giovedì 2 aprile 2026

Brandi Carlile

 

Brandi Carlile

Returning to Myself

Lost Highway 2025

File Under: Personal Wars

Il titolo Returning to Myself è più che chiaro su quale sia l’impostazione dell’ottavo disco in studio di Brandi Carlile, una sorta di dichiarazione di bisogno di intimità e di meno luci della ribalta. Cantautrice a noi cara fin dai suoi primi passi (The Story del 2007 resta uno dei dischi fondamentali del cantautorato femminile degli anni 2000), la Carlile è nel tempo diventata un personaggio importante nel mondo culturale americano per le sue lotte e la sua Looking Out Foundation, organizzazione da lei fondata nel 2008 (con a capo sua moglie Catherine Shepherd, per dieci anni dirigente delle iniziative benefiche di Paul McCartney), e che ha lanciato tante battaglie umanitarie non particolarmente care alla politica americana odierna. E da qui parte anche il nuovo album, perché in un disco che si dichiara intimista diventa per lei naturale piazzare un brano come Church & State, veemente (anche musicalmente, unico brano “rock” del disco non a caso) invettiva anti-trumpiana scritta col cuore.

A questo si aggiunge anche un certo successo di pubblico, con operazioni anche da vero star-system nashvilliano come il supergruppo country delle Highwomen creato nel 2019, e ovviamente il recente disco a due mani con Sir Elton John, suo mito personale (nella Reissue del suo primo album una delle bonus track è una sua versione di Sixty Years On ad esempio, ma qui basta anche sentire A Woman Overseas per sentirne la forte influenza, o scoprire che You Without Me è un rework di un brano a firma John/Taupin).

Returning to Myself conferma in regia lo stesso produttore di Who Believes in Angels? Andrew Watt, probabilmente il nome più richiesto al momento per come sa far suonare moderne anche canzoni di vecchio stampo, anche se personalmente trovo il suo suono un po’ troppo “streaming-friendly”, in questa come in altre occasioni (passa con disinvoltura dai Rolling Stones, Iggy Pop o Pearl Jam a Lady Gaga o Justin Bieber non a caso). Qui però alla produzione e in session ci sono anche Justin Vernon alias Bon Iver e Aaron Dessner dei National, e questo team spettacolare, e più che mai diversificato, pesa molto sul risultato finale nel bene e nel male.

Ma quello che fa di Returning to Myself un disco importante sono le canzoni, che dimostrano come la Carlile abbia mantenuto nel tempo una qualità compositiva di gran livello, anche quando magari la produzione non è delle più adatte. La critica che le si può muovere è magari una certa indecisione tra i toni di folk intimo di alcune canzoni (la title-track, Anniversary, o una Joni che dice tutto fin dal titolo), e un suono più pop e barocco che la fa quasi somigliare ai Florence & The Machine in certi casi (Human, A War With Time, No One Knows Us), non sciogliendo quindi il dubbio su dove voglia andare a parare musicalmente. Paradossalmente proprio l’ultimo brano A Long Goodbye, col suo pigro incedere springsteeniano, è l’unico episodio spoglio degli orpelli produttivi che un po’ appesantiscono un disco comunque bello e importante, e fa capire che comunque il successo non le ha mai fatto perdere la strada maestra.  

 

Nicola Gervasini

lunedì 30 marzo 2026

Joseph Martone

 

Joseph Martone

Endeavours

(2026, Rivertale Productions)

File Under: Dark Cowboys

 

La copertina tutta a tinte di nero e chiaroscuri di Endeavours è più che mai rappresentativa del suo contenuto, e d’altra parte l’americano Joseph Martone aveva già evidenziato nel nell’album Honey Birds del 2020 quanto fosse anche lui un nuovo spirito della notte. Voce bassa e cavernosa, atmosfere dark create da molti strumenti, ma con una resa scarna ed evocativa, Martone è l’ultimo nato di una stirpe di cantori dell’anima notturna alla Nick Cave o Hugo Race, anche se il tocco vagamente “rootsy” di molte composizioni quasi lo portano più verso il sofferto e oscuro blues di Malcom Holcombe.

Scritto in gran parte con il collaboratore e amico di lunga data Ned Crowther, come il precedente album vede coinvolti un mix di musicisti americani e italiani, con la conferma come principale sparring partner di Taylor Kirk alle chitarre e altro come mellotron, Farfisa, percussioni, e il grande peso delle tastiere (principalmente piano e synths) di Michael Dubue (entrambi, anche produttori del disco, provengono dai Timber Timbre) bravissimi nel creare atmosfere da notte buia e tempestosa. Completano la band la sezione ritmica italiana di Francesco Giampaoli (Sacri Cuori) e Fabio Rondanini dei Calibro 35, e le voci di Rebecca Noellei e Marianna D’Ama a completare il tutto.

Nove brani da ascoltare al buio, a partire dal singolo Lying Low corredato dal bel video girato da Antonio Zannone (specializzato in videoclip della scena underground italiana), Martone affonda le liriche di brani come Saint Marie o del mid-tempo On The Mend nei suoi ricordi, che comprendono anche quelli delle sue origini campane (viene dal paesino di Vitulazio, a nord di Caserta). I brani più lenti e cavernosi come Overboard o la tile-track non possono non ricordare il Leonard Cohen degli ultimi album in vita, ma al di là di un mix stilistico non nuovissimo, Martone ha un suo personalissimo modo di graffiare con la voce le tele bluesy della sua  band, offrendo brani di pregio come True Times e Wounded Love, o se volete prendere un brano che possa davvero appresentare al meglio il tutto per suono, spirito e testo, scegliete di ascoltare Bright Morning Doubt appena svegli. Disco breve, molto ben registrato, Endeavours è un piccolo gioiellino per anime che danno il meglio quando cala il sole.

 

 

Nicola Gervasini

venerdì 20 marzo 2026

KLIPPA KLOPPA

 Klippa Kloppa – Bijoux

2025, Snowdonia Dischi 


Sono ormai una realtà storica nella scena underground italiana i Klippa Kloppa di Nicola Mazzocca, combo nata nel casertano negli anni 90, un piccolo laboratorio di una nuova idea di pop italiano che ha avuto un lungo e tortuoso percorso discografico, culminato con la pubblicazione dell’album Liberty nel 2019, sicuramente l’approdo più maturo di tutta la loro produzione, e anche il loro titolo più promosso dalla critica nostrana. A distanza di sei anni esce finalmente il suo ideale seguito, Bijoux, un disco che si presenta benissimo fin dalla confezione (ma, da questo punto di vista, la Snowdonia è ormai una garanzia), con copertina e libretto corredati dai disegni di Luca Tieri, italiano, ma giapponese di adozione sia per luogo dove vive che per tratto grafico.

Registrato sempre tra Napoli e Caserta, l’album conferma la formazione con la voce declamatoria di Mariella Capobianco, le chitarre a volte acide (La Piuma che Regge il Mondo), a volte più leggere (il jingle-jangle byrdsiano di Linea D’Aria) di Mariano Calazzo e Marco Di Gennaro, a cui si aggiungono la batteria di Stefano Costanzo e le tastiere di Simone Caputo, con Nicola Mazzocca che spazia su vari strumenti e, con Calazzo, anche alla voce solista. Sono canzoni che affondano le mani nel suono degli anni Settanta, come ad esempio una Righe Rotte che mi aspetterei di trovare anche in un disco dell’epoca di Alberto Radius, ma che partono dal concetto di utilizzare elementi e suoni classici negli arrangiamenti e destrutturali in composizioni che sanno comunque di pop d’avanguardia degli anni Duemila. 

I testi di Mariella Capobianco infatti non sono certo facilmente cantabili e necessitano di una attenzione particolare, eppure anche lo scioglilingua di Le Sette e Sette (dove interviene la chitarra di Luca Fusari degli X-Mary) si appoggia su un giro armonico che sarebbe piaciuto al Lucio Battisti degli anni Settanta, ma che richiama pure quello dell’”epoca Pasquale Panella” nell’uso delle parole. Ma sebbene le parti cantate restino poco radiofoniche, c’è spazio per brani di accattivante struttura classica come Profondo, mentre magari Un Puntino Nero viaggia più nella zona del Franco Battiato di metà anni Novanta. C’è modo anche di divertirsi con l’ironica Iconico/Anonimo e la scanzonata samba da lounge bar della tilte-track. Chiude la bella Notte, con le sue tastiere d’altri tempi, finendo in bellezza un disco che aggiorna una tradizione italiana ormai antica, ma che mai come oggi pare l’unica via moderna di continuare a fare pop d’avanguardia. 

VOTO: 7,5

Nicola Gervasini


mercoledì 18 marzo 2026

JOHN STRADA

 

John Strada

Basta Crederci un Po’

CRINALE LAB

***1/2

 

In John Strada convivono alcune tradizioni musicali a noi ben note: da una parte quella del mondo poetico fatto di impegno sociale e sentimenti del Greenwich Village, dove John ha vissuto qualche tempo per completare la propria maturazione, dopo che in Italia aveva già pubblicato due album, e dall’altra quella della nostrana tradizione di “neo-springsteeniani”, che fin dagli anni Ottanta ha avuto tanti rappresentanti concentrati soprattutto tra l’Emilia e il Veneto. Professore di letteratura anglo-americana nella vita, Strada ha portato avanti una carriera di passione e amore per una tradizione culturale di cui si è sempre fieramente dichiarato figlio. Radice che non muta anche per questo Basta Crederci un Po', ma stavolta John ha voluto dare più attenzione all’aspetto formale, chiamando alla produzione l’esperto Don Antonio, figura di produttore “old-style” (come pure negli Stati Uniti si usa sempre meno purtroppo), di quelli che non solo cura la realizzazione delle canzoni, ma si presenta con un suono personale, un’idea, e una band di fidati session-men (Diego Sapignoli, Nicola Peruch, Denis Valentini, e i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli). Una scelta importante quindi, perché l’artista è consapevole del fatto che il risultato sarà diverso da quello che si era immaginato scrivendo i brani, e qui sta lo stimolante gioco di ruoli che abbiamo già visto con successo in altre produzioni di Don Antonio, da Massimiliano Larocca ad Alejandro Escovedo.

Il trucco funziona benissimo anche qui, Don Antonio sa come calarsi nelle canzoni dell’autore di turno, in questo caso un artista sanguigono e viscerale come vuole la tradizione, ma che per questi brani ha cercato di trovare toni meno gridati per dare al disco un sentimento diverso. Basta Crederci un Po’ è una sorta di piccola fotografia della vita di provincia e di quella intrinseca malinconia che la pervade, e che fa sembrare l’allegria forzata ostentata nei social più che grottesca (ne parla nella iniziale title-track, in Amore Social, ma anche in Manca il Respiro in qualche modo). Una provincia dai ritmi blandi, ottimi per sognare (Ballando In Città) e per pensare (Giocattoli Rotti o l’ottima Parlavo da Solo: Stream of Consciousness, canzone che sarebbe piaciuta molto a Pierangelo Bertoli), per ricordare amori finiti male (Non ti Dirò Ti Amo) o commentare fatti di cronaca (Girasoli, dedicata al caso di Federico Aldrovandi), o anche prodigarsi in riferimenti letterari (La Tygre e l’Agnello ispirata da poemi di William Blake). Gli arrangiamenti di Don Antonio, più che mai vari e fantasiosi, sospesi tra folk, canzone popolare, funky, samba, soul, elettronica, tanti cori e un po’ di Tom Waits qui e là (e molto poco blue-collar rock a questo giro), donano a un pugno di canzoni ispirate il tocco in più.

Nicola Gervasini

 

venerdì 27 febbraio 2026

Sterbus

 

Sterbus

Black and Gold

(2025, Zillion Watt)

File Under: Virginia Wolfe

 

La storia degli Sterbus, duo formato da Emanuele Sterbini e Dominique D'Avanzo, è ancora oggi più raccontata e seguita all’estero che in Italia, grazie ad album che vi avevamo presentato anche sulle nostre pagine come il doppio Real Estate/ Fake Inverno e il più diretto e power-pop Let Your Garden Sleep In, che nel piccolo di una produzione comunque indipendente, hanno ottenuto consensi anche fuori dal nostro paese. Il nuovo album Black and Gold è un progetto ancora più ambizioso: nato durante gli ormai abbastanza lontani tempi del “lockdown” per diventare un EP, il disco si è sviluppato poi in un progetto più ampio che coinvolge musicisti italiani e inglesi, come, tra gli altri, Alessandro Palermo, Edoardo Taddei o gli archi di Layer Bows.

E anche musicalmente l’album si propone come un caleidoscopio di vari generi, fondamentalmente comunque riassumibili in un mix di alternative folk e “prog” di vecchio stampo, con sempre in mente i Cardiacs come modello (Sterbini ne è acceso seguace), ma che in qualche modo ci riporta anche a simili esperimenti portati avanti dai Decemberists dell’epoca di Crane’s wife o The Hazards of Love. La voce di Sterbini ben si adatta al genere (in qualche momento ricorda Steven Wilson, ad esempio in Two Elms), il resto lo fanno le composizioni scritte con le liriche di Dominique D’Avanzo, unite in una sorta di concept album ispirato dalla figura di Virginia Wolfe (è suo il ritratto in copertina firmato da Dario Faggella), e sul suo simboleggiare la triste e disillusa modalità di sopravvivere e reagire alle tragedie e alle brutture (War Waltz) di un mondo che dagli anni del Covid sembra essere esploso in una spirale di violenza e disumanità che stiamo vivendo ancora in pieno.

Tra i brani più significativi sono da citare sicuramente la lunga e complessa Alfriston Two Four Five, testo scritto in questo caso da Marco Zatterin citando nel titolo il numero telefonico della sorella di Virginia Wolfe che fu composto per darle notizia del suicidio della scrittrice, ma che poi si addentra nel delicato tema della salute mentale. E proprio di Virginia Wolfe è il testo recitato di una Virginia Flows che sa molto dei King Crrimson della prima era, caratterizzato da un gran bel solo della chitarra di Peter Lawson. Altrove in Renaissance si affronta il tema della rinascita dopo la tragedia (“Two people couldn't have been happier until this terrible disease came”), prima che la acustiche Black and Gold e Undone ammantino il tutto di pessimismo. Si termina col dialogo piano-fiati della soffice Careful of Neon Lights e i passaggi strumentali di Down the Reverb e The Greatest Possible Happiness un disco ancora una volta coraggioso e molto interessante.

 

Nicola Gervasini

 

giovedì 19 febbraio 2026

NichelOdeon Ft borda

 

NichelOdeon Ft borda - Flipper (Folk Songs For The Judgement Day)

2025, Trumpf!

 

Il progetto Flipper viene descritto come “Dai Canti delle Crociate e i Lamenti delle Vedove, a David Guetta e Sia”, e credo non ci sia modo migliore per iniziare a presentarvelo. Sui progetti del poliedrico Claudio Milano, qui ufficialmente in veste NichelOdeon, vi abbiamo già tenuti aggiornati in passato, compresi quelli in collaborazione con Teo Ravelli, in arte borda, e stavolta potremmo anche farvi passare questo Flipper come un torrenziale cover-album che spazia ovunque nella storia della musica, ma anche qui sarebbe inesatto, perché immersi in questi visionari “medley” ci sono anche nuovi brani originali scritti da Milano. Singolare anche la scelta di una versione abbreviata a 77 minuti per l’edizione in CD, rispetto ai 100 minuti della versione trovabile online (ad esempio su Banndcamp), simbolo della moderna trasformazione dei formati musicali.

Il concept di fondo è quello di offrire una performance vocale e sonora che unisca brani legati tra sé da nessun vincolo di parentela, per cui ad esempio nel primo brano Distopia #1 - Nobiltà Decaduta, la canzone La Fenice che già Milano aveva interpretato nel disco tributo a Rodolfo Santandrea edito dalla Snowdonia, si intreccia con Cornflake Girl di Tori Amos o la Non, Je ne Regrette Rien di Edith Piaf,o ancora classici italiani come Mi Sono Innamorato di Te. Non pensate a cover tradizionali, ma ad una sorta di patchwork di composizioni rielaborate, utili a crearne una unica, con Milano che ha registrato le parti vocali a cappella, e borda che ha musicato il tutto con le sue basi elettroniche solo successivamente.

La lunghezza dell’album in questo caso non spaventi, i cambi di tono e ritmo sono talmente vorticosi che non c’è tempo per perdere attenzione o annoiarsi, al di là del gioco a indovinare subito la canzone trattata senza leggere pima l’elenco.  Ne esce una sorta di piccola enciclopedia della musica di ogni secolo, e seppur con stile completamente diverso, potemmo quasi considerarla una rilettura italiana dell’album 1000 Years of Popular Music del chitarrista inglese Richard Thompson, che tra l’altro tra riletture di traditional britannici e Prince o Britney Spears, riprendeva anche So Ben Mi C'ha Bon Tempo, brano del 1590 di Orazio Vecchio, qui rimodulata anche da Milano.

Ma più che altro ne esce un quadro disperato delle mille sfaccettature del concetto di Paura, che è quello che ha motivato la scelta dei singoli brani, e giustificato l’idea di chiamare i pezzi con il termine “distopia”, quasi che queste canzoni (che per Milano sono “folk” a prescindere da stile, autore o epoca) raccontino una storia non controllabile dal singolo, e da qui quindi l’ineluttabile paura per la propria sorte e un futuro che ci appare inevitabilmente distopico

 

Nicola Gervasini

VOTO: 7.5

giovedì 15 gennaio 2026

Liam St. John

 

Liam St. John

Man Of The North

Big Loud Rock

***1/2

Liam St. John è una sorta di eccezione alla regola, e cioè quel raro caso in cui il mondo televisivo statunitense ci regala un vero buon talento da scoprire.

Di Nicola Gervasini

“Rock & Soul Singer Songwriter” recita il suo biglietto da visita sul suo sito personale, e già questo dovrebbe rilassarci sul fatto che valga davvero la pena di scoprire Liam St. John, artista che viene da Nashville, ma che accogliamo nei nostri ascolti con la naturale diffidenza che il nostro mondo musicale ha per i personaggi usciti dal mondo televisivo. St. John è stato infatti uno dei protagonisti del programma The Voice nell’edizione del 2020, dove faceva parte della squadra allenata da Gwen Stefani che poi si aggiudicherà l’edizione grazie al quindicenne Carter Rubin, oggi ancora pop-star in altri universi culturali. Liam St John si fece comunque notare parecchio (arrivò quasi a vincere la seconda puntata dello show) con il suo blues riadattato per la TV, e ha poi pubblicato un album ed un EP senza però riscuotere il successo preventivato, e si è così chiuso in sala di registrazione con una valida band di Nashville, deciso a dimostrare qualcosa in più.

Il risultato è questo Man Of The North, tour de force di 16 brani che però cambiano parecchio la sua storia, perché in mezzo a forse troppo materiale per un artista che ancora deve conquistare la fiducia di molti, si trovano canzoni di sicuro pregio. Intanto diciamo che il ragazzo ha una gran bella voce (vagamente mi ricorda Grayson Capps), e soprattutto la usa spesso come si conviene ad un genere rauco e sporco come questo roots-blues, che affronta senza i facili ed inutili virtuosismi che il mondo musicale televisivo spesso pretende. E la produzione dell’album si destreggia bene in un sound moderno (Believer è comunque un pezzo che ha un drammatico appeal radiofonico in linea con i tempi), che tiene conto nel giusto modo di una tradizione di roots musica classica (If I Were My Father). D’altronde proprio nella title-track lui dichiara “La mia spina dorsale è debole, ma le mie radici sono larghe come un pino sempre verde”, come a rivendicare un background musicale di tutto rispetto per poter affrontare un genere che ha padri più che nobili, e tanti figli con cui comunque mettere a confronto brani tra roots-rock e blues come Off The Rails e Forefathers. Tra echi di country di Nashville e molto blues elettrico (Trouble o Dipped in Bleach invadono addirittura il campo dei Black Keys), tra sapori rock alla John Mellencamp quando era Cougar (o quasi mi torna in mente Chris Knight in certi momenti), e ballatone pregne di epica southern rock (Devil To Pay, Stick To Your Guns), vi assicuriamo che il viaggio in questi sedici brani, in cui non sarebbe neppure facile decidere quale eliminare per rispondere ad immotivate esigenze di dono della sintesi, risponde a tutti requisiti che potreste richiedere ad un bel disco di puro e rozzo Heartland Rock nel 2025.

 

sabato 10 gennaio 2026

Jesse Harris

 

Jesse Harris

If You Believed In Me

Artwork Records

***1/2

Storico collaboratore di Norah Jones, ma anche di Emmylou Harris Willie Nelson, Cat Power, e Black Keys, il chitarrista Jesse Harris prova a riportare in auge la nobile arte dell’orchestrazione.

Di Nicola Gervasini

Il destino, al tempo stesso felice e ingrato, di Jesse Harris, è che qualunque articolo lo riguardi da anni, deve per forza citare la canzone famosa di cui lui fu autore. La celeberrima Don’t Know Why con cui Norah Jones si fece conoscere nel mondo, vincendo anche un Grammy Award nel lontano 2002, era sua infatti, ed era già stata registrata in un suo album di tre anni prima a nome Jesse Harris and the Ferdinandos, ma la portò in dote quando fu poi assunto come chitarrista dalla nota figlia di Ravi Shankar. Da allora va detto che il nostro non ha poi sfruttato troppo la possibile notorietà, se la sua carriera solista è poi proseguita regolare sia nelle uscite, sia nel venire spesso ignorata dalle grandi testate musicali.  If You Believed In Me sembra invece chiedere di dargli nuova fiducia fin dal titolo, perché è una raccolta di dieci brani brevi, ma davvero finemente prodotti e arrangiati, dove chi ama le atmosfere a cavallo tra cantautorato folk e soluzioni jazzy di Norah Jones si troverà a casa, ma in più aggiungerei anche un gusto raffinato, e quasi “alla Randy Newman”, nel gestire le orchestrazioni (meravigliosamente condotte dal brasiliano Maycon Ananias). E questo sia quando sono evidenti protagoniste (There's a Real World), sia quando fanno da sfondo e controcanto a deliziosi bozzetti acustici come I’m Not Sure.

Disco quindi autunnale e gentile, a cui forse manca ancora il guizzo autoriale distintivo che lo ha reso in carriera un bravo outsider e non un protagonista, ma sicuramente pieno di melodie sapientemente costruite, unendo spleen crepuscolare e cantabilità (ascoltate Like a Leaf, qualcosa dalle parti del primissimo Bill Fay), o ballate acustiche semplici, quasi alla Cat Stevens, come Dolores. La scelta di chiamare l’amica Norah Jones a duettare nel singolo Having a Ball, melliflua ballata sul modello di Something Stupid di Frank e Nancy Sinatra, testimonia un rapporto duraturo ma anche ingombrante, ed è un peccato perché in fondo anche brani strumentali come Nobody Else (lo aiuta qui il pianista Jake Sherman) lo confermano chitarrista acustico di sicuro interesse. C’è tempo anche per un momento in francese con Marine Quéméré, che mette la sua suadente voce in Rose du Ciel, prima di chiudere con Where’s Your Shadow un disco da ascoltare rigorosamente guardando le foglie cadere.

lunedì 5 gennaio 2026

THE HIVES

 

The Hives - The Hives Forever Forever The Hives

2025, PIAS Recordings

C’è stato un momento, a fine anni Novanta, in cui l’attenzione che le Major avevano dato all’inizio del decennio al mondo alternative-rock si spostò verso i mondi ancora più estremi di certo garage rock. In quello che molti videro comunque come un revival di un modo antico di intendere il rock and roll (la ricetta era la stessa, chitarre sferraglianti, produzione ridotta al minimo, rabbia e istinto come must creativo e two/three-minute songs senza toppe complicazioni), la Svezia giocò un ruolo a sorpresa determinante con band come gli Hellacopters e soprattutto gli Hives, tutti figli artistici di band come Nomads o Wylde Mammoths che avevano inaugurato la scena un decennio prima.

La parabola degli Hives li ha visti toccare anche il successo internazionale con gli album Veni Vidi Vicious del 2000 (mai titolo fu più chiaro sul contenuto del disco) e Tyrannosaurus Hives del 2004 (e anche qui i riferimenti storici erano palesi), poi il calo, sia creativo che di vendite, ha portato la band a mollare il colpo nel 2012 dopo altri due album. Ma siccome il fuoco del rock brucia sempre anche quando intorno tutto gela, il leader Howlin' Pelle Almqvist ha rimesso assieme quasi tutti i pezzi (solo il bassista Dr. Matt Destruction non è più tornato in attività per mai specificati problemi di salute), e nel 2023 è ripartito con la pubblicazione del sesto album The Death of Randy Fitzsimmons.

The Hives Forever Forever the Hives, con il suo titolo e foto di copertina ironicamente autocelebrativi, è l’immediato seguito, come a dire che i “ragazzi” non hanno più intenzione di fermarsi. Sul contenuto del disco (13 brani in 32 minuti in pura tradizione Ramones) non c’è molto da dire, il genere suonato dalla band è, al pari di certo Heavy Metal, una espressione obbligata che deve assolutamente rispettare certi parametri, e loro di certo non si mettono alla loro età, e in uno scenario musicale globale che ormai ha abbandonato l’idea di un possibile continuo progresso, a stravolgere tutto.  Anzi, paradossalmente proprio la brevità richiesta dalle nuove modalità di ascolto in streaming paiono proprio fatte ad hoc per valorizzare i loro brani, che dopo un minuto circa hanno già detto tutto quello che volevano esprimere.

Bene così, la band gira a mille, e i brani (dal singolo Enough Is Enough all’ottima Legalize Living, fino alla polemica di They Can't Hear the Music) sembrano adatti a quello che suona come una antica conferma che, con due chitarre e una sezione ritmica che non perde un colpo, una buona mezz’oretta di energia la si può garantire. La presenza del Beastie Boys Mike D nel ruolo di produttore a fianco dello svedese Pelle Gunnerfeldt, e di Josh Homme in quella di “consulente”, non paiono poi aver portato grandi rivoluzioni, gli Hives sono vivi, e con loro sopravvive un certo antico spirito rock che non meritiamo di perdere nel caos della rete.

 

VOTO: 7

Nicola Gervasini

lunedì 29 dicembre 2025

The Who

 

The Who

Who Are You (Super Deluxe Edition)

Universal Music

****

 

Per gli amanti di quell’esoterismo rock che vorrebbe ad esempio Paul McCartney essere morto da quasi 60 anni (e quello che vediamo sarebbe un abile sosia), la copertina dell’album Who Are You degli Who prediceva misteriosamente la morte del batterista Keith Moon (avvenuta circa un mese dopo la pubblicazione del disco), ritraendolo seduto su una sedia con la scritta “da non portare via”. Per i più realisti invece fu solo che il fotografo trovò casualmente una sedia che fosse adatta a nascondergli la pancia da cirrotico. La curiosità serve per capire molto di quell’album e del materiale offerto da questa lussuosa edizione. Who Are You, ottavo disco degli Who uscito nel 1978, è nel tempo diventato un classico della band, pare secondo solo a Who's Next come album più venduto della loro storia, dato curioso per un disco considerato da molti alquanto deludente (anzi, quando uscì, fu anche piuttosto massacrato per la sua sovrabbondanza di archi e tastiere).

Di certo quindi ai tempi non si ipotizzava che l’album potesse invece reggere il confronto con il tempo, e oggi viene addirittura celebrato con una mastodontico box di 7 cd e un blue-ray, e, giusto perché il feticismo degli appassionati non rimanga deluso, è possibile anche reperire un cofanetto deluxe di 4 LP, un'edizione ridotta di 2 CD, una edizione limitata in vinile colorato e pure una “half speed”.

I numeri da sciorinare sono di 71 brani inediti, un libro di 100 pagine, con un programma che prevede il disco originale rimasterizzato da Jon Astley, i mix originali registrati da Glyn Johns nelle prime disastrose session per l’album (alcuni rimaneggiati da Steven Wilson), con incidenti di ogni sorta e livelli di litigiosità oltre la soglia del vivibile che interruppero i lavori per più di un anno. Il vero grosso problema era che lo stato di salute e attenzione mentale di Keith Moon rendeva impossibile programmare session fruttuose. Il resto del menu infatti vede ulteriori session e demo, la maggior parte gestiti dal bassista John Entwistle, che si arrabattò non poco per portare avanti un progetto che pareva ormai irrimediabilmente arenato.

Il quarto CD infatti ci offre le prove studio del 1977, quando la band riuscì finalmente a concentrarsi negli studi di Shepperton, stesso luogo dove vennero poi gestite le prove per il tour successivo, che sono documentate nel quinto CD, e che vedono ormai già l’ex Faces Kenney Jones alla batteria. Chiudono due CD che documentano le esibizioni live del tour americano del 1979, vera chicca del box, visto che mancava nella loro discografia ufficiale un report dettagliato di quel periodo. Il blue-ray invece vede intervenire sui brani nuovamente Steven Wilson, ormai specialista in re-mix di classici del rock britannico.

Come si vede, un’operazione ben confezionata che unisce la necessità di storicizzare il lunghissimo e travagliato iter produttivo di un album comunque valido, con l’interessante recupero di materiale live che, trattandosi di una delle migliori band da palco della storia, sapete bene quanto sia sempre benvenuta, oltre a quella ossessiva esigenza di rimettere mano ai mix di registrazioni del passato che caratterizza le ristampe “deluxe” di questi anni (e qui non nascondo un certo scetticismo sull’opportunità di simili operazioni). Dando per scontato che gli amanti degli Who abbiano già una copia del disco in casa, l’edizione si giustifica comunque con molto materiale inedito di grande interesse.

Nicola Gervasini

domenica 21 dicembre 2025

Neko Case

 

Neko Case

Neon Grey Midnight Green

Anti-, 2025

File Under: Musician's life

Ammetto subito in apertura di recensione di avere un certo rapporto conflittuale con la musica, e in generale la carriera, di Neko Case. Cantautrice di matrice country all’esordio (ma prima c’erano state le esperienze con le punk-band Cub e Meow), la Case si è via via allontanata dalla grammatica classicista esibita nel 1997 in The Virginian, arrivando a produrre dischi davvero belli, quanto anche stimolanti dal punto di vista delle soluzioni nuove, come  Blacklisted o Fox Confessor Brings the Flood, ma dal controverso Middle Cyclone del 2009 (n verità il suo album più venduto) in poi ha secondo me faticato a trovare il giusto equilibrio tra classico e moderno. Se la parallela carriera con la band dei New Pornographers in qualche modo doveva servire a darle sfogo in ambiti più indie-pop (e nel campo la sigla ha prodotto album interessantissimi), i suoi album solisti The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You del 2013 e Hell-on del 2018 avevano lasciato la sensazione di grandi idee confuse.

Il fatto che poi abbia pubblicato poi poco a suo nome (questo Neon Grey Midnight Green è solo l’ottavo album in quasi trent’anni di carriera, non comprendendo i live e la retrospettiva di Wild Creatures pubblicata nel 2022), fa capire come l’artista non abbia la sua storia solista come interesse principale. In ogni caso Neon Grey Midnight Green è sicuramente un buon disco, ed appare subito più a fuoco dei suoi predecessori, pur confermando sempre quelle sbavature che lasciano perplessi.  Che possono essere esprimenti vocali senza troppo senso come Tomboy Gold, ma anche ottimi brani come Wreck, un mid-tempo roots in stile Kathleen Edwards, che viene però sommerso da fiati e archi non del tutto necessari.  D’altronde la lista di session-men coinvolti conta più di 30 musicisti, con qualche nome importante come Steve Berlin, John Convertino o Sebastian Steinberg dei mai dimenticati Soul Coughing, numeri grossi per un disco che infatti la Case ha definito “una lettera d’amore per i musicisti e la loro vita”.

La sensazione di grande riunione di famiglia regna un po’ sovrana, come se su ogni brano in tanti, a volte troppi, abbiano voluto lasciare per forza un segno, appesantendo un disco che, se leggermente prosciugato, avrebbe avuto tutti i numeri (leggasi: le canzoni giuste) per essere visto come un suo grande ritorno. In ogni caso anche Louise, Rusty Mountain e la stessa title-track entrano di diritto nel novero della sua miglior produzione, e questa è la buona notizia, perché comunque recuperano una essenzialità nella scrittura che si era un po’ persa nella voglia di strabiliare a tutti i costi sciorinata negli ultimi anni. Accontentiamoci così quindi, Neon Grey Midnight Green è un album consigliabile nonostante le sue esagerazioni, e ci restituisce in buona forma una autrice su cui avevamo davvero puntato molto ormai vent’ani fa.   

 

Nicola Gervasini

Brandi Carlile

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