lunedì 30 marzo 2026

Joseph Martone

 

Joseph Martone

Endeavours

(2026, Rivertale Productions)

File Under: Dark Cowboys

 

La copertina tutta a tinte di nero e chiaroscuri di Endeavours è più che mai rappresentativa del suo contenuto, e d’altra parte l’americano Joseph Martone aveva già evidenziato nel nell’album Honey Birds del 2020 quanto fosse anche lui un nuovo spirito della notte. Voce bassa e cavernosa, atmosfere dark create da molti strumenti, ma con una resa scarna ed evocativa, Martone è l’ultimo nato di una stirpe di cantori dell’anima notturna alla Nick Cave o Hugo Race, anche se il tocco vagamente “rootsy” di molte composizioni quasi lo portano più verso il sofferto e oscuro blues di Malcom Holcombe.

Scritto in gran parte con il collaboratore e amico di lunga data Ned Crowther, come il precedente album vede coinvolti un mix di musicisti americani e italiani, con la conferma come principale sparring partner di Taylor Kirk alle chitarre e altro come mellotron, Farfisa, percussioni, e il grande peso delle tastiere (principalmente piano e synths) di Michael Dubue (entrambi, anche produttori del disco, provengono dai Timber Timbre) bravissimi nel creare atmosfere da notte buia e tempestosa. Completano la band la sezione ritmica italiana di Francesco Giampaoli (Sacri Cuori) e Fabio Rondanini dei Calibro 35, e le voci di Rebecca Noellei e Marianna D’Ama a completare il tutto.

Nove brani da ascoltare al buio, a partire dal singolo Lying Low corredato dal bel video girato da Antonio Zannone (specializzato in videoclip della scena underground italiana), Martone affonda le liriche di brani come Saint Marie o del mid-tempo On The Mend nei suoi ricordi, che comprendono anche quelli delle sue origini campane (viene dal paesino di Vitulazio, a nord di Caserta). I brani più lenti e cavernosi come Overboard o la tile-track non possono non ricordare il Leonard Cohen degli ultimi album in vita, ma al di là di un mix stilistico non nuovissimo, Martone ha un suo personalissimo modo di graffiare con la voce le tele bluesy della sua  band, offrendo brani di pregio come True Times e Wounded Love, o se volete prendere un brano che possa davvero appresentare al meglio il tutto per suono, spirito e testo, scegliete di ascoltare Bright Morning Doubt appena svegli. Disco breve, molto ben registrato, Endeavours è un piccolo gioiellino per anime che danno il meglio quando cala il sole.

 

 

Nicola Gervasini

venerdì 20 marzo 2026

KLIPPA KLOPPA

 Klippa Kloppa – Bijoux

2025, Snowdonia Dischi 


Sono ormai una realtà storica nella scena underground italiana i Klippa Kloppa di Nicola Mazzocca, combo nata nel casertano negli anni 90, un piccolo laboratorio di una nuova idea di pop italiano che ha avuto un lungo e tortuoso percorso discografico, culminato con la pubblicazione dell’album Liberty nel 2019, sicuramente l’approdo più maturo di tutta la loro produzione, e anche il loro titolo più promosso dalla critica nostrana. A distanza di sei anni esce finalmente il suo ideale seguito, Bijoux, un disco che si presenta benissimo fin dalla confezione (ma, da questo punto di vista, la Snowdonia è ormai una garanzia), con copertina e libretto corredati dai disegni di Luca Tieri, italiano, ma giapponese di adozione sia per luogo dove vive che per tratto grafico.

Registrato sempre tra Napoli e Caserta, l’album conferma la formazione con la voce declamatoria di Mariella Capobianco, le chitarre a volte acide (La Piuma che Regge il Mondo), a volte più leggere (il jingle-jangle byrdsiano di Linea D’Aria) di Mariano Calazzo e Marco Di Gennaro, a cui si aggiungono la batteria di Stefano Costanzo e le tastiere di Simone Caputo, con Nicola Mazzocca che spazia su vari strumenti e, con Calazzo, anche alla voce solista. Sono canzoni che affondano le mani nel suono degli anni Settanta, come ad esempio una Righe Rotte che mi aspetterei di trovare anche in un disco dell’epoca di Alberto Radius, ma che partono dal concetto di utilizzare elementi e suoni classici negli arrangiamenti e destrutturali in composizioni che sanno comunque di pop d’avanguardia degli anni Duemila. 

I testi di Mariella Capobianco infatti non sono certo facilmente cantabili e necessitano di una attenzione particolare, eppure anche lo scioglilingua di Le Sette e Sette (dove interviene la chitarra di Luca Fusari degli X-Mary) si appoggia su un giro armonico che sarebbe piaciuto al Lucio Battisti degli anni Settanta, ma che richiama pure quello dell’”epoca Pasquale Panella” nell’uso delle parole. Ma sebbene le parti cantate restino poco radiofoniche, c’è spazio per brani di accattivante struttura classica come Profondo, mentre magari Un Puntino Nero viaggia più nella zona del Franco Battiato di metà anni Novanta. C’è modo anche di divertirsi con l’ironica Iconico/Anonimo e la scanzonata samba da lounge bar della tilte-track. Chiude la bella Notte, con le sue tastiere d’altri tempi, finendo in bellezza un disco che aggiorna una tradizione italiana ormai antica, ma che mai come oggi pare l’unica via moderna di continuare a fare pop d’avanguardia. 

VOTO: 7,5

Nicola Gervasini


mercoledì 18 marzo 2026

JOHN STRADA

 

John Strada

Basta Crederci un Po’

CRINALE LAB

***1/2

 

In John Strada convivono alcune tradizioni musicali a noi ben note: da una parte quella del mondo poetico fatto di impegno sociale e sentimenti del Greenwich Village, dove John ha vissuto qualche tempo per completare la propria maturazione, dopo che in Italia aveva già pubblicato due album, e dall’altra quella della nostrana tradizione di “neo-springsteeniani”, che fin dagli anni Ottanta ha avuto tanti rappresentanti concentrati soprattutto tra l’Emilia e il Veneto. Professore di letteratura anglo-americana nella vita, Strada ha portato avanti una carriera di passione e amore per una tradizione culturale di cui si è sempre fieramente dichiarato figlio. Radice che non muta anche per questo Basta Crederci un Po', ma stavolta John ha voluto dare più attenzione all’aspetto formale, chiamando alla produzione l’esperto Don Antonio, figura di produttore “old-style” (come pure negli Stati Uniti si usa sempre meno purtroppo), di quelli che non solo cura la realizzazione delle canzoni, ma si presenta con un suono personale, un’idea, e una band di fidati session-men (Diego Sapignoli, Nicola Peruch, Denis Valentini, e i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli). Una scelta importante quindi, perché l’artista è consapevole del fatto che il risultato sarà diverso da quello che si era immaginato scrivendo i brani, e qui sta lo stimolante gioco di ruoli che abbiamo già visto con successo in altre produzioni di Don Antonio, da Massimiliano Larocca ad Alejandro Escovedo.

Il trucco funziona benissimo anche qui, Don Antonio sa come calarsi nelle canzoni dell’autore di turno, in questo caso un artista sanguigono e viscerale come vuole la tradizione, ma che per questi brani ha cercato di trovare toni meno gridati per dare al disco un sentimento diverso. Basta Crederci un Po’ è una sorta di piccola fotografia della vita di provincia e di quella intrinseca malinconia che la pervade, e che fa sembrare l’allegria forzata ostentata nei social più che grottesca (ne parla nella iniziale title-track, in Amore Social, ma anche in Manca il Respiro in qualche modo). Una provincia dai ritmi blandi, ottimi per sognare (Ballando In Città) e per pensare (Giocattoli Rotti o l’ottima Parlavo da Solo: Stream of Consciousness, canzone che sarebbe piaciuta molto a Pierangelo Bertoli), per ricordare amori finiti male (Non ti Dirò Ti Amo) o commentare fatti di cronaca (Girasoli, dedicata al caso di Federico Aldrovandi), o anche prodigarsi in riferimenti letterari (La Tygre e l’Agnello ispirata da poemi di William Blake). Gli arrangiamenti di Don Antonio, più che mai vari e fantasiosi, sospesi tra folk, canzone popolare, funky, samba, soul, elettronica, tanti cori e un po’ di Tom Waits qui e là (e molto poco blue-collar rock a questo giro), donano a un pugno di canzoni ispirate il tocco in più.

Nicola Gervasini

 

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