Anne
Richmond Boston
I Should
Be Happy
DB records
***1/2
Spirava un’aria particolarmente
frizzante in Georgia verso la fine degli anni Settanta, viste e considerate le
band che arrivarono da quelle zone. I B-52’s ovviamente, una delle band più
intelligentemente divertenti di sempre, e successivamente dalla stesa città
(Athens) i R.E.M., band che diventerà di prima importanza, ma il cui jingle-jangle
sound di chiara derivazione byrdsiana aveva sì Roger McGuinn come primo padre
tutelare, ma gli Swimming Pool Q's dalla vicina Atlanta come più
probabili precursori e diretti ispiratori. Un nome. Questo, che oggi pare quasi
dimenticato, eppure questa band pubblicò negli anni Ottanta quattro album molto
apprezzati in patria, che diventeranno cinque poi in occasione di una reunion nel
2003.
La vocalist della formazione era,
anzi, è Anne Richmond Boston, visto che ancora girano per gli States per
concerti sebbene non abbiano più pubblicato nulla. Il suono del gruppo era
caratterizzato dalla sua voce squillante, sicuramente in linea con il
sixties-style di un gruppo che univa suoni degli anni Sessanta, nevrosi da pop
fin anni Settanta alla Police, e un pizzico di ironica follia alla Devo. Storie
passate, come anche il tentativo fallito della Boston di imbarcarsi in una
carriera solista dopo la prima separazione della band nel 1989. Il suo primo ed
unico album solista The Big House of Time uscì nel 1990, e già
virava il suono verso un roots-rock più convenzionale, e rimase comunque un
prodotto da underground dell’allora fiorente, quanto crudele, industria
discografica. Talmente feroce da non pubblicare mai un secondo album fatto e
finito per il 1992 chiamato I Should Be Happy, che oggi finalmente vede
la luce grazie alla DB Records. La stessa Boston nelle note spiega che non sa
ben spiegare le ragioni di una pubblicazione mancata e così tardiva, ma che
resta fiera del lavoro fatto. Del progetto originale sono state recuperate otto
canzoni su dodici, e ben sette sono state scelte tra le outtakes del periodo,
ovviamente con un lavoro di rimasterizzazione e qualche nuova sovra-incisione,
soprattutto riguardanti le parti di batteria di Bill Conway (proprio
quello dei Morphine), coinvolto ai tempi come session man, e oggi compagno
della Boston.
Il disco ha un suono da prodotto
di Austin di altri tempi, tra mid-tempo alla John Hiatt come la title-track,
intense ballate come Carry Me, sofisticati numeri alla Laura Nyro come Bottle
Of Sleep o episodi più rock alla Carla Olson come Dark Room o You
Planned It. La Boston canta tutto con voce dolce ed esile, e certi momenti ricordano
i contemporanei album solisti di Exene Cervenka, anche negli episodi più vicino
al country e al folk (Gone, Torn Apart, First light), mentre altrove Amazing
vira più su un facile e gustoso pop radiofonico alla Go-Go‘s. C’è tempo per
le buone cover di The Wind Cries Mary di Jimi Hendrix, quasi alla
Pretenders come resa, e In My Life dei Beatles, per un disco che davvero
non meritava l’oblio.
Nicola Gervasini
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