posto in apertura e chiusura del disco e affidato alla voce di Petra Mùnchrath, e quattro brani ispirati a Opinioni di Un Clown. Peccato che non abbia avuto il tempo di elaborare anche delle canzoni relative ad altre opere molto significative del premio Nobel tedesco come Foto di Gruppo con Signora o E Non disse nemmeno una parola, ma i testi hanno invece preso in considerazione i tanti racconti sulla Seconda guerra mondiale, uno dei temi principali dell’opera di Boll. Come anche il successivo dedicato a Byron, il disco è stato registrato a Colonia, con una band che oltre a Gazich e la Prashker vede anche Martell Beigang alla batteria e basso, Steve Postell alla chitarra acustica e Harald Ruter alla fisarmonica. La bellissima Silent Angel, la marziale Thank You, Dearest Leader che si fa beffe di Hitler alla maniera del Dittatore di Chaplin, l’arrabbiata Face of A Clown e la delicata Silence completano così un bozzetto in cui Andersen si supera anche come tessitore di parole, sebbene ispirate da opere d’altri.

Lavoro molto accurato e approfondito appare anche Mingle with the Universe: The Worlds of Lord Byron autore che viene ripreso testualmente senza elaborazione da parte di Andersen, se non la libera creazione di alcuni ritornelli (“Byron era un involontario perfetto songwriter” ha dichiarato presentando un brano nei recenti concerti.). Andersen nelle note di copertina tradisce una forte ammirazione per la sua opera (lo definisce il più grande dei Romantici), mentre la band si impreziosisce della presenza di Giorgio Curcetti alle chitarre e del piano Steinway di Paul Zoontjens. Dei tre album, questo è il più leggero e immediatamente fruibile, anche perché invece che brani lunghi e complessi, presenta 15 shortcuts che permettono ad Andersen di spaziare anche stilisticamente tra folk, blues e rock, anche qui con due brani aggiunti nella nuova edizione CD non presenti nel vinile.


Nel complesso i tre album restano un lavoro davvero straordinario dal punto di vista letterario e molto ben curati nella confezione (i libretti presentano lunghe note scritte dall’autore e ovviamente i testi, fondamentali per seguire il tutto), con una produzione musicale in ogni caso sufficientemente elaborata e variopinta per evitare all’operazione di slittare nella noia accademica di un corso di letteratura. Se poi avete amato le opere dei tre autori analizzati sarete ancora più coinvolti, ma la voce di Andersen, sempre più profonda con l’avanzare dell’età, vale comunque il costo dei tre CD. E ancora una volta spiace che una così grande eredità culturale resti appannaggio di un passaparola carbonaro tra pochi attempati adepti, ma dopo più di cinquant'anni di carriera da outsider penso che ormai Eric neanche ci faccia più caso.



martedì 10 dicembre 2019

ANDREA CANIATO

Andrea Caniato
Cos' è la vita amico mio
[2A Records 2018]

 
File Under: Storie da sotto la Mole


facebook.com/andreacaniato.onemanband

di Nicola Gervasini

Così è la vita amico mio è il titolo rassegnato e fatalista dell’esordio del cantautore torinese Andrea Caniato, fino ad oggi leader della band locale dei Node (un album all’attivo, In the end Everything Is a Gag del 2009), che sceglie la formula del one-man-band da strada per proporre un pugno di canzoni in italiano scritte in collaborazione col paroliere Elia Rossi. Il risultato è un disco cantautorale di stampo molto classico, al di là delle sonorità da busker di piazza dotato della loop station di ordinanza e di qualche effetto su chitarra e voce, con taglio spesso volto al blues (come il primo singolo Lo Sai, sorta di sfogo nato durante un tragitto in macchina particolarmente trafficato), ma con liriche anche molto personali che esorcizzano alcuni lutti di famiglia o temi sociali, vedi la scalcagnata banda di malviventi che anima le liriche di Il più bello dei sette. Ovviamente non sfuggirà ai suoi concittadini un titolo come Il Rigore di Zaza, in verità ironico sproloquio che comprende varie disgrazie quotidiane di cui l’attaccante del Torino è solo un casuale rappresentante. In brani come Canti Amari si rende evidente una sua doppia vocazione che unisce strutture di blues acustico con melodie da pop italiano, con un risultato che a volte non può non ricordare Alex Britti, anche nell’uso della voce. In ogni caso tra ironia e momenti seri (il talking de Il Mare e la finale 10 Agosto, lamento nostalgico per un vecchio amore estivo), il disco potrà piacere a chi ama le storie di casa nostra, e magari anche a chi può apprezzare le sue indubbie doti di chitarrista tuttofare, che lo ha portato in passato anche ad insegnare e comporre colonne son

sabato 7 dicembre 2019

MARLON

Marlon
Sunken Worlds
[RecLab Studios 2019]


 
File Under: Milan Roots


facebook.com/MarlonMusicIT

di Nicola Gervasini

La presentazione come “new folk milanese” già appare curiosa, ma nei locali della città meneghina i Marlon sono effettivamente una realtà di cui si sente ormai parlare spesso. Già usciti su disco con l’esordio Musings from The Rearview dell’anno scorso, la band che fa capo al leader Marlon Bergamini, si è chiusa durante l’estate nei RecLab Studios con il produttore Larsen Premoli (presente anche come membro aggiunto alle tastiere). Sunken Worlds è un disco che parte forte, con il sostenuto rock di Back Home, per rallentare subito con la minacciosa God Knows, con le chitarre di Bergamini e Emanuele Nanti in evidenza (Nanti ha poi abbandonato il gruppo al termine delle registrazioni, e oggi stanno suonando in trio con la sezione ritmica gestita da Andrea Dominoni e Jody Brioschi). Seguono la cavalcata sudista di Rovers, una Easy che potrebbe essere uscita da un disco di Chris Isaak, così come anche l’epica Separated e la bella ballata in up-tempo Behind. Con Have a Great Flight i toni si fanno più romantici, ma subito Half-Blood Son ha un incedere alla Tito & Tarantula che la renderebbe buona per una soundtrack di un film di Tarantino mentre The Journey chiude in chiave puramente Southern-Rock un disco che li pone nell’area di band storiche come i Cheap Wine, come via italiana alla roots music americana di stampo classico. E questi nove brani, che riassumono molti degli umori della roots-music odierna, costituiscono sicuramente l’ossatura giusta per validi live-set da scafata rock band d’oltreoceano.

Lucinda Williams

  Lucinda Williams World’s Gone Wrong (2026, Highway 20) File Under: Still Alive and Well L’anno cruciale per Lucinda Williams è st...