venerdì 27 febbraio 2026

Sterbus

 

Sterbus

Black and Gold

(2025, Zillion Watt)

File Under: Virginia Wolfe

 

La storia degli Sterbus, duo formato da Emanuele Sterbini e Dominique D'Avanzo, è ancora oggi più raccontata e seguita all’estero che in Italia, grazie ad album che vi avevamo presentato anche sulle nostre pagine come il doppio Real Estate/ Fake Inverno e il più diretto e power-pop Let Your Garden Sleep In, che nel piccolo di una produzione comunque indipendente, hanno ottenuto consensi anche fuori dal nostro paese. Il nuovo album Black and Gold è un progetto ancora più ambizioso: nato durante gli ormai abbastanza lontani tempi del “lockdown” per diventare un EP, il disco si è sviluppato poi in un progetto più ampio che coinvolge musicisti italiani e inglesi, come, tra gli altri, Alessandro Palermo, Edoardo Taddei o gli archi di Layer Bows.

E anche musicalmente l’album si propone come un caleidoscopio di vari generi, fondamentalmente comunque riassumibili in un mix di alternative folk e “prog” di vecchio stampo, con sempre in mente i Cardiacs come modello (Sterbini ne è acceso seguace), ma che in qualche modo ci riporta anche a simili esperimenti portati avanti dai Decemberists dell’epoca di Crane’s wife o The Hazards of Love. La voce di Sterbini ben si adatta al genere (in qualche momento ricorda Steven Wilson, ad esempio in Two Elms), il resto lo fanno le composizioni scritte con le liriche di Dominique D’Avanzo, unite in una sorta di concept album ispirato dalla figura di Virginia Wolfe (è suo il ritratto in copertina firmato da Dario Faggella), e sul suo simboleggiare la triste e disillusa modalità di sopravvivere e reagire alle tragedie e alle brutture (War Waltz) di un mondo che dagli anni del Covid sembra essere esploso in una spirale di violenza e disumanità che stiamo vivendo ancora in pieno.

Tra i brani più significativi sono da citare sicuramente la lunga e complessa Alfriston Two Four Five, testo scritto in questo caso da Marco Zatterin citando nel titolo il numero telefonico della sorella di Virginia Wolfe che fu composto per darle notizia del suicidio della scrittrice, ma che poi si addentra nel delicato tema della salute mentale. E proprio di Virginia Wolfe è il testo recitato di una Virginia Flows che sa molto dei King Crrimson della prima era, caratterizzato da un gran bel solo della chitarra di Peter Lawson. Altrove in Renaissance si affronta il tema della rinascita dopo la tragedia (“Two people couldn't have been happier until this terrible disease came”), prima che la acustiche Black and Gold e Undone ammantino il tutto di pessimismo. Si termina col dialogo piano-fiati della soffice Careful of Neon Lights e i passaggi strumentali di Down the Reverb e The Greatest Possible Happiness un disco ancora una volta coraggioso e molto interessante.

 

Nicola Gervasini

 

giovedì 19 febbraio 2026

NichelOdeon Ft borda

 

NichelOdeon Ft borda - Flipper (Folk Songs For The Judgement Day)

2025, Trumpf!

 

Il progetto Flipper viene descritto come “Dai Canti delle Crociate e i Lamenti delle Vedove, a David Guetta e Sia”, e credo non ci sia modo migliore per iniziare a presentarvelo. Sui progetti del poliedrico Claudio Milano, qui ufficialmente in veste NichelOdeon, vi abbiamo già tenuti aggiornati in passato, compresi quelli in collaborazione con Teo Ravelli, in arte borda, e stavolta potremmo anche farvi passare questo Flipper come un torrenziale cover-album che spazia ovunque nella storia della musica, ma anche qui sarebbe inesatto, perché immersi in questi visionari “medley” ci sono anche nuovi brani originali scritti da Milano. Singolare anche la scelta di una versione abbreviata a 77 minuti per l’edizione in CD, rispetto ai 100 minuti della versione trovabile online (ad esempio su Banndcamp), simbolo della moderna trasformazione dei formati musicali.

Il concept di fondo è quello di offrire una performance vocale e sonora che unisca brani legati tra sé da nessun vincolo di parentela, per cui ad esempio nel primo brano Distopia #1 - Nobiltà Decaduta, la canzone La Fenice che già Milano aveva interpretato nel disco tributo a Rodolfo Santandrea edito dalla Snowdonia, si intreccia con Cornflake Girl di Tori Amos o la Non, Je ne Regrette Rien di Edith Piaf,o ancora classici italiani come Mi Sono Innamorato di Te. Non pensate a cover tradizionali, ma ad una sorta di patchwork di composizioni rielaborate, utili a crearne una unica, con Milano che ha registrato le parti vocali a cappella, e borda che ha musicato il tutto con le sue basi elettroniche solo successivamente.

La lunghezza dell’album in questo caso non spaventi, i cambi di tono e ritmo sono talmente vorticosi che non c’è tempo per perdere attenzione o annoiarsi, al di là del gioco a indovinare subito la canzone trattata senza leggere pima l’elenco.  Ne esce una sorta di piccola enciclopedia della musica di ogni secolo, e seppur con stile completamente diverso, potemmo quasi considerarla una rilettura italiana dell’album 1000 Years of Popular Music del chitarrista inglese Richard Thompson, che tra l’altro tra riletture di traditional britannici e Prince o Britney Spears, riprendeva anche So Ben Mi C'ha Bon Tempo, brano del 1590 di Orazio Vecchio, qui rimodulata anche da Milano.

Ma più che altro ne esce un quadro disperato delle mille sfaccettature del concetto di Paura, che è quello che ha motivato la scelta dei singoli brani, e giustificato l’idea di chiamare i pezzi con il termine “distopia”, quasi che queste canzoni (che per Milano sono “folk” a prescindere da stile, autore o epoca) raccontino una storia non controllabile dal singolo, e da qui quindi l’ineluttabile paura per la propria sorte e un futuro che ci appare inevitabilmente distopico

 

Nicola Gervasini

VOTO: 7.5

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