Brandi
Carlile
Returning
to Myself
Lost
Highway 2025
File Under: Personal Wars
Il titolo Returning to Myself è più che chiaro
su quale sia l’impostazione dell’ottavo disco in studio di Brandi Carlile,
una sorta di dichiarazione di bisogno di intimità e di meno luci della ribalta.
Cantautrice a noi cara fin dai suoi primi passi (The Story del
2007 resta uno dei dischi fondamentali del cantautorato femminile degli anni
2000), la Carlile è nel tempo diventata un personaggio importante nel mondo
culturale americano per le sue lotte e la sua Looking Out Foundation,
organizzazione da lei fondata nel 2008 (con a capo sua moglie Catherine
Shepherd, per dieci anni dirigente delle iniziative benefiche di Paul
McCartney), e che ha lanciato tante battaglie umanitarie non particolarmente
care alla politica americana odierna. E da qui parte anche il nuovo album,
perché in un disco che si dichiara intimista diventa per lei naturale piazzare
un brano come Church & State, veemente (anche musicalmente, unico
brano “rock” del disco non a caso) invettiva anti-trumpiana scritta col cuore.
A questo si aggiunge anche un certo successo di pubblico,
con operazioni anche da vero star-system nashvilliano come il supergruppo
country delle Highwomen creato nel 2019, e ovviamente il recente disco a due
mani con Sir Elton John, suo mito personale (nella Reissue del suo primo album
una delle bonus track è una sua versione di Sixty Years On ad esempio,
ma qui basta anche sentire A Woman Overseas per sentirne la forte influenza,
o scoprire che You Without Me è un rework di un brano a firma
John/Taupin).
Returning to Myself conferma in regia lo
stesso produttore di Who Believes in Angels? Andrew Watt,
probabilmente il nome più richiesto al momento per come sa far suonare moderne
anche canzoni di vecchio stampo, anche se personalmente trovo il suo suono un
po’ troppo “streaming-friendly”, in questa come in altre occasioni (passa con disinvoltura
dai Rolling Stones, Iggy Pop o Pearl Jam a Lady Gaga o Justin Bieber non a
caso). Qui però alla produzione e in session ci sono anche Justin Vernon alias Bon
Iver e Aaron Dessner dei National, e questo team spettacolare, e più
che mai diversificato, pesa molto sul risultato finale nel bene e nel male.
Ma quello che fa di Returning to Myself un
disco importante sono le canzoni, che dimostrano come la Carlile abbia
mantenuto nel tempo una qualità compositiva di gran livello, anche quando
magari la produzione non è delle più adatte. La critica che le si può muovere è
magari una certa indecisione tra i toni di folk intimo di alcune canzoni (la
title-track, Anniversary, o una Joni che dice tutto fin dal
titolo), e un suono più pop e barocco che la fa quasi somigliare ai Florence
& The Machine in certi casi (Human, A War With Time, No One Knows Us),
non sciogliendo quindi il dubbio su dove voglia andare a parare musicalmente. Paradossalmente
proprio l’ultimo brano A Long Goodbye, col suo pigro incedere
springsteeniano, è l’unico episodio spoglio degli orpelli produttivi che un po’
appesantiscono un disco comunque bello e importante, e fa capire che comunque
il successo non le ha mai fatto perdere la strada maestra.
Nicola Gervasini