Handsome Jack
Barnburners!
Alive Naturalsound Records.
***!/2
Una delle discussioni più comuni degli ultimi 15 anni tra appassionati musicali è quella sulla ipotetica morte delle rock-band di stampo classico. Se è vero che il rock guitar-based non se l’è passata benissimo negli ultimi anni in termini di popolarità e diffusione tra le giovani generazioni, è anche vero che da un lato il rock resta un linguaggio che, se usato con un po’ di furbizia, può ancora portare considerevoli risultati (vedi il fenomeno Greta Van Fleet), dall’altra la ragione della sua ridotta diffusione è anche puramente economica, perché oggi portare in tour una band costa troppo, se non hai un seguito più che corposo e in grado di pagare caro i biglietti. Questo per dire che in qualche modo dobbiamo tenerci strette band come gli Handsome Jack, che dal 2007 ad oggi, nell’arco di una discografia arrivata al settimo album con questo Barnbuners!, non ha mai mollato il colpo nel proporre il suo mix di garage-rock e southern-blues, una sorta di punto di incontro nel tempo tra i Blue Cheer e i Gov’t Mule, o, in sintesi, tutto quello che una band composta da una chitarra sferragliante (Jamison Passuite) e una sezione ritmica (Joey Verdonselli e Bennie Hayes) può proporre sfruttando le proprie radici statunitensi.
E ce li teniamo stretti pur riconoscendo tutti i loro limiti, primo fra tutti quello che i loro album non si distinguono poi troppo l’uno dall’altro, e che all’interno è abbastanza difficile trovare la canzone che vi cambierà la vita. Ma loro contraccambiano la benevolenza con un suono che resta fedele ad un tradizione che ovviamente su queste pagine amiamo, e con una carica e una energia che è quella necessaria perché, ascoltandoli, venga voglia di bersi l’ennesima birra e non il tè delle cinque.
Per il resto anche questo album rispetta tutta l’iconografia della loro proposta, semmai il disco si caratterizza per un suono ancora più sporco e da cantina rispetto, ad esempio, al più ambizioso Get Humble del 2021, che resta forse il loro titolo migliore. E persino la cover di Polk Salad Annie di Tony Joe White (ma resa celebre da Elvis Presley) si mimetizza nel contesto, quasi a sembrare un brano dei Black Keys dei tempi d’oro. l’m Hooked, Blue Falls Motel, o la stessa Barnburner piaceranno sicuramente ai fans della band di Dan Auerbach, sebbene magari loro non abbiano la sua stessa perizia tecnica in sede di produzione, o la capacità di trovare il brano per tutti i gusti. E’ un disco “veloce” Barnburner!, per ritmo (si rallenta raramente), e per durata, sia globale che dei singoli brani (nessuno arriva a toccare i 4 minuti), e se magari è giusto notare che qui non c’è riff o giro armonico che non abbiamo già sentito in qualche disco degli anni Settanta, una Poly Molly o una Ghost Woman da sparare ad alto volume in macchina (ma occhio agli autovelox, mi raccomando) sono un lusso che ci possiamo permettere ancora solo grazie a questi irriducibili nostalgici.
Nicola Gervasini