DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/review/recensione-rostam-american-stories/
Rostam – American Stories
2026, Matsor Projects
Sono passati ben diciotto anni da quel disco di esordio
omonimo dei Vampire Weekend del 2008 che scosse non poco il mondo della musica
indie (ai tempi la si chiamava ancora così), un album che, assieme anche al
successore Contra del 2010, raggiunse anche vendite importanti in relazione ai
tempi. Da allora la loro storia continua (il quinto album, Only God Was Above
Us, è uscito solo due anni fa), ma il fondatore Rostam Batmanglij ha
abbandonato la nave nel 2016, all’indomani del tour promozionale per il terzo
album, varando a tutti gli effetti una doppia carriera da solista (utilizzando
solo il nome Rostam) e da produttore. Se con la seconda il suo apporto è stato
spesso richiesto e determinante, anche in ambiti decisamente più pop e mainstream,
con la prima il nostro già dopo due album come Half-Light (2017) e Changephobia
(2021) pareva aver surclassato i vecchi compagni in termini di evoluzione
artistica e positiva accoglienza da parte della critica.
Per il terzo capitolo, intitolato American Stories, si
è preso più tempo, e il risultato pare essere un po’ un riassunto delle tante collaborazioni
e frequentazioni collezionate in vent’anni di carriera. Intanto il titolo fa
capire subito che il disco propone uno spostamento verso un indie-folk di
matrice quasi roots, e di radici di fatto si parla nel disco. I testi infatti
riflettono il disagio di Rostam di vivere in un paese multietnico ma profondamente
diviso, e potete immaginare quanto le sue origini iraniane possano essere
scomode in questo periodo. Ne esce un album che unisce folk di vecchia matrice
con influenze iraniane, e forse solo nel più maestoso quanto malinconico finale
di The Weight ritroverete qualche traccia dei Vampire Weekend tra i tanti suoni
orientali (qui Rostam suona il saz, la caratteristica chitarra saracena usata
soprattutto nel mondo musicale turco).
Quindi da una parte brani puramente “americani” come Back of
a Truck o una Different Light che addirittura guarda in zona country,
dall’altra spazio ad una serie variopinta di suoni derivanti da mellotron e minimoog,
e persino una celesta con il suo tipico
suono simile a tanti campanellini L’album ha un crescendo sonoro che passa attraverso
brani oscuri come la pessimista The Road to Death, la voglia di fuga di Forgive
Is to Know o la sensazione di solitudine che filtra dal racconto di To Feel No Way. Solo Come Apart fa eccezione
con il suo tono dolce e quasi ottimista. American Stories è forse un album non
omogeneo e imperfetto nel calibrare i tanti sapori usati nel cucinarlo, ma è
forse il suo lavoro più personale e allo stesso tempo portatore di un messaggio
universale, che è forse l’unico modo per far sentire il proprio dolore da
cittadino ancora prima che di uomo e artista.
VOTO: 7,5
Nicola Gervasini
Nessun commento:
Posta un commento