venerdì 17 settembre 2021

CORAL

 

Coral - Coral Island

2021, Modern Sky UK / Run On

 



È sempre bello poter raccontare come una band nata sui banchi di scuola raggiunga un certo successo, e addirittura diventi una realtà più che longeva. Gli inglesi Coral, ad esempio, sono assieme dal 1996, anche se l’esordio discografico è arrivato solo nel 2002 dopo una giusta gavetta di concerti locali, e sicuramente sono una delle realtà che meglio rappresenta la musica di questo ultimo ventennio, fatta di Smiths e R.E.M. come benzina presa dagli anni ottanta, miscelata con lo spleen timido e lo-fi dell’indie-rock moderno. Coral Island è il loro decimo album, un numero da band scafata che è riuscita, tra gli inevitabili alti e bassi della carriera, a non perdere seguito e consensi neppure dopo aver perso una delle colonne portanti (il chitarrista Bill Ryder-Jones, degnamente sostituito da Paul Molloy), o neppure quando, dopo una pausa di riflessione del gruppo, il cantante James Skelly aveva sentito il bisogno nel 2013 di una sortita solista. Insomma, una band-famiglia che non ha mai deviato troppo dalla propria formula musicale. Coral Island però introduce una novità, quella della struttura da concept album, con una precisa trama da seguire (scritta dal tastierista Nick Power) che racconta le vicende di una città immaginaria, narrata da una voce che ha subito fatto accostare il disco a classici come Ogdens' Nut Gone Flake degli Small Faces. Sebbene la durata non sia eccessiva (54 minuti), l’album figura essere un doppio, diviso in una prima parte che immagina la nascita e il fiorire di questa cittadina di mare (con parecchi ricordi di una infanzia felice dell’autore), e una seconda che invece vede il declino visto con gli occhi di alcuni personaggi che la popolano. Insomma, una storia moderna di nostalgia per un mondo che si perde pian piano, quasi un C’era una volta il West costruito ad hoc per i palati di oggi, che infatti ha due anime distinte, una più spensieratamente pop nella prima parte (e i Kinks ringraziano per quanto li si fa sentire ancora importanti), una più involuta e malinconica nel secondo disco. Il tutto sempre comunque ammantato da quel sognante tocco di psichedelia “old-style” che rappresenta un po’ il loro marchio di fabbrica.  Inizialmente la band voleva pubblicare i due dischi separatamente, a breve distanza l’uno dall’altro, come purtroppo si usa fare ora per rispondere alle esigenze di brevità dello streaming, ma proprio “Fuck Streaming!” è stata l’esclamazione dell’ex Oasis Noel Gallagher (passato a salutarli in studio durante le registrazioni) che li ha convinti far uscire il tutto in un unico corpo. E meno male, perché Coral Island, per quanto non innovativo nelle soluzioni, trova però un brillante espediente per tenere incollati alle casse l’ascoltatore, sia con ariosi pop da radio come Change Your Mind, che con momenti riflessivi da perderci la mente come Mist on the River. Le statistiche delle piattaforme streaming ci diranno se vincerà anche la sfida di tenere incollati i loro utenti per quasi un’ora con una musica che viene dal passato.

Nicola Gervasini

VOTO: 7,5

lunedì 13 settembre 2021

CURRENT JOYS

 


Current Joys

Voyager

(Secretly Canadian, 2021)

File Under: Space Pop

 

C’è una storia che definirei di epica moderna dietro il nickname di Current Joys. La sigla infatti appartiene a Nick Rattigan, uno dei tanti giovani che più di dieci anni fa è stato incoraggiato a suonare e registrare dall’attento pubblico del social MySpace, probabilmente l’unico sito che ha davvero contribuito a creare un contatto reale tra nuovi artisti e nuovi ascoltatori in questi anni duemila, community purtroppo dispersa dopo breve tempo dall’avvento di social meno mirati ma più inclusivi (oggi si tenta di resuscitarlo, ma i tempi sono purtroppo cambiati). A partire dal 2011 Rattigan ha cominciato a registrare cambiando ogni volta nome d’arte (i primi furono The Nicholas Project, TELE/VISIONS, ma la lista è lunga), ma soprattutto in questi dieci anni si è anche lanciato in altre imprese, che lo hanno visto prodigarsi come leader di una band di “surf-punk (i Surf Curse), scrittore, regista (oltre ai suoi, ha girato anche un video per i Girlpool), giornalista e fotografo. Insomma, un poliedrico entusiasta dell’arte, ma anche un talento dispersivo e non sempre abile a riordinare tante idee in un prodotto totalmente maturo. E così questo Voyager, nono disco in carriera e quarto uscito sotto la sigla Current Joys, non è un caso che esca dopo ben tre anni (una eternità per i suoi ritmi) dal precedente A Different Age, perché l’album ha tutta l’aria del salto di qualità finalmente ponderato con calma. Non che ci sia da salutare una grande rivoluzione musicale, questi brani affondano infatti le mani in tradizioni molto consolidate di indie-rock anni 2000, con il pensiero che va innanzitutto agli Okkervil River, anche per una certa somiglianza della voce con quella di Will Sheff, ma anche per certi arrangiamenti, che da uno scarno folk stralunato alla Robyn Hitchcock (The Spirit of the Curse) cercano armonizzazioni (Dancer in the Dark) e leziosità che quasi ricordano certe cose degli Shearwater (per rimanere sempre nella stessa famiglia degli Okkervil River), oppure alcune soluzioni del Damien Jurado più maturo e desideroso di vestire le proprie canzoni. 16 brani in 54 minuti di musica, lunghezza che quindi ancora non si arrende ai tempi da streaming (pare che solo il 20% degli ascoltatori vada oltre il terzo brano di un singolo disco, il che spiega l’ormai ingestibile invasione del formato EP), che forse avrebbe avuto bisogno ancora di qualche taglio in più per arrivare ad un lavoro veramente unitario e di ugual intensità dall’inizio alla fine, ma in ogni caso l’opera nel complesso non arriva mai ad annoiare. Risaltano alcuni brani come American Honey e Altered States ma anche i momenti più movimentati di Naked e Money Making Machine o quelli più genuinamente pop come Calypso, Amateur o la “paulwelleriana” title-track che chiude al piano un disco più che discreto.

 

Nicola Gervasini

 

mercoledì 8 settembre 2021

NEILSON HUBBARD

 


Neilson Hubbard

Digging Up The Scars

(Appaloosa, 2021)

File Under: Strings Folk

In un certo senso potremmo dire che un bel disco di Neilson Hubbard era nell’aria da tempo. Il quarantottenne produttore di Nashville, infatti, ultimamente si era speso in prima persona per il bel progetto degli Orphan Brigade (e anni prima con gli Strays Don’t Sleep insieme a Matthew Ryan), e come collaboratore dietro la consolle per gli amici Ben Glover e Joshua Britt (ma sempre da lui si servono anche Rod Picott, le Worry Dolls, Mary Gauthier, Sam Baker e la lista sarebbe ancora lunga). Anche i suoi dischi solisti sono sempre stati abbastanza apprezzati, ma forse è solo per questo Digging Up The Scars, già ottavo capitolo dal 1997 ad oggi, che Neilson sembra avere trovato suono e canzoni per fare un piccolo colpo e scuotere un po’ l’intorpidito mondo della roots music americana. Non che Digging Up The Scars non sia destinato ad avere i soliti riscontri commerciali limitati del genere, ma l’impressione è che in queste canzoni ci sia il seme di qualche cambio di rotta che in qualche modo auspichiamo. I brani sono una sorta di unitario dialogo tra lui e la sua compagna (nel precedente album ne aveva raccontato il matrimonio), con tutte le domande sulla vita e sul futuro che vengono ad una coppia che chiede solo di poter costruire la propria quotidianità in serenità, e partendo da una presa di coscienza del proprio modo di essere (Our DNA) fino al dolce finale di Slipping Away, Hubbard costruisce una serie di dolci ballate (di base country-songs d’autore) tutte costruite sull’intreccio tra la sua voce e la sua chitarra acustica e la onnipresente pedal-steel di Juan Solorzano (la band prevede anche Joshua Britt al mandolino e la grande chitarra di Will Kimbrough). Quello che però aggiunge davvero grande valore ad un album già di per sé intenso e riuscito sono gli arrangiamenti orchestrali che Hubbard ha pensato per ogni singolo brano, qualcosa che forse qualcuno potrebbe trovare anche un appesantimento (se non proprio stucchevole), ma che ricrea l’atmosfera di certe orchestrazioni che venivano spesso aggiunte ai brani dei cantautori di Nashville nei primi anni settanta, o più semplicemente cercano un concetto non dissimile da quello teorizzato dallo Springsteen di Western Stars. Insomma, quasi fosse un novello Randy Newman, Hubbard si diverte a fare l’arrangiatore di sé stesso nel migliore dei modi, e forse proprio la sensazione che anche per fare un disco comunque destinato a vendere poco ci sia spesi in un lavoro di produzione così certosino lascia piacevolmente di stucco. “Nobody is making records like this anymore” recita la sua presentazione, e per una volta l’esagerazione tipica degli uffici stampa non suona totalmente fuori luogo, perché qui abbiamo un artista che sa dare un colore intenso ai suoni come un Joe Henry o un T-Bone Burnett quando producono dischi altrui, ma senza l’idea di voler sottrare a tutti i costi, ma semmai riempire gli spazi (vanno citati anche i fiati suonati dal tastierista Danny Mitchell), con anche il vantaggio di saper scrivere delle ottime canzoni cantate in uno stile che ricorda molto quello di Ray Lamontagne. Ve lo consigliamo anche se la stagione e la voglia di uscire non è la migliore per un disco così intimo e autunnale.

 

Nicola Gervasini

venerdì 3 settembre 2021

GARY MOORE - TONY JOE WHITE

 

Gary Moore - How Blue Can You Get (Provogue/Mascot Label Group)



Tony Joe White - Smoke From The Chimney
(Easy Eye Sound)

A scuola ci hanno insegnato che Virgilio non considerava affatto l’Eneide come conclusa, e che solo la morte prematura gli impedì di rimetterci mano per una nuova revisione, ma si sa che quando un‘opera diventa immortale neppure il suo autore ne è davvero più proprietario. Ci sarebbe quindi da fare anche una bella lista di quanti album “postumi” nel corso della storia della musica rock sarebbero in verità stati ben diversi se solo l’autore fosse stato in vita. Per questo ho sempre considerato la categoria dell’album inedito come qualcosa da considerarsi in maniera acritica, un puro documento storico e oggetto per buono per i fans dediti al “completismo”, pur sapendo che spesso nei cassetti degli autori che vengono a mancare ci si ritrova autentici tesori.

E si capisce anche che le famiglie degli artisti abbiano ragionevolmente voglia di omaggiare i propri cari scomparsi, e magari guadagnarci anche qualcosa (nessuno scandalo, anche l’inedito fa parte dell’asse ereditario in fondo), e la differenza sta solo nella cura e nel rispetto che ci mettono nell’operazione. Per questo vanno salutati con piacere dischi come How Blue Can You Get, otto registrazioni inedite di Gary Moore uscite a dieci anni esatti dalla morte, o Smoke From The Chimney, album che resuscita alcune registrazioni casalinghe di Tony Joe White (scomparso nel 2018), perché sono due operazioni tra loro molto diverse, ma ugualmente sentite, e in fondo utili a continuare ad amare questi due importanti chitarristi dediti a due tipi di blues molto differenti tra loro.

L’operazione che riguarda Gary Moore è di puro archivio, per esempio, perché probabilmente l’autore mai avrebbe pensato di pubblicare questi brani assieme e in quest’ordine. Sono delle “outtakes” uscite dalle tante sessioni in stile blues che hanno caratterizzato la seconda parte della sua carriera, a partire dal grande successo di Still Got The Blues del 1990. 4 brani originali e 4 cover che consocerete sicuramente già se siete dei frequentatori abituali del genere, come la celeberrima I'm Tore Down di Freddie King che apre le danze, Steppin' Out di Memphis Slim e l’immancabile omaggio a Elmore James (qui riprende una già più rara Done Somebody Wrong) e a BB King (How Blue Can You Get). Nulla che cambi di una virgola l’eredità artistica lasciata da questo hard-rocker irlandese dal cuor gentile e particolarmente amante dei blues lenti e romantici, ma in ogni caso materiale più che meritevole di una pubblicazione ufficiale.

Diversa invece l’operazione che ha riguardato Tony Joe White, visto che non di inediti di studio si tratta, ma di demo ritrovati dal figlio e saggiamente affidati al re della retro-mania rock Dan Auerbach (Black Keys), che con entusiasmo ha risistemato le registrazioni aggiungendoci parti completamente nuove registrate a Nashville da Gene Chrisman, Bobby Wood, Dave Roe e addirittura Marcus King alla chitarra.

Il risultato è davvero riuscito, con anche momenti davvero importanti come la lunga storia di Bubba Jones che entra di diritto nel novero delle sue canzoni migliori, perché poi le registrazioni vedono un White nel suo momento più espressivo, e la post-produzione di Auerbach segue un gusto che comunque non si  allontana dalle ultime prove dell’autore, che aveva già da tempo abbandonato il suono un po’ addomesticato delle sue prove a cavallo degli anni 80 e 90, per tornare ad un approccio più sporco e “fangoso” al suo swamp-blues.

La riflessione non è tanto dunque sulla bontà del materiale pubblicato, quanto sulla paternità, perché se nel caso di un semplice recupero di archivio come quello di Gary Moore semmai il dubbio resta solo se poi l’autore avesse tenuto nel cassetto le registrazioni ritenendole non all’altezza del materiale poi effettivamente pubblicato (sinceramente mi paiono più o meno sullo stesso livello), nel caso di White ci troviamo davanti ad un prodotto la cui titolarità andrebbe condivisa con Auerbach. Ma forse sono questioni di poco conto, anche perché il pensiero va a certi danni fatti con le post-produzioni operate sul materiale di Jimi Hendrix nel corso degli anni e non resta che ringraziare Auerbach di aver giocato a carte scoperte con grande qualità, non cercando di venderci il disco come un lost-record originale, ma per quello che è, un puzzle realizzato con alcune vecchie tessere e altre nuovissime a coprire i buchi. E vogliamo credere anche il buon Tony Joe avrebbe sicuramente apprezzato.

 

Nicola Gervasini

martedì 31 agosto 2021

MARCO SONAGLIA

 


Marco Sonaglia

Ballate dalla grande recessione

(Vrec / Audioglobe, 2021)

File Under: a muso duro

Sebbene le nuove leve del cosiddetto indie italiano l’abbiano rivista e rivisitata in chiave più moderna, e forse anche più internazionale, la tradizione del cantautorato italiano, figlia di De Andrè e Guccini, sembra non conoscere crisi di nuovi adepti e seguaci. Il quarantenne Marco Sonaglia ad esempio è un autore che chi segue il genere conosce ormai bene, vuoi per i suoi primi due dischi da solista (Il Pittore è l'Unico che Sceglie i Suoi Colori del 2012 e Il Vizio Di Vivere del 2015), vuoi per quelli più recenti con i Sambene (Sentieri Partigiani, tra Marche e Memoria del 2018 e I Sambene Cantano De Andrè nel 2019) che ben fanno capire le sue radici musicali, opere che lo hanno portato ad esempio a seguire le tournee di nomi come Claudio Lolli, Modena City Ramblers e Massimo Bubola. E fin qui tutto chiaro, ma con questo Ballate Dalla Grande Recessione  Sonaglia prova un ulteriore passo in avanti, costruendo una serie di belle ballate, ispirate alle strutture rese celebri dal francese François Villon, intorno alle composizioni di Salvo Lo Galbo, poeta “militante” alla vecchia maniera. Loro le hanno chiamate “canzoni emergenziali” perché nate in epoca-covid, ma alla fine il disco è una sorta di campionario di alcune battaglie per l’umanità e la dignità che la pandemia ha solo un po’ fatto dimenticare. Canzoni che ricordano chi era alla ricerca di un rifugio dalla miseria già prima del Covid (Primavera a Lesbo), di lotte civili che restano vive e ancora non vinte attraverso episodi e personaggi noti (Canzone per Stefano, dedicata a Cucchi, o Canzone Dello Zero dedicata al ex sindaco di Riace Mimmo Lucano) e meno noti (Canzone per Sacko, dedicata ad un sindacalista morto in Calabria, o Ballata a una Ballerina, dove lo spettro di Auschwitz torna nella storia di Lola Horovitz, nome d’arte della ballerina polacca Franceska Mann). E infine doverosi omaggi (a Lolli in Canzone per Claudio), e una serie di brani “da combattimento” come Ballata per Cuba e La Mia Classe. Prodotto, arrangiato e suonato con Paolo Bragaglia e gli interventi del violoncello di Julius Cupo, Ballate Dalla Grande Recessione è una sorta di urlo di battaglia che ricorda che la canzone d’autore di stampo politico non è morta, e che ci sono anche tante questioni ancora da risolvere, anche a suon di note.

 

Nicola Gervasini

 

 

lunedì 23 agosto 2021

VAN MORRISON

 


Van Morrison

Latest Record Project, Vol. 1

(BMG Rights Management, 2021)

File Under: I Fought The Law

Accade un fatto curioso riguardo a Van Morrison. Va bene, nessuno credo possa discutere che Van “The Man” abbia dato il meglio con la sua produzione passata. E va ricordato, per contro, che rispetto a molti suoi contemporanei, lui è uno dei pochi che può vantare di aver tenuto un livello eccelso anche negli anni 80 (riconosciuto da tutti ai tempi), trovando il suono giusto per continuare a suonare moderno senza troppi compromessi anche in quegli anni difficili per la prima generazione rock. Poi però, a partire dagli anni 90, improvvisamente la sua musica è diventata vecchia, anzi, forse il simbolo del vecchio per antonomasia per tantissime riviste musicali (anche nostrane), un po’ per l’effettivo calo di ispirazione, unito quel senso di “rimescolamento della stessa minestra” che i suoi dischi degli ultimi 30 anni hanno avuto, un po’ però anche per un insensato e aprioristico ostracismo di una critica che lo ha trattato con più severità di molti suoi colleghi altrettanto non più brillanti come un tempo, molto spesso ignorando completamente le sue uscite discografiche. Invece per questo Latest Record Project, Vol. 1 si sono tutti affrettati a parlarne, perché il disco è stato anticipato da una serie di dichiarazioni e “instant-songs” che seguivano un po’ il filone complottista del periodo covid, e quindi, per la prima volta dopo anni (o forse proprio per la prima volta in assoluto), anche su Van Morrison c’è la possibilità di montare un caso mediatico utile strappare click. Alcuni di quei brani sono qui, ma neanche tutti, lasciando presagire davvero un secondo volume. Qui si impone dunque una riflessione: da quando infatti riteniamo davvero gli artisti (musicali, ma non solo) importanti per quello che pensano e non per come lo esprimono, tanto da usare la sensatezza dei loro discorsi come unico metro di giudizio della loro opera? Quando è successo che ci siamo davvero curati del fatto che il loro pensiero fosse coerente, logico, etico, e via dicendo? Ancora oggi di fatto ascoltiamo un sacco di testi rock che sono infantili, ingenui, inutilmente visionari, esagerati, incoerenti, violenti, politicamente e socialmente non più accettabili, eppure non smettiamo di farlo neppure quando ce ne rendiamo conto.  L’artista non è colui che può tracciare un sentiero, l’artista è colui che ti fa scoprire della sua esistenza, esprimendo con l’arte, e non con le teorie, le emozioni che quel sentiero suscita in lui. Lasciamo ad altri il compito di tracciare sentieri quindi. Il discorso vale per Van Morrison: stroncare questo album per le teorie sull’attualità che contiene (come si è affrettata a fare molta stampa estera, anche quella che da tempo lo ignorava) ha poco senso, perché qui bisognerebbe invece notare che queste 28 canzoni, tra gli inevitabili alti e bassi di una mole esagerata e, nel finale, anche un po’ sfiancante, sono le meglio cantate, suonate, prodotte, e - in alcuni casi - anche scritte dei suoi ultimi anni. Non che ci siano grandi novità di sorta rispetto “al suo solito”, anche se l’assolo di chitarra quasi garage-rock di Where Have All the Rebels Gone è una rarità nel suo menu, e ovunque impazzano degli azzeccatissimi cori in stile doo-wop anni 50 che paradossalmente rendono più fresco e moderno ciò che innegabilmente resta “vecchio” e passatista. Ma quella che è diversa è proprio la sua motivazione a cantare, ad aggredire la vita con i primi testi che da tempo non si adagiano nel quieto vivere della sua “splendid isolation”, per dirla alla Warren Zevon. Anche a costo di scadere ogni tanto nel patetico (vedi Why Are You on Facebook), un rischio che ritengo comunque doveroso che un artista del suo calibro si prenda. Insomma, l’ultimo disco di Van Morrison vede in pista di nuovo un uomo che esce dal suo guscio con le armi migliori che ha, la voce e la musica, il che mi porta a sperare che “s’incazzi” ancora di più per il volume due.

Nicola Gervasini

domenica 1 agosto 2021

DANIEL LANOIS

 


Daniel Lanois – Heavy Sun

Maker, 2021

 

Daniel Lanois rappresentava uno stranissimo caso in un mondo della musica che per anni ha ragionato per generi che facevano fatica a parlarsi e riconoscersi. Di certo negli anni ottanta la musica elettronica/ambient di Brian Eno non era esattamente quella che si ascoltava a New Orleans tra un disco di Allen Toussaint e uno di Dr. John, eppure lui ha incarnato alla perfezione le anime di due mondi così diversi, mettendo poi la sua esperienza al servizio dei più grandi (per U2, Bob Dylan, Peter Gabriel, Robbie Robertson, Neville Brothers, Willie Nelson, Emmylou Harris, Neil Young le sue produzioni più memorabili). La sua carriera solista ha sviluppato ancora meglio il concetto, con album di bellissime canzoni nate nel fango del Mississippi come Acadie o For the Beauty of Wynona, alternati a quelle sperimentazioni di studio imparate negli anni in cui si è fatto la gavetta come assistente proprio di Brian Eno (va ricordato perlomeno Belladonna del 2005). Ma probabilmente è questo nuovo Heavy Sun la migliore sintesi della sua musica, un disco di canzoni gospel-oriented concepito con una band creata con gli amici Rocco DeLuca (chitarra), Jim Wilson (basso) e Johnny Sheperd (organo), tutti impegnati a creare con le loro voci splendidi impasti vocali, a cui manca davvero solo il falsetto di Aaron Neville per riportare in auge il suono che creò per i Neville Brothers in quel capolavoro che fu Yellow Moon. L’elettronica c’è, ma per l’occasione Lanois ha preferito dare l’impressione di un gruppo che suona dal vivo in studio, nonostante resti evidente che il lavoro di produzione resta imponente e certosino come sua abitudine. Ma a questo giro Lanois ha voluto concentrarsi soprattutto sulle canzoni, lanciando, in un clima di totale ritrovata pace spirituale, appelli come Power, brano contro le disumane dittature africane, imbeccato proprio da una petizione lanciato dall’amico Brian Eno, ma anche altri richiami tipici di questa nuova era-covid come Every Nation, Mother's Eyes e Angels Watching. Protagonista, tra gli strumenti, è sicuramente l’organo Hammond di Johnny Sheperd, musicista che proviene proprio dal mondo della musica di chiesa, e che Lanois ha imbarcato anche nelle vesti di consulente sull’argomento. Il risultato è un disco molto intimo, melodico, rilassato, in cui per una volta ci si gasa più per la brillantezza delle soluzioni vocali, piuttosto che per la perfezione delle soluzioni tecniche adottate. Ed è questo che rende Lanois uno dei musicisti più completi della nostra era, ormai poco presente purtroppo come produttore per conto terzi (ma l’epoca dei grandi produttori è tramontata con la triste vittoria del più economico home-record), ma sempre attivo come teorizzatore di una musica che unisca in egual misura tecnica e anima, due spiriti che il mondo del rock è sempre riuscito a conciliare con grande fatica.

 

Nicola Gervasini

Voto: 7,5

lunedì 26 luglio 2021

DINOSAUR JR.

 


Dinosaur Jr.

Sweep It Into Space

(2021, Jagjaguwar)

File Under: We Are Family

La voce un po’ stridula e quasi sofferente di J. Mascis è sempre quella, e pure la chitarra un po’ acida e distorta si riconosce subito, eppure i Dinosaur Jr. nel 2021 continuano a provarci ad uscire dallo schema fisso della loro musica. Dire che poi ci si siano mai riusciti è arduo, in fondo i loro dischi più acclamati sono quelli più scarni in cui emerge il loro stile nudo e puro, e album come Hand It Over o I Bet on Sky (ma per una certa critica anche il classico Green Mind), in cui più che in altre occasioni cercavano di far evolvere il loro suono, sono generalmente visti come episodi minori. Chissà, quindi, cosa penseranno i loro “hard-fans” quando vedranno il video di Take It Back, primo estratto da questo Sweep It Into Space, trovandosi davanti a quella che è fondamentalmente una pop-song, non so poi quanto leggera visto che Mascis non è mai stato tipo in vena di grandi disimpegni. A rendere il tutto decisamente rassicurante arriva anche un bel video con figure in pongo, come si usava spesso fare negli anni 90, e il batterista Murph sui social ha ironizzato sul fatto di presentarsi con un video così alla portata di tutti, piccoli compresi, ricordando che nel frattempo J. Mascis e Lou Barlow sono diventati padri. Ed è da qui che forse bisogna partire per capire come sia possibile che questa line-up a tre, che negli anni 80 resse tra mille litigi solo l’arco di tre album, dal 2007 ad oggi abbia pubblicato cinque album con la tranquilla regolarità degli scafati professionisti. Partendo da questo presupposto non meraviglia quindi che Sweep It Into Space sia un disco piacevole fin dal primo ascolto, persino accomodante, pur conservando quelle spigolature che rappresentano il marchio di fabbrica della casa, sicuramente meno sofferto del precedente Give a Glimpse of What Yer Not che forse del nuovo corso era il disco che aveva ricevuto più consensi (ma invecchia bene anche Beyond del 2007). Certo, qui si concedono qualche uscita dal seminato in più (I Ran Away, And Me), ma alla fine anche il fan di vecchia data che può vantarsi di aver comprato Bug prima di tutti può ancora sentirsi a casa con brani come I Met the Stones, Hide Another Round o To Be Waiting. Quello che traspare è la mancanza di tensione, e non so quanto sia un bene, ma pare evidente che Lou Barlow si stia accontentando davvero di fornire alla causa solo un paio di brani ad album (qui sono la quasi folk You Wonder e la notevole Garden) e mettersi comunque al servizio del Mascis-pensiero. Sarà forse anche che l’album è stato registrato a distanza per le cause che ben sapete dopo le prime sessions in comune, tanto che stavolta ci si è potuto permettere persino un ospite (Kurt Vile). D’altronde già nell’iniziale I Ain’t Mascis urla “I ain’t good alone” con la forza di chi sa che l’unione fa la forza, e l’dea che ci si fa è che quella dei Dinosaur Jr non sia stata una “reunion”, ma solo una continuazione di un qualcosa che non sarebbe mai dovuto finire (anche se va ricordato che anche senza Barlow la sigla ha licenziato dischi belli e importanti come Where You Been), e che soprattutto non hanno intenzione di far finire finché gli sarà possibile. Che dite, preparo già una recensione per il loro disco del 2040 in cui li paragonerò ai Rolling Stones per longevità, coerenza stilistica,  e tenuta della formazione?

 

Nicola Gervasini

lunedì 19 luglio 2021

NICK WATERHOUSE

 

Nick Waterhouse

Promenade Blue

(Innovative Leisure, 2021)

File Under: Citazioni


C’è una certa perversione di fondo nella retro-mania di molte produzioni degli anni 2000, e non parlo di chi semplicemente ancora suona i vari generi che hanno dato vita al “classic-rock” provando almeno a cercare una personalizzazione, quanto proprio chi, come Nick Waterhouse, cerca di riprodurre il suono di un tempo, difetti compresi, per realizzare album che paiono davvero usciti negli anni sessanta. Sono ormai passati più di venticinque anni da quando i film di Quentin Tarantino hanno ricordato al grande pubblico che con le vecchie canzoni ci si poteva divertire ancora, ma il fenomeno non pare avere fine. Sia nel versante del New Soul, sia in quello di riproposizione di una cultura “sixty-pop” come nel caso di Waterhosue, l’imperativo è sembrare esattamente come quelli di un tempo, ma magari con canzoni che suonino moderne nel linguaggio e nel modo di porsi. Promenade Blue è il quinto album di questo californiano di 35 anni, e ancora una volta lo vede trasformare in forma pura ciò che dal vivo propone con grande spettacolarità, ormai forte anche di una certa popolarità arrivata dopo che ha dato voce nel 2017 ad una hit estiva del duo di dj francesi Ofenbach, che avevano ritrasformato la su Katchi, con grande successo in spiagge e discoteche di tutta Europa. Nick però resta un cultore di un certo pop raffinato degli anni 60, ed è facile citare Burt Bacharach o Lee Hazlewood come punti di riferimento, ma il vantaggio di giocare nel 2021 lo aiuta a condire il patito con echi di soul, jazz, e persino di garage-rock, anche se la sua versione di Pushin’ Too Hard dei Seeds, sorta di inno dei rozzi bassifondi degli albori del rock, qui appare in una veste del tutto estetizzante, per non dire - usando termini antichi - parecchio imborghesita. Un tempo li chiamavamo “party-records”, e ascoltando brani come To Tell effettivamente torna in mente quando il buon David Johansen proponeva qualcosa di molto simile negli anni 80 sotto le mentite spoglie di Buster Poindexter, con l’ironia della sorte che già allora (e parliamo di 35 anni fa), per qualcuno, lui pareva solo un simpatico rocker nostalgico da non prendere troppo sul serio. In ogni caso se è la forma che importa a Waterhouse, ogni tanto ci piazza anche della sostanza, con brani comunque interessanti come The Spanish Look, Silver Bracelet o B. Santa Ana. 1986. Però è ovvio che il senso di tutto è il gioco ai rimandi e al citazionismo che pare essere diventata la marca espressiva principale di questi anni venti in ogni campo (le serie televisive in primis), tanto che durante Medicine, senza neanche accorgetene, ti ritrovi a canticchiare Sixteen Tons in puro stile Platters, imbeccato da un coro basso alquanto simile, e ti rendi conto che il buon Nick non si offenderebbe affatto della cosa, ma anzi ne sarebbe lusingato. Perché alla fine un disco come Promenade Blue serve soprattutto a questo, a riconoscerci per una cultura musicale in grado di fare a pezzi queste canzoni e trovare l’origine di ogni tassello, magari avendo un po’ di invidia per quel ventenne (ci sarà no?) che, sentendo questi brani, non si chiederà da chi proviene questo suono, ma se li godrà senza troppi pensieri.

Nicola Gervasini


giovedì 15 luglio 2021

THE THE

 

Da giovane quando compravo un disco mi creavo nella mente un film o un musical tipo Broadway da immaginare ogni volta che ascoltavo quel disco. Alla sera mi mettevo da solo in camera al buio e sentivo il disco sognando la mia storia, ogni volta con pochissime variazioni. Vi racconto quella che mi inventai per Dusk. Era un film che iniziava ad una festa, tutti eleganti, il disco infatti inizia con un vociare confuso di gente che fa baccano. Poi tutto si interrompeva, la folla si apriva e apparivo io in mezzo con una chitarra che facevo partire il canto sofferto di True Happiness This Way Lies guardando fisso in camera con l’aria un po’ da pazzo di Matt Johnson. Per Love Is Stronger than Death la scena si spostava nella mia camera, dove io nudo cantavo questo pezzo immerso in una tragica solitudine. La scena spiegava da dove derivava il disagio che mi aveva portato ad interrompere una festa dove mi sentivo pesce fuor d’acqua. Ma il disagio si trasformava in rabbia, così in Dogs Of Lust saltavo sui tavoli imbanditi di cibo e buttavo giù tutto a calci suonando l’armonica. Ma a quel punto la fuga: This is The NIght mi vedeva trasformarmi in una sorta di Fred Astaire che saliva sui tetti seguito da chi nella folla della festa aveva riconosciuto in me un’anima gemella e sul tetto cantavo il pezzo ballando con tutti un un tip tap oldstyle con tanto di cilindro e bastone. E qui partiva un ricordo, un omaggio al gruppo di amici dell’università con cui ero riuscito a trovare piena sintonia, e Slow Emotion Replay era un video di scene di noi nei nostri migliori momenti, un attimo di felicità che si spostava nel campo dell’amore e del sesso con Sodium Light baby, in cui immaginavo scene di coppia. Ma la felicità è effimera, e lo strumentale Lung Shadows mi vedeva ripiombare nella depressione e nella solitudine di rendermi conto che i due brani precedenti raccontavano scene lontane nel tempo, con il canto disperato “Save me, from myself” di Bluer Than Midnight a chiudere la storia con una constatazione di impossibilità a realizzarsi (“never find peace in this life”), con me che la cantavo in mezzo ad una piazza vuota. Ma il finale vero era di me in un teatrino accompagnato da vari freaks e disadattati che facevo intonare ad un pubblico alquanto sparuto il coro finale che sapeva di morale della storia, quel “If you can't change the world. Change yourself.” che di fatto suonava come una richiesta a prendere atto di una sconfitta e conviverci. Il film nella mia testa aveva una versione lunga con l’inserimento di altre canzoni dei The The (da Soul Mining e e Mind Bomb principalmente). Dusk è uscito nel 1992, avevo 20 anni, ed era dal 1984 che per ogni disco io comprassi creavo storia così per ascoltarlo. E’ stata una delle ultime storie che mi sono creato legata ad un disco. Oggi i dischi non mi ispirano più fantasia, oggi probabilmente li ascolto 😊 )- Ma quando riascolto quelli di un tempo la storia riparte nella testa, uguale a sempre, anche oggi, anche se sono costretto a immaginarmi nel film con i capelli bianchi. Non so se mai ascolterò Dusk per quello che veramente è, so solo raccontarlo così.

lunedì 12 luglio 2021

DEPARTURE LOUNGE

 

Departure Lounge – Transmeridian

Violette Records, 2021

Tim Keegan è uno di quegli strani personaggi da dietro le quinte del gande show della musica britannica che meriterebbe una retrospettiva a parte. Collaboratore, tra gli altri, anche di Robyn Hitchcock (ad esempio nell’album Moss Elisir del 1996), ha dato vita anche a vari progetti personali, fin dal primo, quello dei Ringo, autori di un unico disco nel 1993. I più duraturi furono i Departure Lounge, band con cui realizzò 3 album tra il 1999 e il 2002, con il terzo, Too Late To Die Young, che ottenne anche parecchie critiche entusiastiche, nonostante la band fosse già ormai sciolta quando venne pubblicato. Sarà per questo che la notizia di una loro reunion fa poco rumore, perché di fatto di loro ci si era anche un po’ dimenticati. Eppure, i quattro membri originali (a Keegan si sono riuniti Jake Kyle al basso, Daron Robinson Drugstore alla chitarra e Lindsay Jamieson alla batteria e tastiere) non hanno mai smesso le loro attività di turnisti, ma si sa che poi la voglia di riprovarci da soli viene sempre.

Padrino di questi Transmeridian, quarto album della loro storia, è Peter Buck dei R.E.M., che compare nelle sessions a dare manforte ad un gruppo di musicisti che conosce bene da tempo, e che sicuramente alla band di Athens devono molto anche come eredità artistica. L’album è dedicato al padre di Keegan, ex pilota dei Cargo Transmeridian ormai pensionati negli USA, ed è stato registrato nell’arco di 24 ore, un tour de force venuto spontaneo per catturare un momento di particolare stato di grazia dei musicisti, riuniti nello studio del produttore Peter Miles. Il che spiega perché in questi 13 brani spiri aria da side-project di altri tempi, dove canzoni pienamente finite si alternano a idee abbozzate, lasciate nella loro natura primordiale per preservarne l’immediatezza.

Dopo l’apertura ambient di Antelope Winnebago Club arriva Australia, pezzo puramente remmiano con chitarre jingle-jangle e assoli acidi alla Dream Syndicate, segno inequivocabile dell’appartenenza ad una cultura rock nata nei bassifondi degli anni 80. Timber invece si poggia su dolce dialogo tra chitarra acustica e organo, mentre nello strumentale Harvest Mood entrano in gioco un piano e una batteria un po’ sbilenca, suggestivo preludio all’indie-pop di Mercury In Retrograve. Insomma, pare evidente che ai Departure Lounge piaccia variare molto la loro proposta, mischiando strumentali che sanno di riuscita improvvisazione da studio (Al Aire Libre, Paging Marco Polo), soluzioni di vecchio stampo (la baldanzosa pop-song Mr. Friendly) o più moderne (la piano-ballad Don’t Be Afraid), inframezzate da qualche velleità da vecchia elettronica new wave (Frederic’s Ghost, Gurnard Pines). Il sognante folk di So Long chiude un ritorno gradito, seppur con una inevitabile aria nostalgica per un mondo musicale che non c’è più.

VOTO: 7

Nicola Gervasini

CORAL

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