DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/review/recensione-kevin-morby-little-wide-open/
Kevin Morby
- Little Wide Open
2026, Dead
Oceans
La situazione oggi è questa: i
dischi non si vendono più, se non in poche costosissime versioni in vinile e
gli ascolti degli streaming sono un indicatore del tutto inattendibile
dell’attenzione e dell’amore che un’opera suscita, per cui alla domanda che
ogni musicista oggi si pone su che senso abbia sbattersi troppo per pubblicare
nuovi album fatti come si comanda, Kevin Morby risponde con questo splendido
Little Wide Open, un album complesso che richiede attenzione e approfondimento,
merce forse ancora non del tutto rara tra i suoi fans fortunatamente.
Prima di questo disco Morby aveva
seminato già benissimo con sette album quasi sempre in crescendo, in cui si era
fatto cantore urbano degno di poter, se non sostituire, almeno occupare lo
spazio lasciato vuoto da Lou Reed come voce narrante della New York dei
bassifondi. Nasce dallo stesso approccio letterario questa lunga e meravigliosa
opera, tanto che a seguito del disco Morby ha pubblicato anche uno scritto che
potete anche trovare sul sito della sua etichetta, intitolato Field Guide to
the North American Troubadour. E già il titolo fa capire che qui ci spostiamo
dalla città alla provincia, in una sorta di diario di viaggio che non teme le
lungaggini oggi poco di moda nel mondo dello streaming, e soprattutto la
verbosità da una parte, e anche la tendenza a ridurre al minimo gli
arrangiamenti finendo quasi ad essere un album folk di vecchia concezione,
obbligano ad un ascolto che definirei “dedicato e consapevole”.
La buona notizia è che però
queste premesse non portano ad un disco di difficile fruizione, se non proprio
tedioso, ma, anzi, qui tutto fila liscio anche sul piano dell’intrattenimento,
perché tutto sembra essere al posto giusto, il suo racconto, gli interventi
della azzeccatissima produzione di Adam Dressner dei National. le tantissime
ospitate di altri artisti (Bon Iver su tutti), che non invadono mai troppo il
campo e non si prendono la scena. Difficile scegliere i momenti migliori, ma scuramente
va citato lo straordinario dialogo con Lucinda Williams in Natural Disaster o
la più immediata Javelin’, con la voce di Amelia Meath, uscita come singolo non
a caso.
Ne esce il suo disco più
radicale, forse davvero parente stretto dell’album The Ghosts of Highway 20
della già citata Lucinda Williams, che si muoveva su terreni molto simili, ma
qui in più c’è che Morby non ha perso comunque la ruvidezza del suono di New
York, ma semplicemente lo ha immerso in un ambito rurale, anche musicalmente,
per cui spazio anche banjo, violini, e tutto l’armamentario d’ordinanza delle
migliori opere di Americana. Qualcuno non troppo avvezzo a certi suoni potrebbe
lamentarsi per lo spostamento, ma secondo me con Little Wide Open Morby firma
il punto più alto della sua storia di autore.
VOTO: 9
Nicola Gervasini
Nessun commento:
Posta un commento