John Strada
Basta Crederci un Po’
CRINALE LAB
***1/2
In John Strada convivono
alcune tradizioni musicali a noi ben note: da una parte quella del mondo poetico
fatto di impegno sociale e sentimenti del Greenwich Village, dove John ha
vissuto qualche tempo per completare la propria maturazione, dopo che in Italia
aveva già pubblicato due album, e dall’altra quella della nostrana tradizione
di “neo-springsteeniani”, che fin dagli anni Ottanta ha avuto tanti
rappresentanti concentrati soprattutto tra l’Emilia e il Veneto. Professore di letteratura
anglo-americana nella vita, Strada ha portato avanti una carriera di passione e
amore per una tradizione culturale di cui si è sempre fieramente dichiarato
figlio. Radice che non muta anche per questo Basta Crederci un Po',
ma stavolta John ha voluto dare più attenzione all’aspetto formale, chiamando
alla produzione l’esperto Don Antonio, figura di produttore “old-style” (come
pure negli Stati Uniti si usa sempre meno purtroppo), di quelli che non solo
cura la realizzazione delle canzoni, ma si presenta con un suono personale,
un’idea, e una band di fidati session-men (Diego Sapignoli, Nicola Peruch, Denis
Valentini, e i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli). Una scelta importante
quindi, perché l’artista è consapevole del fatto che il risultato sarà diverso
da quello che si era immaginato scrivendo i brani, e qui sta lo stimolante
gioco di ruoli che abbiamo già visto con successo in altre produzioni di Don
Antonio, da Massimiliano Larocca ad Alejandro Escovedo.
Il trucco funziona benissimo
anche qui, Don Antonio sa come calarsi nelle canzoni dell’autore di turno, in
questo caso un artista sanguigono e viscerale come vuole la tradizione, ma che
per questi brani ha cercato di trovare toni meno gridati per dare al disco un sentimento
diverso. Basta Crederci un Po’ è una sorta di piccola fotografia
della vita di provincia e di quella intrinseca malinconia che la pervade, e che
fa sembrare l’allegria forzata ostentata nei social più che grottesca (ne parla
nella iniziale title-track, in Amore Social, ma anche in Manca il
Respiro in qualche modo). Una provincia dai ritmi blandi, ottimi per
sognare (Ballando In Città) e per pensare (Giocattoli Rotti o l’ottima
Parlavo da Solo: Stream of Consciousness, canzone che sarebbe piaciuta
molto a Pierangelo Bertoli), per ricordare amori finiti male (Non ti Dirò Ti
Amo) o commentare fatti di cronaca (Girasoli, dedicata al caso di
Federico Aldrovandi), o anche prodigarsi in riferimenti letterari (La Tygre
e l’Agnello ispirata da poemi di William Blake). Gli arrangiamenti di Don
Antonio, più che mai vari e fantasiosi, sospesi tra folk, canzone popolare,
funky, samba, soul, elettronica, tanti cori e un po’ di Tom Waits qui e là (e
molto poco blue-collar rock a questo giro), donano a un pugno di canzoni
ispirate il tocco in più.
Nicola Gervasini
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