Brother
Wallace
Electric
Love
(2026, ATO
records)
File Under: Sweet Soul Music
È innegabile che la cosiddetta
scena “New Soul” degli anni Duemila abbia riconnesso la musica afroamericana con
le proprie radici dopo che per almeno un ventennio pareva aver preso altre
strade. Se la macchina evolutiva di quel mondo musicale non si è fermata grazie
a personaggi come D’Angelo, Curtis Harding o Kanye West tra i tanti, nomi come Sharon
Jones & The Dap-Kings, Nathaniel Rateliff, Lee Fields, Charles Bradley, e
tanti altri, hanno riportato l’idea che il “vecchio soul” potesse ancora
brillare in questo futuro ormai presente. Come tutte le ondate musicali, c’è un
punto di inizio, uno zenith, e una velocità di crociera mista ad una lenta
decadenza, e probabilmente nel genere ci troviamo in questa terza fase perché
difficilmente resta ancora qualcosa di importante da dire.
Potrebbe essere il terreno meno
adatto quindi per esordire con un album come questo Electric Love,
perché Brother Wallace, giovane con una buona gavetta da corista nel curriculum,
ma alla prima esperienza discografica da titolare, pare essere artista che non
ha nessuna intenzione di rimescolare il mazzo o scompigliare le carte. Come
arrivare a festa finita e mettersi a bere il fondo dei bicchieri, insomma, e
qui arriva il bivio critico su cui ragionare, e cioè se accogliere questo album
come uno sforzo tardivo, seppur encomiabile, o se essere contenti su quanto la
rivoluzione non sia stata passeggera, ma abbia creato un consolidato e
rinnovabile sottobosco di artisti che mai abbandoneranno una via fatta di
devozione per la musica di Otis Redding, Sam Cooke o James Brown, per dirne
solo alcuni.
Se amate il genere, comunque, il
ragazzo ci sa fare, anche se pesa molto l’aiuto in produzione e scrittura di Dan
Taylor dei The Heavy, e a dimostrarlo basta anche solo l’iniziale Who’s
That, dove mostra grande voce, senso del ritmo e un bel wall of sound
di fiati, cori e batteria martellante che rende il pezzo più che accattivante.
I brani sono 15 però, e i minuti 46 (oggigiorno considerabili come tanti), ed è
ovvio che visto che le soluzioni dipendono dalla performance e manca quel
pizzico di inventiva e modernità di un Michael Kiwanuka, per dirne uno (Any
Day Now ci prova a battere le sue strade, ma la differenza è ancora
evidente), non sempre tutto fila così liscio. In ogni caso la sensazione è che Brother
Wallace dia il meglio sugli up-tempo come la title-track o le travolgenti Who
do You Love o Let’s Get Together, mentre quando passa alle
soul-ballads come Gone With The Wind, appare più ordinario e fin troppo
ligio alla tradizione. Nel finale Brother Wallace ci aggiunge un blues acustico
in stile Keb’Mo’ (Me and My Running Shoes), ed è la ciliegina su una torta
fatta con ricetta antica, che è pur sempre buona se non ve ne siete nel
frattempo già stancati.
Nicola
Gervasini
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