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domenica 19 febbraio 2012

STEVE CROPPER...


Steve Cropper
Dedicated: A Salute To The 5 Royales
[Savoy/ Universal 2011]



Non apriamo la solita querelle sul reale valore di simili operazioni, il rock probabilmente è oggi diventato un unico tale omaggio a se stesso che sta diventando difficile distinguere tra omaggi, riferimenti e semplici tributi. Dedicatedfa parte della categoria degli "auto-tributi", cioè il caso in cui un artista dal curriculum blasonato organizza da solo una festa in proprio onore, seppur con il pretesto di ringraziare il suo maestro Lowman Pauling e i suoi 5 Royales, una band che negli anni 50 sfornava singoli storici a ritmo di catena di montaggio (Think, che poi sarà un successo per James Brown, resta il più noto) . Steve Cropper è una sorta di monumento della soul-music, eretto in quella piazza secondaria di solito riservata ai session-men, e per questo noto solo agli addetti ai lavori e a tutti quelli che guardando per la milionesima volta il film Blues Brothers di John Landis hanno avuto il buongusto di leggere i credits finali.

70 anni, uomo tuttofare della Stax Records fino al 1970 (con particolare riguardo al lavoro svolto al servizio di Otis Redding), e poi professionista libero di spaziare tra i generi (lo ritroviamo negli studi di John Prine, Rod Stewart, Jeff Beck e tanti altri, persino i Big Star), Cropper ha insegnato a tutti non tanto la tecnica (non è considerato un particolare virtuoso della sei corde), quanto il gusto dell'assolo essenziale e dell'arrangiamento al servizio della canzone. Averlo in session era una sicurezza in termini di professionalità, non era uomo da scatenare grandi applausi, quanto una sorta di mediano del mondo del soul, di quelli che si vendono poco come merchandising, ma guai a non averlo in squadra.

Cropper per l'occasione ha riunito una home-band con i fiocchi, aiutato dal produttore Jon Tiven: David Hood (basso), Spooner Oldham (piano e organo), Steve Ferrone e Steve Jordan (batteria e percussioni) e la sezione fiati affidata a Neal Sugarman dei Dap Kings e allo stesso Tiven. Con un simile accompagnamento, difficile fare brutta figura per i tanti veterani venuti in visita: Steve Winwood nell'iniziale Thirty Second Lover sembra ritrovare la verve degli esordi con lo Spencer Davis Group, il finto siparietto coniugale tra BB King e Shemekia Copeland (è la figlia del mitico chitarrista Johnnie Copeland) di Baby Don't Do It diverte molto, così come si conferma un maestro del genere il vecchio Delbert McClinton. Il resto è normale routine da professionisti, con una Lucinda Williams che prima forse esagera un po' troppo a gigioneggiare con il suo southern accent in Dedicated To The One I Love, ma fa a tempo a riaggiustare il tiro nel finale, o un John Popper che comincia ad essere troppo prevedibile, mentre le voci nere di Bettye Lavette e Sharon Jones sembrano fin troppo a loro agio nel genere per tirar fuori qualcosa di veramente memorabile. Qualche sorpresa la riserva un Brian May che rispolvera la sua formazione blues sotterrata subito dopo i primi dischi dei Queen, mentre è difficile capire la presenza del giovane Dylan Leblanc, chissà perché ammesso al banchetto dei grandi senza ancora averne le credenziali, e comunque in grado di uscire vivo dall'incontro con Sharon Jones. Tutto piacevole comunque, ça va sans dire.
(Nicola Gervasini)


TRACKLIST e OSPITI

01. Thirty Second Lover (with Steve Winwood)
02. Don't Be Ashamed (with Bettye Lavette & Willie Jones)
03. Baby Don't Do It (with B.B. King & Shemekia Copeland)
04. Dedicated To The One I Love (with Lucinda Williams & Steve Winwood)
05. My Sugar Sugar (with John Popper)
06. Right Around The Corner (with Delbert McClinton)
07. Help Me Somebody (Steve Cropper instrumental)
08. I Do (with Brian May)
09. Messin' Up (with Sharon Jones)
10. Say It (with Bettye LaVette)
11. The Slummer The Slum (with Buddy Miller)
12. Someone Made You For Me (with Dan Penn)
13. Think (Steve Cropper instrumental)
14. Come On & Save Me (with Dylan Leblanc & Sharon Jones)
15. When I Get Like This (with Lucinda Williams)

www.playitsteve.com




martedì 31 gennaio 2012

CASS McCOMBS - Humor Risk

inserito 20/12/2011

Cass McCombs
Humor Risk
[
Domino 2011
]



Non c'è modo migliore per far cadere un'opera nell'oblio di farne uscire subito un'altra in grado di oscurarne le qualità. Non deve essere stata questa la preoccupazione di Cass McCombs, artista in decisa quanto disordinata maturazione, che solo sei mesi dopo averci offerto la sua arte colta in tutta la sua scarna essenzialità (Wit's End), ci dimostra subito di cosa è capace quando sulle proprie canzoni ci ricama qualcosa di più di un semplice accompagnamento chitarra acustica/pianoforte. Humor Risk torna a riempire gli spazi come già accadeva in altre sue vecchie opere (Dropping The Writ ad esempio), stavolta però facendo tesoro di altre esperienze (Bill Callahan, Bon Iver, Iron & Wine, Silver Jews sono gli artisti che devono per forza essere passati nel suo lettore cd, ma anche il pop-rock classico dei Badfinger magari). Il titolo parla chiaro: se Wit's End era un inno al senso della morte, qui invece tutto cerca la vita e il suo paradosso, tanto che per assaporarla si usa la carta dell'ironia, nei testi così come in alcuni up-tempo decisamente sopra le righe per le sue dimesse abitudini. Insomma, provate ad immaginare che una sera il vostro amico solitamente più depresso e serioso tiri fuori dal cilindro una serie di battute micidiali e tenga banco per tutta una serata, e capirete la sorpresa.

Non che ci sia poi troppo da ridere con le storie di Mystery Mail, il cui plot (in poche parole) vede un uomo finire in galera per aver prodotto droghe illegali per conto del cugino, e lì muore infilzato con una penna dal suo compagno di cella. A voi il compito di trovare la morale della vicenda, McCombs si limita solo ad avvertire nel finale che "magari qualcuno di voi farà di quest'uomo un monumento, ma non è che tutti devono per forza essere santificati, Daniel era un bravo ragazzo, ma di certo non un santo". Ed è anche difficile dove sia il confine tra sarcasmo e fede nelle elucubrazioni mistico-filosofiche di The Living World, ma in genere Cass mette in mostra meno autocompiacimento della propria negatività esistenziale e qualche voglia di uscire allo scoperto fin dalla vena decisamente rock-oriented di certi arrangiamenti.

Ne viene fuori forse il suo disco più convincente, anche se magari il fatto di aver affidato il tutto al suo solito produttore (Ariel Rechtshaid) ha negato al tutto la possibilità di fare anche un salto di qualità maggiore e non sembrare solo una versione più elettrica ed accelerata delle sue precedenti opere. L'ironia in ogni caso sta tutta nella parodia dell'eterna ricerca della bellezza (Meet Me At the Mannequin Gallery) o dell'ipocrisia comune (Love Thine Enemy, in cui declama che "tutte le cose più idiote che dici parlano di dolore e verità). Insomma c'è sostanza, intelligenza e c'è anche da divertirsi, e per un artista che aspira più ad apparire come un personaggio avvolto dal mistero piuttosto che un grande intrattenitore è probabilmente il risultato più importante.
(Nicola Gervasini)

www.cassmccombs.com


venerdì 27 gennaio 2012

CROOKED FINGERS . Breaks In The Armor

inserito 13/12/2011

Crooked Fingers
Breaks In The Armor
[
Merge 2011
]



Se mai doveste fare mente locale su quali dischi di questi anni 2000 tramandare ai posteri, non dimenticatevi di almeno due titoli a nome Crooked Fingers, creatura musicale di Eric Bachmann, uno dei tanti - ma non uno dei soliti - artisti indipendenti genialoidi di questi ultimi anni. Anche il nostro sito ha decantato le lodi di album comeRed Devil Dawn (2003) e Dignity and Shame (2005), probabilmente quello che avrebbe prodotto Bob Dylan se si fosse mosso da Duluth nel 2000 per recarsi ad Athens invece di proseguire verso New York. Album che si barcamenavano tra normalità ed eccentricità, con il risultato forse di non aver mai veramente incantato nessuno, visto quanto sono stati dimenticati dai più. Bachmanm d'altronde ci ha messo del suo per rimanere nell'ombra, consegnando nel 2008 uno strano prodotto "pop" come Forfeit/Fortune, opera indecifrabile che noi stessi non abbiamo avuto la forza di ragionare e digerire, tanto che alla fine abbiamo deciso di lasciare al tempo il compito di confermarci l'impressione di esserci trovati di fronte ad un vero passo falso.

Altri tre anni sono passati e Bachmann ammette implicitamente il fallimento di quella svolta irrisolta, se è vero cheBreaks In The Armor tira il freno e fa decisamente marcia indietro, recuperando il suono elettroacustico dei suoi anni migliori. Una mossa doverosa forse, anche se probabilmente forzata, visto che la sensazione è che per al prima volta nella sua lunga carriera Bachmann ci abbia messo più mestiere che anima nel confezionare la parte strumentale di questi undici brani. Niente di male, intendiamoci, il talento resta considerevole, ma per la prima volta il nostro eroe si è fatto prendere la mano dall'emotività solo a livello di testi. Ne esce così un disco cupo nelle liriche, che parlano di malattie senza ritorno (Bad Blood), solitudine (Heavy Hours), ricerche senza speranza (Went To The City), laceranti addii (The Hatchet). Il tutto realizzato con molta - forse troppa - precisione grazie ai suoni confezionati da Matt Yelton (lo si ricorda al lavoro per i Pixies), e con il contro-canto della amica Liz Durrett come unico accorgimento stilistico a rompere il dialogo voce-chitarre.

Probabilmente è stato anche il riformare la sua vecchia band degli anni 90 (gli Archers Of Loaf, vero e proprio simulacro cult dell'era pre-indie rock) che gli ha ridato la voglia di ripercorre sentieri già battuti, seppur contaminati da un pessimismo che raggiunge in Your Apocalypse la vera apoteosi. Sarà dunque solo il prossimo capitolo a confermarci se questo è l'inizio di quella matura normalità (detta anche "l'era del solito disco") che prima o poi colpisce qualunque artista del globo, oppure si tratta solo di un rigenerante periodo di transizione.
(Nicola Gervasini)

www.crookedfingers.com


domenica 15 gennaio 2012

COWBOY JUNKIES - The Nomad Series Vol. 3 - Sing In My Meadow

inserito 11/11/2011

Cowboy Junkies
The Nomad Series Vol. 3 - Sing In My Meadow
[
Latent/Proper Records
2011]



Continuano le pulizie di primavera nel solaio di casa Timmins, dove si trovano ancora interi bauli di progetti abbandonati, tante canzoni non sviluppate accumulate in quasi trent'anni di onorata carriera che stanno dando vita ad una serie di dischi (The Nomad Series) teoricamente destinati solo ai fans più stretti. Se il primo volume aveva dato davvero la sensazione di un mero disco di outtakes, il secondo (un tributo all'appena scomparso Vic Chesnutt) era apparso come un interessante opera unitaria. Più difficile inquadrare invece questo Sing In My Meadow, che potremmo definire come il loro "tutto ciò che non suona come una canzone dei Cowboy Junkies ma sono pur sempre i Cowboy Junkies", vale a dire un insieme di esperimenti psichedelici e distorti che rappresentano il lato meno conosciuto e celebrato della band canadese, solitamente citati come esempio supremo di sonnecchiante e fascinoso folk da camera per orecchie sensibili al troppo rumore.

Registrato in quattro giorni utilizzando materiale di recupero e qualche brano già noto (Hunted era uno dei pezzi forti di Pale Sun Crescent Moon), il disco ha un approccio live e decisamente blues fin dall'iniziale Continental Drift, splendida performance caratterizzata da una armonica che sembra provenire dagli inferi e dalla agghiacciante interpretazione di una Margo Timmins che abbandona i toni caldi in favore di un canto freddo e impenetrabile. Basterebbe questo inizio a spazzare via l'intero decennio scorso della loro produzione, se non fosse che anche questi quaranta minuti alla fine tradiscono la propria natura sperimentale, visto che in altri episodi il gioco a "cercare di non sembrare i Cowboy Junkies" mostra qualche segno di cedimento (Late Night Radio meritava un arrangiamento più caratterizzante) o qualche esagerazione (i troppi effetti usati per rendere It's Heavy Down Here più sinistra possibile o la fin troppo confusa A Bride's Price).

Quando però la chitarra inacidita di Michael Timmins si intreccia con l'armonica i risultati sono esaltanti, con momenti tesi e taglienti come 3rd Crusade o la stessa Sing In My Meadow, fino all'apoteosi del lungo assolo della conclusiva I Move On, dove persino la voce di Margot viene sovrastata dal baccano, finendo per una volta relegata a semplice strumento di accompagnamento. Resterà dunque uno strano oggetto non identificato questo volume tre, che potrebbe paradossalmente scontentare qualche vecchio adepto, ma conquistarne di nuovi, magari quelli che distrattamente non si erano mai accorti che questi Cowboy Junkies esistevano già nelle pieghe di tutte le loro opere precedenti.
(Nicola Gervasini)


www.cowboyjunkies.com


giovedì 12 gennaio 2012

SCOTT H BIRAM - Bad Ingredients

inserito 22/11/2011

Scott H Biram
Bad Ingredients
[Bloodshot
2011
]



Inventarsi uno stile personale e un tocco inimitabile è già un grande risultato per un artista, ma ben più difficile è saperlo mettere a frutto nel tempo. PrendeteScott H Biram ad esempio, uno che nel 2000, dopo aver fatto gavetta con una punk-band e un suo progetto bluegrass a largo numero di partecipanti, si è inventato il personaggio di "The Dirty Old One Man Band", chitarrista blues a metà tra Hendrix e Jon Spencer, capace di infiammare il palco in completa solitudine. La sua formula ha scatenato entusiasmi tra tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo in azione, mentre i suoi dischi (con Bad Ingredients siamo arrivati al settimo album) hanno sempre destato più curiosità che vera ammirazione. La difficoltà sta nel fatto che il suo stile chitarristico, capace di coprire da solo tutte le frequenze del vostro stereo, appare come ingabbiato quando viene ascoltato tra le mura domestiche, laddove oltre a qualche numero pirotecnico richiediamo anche canzoni di spessore e motivi per arrivare alla fine dei 45 minuti senza avere voglia di ascoltare altro.

Il suo problema è sempre stato quello di aggiungere nuovi elementi e idee conservando però la propria natura di autarchico one-man-band e resistendo alla tentazione di chiamare qualche session man in più o qualche ospite famoso per infarcire la torta. Che, come recita il titolo di questa sua nuova fatica, continua ad essere cucinata con gli elementi base del più tipico blues rauco, sporco, brutto e cattivo del mondo alternativo americano, sia esso acustico (Just Another River), da garage-band (Dontcha Lie To Me Baby) alla White Stripes in gita sul delta (Victory Song) o classicamente alla John Lee Hooker (Born In Jail) o Muddy Waters (I Want My Mojo Back). L'ingrediente a sorpresa è un nuovo tocco da cantautorato texano, se è vero che Open Road o Broke Ass potrebbero ricordare l'epica (e la "fine" dialettica…) di Calvin Russell, ma quando poi si arriva alla stracotta e stra-coverizzata Have You Ever Loved a Woman? di Lightin'Hopkins si capisce che l'autonomia creativa continua ad essere di breve durata.

Divertitevi dunque senza troppo pensarci, magari negli episodi più esplosivi come Wind Up Blind dove Scott da sfogo alle proprie distorte fantasie sul blues o con il travolgente rock&punk di Killed A Chicken Last Night, episodi che non rivoluzionano nulla, ma uniscono l'irriverenza di Mojo Nixon e Skid Roper al tagliente self-made rock di Hammell On Trial. E se anche i paragoni tirano in ballo nomi oscuri e minori come quest'ultimi, che solo chi segue il mondo della canzone americana da tempo può riconoscere, allora davvero Bad Ingredients conferma, nella sua genuina e amabile irruenza, che la carriera di Biram è destinata a rimanere nella serie B.
(Nicola Gervasini)

www.scottbiram.com


domenica 8 gennaio 2012

JOSH ROUSE - Josh Rouse and The Long Vacations

Josh Rouse
Josh Rouse and The Long Vacations
(Bedroom 2011)


Gli album di Josh Rouse sono come i titoli di testa dei film di Woody Allen: sempre uguali da anni. Canzoni brevi, durate complessive sempre sotto i quaranta minuti (qui siamo poco sopra i 25...) e una generale attitudine al modesto, il leggero, il soffice e sussurrato. Una ricetta che nei primi anni ha sorpreso e regalato, se non capolavori, perlomeno titoli come Dressed Up Like Nebraska, 1972 o Nashville che ancora oggi meritano di essere rivisitati di tanto in tanto. Da qualche anno però la formula è caduta in una stanca ripetitività, e l'aver puntato sul taglio autobiografico fin dal precedente El Tourista (lui ora vive in Spagna, dove ha trovato nella bella Paz Suay l'amore di una vita) ha spostato solo il target stilistico dal country/folk con vaghe tinte soul dei primi anni, verso il mondo dei ritmi latini, ma senza cambiare poi troppo il succo del discorso. Josh Rouse and The Long Vacations inizia là dove finiva lo sforzo precedente, da 9 piccoli brani che si muovono lascivamente tra percussioni e sfumature jazz, strizzatine d'occhio al beach-pop alla Jack Johnson e pochi brani di sostanza. Tanta classe, suoni perfettini, una matematica precisione che fa si che tutta la seconda parte del disco sia composta da brani che durano esattamente 3 minuti e dieci secondi, e dunque tanta noia fortunatamente di breve durata.
(Nicola Gervasini)

www.joshrouse.com

sabato 7 gennaio 2012

DIEGO GARCIA - Laura

Diego Garcia
Laura
(Nacional 2011)


Prova la carta del disco solista votato ad un tenue folk(-pop?) Diego Garcia, leader degli Elefant, paladini negli primi anni 2000 di un ritorno alle atmosfere dark dei primi anni 80, e forse per questo piccoli anticipatori del revival del decennio di questi ultimi mesi. Prodotto, arrangiato, ma soprattutto interamente suonato da Jorge Elbrecht, leader dei Violens, Laura è un disco che cerca i toni autunnali insistendo molto su una sezione archi ottenuta sovra-registrando più parti suonate da Daniel Bensi, unico session-man accreditato nell'album. L'effetto è sicuramente suggestivo, ma basta anche solo ascoltare la sinuosa e melodicaNothing To Hide per capire come questi toni foschi si scontrano un po' con una scrittura (e anche degli impasti vocali) che restano comunque ancorati ad alcuni clichè pop di trent'anni fa. E' probabile che secondo lui Laura sia un ottimo omaggio ai cantautori degli anni 60, magari contando sul fatto che tutti riconosciamo nell'arpeggio di Separate Livesun'eco della Everybody's Talking di Harry Nilsson, o magari ci aspettiamo di scoprire che la title-track possa anche essere stata una vecchia hit di Nancy Sinatra, così come è facile cercare segni di Scott Walker nella tragedia di Stay, ma alla fine il risultato sa più di esercizio di stile, che non va oltre l'aggettivo "curioso".
(Nicola Gervasini
)

diegogarcia.posterous.com

lunedì 26 dicembre 2011

JIM BIANCO - Loudomouth




Jim Bianco
Loudmouth
(Jim Bianco 2011)




Capita che durante un happening estivo di vari musicisti tenutosi a Pusiano, tra nomi più o meno noti, ad un certo punto sia apparso un certo Jim Bianco, un ragazzone che ha catturato l'attenzione di tutti con un breve set acustico, tra pezzi originali e una Kiss di Prince in versione folk. Capita così di scoprire un artista indipendente newyorkese che ha appena pubblicato il suo terzo album, 34 minuti auto-prodotti che dimostrano un autore davvero particolare e una fantasia di soluzioni davvero invidiabile per un indipendente. Loudmouth è un piccolo gioiellino che sarebbe davvero un peccato perdersi, probabilmente il disco che Dirk Hamilton non è più capace di fare (e But I Still Want You è la ballata soul che aspettiamo invano da lui ormai da tanto tempo), semplicemente perché forse non si è degnato di ascoltare Paul Thorn (Home) o Jackie Greene (Talented), per sparare due nomi del decennio scorso che possono essere ritrovati in questi solchi. Quello che però è Jim Bianco al 100% è il vocione baritonale, apparentemente sgraziato, ma ben utilizzato sia nelle slow-song con tocco soul (frequente l'uso dei fiati) come Take You Home, Slaughter o Ok, I Suppose, sia nello splendido scioglilingua di Elevator Operator. Da tenere d'occhio.
(Nicola Gervasini)

www.jimbianco.com

mercoledì 14 dicembre 2011

LEE MELLOR - Lose

inserito 02/12/2011

Lee Mellor
Lose
[Lee Mellor
2011
]



Ci era piaciuto Ghost Town Heart, il disco d'esordio di Lee Mellor uscito sul finire del 2007. Non uno di quei dischi che segnano una stagione, ma pur sempre un convincente saggio indipendente di buon songwriting e produzione di classicissimo cantautorato country-roots. Penna felice con le parole, ma senza particolare genio nella costruzione delle canzoni, Mellor si rifà finalmente vivo con questo Lose, album che conferma pregi ma soprattutto difetti del predecessore, in più con lo svantaggio di non poter avere il bonus "new kid in town" che garantisce più accondiscendenza nei voti verso gli esordi ben riusciti. Il video di Suzy Blue Eyes confonde non poco le idee sul reale contenuto del disco, visto che il nostro si presenta con un look che fa tanto Jeff Bridges in Crazy Heart (ma con molti anni e molte bottiglie in meno del protagonista del noto film di Scott Cooper ) e con un singolo che segue gli schemi della Nashville-country song senza uscire neanche per un attimo dal seminato.

Peccato, perché senza troppo sconvolgere gli steccati tra gli stili, Mellor anche in questo caso osa molto di più di questa semplice canzonetta country ligia e quadrata, come ad esempio lo splendido reggae-folk di Nevada The Cruel o la toccante novella di A Favorite Whore ("una storia di infatuazioni non reciproche senza speranza" la definisce lo stesso Mellor). E sta proprio in questa contraddizione il vero limite di Lose, quello di mostrare un autore dottissimo per senso letterario nel raccontare storie, che troppo spesso scade nello scolastico in fase di realizzazione e arrangiamenti, sia quando transita nel puro blue-collar da pub del venerdì sera (Texas Anarchist Radio), sia quando affronta una ballata di frontiera come Firebird che tanto ricorda molti simili episodi di Joe Ely.

Un numero che gli riesce bene al secondo tentativo con l'epica Refugees, duetto da brividi con la profonda voce diTrish Robb, così come piace il bluegrass ardito di Something's Gonna Change, ma troppo spesso il nostro piccolo amico canadese si accontenta di un tipico ritmo da scazzottata da taverna country (The Cyclone) o di una filastrocca basata su due accordi di mandolino (la comunque suggestiva Lose) che riesce solo ad evidenziare quanto le sue limitate doti vocali rappresentino un freno non indifferente nel momento in cui il brano tenta di crescere. Si finisce bene con il mezzo gospel di This Faithless Prayer, ma nel complesso quattro anni per assemblare brani che lui stesso ammette di aver scritto in gran parte molti anni fa nel corso della sua tormentata adolescenza paiono troppi per un risultato che stavolta lascia il segno solo in pochi episodi. Né promosso né bocciato dunque, solo rimandato al terzo disco per nuove conferme.
(Nicola Gervasini)

www.leemellor.com
www.cdbaby.com/cd/leemellor2



mercoledì 7 dicembre 2011

WALKABOUTS - Travels In The Dustland

inserito 01/11/2011

The Walkabouts
Travels in the Dustland
[
Glitterhouse
2011]



Starsene in Europa per sei anni si è rivelato molto utile per Chris Eckman, se non altro per dare vita ad una serie infinita di progetti e produzioni più o meno riuscite come i sorprendenti Dirtmusic o i più difficili L/O/N/G, senza dimenticare vari dischi a proprio nome (l'album The Last Side Of The Mountain del 2008 meriterebbe forse maggiore considerazione) e produzioni per Terry Lee Hale e Steve Wynn tra gli altri. Ma l'esilio nella lontana Slovenia è stato anche l'occasione di riappacificarsi con la madre patria e la sua storia politica, dopo che l'ultimo capitolo dei suoi amati Walkabouts (Acetyline del 2005) aveva lasciato tutti stupefatti per la cieca rabbia sfoderata nei confronti dell'amministrazione Bush Jr. e dell'american way of life. Pausa salutare dunque quella della band di Seattle, se è vero che il ritorno in studio con la fedele compagna Carla Torgerson ha dato vita a questoTravels in the Dustland, un album che recupera il sound roots-sinfonico di loro classici come Devil's Road o Nighttown, aggiornato con il nuovo gusto di orchestrare le canzoni che Chris ha imparato frequentando il mondo della musica classica d'avanguardia viennese.

Eckman stesso ci spiega che le terre polverose del titolo sono solo un non-luogo della mente, ispirato da quel Sahara che ha generato la musica dei Dirtmusic, ma in verità perso da qualche parte negli Stati Uniti, laddove i sogni disillusi e le speranze ormai tradite ritrovano la loro forza selvaggia e primordiale. Ha scoperto dunque che l'America non è il mondo, che esiste anche altro, e che quell'altrove è una terra che esiste solo dentro ognuno di noi e serve per non perdere la propria originale ragione d'essere nelle mille sconfitte che la società odierna ci infiligge. Travels in the Dustland è un quasi concept-album che racconta di questi viaggi immaginari nelle proprie aspirazioni, ed è un piccolo miracolo, dove le ardite costruzioni sonore di Eckman sono ben sostenute da una serie di straordinarie canzoni (l'accoppiata The Dustlands/Soul Thief basta da sola a giustificare il voto al disco), costruite attorno alla solita alternanza al microfono tra i due padroni di casa (ad Eckman sono affidate solitamente i brani più elettrici, mentre la voce profonda di Carla dona vita a momenti pregni di pathos come My Diviner, They Are Not Like Us o Thin of the Air).

I Walkabouts suonano compatti come una vera band, grazie anche ai non indifferenti apporti degli altri comprimari (Paul Austin alle chitarre, Glenn Slater alle tante tastiere e la sezione ritmica affidata a Michael Wells e Terri Moeller), anche se la differenza ormai la fa l'estrema intelligenza produttiva di Chris, uno che se potesse usufruire di mezzi e budget adeguati, potrebbe davvero essere considerato uno dei più grandi pensatori di musica del nostro tempo. E che stavolta ha davvero prodotto la summa di tutto il suo pensiero, un disco bellissimo sia che viva di un sound sporco ed elettrico (No Rhyme, No Reason) o di grandi crescendo orchestrali da melodramma (Wild Sky Revelry, forse lo zenith dell'album). Bentornati davvero.
(Nicola Gervasini)

www.glitterhouse.com
www.thewalkabouts.com


mercoledì 30 novembre 2011

JJ GREY & MOFRO - Brighter Days






JJ Grey & Mofro
Brighter Days
[Alligator 2011]




Sicuramente non troverete mai una lista di qualche rivista o webzine musicale che annoveri un album dei JJ Grey & Mofro tra i top records degli anni 2000. Troppo derivativi, troppo legati ad una concezione vecchia di fare musica (da "classic rock" direbbe un ventenne oggi), troppo lontani dall'atteggiamento artistoide della indie-music che ha fatto da padrone nel decennio scorso, troppo improponibili come hit-makers. Eppure per chi come noi mai rimarrà freddo davanti al loro elettrizzante mix di southern music e influenze black, non sarà mai un mistero il perché album come Country Ghetto o Orange Blossoms saranno comunque tra quelli che ci porteremo in valigia fino alla morte, tra i tanti che invece lasceremo nel cassetto con il passare del tempo. Non c'è motivazione teorica che tenga, è difficile per tutti giustificare quale motivazione critica fa sì che le canzoni di questa scalcagnata compagine di Jacksonville siano irresistibili e non potranno mai stancarci, ma stavolta ci sono venuti in aiuto loro, pubblicando il primo live-album ufficiale (venendo dal mondo delle jam-bands, potete immaginare che a livello di fans ne circolassero già tantissimi) e svelando così dove sta il trucco.

Brighter Days, titolo che omaggia il brano migliore del loro ormai lontano disco d'esordio (Blackwater del 2001), è una testimonianza live (disponibile anche in DVD, un film realizzato dal regista di MTV Brendan Spookie Daly, con tre brani in più rispetto al cd) registrata a gennaio scorso presso l'Atlanta's Variety Playhouse, ed evidenzia come al di là di qualsiasi speculazione intellettuale sulla loro proposta, JJ Grey e soci abbiano davvero una marcia in più grazie a canzoni solide e soprattutto un pathos non comune. Chi ancora non li conosce potrebbe tranquillamente partire da qui, vuoi perché i brani più classici della loro produzione ci sono tutti e quindi il titolo assolve anche alla funzione di "The Best" della band (proprio come i migliori live degli anni Settanta), vuoi perché le due anime dei Mofro sono equamente rappresentate.

Spazio dunque ai riff sudisti (Orange Blossoms, War, Country Ghetto, una Ho Cake che trasuda John Fogerty da tutti i pori) e ai ritmi funky che tanto ricordano la musica dei Wet Willie (Air, On Fire, The Sweetest Thing). I fans più accaniti ci saprebbero dire se davvero queste versioni sono degne delle loro più storiche perfomances, di certo mancano forse di quella pulizia e precisione che rende i loro dischi in studio dei prodotti anche ottimamente confezionati, ma non difettano dell'energia necessaria per animare una festa. Dove il set però raggiunge vette da grandi nomi è nelle lunghe e trascinate soul-ballads (The Sun Is Shining, Lochloosa, A Woman), che hanno spesso minutaggi dilatati per l'abitudine di JJ Grey a lanciarsi in lunghi racconti, ma che davvero si vorrebbe non finissero mai.

Brighter Days è un semplice inno alla musica che più amiamo, che passa dalle radici di tutta l'America nera e bianca, e ci ricorda perché non esiste sirena della modernità che possa farci dimenticare quanto questa forma d'arte ormai antica sappia esprimere le emozioni in maniera semplice e immediata più di molte altre. Partecipate anche voi al soul-party, non ve ne pentirete
(Nicola Gervasini)


www.jjgrey.com


La scaletta
Disc 1 - Live show
1. Country Ghetto // 2. A Woman // 3. Brighter Days // 4. Air // 5. War // 6. Lochloosa // 7. Dirtfloorcracker // 8. Orange Blossoms // 9. Ho Cake // 10. The Sweetest Thing // 11. The Sun is Shining Down // 12. On Fire

Disc 2 - DVD
1. The Church (Documentary) // 2. War (Video) // 3. This Place (Documentary) // 4. Country Ghetto (Video) // 5. A Woman (Video) // 6. In The Studio (Documentary) // 7. Brighter Days (Video) // 8. Hide & Seek (Video) // 9. What's The Sound (Documentary) // 10. Ho Cake (Video) // 11. Playin' With Folks (Documentary) // 12. Air (Video) // 13. A Christmas Story (Documentary) // 14. Dirtfloorcracker (Video) // 15. Sexually Charged (Documentary) // 16. Slow, Hot & Sweaty (Video) // 17. King Hummingbird (Video) // 18. Runnin' From The Law (Documentary) // 19. Orange Blossoms (Video) // 20. On Fire (Video) // 21. At The Creek (Documentary) // 22. Lochloosa (Video) // 23. The Shining Down Story (Documentary) // 24. The Sun Is Shining Down (Video) // 25. The Sweetest Thing (Video) // 26. Reflectin' (Documentary) // 27. End Credits

martedì 15 novembre 2011

VERILY SO


Esordio molto interessante quello dei toscani Verily So, trio del tutto atipico che ruota attorno alla voce di Marialaura Specchia, chitarrista, all'occorrenza batterista alla Moe Tucker e cantante dotata di una voce traditrice, di quelle che in un primo momento appaiono soavi quanto una Hope Sandoval spiritata, ma che acquisiscono spesso i toni spigolosi di una certa Pj Harvey. La seguono Simone Stefanini e Luca Dalpiaz, chitarra e basso e all'occorrenza voce. Il trio attinge a piene mani in un dark-folk che passa dalle parti di Mark Lanegan (Ballad, cantata a due voci, sembra proprio uno dei suoi brani in compagnia di Isobel Campbell) a echi di Mazzy Star (la bella e suggestiva apertura di Wax Mask). Innamorati delle elettriche un po' acide da Paisley Underground anni 80, unite a molto del folk indipendente di quet'ultimo decennio, i tre offrono dieci brani già molto maturi e convincenti, soprattutto nelle costruzioni armoniche (ascoltate il crescendo di Guns On Fire o il bel finale acustico di 15 Years). Tra i loro grandi pregi anche quello di non indugiare troppo con tempi lunghi, permettendo anche a brani dall'incedere lento e ipnotico come When I End And You Start di non perdersi troppo prima dell'esplosione finale, e di saper tenere i ritmi giusti di un rock che a volte appare persino legato alla new wave di fine anni 70 (Will You Marry Me). Manca ancora una produzione che riesca a far sembrare tutti i diversi elementi in campo leggermente meno slegati, ma sul suono e sulla sostanza di questo disco ci si può già scommettere. ( 7)
(Nicola Gervasini)

giovedì 10 novembre 2011

MEKONS - Ancient & Modern 1911-2011

inserito 21/10/2011

Mekons
Ancient & Modern 1911-2011
[
Bloodshot 2011
]



Mi fa una certa sensazione leggere che i Mekons esistono fin dal 1977, perché in qualche modo sono una di quelle band che ormai da tanti anni seguo nella segreta speranza di avere da loro il disco che possa finalmente consacrarli nella storia del rock, come ormai meritano. Errore mio, lo so, perché Jon Langford, che poi è la mente che da 34 anni anima la sigla, non è certo uomo che pensa l'arte in termini di opera storica, quanto di libera espressione delle proprie tante e spesso volutamente confuse idee, per cui prendere o lasciare, o lo si ama nella sua perpetrata e genialoide imperfezione, o lo si abbandona del tutto. L'epopea della band, tra mille cambi di rotta e sostituzioni di formazione, non si è mai veramente interrotta, nonostante si faccia fatica a enumerare i tradimenti del suo timoniere (sette album con i Waco Brothers, probabilmente la sigla con cui Langford ha espresso il meglio della sua arte, ma anche altre oscuri progetti come Pine Valley Cosmonauts o Wee Hairy Beasties, oltre a quelli solisti), e basta solo leggere una delle dichiarazioni che accompagna l'uscita di questo Ancient and Modern per capire la sua frustrazione per una sigla poco conosciuta ("a parte morire, per avere la giusta attenzione dovremmo forse separarci per dieci anni e poi fare una vera reunion, siamo ancora in tempo per farlo").

L'album è il logico seguito del precedente Natural del 2007, titolo che aveva anche rilanciato in qualche modo le loro quotazioni: si torna al mix di folk e rock che è il marchio di fabbrica della ditta perlomeno dalla fine degli anni ottanta, con largo uso di violini e fisarmoniche, e una certa nuova vena listener-friendly, con brani che accantonano leggermente le spigolature del loro folk sbilenco, in favore di ariose ballate che potremmo anche arditamente definire "orecchiabili" (Space In Your Face o la stessa Ancient & Modern). I fans accaniti comunque non si spaventino, quando vuole Jon dilania l'etere con la sua voce sgraziata e sofferente, regalando le solite screziate emozioni (Afar & Frolorne soprattutto la stonatissima piano-song I Fall Asleep), ma la presenza della voce di Sally Timms, alla quale spesso è affidato il microfono (nella quasi bluegrass Geeshie o nella dark-ballad Ugly Bethesda ad esempio), porta un insolito velo di gentilezza al tutto, così come la terza voce offerta da Tom Greenhalgh.

A conferma di un sensibile ammorbidimento arrivano anche i testi del disco, dove la solita feroce analisi della cultura occidentale (il sottotitolo 1911-2011 prova anche a inquadrare il secolo d'interesse) trova però una nuova dimensione proprio nel testo di Space in Your Face, che lo stesso Langford definisce come il loro modo di trovare un pacifico compromesso con i tempi moderni. Come dire che la rabbia dei loro esordi proto-roots-punk non è persa, ma forse ora è arrivato anche il momento di ragionare con più calma. E forse per la prima volta un loro disco può essere definito "maturo" senza troppa paura di offenderli.
(Nicola Gervasini)

www.bloodshotrecords.com


sabato 5 novembre 2011

RYAN DRIVER

Ryan Driver
Who's Breathing?
(Fire records 2011)


Viene da Toronto Ryan Driver, recente scoperta dell'etichetta indipendente Fire Records (la stessa dei Giant Sand), che lo aveva fatto esordire prima con la band dei Silt, e poi con il suo primo sforzo solista (Feeler Of Pure Joy del 2009). Lui è solo l'ultimo prodotto di una nuova scena canadese che non rinuncia ai legami con il folk-rock tradizionale di matrice roots, non rimane sorda ad un certo atteggiamento indie, e fa di morigeratezza ed essenzialità un credo musicalmente figlio di questi anni 2000. Who's Breathing? pare dunque il titolo giusto per la sua seconda opera, dove l'atmosfera, il sussurrato e il sottointeso imperano fin dall'iniziale Dead End Street, che ammanta tutto con una steel guitar piangente. Dopo una partenza convincente però, il disco si arena sempre più su atmosfere levigate e jazzy, che finiscono nel finale per deragliare in un déjà vù stilistico quando Driver la butta troppo sul sentimentale. Sarà per indecisione o poca personalità, in ogni caso Who's Breathing sembra più un'occasione persa per un autore che ha solo bisogno di scuotersi un po' di polvere da piano-bar di dosso.
(Nicola Gervasini)


www.firerecords.com

lunedì 31 ottobre 2011

MICHAEL CHAPMAN - Fully Qualified Survivor

Michael Chapman
Fully Qualified Survivor
[Light In The Attic 2011]




Nel 1970 la diatriba tra tradizionalisti e modernizzatori era ancora accesissima nel mondo del folk britannico (andate a rileggervi dei litigi tra Nick Drake - conservatore - e John Martyn - rivoluzionario - descritti nel libretto del cofanetto Fruit Tree dedicato al primo). In molti erano pronti ad accettare che un grande chitarrista come Richard Thompson rigenerasse le antiche gighe britanniche in chiave elettrica, o che venissero rivisitati i songbook di autori americani come Dylan o Joni Mitchell, ma la scena conservava ancora una chiusura rispetto al mondo del nuovo rock inglese, visto come rozzo e commerciale. Il 1970 fu dunque un anno che fece da spartiacque nel cambiamento di rotta, e se nel 1969 un Al Stewart ancora lontano dai fasti dell'anno del gatto guadagnò solo parecchi insulti affidando ad un Jimmy Page fresco di esordio con i Led Zeppelin le parti di chitarra del suo album Love Chronicles (titolo da rivalutare), già nel 1971 Roy Harper, con la stessa identica mossa per il suo capolavoro Stormcock, sdoganò l'idea che il folk potesse imbastardirsi non solo con le sonorità del rock, ma anche con i suoi stessi eroi. Fully Qualified Survivor di Michael Chapman si pone esattamente in mezzo. Il disco era nato per la Harvest, etichetta che spingeva volentieri i propri protetti a sperimentazioni e fratellanze spesso ardite con altri generi, e che puntò molto su questo album dopo i buoni riscontri dell'ottimo Rainmaker del 1969.

E così, accanto alle evoluzioni acustiche del titolare, il disco presentava una produzione decisamente radiofonica affidata a Gus Dudgeon e alle orchestrazioni di Paul Buckmaster, vale a dire le due menti che avevano appena creato il suono del secondo vendutissimo album di Elton John. Ma l'elemento di rottura era la chitarra di Mick Ronson, che ancora non era una superstar, e che registrò le sue parti proprio mentre lavorava anche a The Man Who Sold The World di David Bowie, il disco che lo lancerà definitivamente. E basta ascoltare Postcards Of Scarborough, brano che ottenne anche un certo successo (l'album rimane il suo unico ad essere entrato nelle classifiche di vendita inglesi), dove ad un incipit acustico in stile classico, segue una splendida canzone di gusto decisamente rock, in cui l'elettrica di Ronson e le orchestrazioni di Buckmaster creano un atmosfera sinistra e splendidamente profonda. Nonostante sia rimasto un cult tra gli appassionati, il disco non è diventato uno di quei classici che tutti consigliano al primo colpo, perché al pari di altri colleghi votati alla sperimentazione (lo stesso Roy Harper o Shawn Phillips), Chapman non sfruttò il breve successo, sia per la sua mancanza di physique du role da rockstar, sia perché il suo stile e la sua voce un po' sgraziata restavano difficili da vendere a grandi lotti.

E' significativo che l'album sia stato ristampato in cd negli Stati Uniti solo lo scorso febbraio dalla Light In The Attic (in Inghilterra ne era uscita già una buona edizione nel 1997 da parte della Repertoire), edizione degna e consigliata per scoprire le due facce del folk britannico, capaci di riff indiavolati (Soulful Lady) o ballate soffici come Rabbit Hills che sarebbe davvero un sacrilegio dimenticare. Riscopritelo, anche perché poi l'ultima parola su come portare il folk inglese alla modernità la dirà poi John Martyn, ma le prime frasi sono tutte qui.
(Nicola Gervasini)


www.michaelchapman.co.uk
www.tompkinssquare.com
www.lightintheattic.net


martedì 25 ottobre 2011

TOM MORELLO THE NIGHTWATCHMAN - World Wide Rebel Songs

inserito 03/10/2011

Tom Morello 'The Nightwatchman'
World Wide Rebel Songs
[
New West
2011]



I Rage Against The Machine esistono ancora, anche se dalla reunion del 2007 non hanno prodotto nuovi dischi e vivono facendo tour "elettorali". L'esperienza con gli Audioslave è ufficialmente terminata nello stesso anno, con anche qualche delusione per i risultati ottenuti da quello che era uno dei più promettenti supergruppi dell'era post-grunge. Ma lui, Tom Morello, sempre dallo stesso anno non vive solo di proclami e revival, ma si alimenta attraverso il suo alter-ego, The Nightwatchman, il guardiano notturno che vigila sui mali dell'America attraverso canzoni e mille iniziative dove non esiste più un vero confine tra musica e politica. Più che la chitarra, negli ultimi anni Morello ha sventagliato la sua laurea ad Harvard in Scienze Politiche, finché una sera Bruce Springsteen lo ha chiamato sul palco per una versione elettrica di The Ghost Of Tom Joad e lui si è convinto che la chitarra acustica ucciderà anche i fascisti quando partorisce folk di razza, ma il suo DNA resta legato ad un amplificatore.

World Wide Rebel Songs
nasce dunque come ulteriore evoluzione del progetto Nightwatchman, dopo che il secondo album The Fabled City aveva fatto solo una gran confusione in tal senso, e trova finalmente un buon equilibro tra toni da vero folker (The Dogs of Tijuana) e voglia di tornare a scatenare anche qualche roccioso riff contro i padroni del mondo (It Begins Tonight). Altra saggia mossa quella di non ricorrere più alla ingombrante produzione di Brendan O'Brien, ma fare tutto da solo, alla ricerca di un sound il più possibile vicino a quello di un concerto. Il risultato è schiavo dell'ondivagare della sua ispirazione, ma nel complesso regge, soprattutto quando il buon Tom azzecca fin da subito un brano come Black Spartacus Heart Attack Machine, primo singolo dedicato alla sua nuova chitarra con corde di nylon, o quando limita le inutili comparsate di tanti ospiti al solo opportuno intervento di Ben Harper nella worksong Save The Hammer For The Man.

Insomma, l'eroe non è più solo (in copertina si guadagna anche una compagna di lotta), ma ben accompagnato da una band battezzata Freedom Fighter Orchestra, e continua una guerra che non è stata certo l'elezione di Obama a rendere superflua. Il disco conferma che il chitarrista si trova ormai pienamente a suo agio quando si seguono strutture classiche (Speak and Make Lightning, The Whirlwind), mentre magari mancano ancora le spalle larghe da grande autore quando prova vie improbabili come la tribale Facing Mount Kenya o quando scivola un po' nell'inno populista Stray Bullets. Tanto chiasso però finisce comunque con un numero per solo voce e chitarra (God Help Us All) che sa più di Kris Kristofferson che dei Clash, il che evidenzia solo come il sol dell'avvenire di questa nuova rivoluzione stilistica è ancora lontano.
(Nicola Gervasini)

www.thegourds.com


venerdì 21 ottobre 2011

Donald & Jen MacNeill with Lowlands

inserito 13/10/2011

Donald & Jen MacNeill with Lowlands
Fathers And Sons
[Route 61
2011
]



Vive una storia tutta particolare nel backstage di questo album, un racconto che vede il giovane Edward Abbiati, leader dei pavesi Lowlands, passare un periodo negli anni 90 su una sperduta isola della Scozia, dove scopre che Donald MacNeill, l'uomo che lo ospitava, si dilettava a scrivere e a suonare canzoni folk per la gente del posto. C'è un epilogo felice quindi, che vede i due ritrovarsi dopo quasi vent'anni per dare vita ad un songbook fatto di tutte le storie di quelle isole dimenticate dal tempo e dagli uomini. Sapevate, ad esempio, che nel 1940 una nave piena di emigranti italiani venne fatta affondare davanti all'isola di Colonsay, sulle cui spiagge oggi ancora si possono trovare lapidi in loro onore? Colonsay come Lampedusa insomma, con situazioni storiche ovviamente ben diverse, ma un unico senso, quello di scoprire come spesso mondi lontani vengano sempre, prima o poi, volenti o nolenti, uniti da un filo indissolubile. E' questo il tema centrale di Fathers And Sons, sia la canzone che narra questi avvenimenti, sia l'album che vede Abbiati e il chitarrista Roberto Diana produrre un disco davvero sorprendente (registrato negli studi "Little Pink" di Pavia), alla scoperta di un vecchio cantautore che non ha una grande carriera da raccontare, ma molte buone canzoni da cantare, brani che seguono le coordinate del più classico brit-folk, influenze americane comprese.

Non è un caso che l'unica cover del disco sia The Morning Lies Heavy di Allan Taylor, uno degli autori che meglio ha incarnato il rifiuto di abbandonare le melodie tradizionali, non negando mai comunque il debito di riconoscenza verso la scena folk americana di Dylan e Tom Paxton. Il vecchio MacNeill viene aiutato dalla figlia Jen, voce e flauto, che da sempre segue il padre nella costante attività dal vivo anche con il violino, in questa occasione lasciato in dote a Chiara Giacobbe, vera mattatrice del sound del disco. Il risultato è un disco di taglio decisamente classico, che forse apprezzerete solo se siete già sintonizzati su queste coordinate, ma Fathers and Sons conferma che quella del brit-folk non è una lingua morta, ma una tradizione ancora in grado di generare nuove grandi storie come queste.

E sarebbe bello raccontarvele nel dettaglio, come il lontano ricordo del primo giorno di scuola (The School Room), il senso di appartenenza ad una terra che fa sì che la fuga sognata da tutti i giovani del posto si trasformi presto in una dolorosa lontananza (Fair Tides), o la capacità di rendere epica anche la descrizione di una vita umile e fatta di semplici sentimenti (Wear Something Simple). I Lowlands stanno attenti a non invadere troppo il campo, non portano in dote il loro rock ma una sensibilità folk che rende anche gli strumentali (Farewell To Govan e la quasi bluegrassBouncing Babies) non dei semplici riempitivi, mentre i due scozzesi tradiscono a volte la poca dimestichezza con gli studi di registrazione, ma basta anche solo la splendida interpretazione di What'll We Do per capire che sanno davvero come toccare le corde giuste.
(Nicola Gervasini)

Tour italiano - Ottobre 2011: 18 - Pavia, Spaziomusica// 19 - Roma, Lord Lichfield Pub // 21 - Cantù, All'una e 35 circa // 22 - Bergamo, L'Ottagono

www.route61music.com



KURT VILE

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