Cut Worms – Transmitter
2026, Jagjaguwar
Sta diventando una sorta di
marchio di garanzia la dicitura “Produced By Jeff Tweedy”, ma è indubbio che il
leader dei Wilco abbia una sorta di tocco magico non solo quando lavora sul
proprio materiale, ma anche quando affronta quello di altri artisti. Con una
certa abilità anche nell’uscire dalla propria comfort zone, come hanno
dimostrato le produzioni offerte al gospel-soul di Mavis Staples, ma anche nel
caso del nuovo album di Cut Worms, il nickname usato dal newyorkese Max Clarke.
Sigla da vero indie-folker che arriva con questo Transmitter al quarto album
dal 2018 ad oggi, tutti proposti dalla Jagjaguwar, ma soprattutto dopo il terzo
album omonimo del 2023, che davvero aveva ricevuto lodi e entusiasmi un po’
ovunque, con paragoni altisonanti che, da Brian Wilson, arrivavano a toccare i
Beatles.
E la presenza in quel disco dei Lemon
Twigs testimoniava più o meno quella direzione artistica, mentre qui l’avvento
di Tweedy a gestire la sala di registrazione e a offrire anche le sue riconoscibili
chitarre, porta un tocco indie-folk più marcato, ma di fatto non cambia la
natura della sua arte. Lo testimonia subito la briosa Worlds Unknown, sorta di
ventata di insolito ottimismo per i tempi moderni, quasi a dire che il sixties-pop,
a cui Cut Worms fa senza misteri riferimento, era nato come espressione di una
fiducia nel futuro che non ha senso perdere neppure in questo nuovo Medioevo.
Perché comunque le ombre si
annidano ovunque nei suoi testi, vedi le successive Evil Twin e Windows on The
World, ma presentando il disco Clarke ha voluto sottolineare quanto canzoni
come Don’t Look Down siano nate come un volutamente forzato antidoto all’ansia
e la tristezza che prova in questi anni, e il fatto che nel brano utilizzi un
canto tremolato alla Donovan di altri tempi, fa capire lo spirito della canzone
e del disco tutto.
Tweedy si tiene in secondo piano,
ma si sente che ci sguazza con gran divertimento in queste trame old-style,
rendendo brani come Long Weekend, Shut In o Out Of Touch quasi radiofoniche se
solo vivessimo in un'altra era. Nel finale però Cut Worms si riserva un momento
intimo con Dream, solo voce e piano in cui quasi si fa vincere dai dubbi e
dallo sconforto quando canta “E se non riuscissi a ritrovare la strada di casa
da te? Cosa mi aspettavo? Credo di averlo sempre saputo. Era qualcosa che
nascondevo a me stesso”. Come a dire che il pop di questi anni non può proprio
permetterselo di essere leggero.
Nicola Gervasini
VOTO 7,5