Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya,
fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale
pubblicato con questo nome (il brano era O Divina) sono passati 25 anni,
sappiate che stiamo parlando del fu Terence Trent D’Arby. La storia del suo
cambio di nome parla di sogni ricorrenti di morte e rinascita e non di vere e
proprie svolte religiose in stile Cat Stevens/Yusuf Islam, ma l’effetto sulla
sua carriera è stato quello di uan sorta di auto-isolamento nella nostra Milano
(sua moglie è italiana) da dove pubblica album in maniera indipendente dal suo
sito. Una produzione che solo chi ha avuto la costanza di seguirlo al di fuori
dei canali distributivi più convenzionali ha avuto modo di ascoltare e
apprezzare, e che spesso si discosta molto dal soul moderno per cui lo
ricordiamo. E questo spiega anche perché questo box che invece racchiude i
quattro album pubblicati per la Columbia tra il 1987 e il 1995, esca col nuovo
nome nonostante i dischi siano famosi in tutto il mondo con il suo antico
nickname artistico (lui infatti è comunque nato Terence Trent Howard). Edizione
che esce solo in sei vinili colorati (gli ultimi due album erano doppi), e che
quindi si rivolge a collezionisti amanti anche dell’”oggetto”, ma che ridanno
comunque occasione di parlare di un caso artistico davvero particolare.
La storia di Terence Trent D’Arby inizia infatti col botto
nel 1987,quando l’album d’esordio (anche se nel 1984 aveva pubblicato un album
con la band dei Touch) Introducing the Hardline According to Terence Trent
D'Arby vende otto milioni di copie,
e se accendente la radio a distanza di 38 anni e fate un po’ di zapping tra le
stazioni, state pur certi che prima o poi risentirete uno dei fortunati singoli
dell’album. If You Let Me Stay, Wishing Well, Dance Little Sister e Sign
Your Name sono rimaste scolpite nella storia della black music degli anni Ottanta,
e furono importanti anche dal punto di vista del suono, perché dopo anni di
monopolio del duo Michael Jackson/Prince e conil vecchio soul caduto in
disgrazia o ormai definitivamente votato alla pop music in stile Kool & The
Gang, primo fra tutti D’Arby recuperò le sonorità e lo spirito da vecchio
soulman, e non a caso chiudeva simbolicamente il disco con una splendida cover
di Who's Loving You di Smokey Robinson, un chiaro richiamo a tornare
alle origini. Certo, già in un album così commercialmente potente si
intravedevano alcune stranezze (Let’s Go Forward pareva un brano di un
altro artista), ma nulla poteva far prevedere che i suoi atteggiamenti da
rockstar messianica (una foto che lo ritraeva crocefisso in perfetta “Jesus
Christ Pose” fece anche un certo scandalo) lo avrebbero portato ad una totale autodistruzione
di una carriera così splendidamente avviata. Il disco resta in ogni caso una
pietra miliare con anche altri brani trascinanti come Rain o Seven
More Days ad avvalorare la tesi che non fosse solo un abile hit-maker.
Il passo successivo, Neither Fis Nor Flesh, si rivelò
però un flop al confronto, eppure era un disco più coraggioso che pretenzioso,
sebbene non si possa definire del tutto riuscito. Era evidente l’intenzione di
D’Arby di far vedere che poteva anche andare oltre la ricostruzione delle
antiche regole della Soul Music , cercando di elaborare uan nuova forma che
univa i classici a Hendrix, Beatles,Rolling Stones, con un suono ancora una
volta all’avanguardia che anticipava molto il menu offerto dal più scaltro e
furbo Lenny Kravitz, che esordiva in quel periodo con l’ottimo Let Love Rule
che tanto gli doveva. La sequenza centrale I'll Be Alright, Billy Don't
Fall, This Side of Love e Attracted to You vale ancora oggi il
viaggio, ma in apertura, come anche in chiusura, D’Arby appesantì l’album con
non pochi esercizi vocali tediosi, passaggi narrativi a vuoto, e anche un pezzo
davvero malriuscito come Roly Poly. Ma, soprattutto, mancavano del tutto
i singoli, e personalmente ricordo l’imbarazzo evidente con cui certi deejay
nelle radio presentavano un brano per me meraviglioso, ma del tutto inadatto ad
un airplay per il grande pubblico, come il primo singolo This Side Of Love.
Luci ed ombre di un talento ingestibile, che lo gettarono nello sconforto, e
già allora dichiarò che l’insuccesso dell’album poneva fine alla carriera di
Terence Trent D’Arby, e che si sarebbe ritirato.
Ma visto che il contratto pretendeva ancora due titoli,
prima dell’avvento di Sananda Maitreya, nel 1993 uscì Symphony Or Damn.
Accolto con sospetto, se non proprio disinteresse, da un mondo musicale che ne
frattempo aveva avuto non poche rivoluzioni, il disco suonava infatti ormai vecchio
e ancora troppo anni Ottanta per riportarlo agli antichi fasti, ma fu considerato
comunque discretamente per la presenza di non pochi brani in cui D’Arby
abbandonava velleità da nuovo genio della Black Music, e faceva con semplicità
quello che meglio sapeva fare. Sebbene troppo lungo e infarcito di brani
minori, Symphony Or Damn suona oggi più che piacevole, con il suo piglio
decisamente più radiofonico e rock (She Kissed Me, Wet You Lips), e il
singolo Delicate, un duetto con la stellina del nuovo ’R&b dei
Novanta Des'ree, quasi bissò il successo di Sign Your Name in
tema di ballatone dolci. Tension Inside The Sweetness/Frankie & Johnny o
Let Her Down Easy sono comunque brani da riscoprire, ma non evitarono che la Columbia perdesse interesse a tornare
ad investire su di lui.
E così l’ultimo atto di questo primo capitolo della sua
storia, Vibrator, uscì nel 1995 nel più totale disinteresse e mancanza di
promozione. L’album era stato inoltre registrato dal solo D’Arby senza la
consueta schiera di session men, anticipando così l’autarchia produttiva del
sarà Sananda Maitreya, eppure nonostante nascesse sulla carta come svogliato impegno
contrattuale, Vibrator è un disco che nasconde momenti davvero notevoli che
ancor più amplificano il rimpianto per una carriera gettata alle ortiche così
in fetta. Ricordato anche per la simbolica copertina che lo vede biondo e senza
più le celeberrime treccine che tanto contribuirono al suo fascino, corredato
da due belle ali da angelo, Vibrator è’ un disco molto personale, i cui
anticipa la propria rinascita sotto altre vesti (TTD's Recurring Dream,
Resurrection), e in cui ancora una volta macina sapientemente un variopinto
mix di stili. Singolare comunque il fatto che mentre in Usa il disco venne
praticamente ignorato, raggiunse l’undicesima posizione in una Gran Bretagna in
piena esplosione della scena brit-pop anni Novanta, un exploit breve che comunque
non convinse la Columbia a rinnovare il contratto, e che lo gettò in un
silenzio che durerà fino al 2001, quando il discretamente venduto album Wildcard
uscito a nome Sananda Maitreya parve davvero potesse segnare una rinascita
commerciale.