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Kurt Vile -
Philadelphia's Been Good to Me
2026, Verve Forecast
Dopo quasi vent’anni e dieci album
(considerando anche quello in coabitazione con Courtney Barnett, ed escludendo l’esordio
con i War on Drugs), possiamo tranquillamente immaginare in anticipo cosa
aspettarci da un nuovo album di Kurt Vile. il cantautore statunitense ha saputo
creare un universo musicale, e direi anche letterario, tutto suo, finendo
sicuramente ad essere uno egli autori più personali e riconoscibili degli
ultimi anni, ma questa forte caratterizzazione personalistica gli ha anche
portato non poche critiche.
Di fatto i suoi album sono prolissi
e verbosi, prevedono sempre brani molto lunghi affiancati a momenti più
accessibili, finendo sempre a richiedere all’ascoltatore una attenzione fuori
moda, sia per tempi che per modalità di comunicazione. Il nuovo Philadelphia's
Been Good to Me non fa eccezione, con i suoi dodici brani in quasi 65 minuti di
musica, e con le sue abituali “talking-song” in cui sembra un uomo sotto ipnosi
in pieno flusso di coscienza (come in 99th Song o in Rock o’ Stone) a fare da marchio
di fabbrica. E, al solito, nessuna preoccupazione di esagerare coi tempi,
neppure quando inserisce ben due strumentali nel menu, l’interlocutoria ed
ipnotica Red Room Dub, e la romantica Piano for Sarah.
Magari rispetto al solito il
nuovo lavoro sembra cercare più episodi in up-tempo come il frizzante inizio di
Zoom 97 o la veemente (per i suoi standard) Chance to Bleed, mentre Philly's
Been Good to Me costituisce il centro dell’album con il suo largo uso di synth
in evidenza. Nel finale c’è spazio anche per quella che è, a conti fatti, una
pura pop-song alla sua maniera come Every Time I Look At You, mentre le
sonorità leggermente meno indie-folk derivano dai due produttori (e anche
session-men principali) Matthew Jugenheimer e Adam Langellotti dei Sore Eros.
Il complesso finale di Avalanche Of Snow, dove lui stesso si prodiga pure come
trombettista, lascia la sensazione che, se fosse meno istintivo e più ragionato
nel produrre i suoi dischi, potrebbe anche davvero costruire album più
strabilianti, ma forse si perderebbe quella sua genuina urgenza di dipingere il
proprio mondo isolato attraverso le sue tipiche lunghe carrellate, in cui c’è
sempre da godere, quanto da sbadigliare.
Philadelphia’s Been Good To Me fortunatamente
ha più episodi che portano alla prima ipotesi, dopo che Bottle It In del 2018 e
Watch My Moves del 2022 gli avevano attirato qualche critica per l’eccessiva
autoindulgenza. Conferma però che con Kurt Vile ci deve essere una propensione
a prendere o lasciare a priori da parte vostra, perché se il viaggio nella sua
storia continua a interessarvi, qui ne troverete un capitolo importante, se
invece avete già deciso di mollare qualche pagina fa, difficilmente queste
canzoni vi convinceranno a riprendere il percorso.
VOTO: 7
Nicola Gervasini
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