Lucinda Williams
World’s Gone Wrong
(2026, Highway 20)
File Under: Still Alive and Well
L’anno cruciale per Lucinda Williams è stato il 2020:
da una parte un pesante problema di salute che l’ha lasciata quasi inferma per
un certo periodo, dall’altra un non del tutto casuale cambio di rotta nella sua
musica con l’uscita di Good Souls, Better Angels. Il drastico passaggio
dal lungo, strascicato, e quasi Steinbeckiano The Ghost Of Highway 20 di
quattro anni prima, a quel disco roccioso e molto più sintetico e asciutto, è
stato evidente, e ora che gli hanno fatto seguito Stories From a Rock and
Roll Heart nel 2023 e questo World’s Gone Wrong, che ne seguono
comunque la linea stilistica, abbiamo conferma che ci troviamo in una nuova
fase della sua carriera a sé stante rispetto al passato.
Nel corso dei suoi anni migliori Lucinda Williams ci aveva
già provato a controllare la propria fluviale scrittura e incasellarla in schemi
di brani più convenzionali e diretti con l’album Little Honey del
2027, ma guarda caso quello resta uno dei suoi titoli meno amati e celebrati.
Il nuovo corso invece piace molto a tutti, sia ai fans che sguazzavano nei
lunghi e sofferti racconti di Blessed del 2011, sia chi comunque
la desidera rauca e spigolosa come negli episodi migliori della sua carriera
(cito Car Wheels on a Gravel Road perché prima o poi è sempre doveroso
ricordarlo, ma ci sarebbero almeno altri quattro titoli da affiancargli).
World’s Gone Wrong è poi ancora più estremo dei suoi due predecessori nel tenere
conto del tempo e della pazienza dell’ascoltatore, perché il ritmo di questo
dieci brani è serrato, non ci sono mai due brani simili di seguito, e stilisticamente
fa di varietà, virtù. Vi troverete la ballad country-rock con
ritmo alla Neil Young (Low Life, con i Big Thief nei credits), ma
anche southern rock (Something's Gotta Give) e gospel (How Much
Did You Get For Your Soul?), fino allo speranzoso country finale
We’ve Come Too Far To Turn Around, con Norah Jones a supporto. E nella coppia di brani iniziale viene ospitata la giovane
stellina del country Brittney Spencer, che ringrazia della
sponsorizzazione e contribuisce benissimo con la sua voce anche a pezzi
alquanto rock come l’iniziale title-track (per testo e struttura praticamente
la blue-collar song perfetta che ti aspetteresti da un Joe Gruschecky), ma poi
è a sua volta Lucinda ad omaggiare i mostri sacri chiamando l’instancabile Mavis
Staples a duettare nel reggae a firma Bob Marley di So Much Trouble in
The World. Testi crudi, spesso volti al sociale (il blues di Black Tears
torna a parlare di razzismo, Freedom Speaks è una fotografia impietosa
dei nostri tempi, Punchline si candida a brano più polemico e arrabbiato
della sua discografia), o pieni di riferimenti letterari (Sing Unburied Sing prende il titolo da un acclamato romanzo del
2017 di Jesmyn Ward, scelta che ancora una volta denota la sua sensibilità
verso le questioni degli afro-americani).
Ma
su tutto poi va notato l’apporto di una band stratosferica, con la perfetta produzione
del solito Ray Kennedy e le chitarre di Marc Ford e Doug Pettibone
(anche coautore dei brani con l’altro produttore Tom Overby) che bucheranno le
casse del vostro stereo, vero valore aggiunto di un disco che forse non
ricorderemo tra i suoi massimi capolavori per la mancanza di brani in grado di
fare la storia come i suoi classici, ma che rappresenta un incredibile prova di
vitalità sia artistica che vocale.
Nicola Gervasini
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