sabato 20 giugno 2026

Lucinda Williams

 

Lucinda Williams

World’s Gone Wrong

(2026, Highway 20)

File Under: Still Alive and Well

L’anno cruciale per Lucinda Williams è stato il 2020: da una parte un pesante problema di salute che l’ha lasciata quasi inferma per un certo periodo, dall’altra un non del tutto casuale cambio di rotta nella sua musica con l’uscita di Good Souls, Better Angels. Il drastico passaggio dal lungo, strascicato, e quasi Steinbeckiano The Ghost Of Highway 20 di quattro anni prima, a quel disco roccioso e molto più sintetico e asciutto, è stato evidente, e ora che gli hanno fatto seguito Stories From a Rock and Roll Heart nel 2023 e questo World’s Gone Wrong, che ne seguono comunque la linea stilistica, abbiamo conferma che ci troviamo in una nuova fase della sua carriera a sé stante rispetto al passato.

Nel corso dei suoi anni migliori Lucinda Williams ci aveva già provato a controllare la propria fluviale scrittura e incasellarla in schemi di brani più convenzionali e diretti con l’album Little Honey del 2027, ma guarda caso quello resta uno dei suoi titoli meno amati e celebrati. Il nuovo corso invece piace molto a tutti, sia ai fans che sguazzavano nei lunghi e sofferti racconti di Blessed del 2011, sia chi comunque la desidera rauca e spigolosa come negli episodi migliori della sua carriera (cito Car Wheels on a Gravel Road perché prima o poi è sempre doveroso ricordarlo, ma ci sarebbero almeno altri quattro titoli da affiancargli).

World’s Gone Wrong è poi ancora più estremo dei suoi due predecessori nel tenere conto del tempo e della pazienza dell’ascoltatore, perché il ritmo di questo dieci brani è serrato, non ci sono mai due brani simili di seguito, e stilisticamente fa di varietà, virtù. Vi troverete la ballad country-rock con ritmo alla Neil Young (Low Life, con i Big Thief nei credits), ma anche southern rock (Something's Gotta Give) e gospel (How Much Did You Get For Your Soul?), fino allo speranzoso country finale We’ve Come Too Far To Turn Around, con Norah Jones a supporto.  E nella coppia di brani iniziale viene ospitata la giovane stellina del country Brittney Spencer, che ringrazia della sponsorizzazione e contribuisce benissimo con la sua voce anche a pezzi alquanto rock come l’iniziale title-track (per testo e struttura praticamente la blue-collar song perfetta che ti aspetteresti da un Joe Gruschecky), ma poi è a sua volta Lucinda ad omaggiare i mostri sacri chiamando l’instancabile Mavis Staples a duettare nel reggae a firma Bob Marley di So Much Trouble in The World. Testi crudi, spesso volti al sociale (il blues di Black Tears torna a parlare di razzismo, Freedom Speaks è una fotografia impietosa dei nostri tempi, Punchline si candida a brano più polemico e arrabbiato della sua discografia), o pieni di riferimenti letterari (Sing Unburied Sing prende il titolo da un acclamato romanzo del 2017 di Jesmyn Ward, scelta che ancora una volta denota la sua sensibilità verso le questioni degli afro-americani).

Ma su tutto poi va notato l’apporto di una band stratosferica, con la perfetta produzione del solito Ray Kennedy e le chitarre di Marc Ford e Doug Pettibone (anche coautore dei brani con l’altro produttore Tom Overby) che bucheranno le casse del vostro stereo, vero valore aggiunto di un disco che forse non ricorderemo tra i suoi massimi capolavori per la mancanza di brani in grado di fare la storia come i suoi classici, ma che rappresenta un incredibile prova di vitalità sia artistica che vocale.

Nicola Gervasini

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