Tim Easton
fIREHORSE
Campfire Propaganda
***1/2
Tim Easton è uno di quei classici
artisti che si segue per la sua musica, ma anche per il gusto romantico di
amare uno degli ultimi veri troubadour itineranti del mondo roots americano. È uno
di quei nomi che difficilmente appare nelle classifiche dei dischi epocali,
anche in ambito roots-rock (Ammunition del 2006 e Porcupine
del 2009 sono i suoi titoli più apprezzati in ogni caso), nonostante porti
avanti ormai da più di trent’anni una carriera discografica di tutto rispetto.
Forse la grande occasione l’ha persa in gioventù, quando nel 1996 esordì con la
band alt-country degli Haynes Boys in un’epoca in cui il genere aveva ancora un
certo appeal per il mercato discografico, ma da allora porta avanti la sua
storia artistica in posizione defilata. È però un artista che garantisce da
sempre ottimo songwriting e una buona cura nel confezionare gli album, e non fa
eccezione neppure questo fIREHORSE.
Il concept del disco parte dal
dipinto in copertina realizzato dalla sorella Susan Easton Burns, un cavallo in
fiamme, ma le canzoni sono comunque slegate da un filo conduttore preciso, se
non le storie raccolte nella sua vita raminga. Il piatto offre giri blues
gestiti con grande esperienza (River, 615 Heartbreaker), pigre ballate
country (Cottonfields), ballate d’autore (Heaven & Hell) e momenti
elettrici da southern rock come Son Of A Tyrant. Sono storie personali
nate nel suo girovagare il mondo come musicista quelle di Never Punch the
Clock Again e HWY 62 Love Song, piccole visioni del mondo, a volte
purtroppo realistiche e attuali (Another Good Man Down parla di violenze
da strada), a volte semplici appunti motivazionali (Don’t Let Your Mind Grow
Dark). Bizzarro il testo di Hallelujah, dove Easton racconta i suoi
giorni durante la caduta dell’impero di Nicolae Ceaușescu in Romania (era il
1989).
Produce il tutto Kevin Nolan,
facendosi aiutare da quotati session-men solitamente al servizio della stellina
Country Lainey Wilson, ai quali Easton racconta di aver ha consegnato una copia
di Time Out Of Mind di Bob Dylan e di Bring the Family di John
Hiatt non per copiarli, ma a titolo di ispirazione di suoni e attitudine. Il
disco è stato finanziato con successo tramite Kickstarter, e conferma limiti e
pregi di una visione artistica volutamente senza clamori e da retrovie dello
star-system.
Nicola Gervasini