sabato 24 ottobre 2026

KEVIN MORBY

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/review/recensione-kevin-morby-little-wide-open/

Kevin Morby - Little Wide Open

2026, Dead Oceans

La situazione oggi è questa: i dischi non si vendono più, se non in poche costosissime versioni in vinile e gli ascolti degli streaming sono un indicatore del tutto inattendibile dell’attenzione e dell’amore che un’opera suscita, per cui alla domanda che ogni musicista oggi si pone su che senso abbia sbattersi troppo per pubblicare nuovi album fatti come si comanda, Kevin Morby risponde con questo splendido Little Wide Open, un album complesso che richiede attenzione e approfondimento, merce forse ancora non del tutto rara tra i suoi fans fortunatamente.

Prima di questo disco Morby aveva seminato già benissimo con sette album quasi sempre in crescendo, in cui si era fatto cantore urbano degno di poter, se non sostituire, almeno occupare lo spazio lasciato vuoto da Lou Reed come voce narrante della New York dei bassifondi. Nasce dallo stesso approccio letterario questa lunga e meravigliosa opera, tanto che a seguito del disco Morby ha pubblicato anche uno scritto che potete anche trovare sul sito della sua etichetta, intitolato Field Guide to the North American Troubadour. E già il titolo fa capire che qui ci spostiamo dalla città alla provincia, in una sorta di diario di viaggio che non teme le lungaggini oggi poco di moda nel mondo dello streaming, e soprattutto la verbosità da una parte, e anche la tendenza a ridurre al minimo gli arrangiamenti finendo quasi ad essere un album folk di vecchia concezione, obbligano ad un ascolto che definirei “dedicato e consapevole”.

La buona notizia è che però queste premesse non portano ad un disco di difficile fruizione, se non proprio tedioso, ma, anzi, qui tutto fila liscio anche sul piano dell’intrattenimento, perché tutto sembra essere al posto giusto, il suo racconto, gli interventi della azzeccatissima produzione di Adam Dressner dei National. le tantissime ospitate di altri artisti (Bon Iver su tutti), che non invadono mai troppo il campo e non si prendono la scena. Difficile scegliere i momenti migliori, ma scuramente va citato lo straordinario dialogo con Lucinda Williams in Natural Disaster o la più immediata Javelin’, con la voce di Amelia Meath, uscita come singolo non a caso.

Ne esce il suo disco più radicale, forse davvero parente stretto dell’album The Ghosts of Highway 20 della già citata Lucinda Williams, che si muoveva su terreni molto simili, ma qui in più c’è che Morby non ha perso comunque la ruvidezza del suono di New York, ma semplicemente lo ha immerso in un ambito rurale, anche musicalmente, per cui spazio anche banjo, violini, e tutto l’armamentario d’ordinanza delle migliori opere di Americana. Qualcuno non troppo avvezzo a certi suoni potrebbe lamentarsi per lo spostamento, ma secondo me con Little Wide Open Morby firma il punto più alto della sua storia di autore.

VOTO: 9

Nicola Gervasini

mercoledì 21 ottobre 2026

ROSTAM

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/review/recensione-rostam-american-stories/


Rostam – American Stories

2026, Matsor Projects

Sono passati ben diciotto anni da quel disco di esordio omonimo dei Vampire Weekend del 2008 che scosse non poco il mondo della musica indie (ai tempi la si chiamava ancora così), un album che, assieme anche al successore Contra del 2010, raggiunse anche vendite importanti in relazione ai tempi. Da allora la loro storia continua (il quinto album, Only God Was Above Us, è uscito solo due anni fa), ma il fondatore Rostam Batmanglij ha abbandonato la nave nel 2016, all’indomani del tour promozionale per il terzo album, varando a tutti gli effetti una doppia carriera da solista (utilizzando solo il nome Rostam) e da produttore. Se con la seconda il suo apporto è stato spesso richiesto e determinante, anche in ambiti decisamente più pop e mainstream, con la prima il nostro già dopo due album come Half-Light (2017) e Changephobia (2021) pareva aver surclassato i vecchi compagni in termini di evoluzione artistica e positiva accoglienza da parte della critica.

Per il terzo capitolo, intitolato American Stories, si è preso più tempo, e il risultato pare essere un po’ un riassunto delle tante collaborazioni e frequentazioni collezionate in vent’anni di carriera. Intanto il titolo fa capire subito che il disco propone uno spostamento verso un indie-folk di matrice quasi roots, e di radici di fatto si parla nel disco. I testi infatti riflettono il disagio di Rostam di vivere in un paese multietnico ma profondamente diviso, e potete immaginare quanto le sue origini iraniane possano essere scomode in questo periodo. Ne esce un album che unisce folk di vecchia matrice con influenze iraniane, e forse solo nel più maestoso quanto malinconico finale di The Weight ritroverete qualche traccia dei Vampire Weekend tra i tanti suoni orientali (qui Rostam suona il saz, la caratteristica chitarra saracena usata soprattutto nel mondo musicale turco).

Quindi da una parte brani puramente “americani” come Back of a Truck o una Different Light che addirittura guarda in zona country, dall’altra spazio ad una serie variopinta di suoni derivanti da mellotron e minimoog, e persino una  celesta con il suo tipico suono simile a tanti campanellini L’album ha un crescendo sonoro che passa attraverso brani oscuri come la pessimista The Road to Death, la voglia di fuga di Forgive Is to Know o la sensazione di solitudine che filtra dal racconto di  To Feel No Way. Solo Come Apart fa eccezione con il suo tono dolce e quasi ottimista. American Stories è forse un album non omogeneo e imperfetto nel calibrare i tanti sapori usati nel cucinarlo, ma è forse il suo lavoro più personale e allo stesso tempo portatore di un messaggio universale, che è forse l’unico modo per far sentire il proprio dolore da cittadino ancora prima che di uomo e artista.

 VOTO: 7,5

Nicola Gervasini


sabato 17 ottobre 2026

Brother Wallace

 

Brother Wallace

Electric Love

(2026, ATO records)

File Under: Sweet Soul Music

È innegabile che la cosiddetta scena “New Soul” degli anni Duemila abbia riconnesso la musica afroamericana con le proprie radici dopo che per almeno un ventennio pareva aver preso altre strade. Se la macchina evolutiva di quel mondo musicale non si è fermata grazie a personaggi come D’Angelo, Curtis Harding o Kanye West tra i tanti, nomi come Sharon Jones & The Dap-Kings, Nathaniel Rateliff, Lee Fields, Charles Bradley, e tanti altri, hanno riportato l’idea che il “vecchio soul” potesse ancora brillare in questo futuro ormai presente. Come tutte le ondate musicali, c’è un punto di inizio, uno zenith, e una velocità di crociera mista ad una lenta decadenza, e probabilmente nel genere ci troviamo in questa terza fase perché difficilmente resta ancora qualcosa di importante da dire.

Potrebbe essere il terreno meno adatto quindi per esordire con un album come questo Electric Love, perché Brother Wallace, giovane con una buona gavetta da corista nel curriculum, ma alla prima esperienza discografica da titolare, pare essere artista che non ha nessuna intenzione di rimescolare il mazzo o scompigliare le carte. Come arrivare a festa finita e mettersi a bere il fondo dei bicchieri, insomma, e qui arriva il bivio critico su cui ragionare, e cioè se accogliere questo album come uno sforzo tardivo, seppur encomiabile, o se essere contenti su quanto la rivoluzione non sia stata passeggera, ma abbia creato un consolidato e rinnovabile sottobosco di artisti che mai abbandoneranno una via fatta di devozione per la musica di Otis Redding, Sam Cooke o James Brown, per dirne solo alcuni.

Se amate il genere, comunque, il ragazzo ci sa fare, anche se pesa molto l’aiuto in produzione e scrittura di Dan Taylor dei The Heavy, e a dimostrarlo basta anche solo l’iniziale Who’s That, dove mostra grande voce, senso del ritmo e un bel wall of sound di fiati, cori e batteria martellante che rende il pezzo più che accattivante. I brani sono 15 però, e i minuti 46 (oggigiorno considerabili come tanti), ed è ovvio che visto che le soluzioni dipendono dalla performance e manca quel pizzico di inventiva e modernità di un Michael Kiwanuka, per dirne uno (Any Day Now ci prova a battere le sue strade, ma la differenza è ancora evidente), non sempre tutto fila così liscio. In ogni caso la sensazione è che Brother Wallace dia il meglio sugli up-tempo come la title-track o le travolgenti Who do You Love o Let’s Get Together, mentre quando passa alle soul-ballads come Gone With The Wind, appare più ordinario e fin troppo ligio alla tradizione. Nel finale Brother Wallace ci aggiunge un blues acustico in stile Keb’Mo’ (Me and My Running Shoes), ed è la ciliegina su una torta fatta con ricetta antica, che è pur sempre buona se non ve ne siete nel frattempo già stancati.

 

Nicola Gervasini

 

 

lunedì 5 ottobre 2026

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/

Kurt Vile - Philadelphia's Been Good to Me

2026, Verve Forecast

 

Dopo quasi vent’anni e dieci album (considerando anche quello in coabitazione con Courtney Barnett, ed escludendo l’esordio con i War on Drugs), possiamo tranquillamente immaginare in anticipo cosa aspettarci da un nuovo album di Kurt Vile. il cantautore statunitense ha saputo creare un universo musicale, e direi anche letterario, tutto suo, finendo sicuramente ad essere uno egli autori più personali e riconoscibili degli ultimi anni, ma questa forte caratterizzazione personalistica gli ha anche portato non poche critiche.

Di fatto i suoi album sono prolissi e verbosi, prevedono sempre brani molto lunghi affiancati a momenti più accessibili, finendo sempre a richiedere all’ascoltatore una attenzione fuori moda, sia per tempi che per modalità di comunicazione. Il nuovo Philadelphia's Been Good to Me non fa eccezione, con i suoi dodici brani in quasi 65 minuti di musica, e con le sue abituali “talking-song” in cui sembra un uomo sotto ipnosi in pieno flusso di coscienza (come in 99th Song o in Rock o’ Stone) a fare da marchio di fabbrica. E, al solito, nessuna preoccupazione di esagerare coi tempi, neppure quando inserisce ben due strumentali nel menu, l’interlocutoria ed ipnotica Red Room Dub, e la romantica Piano for Sarah.

Magari rispetto al solito il nuovo lavoro sembra cercare più episodi in up-tempo come il frizzante inizio di Zoom 97 o la veemente (per i suoi standard) Chance to Bleed, mentre Philly's Been Good to Me costituisce il centro dell’album con il suo largo uso di synth in evidenza. Nel finale c’è spazio anche per quella che è, a conti fatti, una pura pop-song alla sua maniera come Every Time I Look At You, mentre le sonorità leggermente meno indie-folk derivano dai due produttori (e anche session-men principali) Matthew Jugenheimer e Adam Langellotti dei Sore Eros. Il complesso finale di Avalanche Of Snow, dove lui stesso si prodiga pure come trombettista, lascia la sensazione che, se fosse meno istintivo e più ragionato nel produrre i suoi dischi, potrebbe anche davvero costruire album più strabilianti, ma forse si perderebbe quella sua genuina urgenza di dipingere il proprio mondo isolato attraverso le sue tipiche lunghe carrellate, in cui c’è sempre da godere, quanto da sbadigliare.

Philadelphia’s Been Good To Me fortunatamente ha più episodi che portano alla prima ipotesi, dopo che Bottle It In del 2018 e Watch My Moves del 2022 gli avevano attirato qualche critica per l’eccessiva autoindulgenza. Conferma però che con Kurt Vile ci deve essere una propensione a prendere o lasciare a priori da parte vostra, perché se il viaggio nella sua storia continua a interessarvi, qui ne troverete un capitolo importante, se invece avete già deciso di mollare qualche pagina fa, difficilmente queste canzoni vi convinceranno a riprendere il percorso.

VOTO: 7

Nicola Gervasini

giovedì 1 ottobre 2026

GLEN HANSARD

 DA ROOTSHIGHWAY https://www.rootshighway.it/pneumonia/hansard02.htm

Glen Hansard

Don't Settle Vol 2 - Transmissions West

(2026, ATC)

File Under: Encore

Già preannunciato pochi mesi fa con l’uscita di Don't Settle - Transmissions East, ecco arrivare Don't Settle Vol 2 - Transmissions West, secondo capitolo di un teorico doppio live album a celebrazione di una carriera, quella di Glen Hansard, che tra lavori solisti o con i Frames o con il progetto degli Swell Season, ha raggiunto ormai i 35 anni abbondanti. Il secondo episodio è stato registrato alla Funkhaus di Berlino, studio di registrazione prima ancora che sala concerti, in due session consecutive con un pubblico di circa 600 persone in sala, il che pare evidente nella qualità quasi da disco in studio del disco. Ancora una volta Hansard percorre il proprio songbook alternando i toni, dalla partenza veemente di Revelate dei Frames epoca Fitzcarraldo (era il 1995), alla più romantica What Happens When the Heart Just Stops, altro ripescaggio dei Frames (questa volta da For the Birds del 2001) caratterizzato da un bel finale in crescendo con fiati decisamente “vanmorrisoniani”.

Molto bella anche la resa di just Be The One, che come anche la successiva soul-ballad Her Mercy, arriva dal suo album Didn’t He Ramble del 2015, mentre dal suo esordio solista Rhythm and Repose del 2012 arriva una acustica This Gift, che ricorda quasi il folk da combattimento del primissimo David Gray nei modi, brano che prepara la grande tensione emotiva di When Your Mind's Made Up, memorabile colonna sonora del film Once girato con Marketa Inglova nel 2007, che dimostra come col passare degli anni Hansard non abbia perso in potenza drammatica. Va detto che l’utilizzo massiccio di fiati, cori e il tesissimo violino di Gareth Quinn Redmond aiuta molto a rendere i nuovi arrangiamenti più che incisivi, anche quando si lavora in sottrazione con la funerea Sure as the Rain, un brano alla Leonard Cohen ultima maniera, recuperato dall’ultimo album in studio All That Was East Is West of Me Now.

Nel finale arrivano McCormack’s Wall, per la quale Hansard si siede al piano al posto di Ruth O'Mahony Brady a dirigere il coro finale del pubblico, e una Leave a Light (era su This Wild Willing del 2019), che dimostra quanto la lezione indie-folk di artisti come Bonnie Prince Billy sia comunque entrata nelle sue corde strada facendo. Si chiude con High Hope, ormai un suo piccolo classico del 2012. un secondo capitolo decisamente meno rabbioso nei ritmi, ma con una atmosfera intima e sofferta perfettamente catturata nella registrazione. Sarebbe bello che uscisse una versione unica dei due capitoli, ma intanto consigliamo caldamente anche questo lato B.

 

Nicola Gervasini

lunedì 28 settembre 2026

RAY MANZAREK

 

Ray Manzarek

The Whole Thing Started with Rock & Roll Now It's Out of Control

Music On CD

**1/2

La storia dei Doors diamo per scontato la conosciate tutti, magari anche per quella poco apprezzata coda discografica in cui il tastierista Ray Manzarek rispettò il contratto con l’Elektra pubblicando due album (Other Voices e Full Circle) senza Jim Morrison, sobbarcandosi le parti vocali. Meno nota, se non proprio dimenticata dai più, è stata la sua carriera solista, di fatto durata ai tempi un solo anno nel 1974 per lo spazio di due album, se si escludono le successive esperienze con la band dei Nite City, e la pubblicazione di una propria versione dei Carmina Burana negli anni Ottanta. In quell’anno, dopo il tutto sommato atteso The Golden Scarab, arrivò il praticamente ignorato da tutti The Whole Thing Started with Rock & Roll Now It's Out of Control, oggi ristampato dalla Music On CD (senza bonus track), un disco che all’epoca servì quasi solo a chiudere in fretta anche il contratto con la Mercury, che si rese subito conto che Manzarek era un buon nome da spendere, ma che non aveva, diciamo così, il “physique du rôle” della star. A rendere il disco un pezzo per collezionisti si aggiunge anche il fatto che bisognerà aspettare il 2005 per avere quella che, ad oggi, era l’unica ristampa in cd completa da parte della Lemon Records.

Quando uscì, né la Mercury, né tantomeno lo stesso Manzarek, avevano intenzione di investire troppo sull’album, che fu stroncato come quasi una presa in giro del proprio status di rockstar fin dalla divertente title-track, un boogie-rock con tanto di fiati riadattato da un originario riff di Dick Wagner (Alice Cooper, Lou Reed), ma con un testo del vecchio manager dei Doors Danny Sugerman. Il tema della canzone è poi il tema del disco, una analisi dello stato di salute del rock, con uno sguardo al passato che raggiunge l’apice quando, nella lunga Bicentennial Blues. Manzarek fa il verso al suo stesso assolo di Light My Fire, riprendendolo poi chiaramente nel finale di canzone. Come a dire che non ci si poteva liberare facilmente da uno spettro che aleggia nell’album anche quando in I Wake Up Screaming chiamò l’allora poco conosciuta poetessa (e non ancora rockstar) Patti Smith a declamare dei versi di Jim Morrison.

Per il resto, ascoltato oggi l’album non è così tremendo se lo si considera una sorta di palestra in cui Manzarek si prodigò in terreni per lui nuovi, come la ballata quasi-southern rock The Gambler, lo strumentale jazz-prog Whirling Dervish, o una scanzonata Art Deco Fandango che sembra un po’ il sequel di Alabama Song di Kurt Veill e Bertholt Brecht. Il brano forse migliore è la lunga epopea glam-rcok di Begin the World Again con la chitarra di Joe Walsh in evidenza, mentre il brutto finale tutto pruderie sessuali di Perfumed Garden mette imbarazzo anche per i gemiti da film porno che condiscono la canzone. In definitiva un recupero storico doveroso e tutto sommato anche piacevole, ma anche una testimonianza di quanto pensare a Manzarek come artista solista non è mai stata una buona idea.

Nicola Gervasini

mercoledì 23 settembre 2026

JOE JACKSON

 

Joe Jackson

Hope and Fury

(2026, earMUSIC)

File Under: Pop Maestro

Joe Jackson è uno di quegli artisti che potremmo ormai definire con un Maestro di stile e eleganza, sia nel songwriting che nella produzione dei suoi album, per cui non c’è molto da dubitare sulla qualità di qualsiasi nuovo lavoro. È stato anche un autore di largo successo, anche se a ben vedere solo l’esordio Look Sharp! del 1979 il celebrato Night & Day del 1982 hanno avuto vendite davvero importanti, perché poi dal 1986 in poi la sua produzione è comunque rientrata nella nicchia di appassionati e fedeli fans, che non lo hanno abbandonato neppure nei suoi controversi anni Novanta, quando l’idea di sposare una formula musicale più alta e adulta, al limite della musica classica, lo portò fuori dal seminato pop in cui sguazzava da tempo con grandi risultati. I suoi album degli anni Duemila sono tutti rientrati invece nella sua comfort zone stilistica, e, anzi, gli si potrebbe anche imputare una certa insolita pigrizia nel cercare nuove strade dalla metà della sua carriera in poi.

Ne è conferma anche questo Hope and Fury, che forse ancor più dei precedenti Fool (2019) o Look Forward (2015), si rifà nei suoni al passato, e in particolare proprio a Night And Day, di cui in alcuni brani riprende in toto il caratteristico sound con le melodie sottolineate dal suo piano e una tastiera che definirei prosaicamente “a campanellini”. Ne esce un disco vecchio nel concetto, ma ancora una volta fresco nei contenuti, perché se brani come Fabulous People o After All This Time sembrano davvero outtakes nobili dei suoi primi anni Ottanta, altrove la sua penna continua graffiare con quel suo tipico cinismo un po’ altezzoso e sprezzante e con il solito uso dell’arma dell’ironia, come testimoniano ad esempio I’m Not Sorry o Made God Laugh, Fa storia a sé un po’ la corale Welcome to Burning By Sea, ma anche questa rientra un po’ nello stile di alcuni brani quasi da musical contenuti in Night And Day.

La buona notizia è che comunque quando vuole emozionare il suo piano ancora sa arrivare al cuore, come testimoniano la finale See You in September o The Face, esattamente come la sua capacità di costruire melodie pop comunque irresistibili non si è persa, e vive ancora nei passaggi di Do Do Do o Endo of the Pier. La band messa in campo è la stessa di Fool, con il fido Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra e Doug Yowell alla batteria, gente che ormai le sue canzoni le sanno a memoria ancora prima di impararle, esattamente come noi, che lo seguiamo da sempre, abbiamo la sensazione di conoscere queste nuove buone canzoni già da tempo.

 

Nicola Gervasini

giovedì 17 settembre 2026

GLEN HANSARD

 

Glen Hansard

Don+Settle: Vol.1 - Transmissions East

(Plateau Records, 2026)

File Under: In Berlin, by the wall

Le logiche del mercato discografico cambiano ogni giorno, per cui registriamo senza troppi commenti questa ultima e ormai usuale moda di pubblicare album doppi in due uscite separate nel corso dell’anno, operazione che ai tempi d’oro, quando i dischi si vendevano veramente, sarebbe stata considerata economicamente suicida, ma che oggi pare l’unico modo per tenere alta l’attenzione su un prodotto. Per cui oggi vi presentiamo un interessante live-record di Glen Hansard intitolato Don+t Settle – Transmissions East & West, per il momento limitandoci al Vol. 1 – Transmission East, già sapendo che poi nel corso del 2026 uscirà una seconda parte (ovviamente si chiamerà Vol. 2 – Transmission West), registrata nella medesima serata alla Funkhaus di Berlino, sede della radio di stato della Germania Est. In attesa di avere poi per le mani magari nel 2027 un seguito in studio all’album All That Was East Is West Of Me Now del 2023, ultima sua uscita discografica solista, se si esclude il sinceramente deludente ritorno del progetto The Swell Season con Marketa Inglova dello scorso anno (l’album era Forward).

Registrato con la sua rodatissima live-band completa di una bellissima sezione fiati, questi primi dieci brani (poco più di cinquanta minuti di musica) lo vedono in forma e anche alquanto grintoso nell’approcciare, anzi direi meglio, nell’attaccare brani come Don’t Settle o la tesissima Down On Your Knees, forse l’highlight del disco, una di quelle performance che ti fa rimpiangere non poter essere presente durante l’esecuzione. Ci pensano poi Back Broke, acustica, lenta e sofferta, e la pianistica My Little Ruin, anche questa dagli elevati toni drammatici, a spegnere le caldane e riportare tutti nella sua dimensione da indie-folker. Ma con Didn’t He Ramble, in versione che esalta il giro di basso incalzante, si torna ad alzare il volume per un brano che sarebbe piaciuto molto ai Watrerboys.

Fitzcarraldo, il classico dei suoi Frames del 1995, è in una versione molto rabbiosa, quasi recitata, con un gran dialogo tra violino e fiati nel finale, e anche Carrickfergus, un classico della tradizione Irish che fu lanciato dai Clancy Brothers nel 1964, resa per piano e voce diventa praticamente una canzone col suo marchio di fabbrica, nonostante le tante versioni con cui confrontarla (Van Morrison in primis). Dopo una sentita Slowly Deserter, dall’ultimo album in studio arriva la potente The Feast Of St. John dove trova spazio una chitarra elettrica che si lancia in distorti assoli. Chiusura con sentimento con una Wreckless Heart (dall’album Between Two Shores del 2018) che ricorda molto le migliori canzoni di David Gray. Prima parte del concerto senza attimi di tregua quindi, e potrebbe anche bastare così, vedremo se la seconda parte riuscirà a mantenere un simile livello di teatrale drammaticità che non sempre Glen Hansard è riuscito a ricreare nelle registrazioni in studio.

Nicola Gervasini

 

 

venerdì 11 settembre 2026

CHINA CRISIS

 

China Crisis

Singing the Praises of Finer Things

Secret Records

***1/2

 

Chi c’era se lo ricorderà bene quanto negli anni Ottanta la divisione tra parrocchie musicali fosse netta e manichea, il che da un lato ha permesso alla critica musicale italiana di specializzarsi meglio in aree che necessitavano studi e attenzioni più particolari, ma forse ha anche creato steccati di gusti che oggi non sono più sostenibili. Il tutto per dire che negli anni Ottanta era difficile che anche il Buscadero si esaltasse per i britannici China Crisis, come di tante altre band che col tempo abbiamo riconosciuto titolari di un pop radiofonico sì, ma fatto con gusto e intelligenza.

I loro primi tre album usciti tra il 1982 e il 1985 sono sicuramente pietre miliari di un suono che sembrava già datato negli anni Novanta, ma che oggi pare essere tornato abbastanza moderno. Non raggiunsero forse il livello di altre band di pop adulto britannico come Prefab Sprout, Blue Nile, Aztec Camera o Scritti Politti, nomi con cui hanno sicuramente molte parentele stilistiche, ma la ristampa di Singing The Praises Of Finer Things, un live-record del 2007, potrebbe essere il prodotto giusto anche per far riscoprire le loro capacità anche ad ascoltatori abituati ad altri suoni. La ristampa arriva anche per mettere ordine tra le versioni uscite nel corso degli anni, visto che la registrazione uscì prima solo in DVD col lungo titolo Live In Concert At The Paul McCartney Auditorium Liverpool Insitute Of Performing Arts, ed ha avuto anche due edizioni in vinile a tiratura limitata nel 2019 e 2024 col significativo titolo Possible Pop Songs Live (sempre comunque pubblicati dalla Secret Records).

La serata fu davvero registrata nel 2005 nell’Auditorium intitolato a Paul McCartney, nume tutelare non da poco per una band che con qualche pausa e ripensamento non ha mai smesso di proporre la sua musica, e tutt’oggi vive soprattutto di attività concertistica (l’ultimo album di inediti risale ormai al 2015), sempre sostenuta dai due soci fondatori Gary Daly e Eddie Lundon, coadiuvati dal sax di Eric Animan e dalle tastiere di Jack Hymers.

La scaletta di diciotto brani proponeva un mix di classici e di brani più recenti, partendo proprio dal primissimo singolo del 1981 African and White, passando per le loro due più grandi hit Wishful Thinking e Christian (arrivarono rispettivamente al nono e dodicesimo posto della hit parade inglese), ma non mancano le irrinunciabili King in a Catholic Style (Wake Up), Black Man Ray, You Did Cut Me, Tragedy and Mystery, Working with Fire and Steel e Highest High, tutti brani che entrarono nella classifica UK negli anni d’oro. Ma oltre ad assumere alla funzione di completo Greatest Hits, il disco propone qualche brano meno noto, come il piacevole reggae di Strenght of Character che apre le danze, o l’elegante Stranger By Nature. Esecuzioni precise e senza sbavature, d’altronde il genere richiede poca improvvisazione e molta compostezza, ma al venticinquesimo anno di carriera i musicisti si potevano ritenere più che scafati.

 

Nicola Gervasini

 

 

sabato 5 settembre 2026

COURTNEY SANTANA

 

Courtney Santana

Living Through It All

Blue Elan Records

***1/2

Ci sono esordi che arrivano in fretta, ed altri che si portano sulle spalle già il fardello di una lunga vita da musicista, e spesso la differenza si sente. Living Through It All di Courtney Santana, ad esempio, ha già una storia lunga da raccontare, quella di una vocalist nata ad Austin che ha fatto sue tutte le influenze della città e anche oltre, cosa che, in una carriera già più che ventennale, l’ha portata a fare da corista indistintamente per gli Hootie & The Blowfish o le Salt-n-Pepa. Lei stessa cita Merry Clayton (la voce femminile di Gimme Shelter dei Rolling Stones, per i più distratti) come prima influenza, subito dopo Aretha Franklin (ma questa è una citazione obbligata per una qualsiasi soul-singer, quasi come citare Bob Dylan per un folk-singer). Ma il titolo della title-track, che apre le danze di questo buon disco, si riferisce invece alle tante vicissitudini da lei sperimentate, storie di abusi, violenze, due figli da mantenere anche sopportando di vivere in macchina nei momenti peggiori, vicende che potrete trovare anche in un libro intitolato Off Kilter: Getting ‘Right After Abuse, che va messo in bacheca accanto ad I, Tina di Tina Turner sul tema.

Con queste premesse è chiaro che se questo esordio non porta rivoluzioni (ma in ogni caso conferme), sono i testi qui a fare la differenza. Per il resto Just Keep Going mostra che la cantante ha anche un gusto pop radiofonico che dosa bene orecchiabilità e qualità, mentre la bluesata I Only Hurt Myself (Staying Mad At You), monito dedicato a tutte le donne a non sopportare oltre il consentibile le relazioni tossiche, inizia con uno scampanellio da Jersey-sound a noi più che familiare. Ma sono brani come Hardcore Believer (scritta da Laura Cantrell) o Holding On My Own che ancor più esaltano la chitarra solista del co-produttore Jesse Dayton, un veterano che abbiamo visto al fianco di gente come Johnny Cash, Waylon Jennings, Lucinda Williams e John Doe (ha anche sostituito Billy Zoom in un tour degli X), oltre che autore di apprezzabili album a suo nome. E proprio da Death Wish Blues del 2023, un suo album a due mani con Samantha Fish (qui coautrice anche di Fool’s Gold), arriva ad esempio la qui riproposta No Apology.

Con lui troviamo una house-band più che rodata che vede Nick Lewis al basso, Eric Tucker alla batteria, Dayne Reliford alle tastiere e il sassofonista Mark Wilson. E tra numeri quasi gospel (Holding My Own), troviamo anche southern-blues come Fastest Way To A Broken Heart o momenti più rock (Can You Dig It?), prima di chiudere con la ballata These Eyes. “Non sono una persona straordinaria, ma sento di avere una straordinaria missione” dichiara lei, e forse anche il suo esordio non sarà straordinario, ma la presenta straordinariamente bene.

 

Nicola Gervasini

lunedì 31 agosto 2026

SQUEEZE

 

Squeeze

Trixies

(BMG/Love, 2026)

File Under: Glam-Pub-Rock Opera

 

 

In considerazione della loro lunghissima storia, gli Squeeze sono una band tutto sommato poco seguita in Italia, nonostante questo Trixies figuri essere il loro sedicesimo album dal 1978 ad oggi. Certo, l’esordio omonimo prodotto da John Cale appare quasi sempre in qualche lista dei migliori album di quel mondo power-pop “post-kinksiano” che infuocava i pub londinesi di fine anni settanta (ma qualcuno li definisce post-punk o new wave, ma su queste definizioni ormai è quasi diventato inutile discutere), ma la loro epopea, duratura, per quanto non priva di scioglimenti e reunion come tante altre, è ormai un capitolo non certo insignificante della storia del classic-rock.

Trixies è un’occasione particolare per poterli conoscere, perché vede i due membri fondatori Chris Difford e Glenn Tilbrook registrare una serie di brani scritti nel 1974, quando i due avevano solo sedici e diciannove anni, e fondarono la band mettendosi al lavoro per il materiale di un ipotetico primo album, salvo poi abbandonare questo pugno di canzoni quando poi l’occasione si fece concreta quattro anni dopo. Siamo quindi ad una sorta di remake di qualcosa che non è mai stato pubblicato, il che impedisce di fare paragoni con quella che era l’idea inziale dei due, ma non evita che comunque si riconosca in queste canzoni un certo imprinting di pop britannico (Kinks e Badfinger direi i riferimenti più evidenti) che i due già avevano in dote nei loro timidi esordi.

Trixies era nata come una rock-opera, idea alquanto di moda nel 1974, che proponeva una galleria di situazioni e personaggi che ruotavano intorno ad un night club chiamato appunto Trixies, di fatto esistente solo nella loro immaginazione. In qualche modo anche nella registrazione moderna, fatta dai due con vecchi e nuovi collaboratori, è un disco che evidenzia quanto la band sia stata importante nel traghettare la musica inglese dal glam-rock (qui c’è pure una The Place We Call Mars che sa del David Bowie della prima ora)  al pub-rock, con evidenti influenze (Get The Feeling potrebbe tranquillamente apparire in un qualsiasi album del Paul McCartney solista) e pegni artistici da pagare (il santino di Ray Davies emerge un po’ ovunque), ma con il marchio di fabbrica Squeeze ancora ben evidente.

Il disco era molto vario, con momenti da opera-rock (Hell On Earth), parentesi oscure (The Dancer e Don't Go Out In The Dark girano dalle parti dei primi Stranglers), e ovviamente ariose pop-song (Good Riddance) e qualche buon riff rock (Why Don’t You). Il disco poi si fa più rilassato e suadente nel finale (Anything But Me o una It’s Over che piacerebbe molto a Richard Hawley), ma alla fine The Jaguars riporta tutto al loro stile pub-rock più riconoscibile, prima del finale da opera glam-rock delle due title-track. Trixies arriva fuori tempo massimo forse per diventare un disco storico, ma in tempo per chiudere il cerchio di una storia che merita di essere riscoperta.

 

Nicola Gervasini

 

KEVIN MORBY

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