venerdì 23 settembre 2011

ROBBIE ROBERTSON - How To Become Clairvoyant


Vi fareste preparare una cena da uno chef che non cucina un uovo da 13 anni, e la cui ultima omelette (l’album Contact From The Underworld of Redboy) è uscita insipida e bruciacchiata?. Inutile rispondere, il ritorno alla musica cantata di Robbie Robertson, lo storico leader della Band, ha suscitato le stesse perplessità sulla possibilità di tornare ai fasti di un tempo da parte di un musicista che da anni si dedica al cinema dell’amico Martin Scorsese ed è stato un vero e proprio dirigente presso la Dreamworks di Spielberg. Lui stesso ammette che tornare dietro la chitarra non è stato facile, e di fatto questo How To Become Clairvoyant (429 Records) appare inizialmente un po’ ingolfato, proprio come lo potrebbe essere il carburatore di una moto che torna in strada dopo anni passati in un garage. Se comunque l’omelette è più che discreta, lo si deve al fatto che il cuoco stavolta decide di non strafare, offrendo un disco rigoroso e quadrato come il tocco dell’Eric Clapton che lo aiuta. Bentornato.

mercoledì 21 settembre 2011

JD MALONE - Avalon

inserito 31/08/2011

JD Malone & The Experts
Avalon
[
ItsAboutMusic.com 2011
]



Ha fatto davvero tutto per bene JD Malone: confezione del cd curatissima e sciccosa, libretto con i testi, note di copertina, copiosi ringraziamenti a tutti, e un dvd di poco più di mezz'ora che mostra le sessions in studio. Ha tutta l'aria di essere convinto del suo lavoro e della sua missione di musicista, e questo gli fa onore, anche se l'autoproduzione paradossalmente sta spesso portando nei nostri stereo prodotti casalinghi confezionati con una cura che una normale etichetta discografica assicurerebbe solo ai grandi nomi, anche solo per un mero calcolo di costi e benefici. Avalon invece esce per la ItsAboutMusic.com, etichetta che generalmente rastrella rimasugli della storia (abbiamo recentemente recensito un loro live inedito dei Fairport Convention) o reietti più recenti come lui. Malone ha una storia decisamente comune di questi tempi, fatta di tanti concerti locali con gli Steamroller Picnic (titolari anche di un album), un duo chiamato Malone & McWilliams con cui ha passato la metà degli anni 2000 sulla strada, e ora il primo album già preannunciato da un paio di EP. E che i 13 brani che lo compongono siano il frutto di una cernita durata anni si sente eccome, perché JD è stato attento a coprire tutte le (limitate) gamme del blue-collar rock più classico, dal rock urbano di Silver From alla ballata romantica di Still Love You, dal blues rauco di She Likes alla ballatona d'accendino Sweet Evil Things.

Gioie e dolori di un artista che sembra un emulo di Joe Grushecky (la bella title-track sembra davvero rubata ad uno dei suoi dischi, anche come interpretazione e timbro di voce), con magari meno Springsteen nel motore (forseEmerald Lake passa dalle sue parti) e un po' di Petty in più nel bagagliaio, visto che ama anche molto il suono delle 12 corde "à la Byrds" (Ballad of Mr Barbo). Ed è anche uno che scivola nel banale più bieco con Just Like New (il ritornello "c'mon baby rock, c'mon baby roll" funzionerà pure con un pubblico già oltre la terza birra, ma ascoltata da soli nel proprio salotto mette un po' di tristezza), o magari si impantana nella neniosa Black Yodel, ma poi ti piazza una bella canzone come Leave Us Alone o nel finale un pezzone da 90 come Emmit Meets A Demon, tour de force di slides elettriche con un bel testo crudo e sintetico.

Il coraggio non gli manca, come quello di affrontare una cover di Fortunate Son (impresa che solo Bob Seger ha potuto sostenere con degni risultati) e uscirne tutto sommato vivo. Il cd audio propone anche la versione breve del singolo Just Like New e quattro tracce live recuperate dal dvd, che invece serve solo a garanzia che il prode JD e fidiExperts (menzione almeno per l'ottimo chitarrista Tom Hampton) abbiano davvero registrato tutto il disco in presa diretta, con pochissimi aggiustamenti produttivi e sovraincisioni. Se alla parola "derivativo" scappate via terrorizzati, allora evitate JD Malone come la peste, altrimenti Avalon è un rock-album di buon spessore che merita una segnalazione.
(Nicola Gervasini)

www.jdmalone.com



lunedì 19 settembre 2011

MR ISAAC ALLEN - Don't Smoke

inserito 02/08/2011

Mr. Isaac Allen
Don't Smoke
[Horizon Music Group 2011
]



"Niente di nuovo sul fronte occidentale" vien da dire al primo ascolto di questo Don't Smoke di Mr. Isaac Allen, prendendo in prestito il titolo di un famoso romanzo di Erich Maria Remarque. Siamo di fronte all'ennesimo bianco che ha visto troppe volte Casablanca e sogna di vivere attaccato al piano mentre qualche eroe cinematograficamente credibile gli dice "suonala ancora Sam", siamo al Tom Waits più jazzy di metà anni 70, ma con una voce profonda che pare più un John Lee Hooker con non ancora 80 anni di sigarette nell'ugola, o, se volete, siamo ancor più al nostrano Sergio Caputo di inizio carriera, prima che il jazz lo catturasse definitivamente. Siamo dunque dalle parti di un blues da locale fumoso, nonostante il titolo dell'album ricordi che per fumare in questi anni 2000 bisogna accomodarsi all'uscita e sfidare la fredda notte (ma ve lo immaginate Bogart che abbandona la Bergman in sala ogni 5 minuti per andare a fumare all'uscita?), siamo ancora fermi alla poetica del night-man solitario che affoga con piacere il proprio dispiacere in un bicchiere di qualsiasi cosa ("Versami un bicchiere di Vodka, anche senza ghiaccio, versalo anche in quella vecchia tazzina di caffè a buon mercato, farà male lo stesso" sono i primi versi di Meet You At The Pawnshop), musica fatta per l'auto-compiangersi di animi sensibili, ma ancora legati ad un ideale di uomo perennemente in cerca di un sé stesso che mai avrà veramente voglia di trovare.

Il signor Isaac Allen è solo l'ultimo arrivato di una lunga lista, ma per nostra fortuna non è un semplice imbonitore da platee poco pretenziose come i Jamie Cullum o i Michael Bublè che hanno gettato fumo negli occhi invece che nei pub negli scorsi anni, ma un bravo songwriter che ha studiato bene i classici, ha trovato un piano-sound molto bello che da solo riempie le casse, e soprattutto azzecca una partenza decisamente convincente con i primi quattro brani. The Devil infatti definisce subito lo stile dell'album, Get Right ne esalta il lato malinconico e subito dopo The Mouse in My Head alza ritmi e toni e mostra quanto ci si possa divertire anche nelle notti buie e tempestose, fino all'apoteosi della bellissima Daddy's On A Death Row, l'unico brano che veramente giustificherebbe le fuorvianti citazioni fornite dal suo ufficio stampa ("Come se Nick Cave incontrasse Johnny Cash" e "Townes Van Zandt con la voce di Leonard Cohen") visto che almeno il nome di Cave in questo caso viene davvero in mente.

Il disco fino a qui potrebbe essere la sorpresa dell'anno, ma evidentemente Allen ha voluto subito sparare le sue cartucce migliori, perché poi il gioco si fa ripetitivo, qualche arrangiamento deve ricorrere a suoni non perfetti (soprattutto la troppo rumorosa batteria di Vic Steffens), e il tutto si risolve in un delizioso e appagante déjà vu. Visto che è la sua opera prima, può bastare, ma si ricordi che alla fine la Bergman scappa da Bogart e dal suo Rick's Cafe.
(Nicola Gervasini)

www.mrisaacallen.com



venerdì 16 settembre 2011

ROBERT ELLIS - PHOTOGRAPHS


ROBERT ELLIS

PHOTOGRAPHS

New West

***1/2

E’ un disco fuori dal tempo questo Photographs di Robert Ellis, uno di quei album di country-folk songs prettamente acustiche che riempivano gli scaffali dei negozi di dischi dei primi anni 70 (ma in genere poi raramente arrivavano nelle case del grande pubblico). Potrebbe seguire le orme dei

personaggi più oscuri del periodo questo cantautore di Houston, figurarsi come il nuovo Jesse Winchester, o ancor più come certi nomi che forse solo i lettori del Buscadero ricordano come Willis Alan Ramsey. Oppure anche più semplicemente, ascoltando la bellissima Westbound Train, viene in mente un Jim Croce meno attento alla melodia e alle charts. Non è un novellino Robert Ellis, nel 2009 aveva esordito con tanti complimenti ma poco clamore con un buon disco (The Great Rearranger), e il suo nome circola ormai per il Texas come uno dei più interessanti giovani talenti del songwriting americano. Photographs di fatto esce per la titolata New West e questo potrebbe garantire una certa distribuzione, ed è un album decisamente interessante, forse spiazzante all’inizio, perché prima di arrivare ad esempio ai baldanzosi honky-tonk di Comin’Home e No Fun o ai country-valzer di What’s In It For Me? e I’ll Never Give Up On You bisogna passare attraverso tre brani acustici decisamente malinconici come Friends Like Those, la bellissima Bamboo (della serie: come si scrive un album di ricordi) e una Cemetery ammantata di archi che pare quasi un brano del Phil Ochs più oscuro di Pleasures Of The Harbour. Poi il disco acquista via via più sostanza, si riempie sempre più di strumenti e il ritmo si alza, un crescendo che sembra studiato a tavolino per mettere alla prova la pazienza e la fedeltà dell’ascoltatore. Ellis suona gran parte delle parti di chitarra, anche se gli interventi della pedal steel di Will Van Horn paiono in alcuni casi determinati, mentre la chitarra elettrica di Kelly Doyle si tiene in disparte. Il finale con la triste e maestosa title-rack è da manuale di un modo di confezionare canzoni che non aveva la frenesia di sembrare essenziale e scarno a tutti i costi, ma si ingegnava a ricercare anche arrangiamenti pesanti ma coerenti con l’atmosfera del testo. Un arte che sembrava perduta nel nome del minimalismo folk, e che invece Ellis, con il suo co-produttore Steve Christensen, riesce a riportare in vita con un disco che riesce ad apparire non pretenzioso e nemmeno troppo “vintage”. Da seguire attentamente anche in futuro.

Nicola Gervasini

martedì 13 settembre 2011

NRBQ - Keep This Love Goin'





inserito 25/07/2011

NRBQ
Keep This Love Goin'

[Clang! 2011]



Non entriamo nel merito delle questioni legali sull'utilizzo delle sigle storiche, perché l'identificare certi nomi con certi personaggi è appannaggio di noi ascoltatori e non degli avvocati. Per cui nessuno scandalo se il membro veterano Terry Adams, eccelso tastierista di professione, si stia ribellando alla pensione forzata riesumando la gloriosa sigla degli NRBQ, band che sì lui stesso fondò nel lontano 1967, ma che ora riappare con elementi completamente avulsi dalla loro storia. Gli NRBQ del 2011 fanno dunque a meno dei due membri fondamentali, vale a dire Al Anderson e Joey Spampinato, che non erano solo chitarra e basso del combo, ma anche le maggiori menti creative. Non sappiamo come mai i due vecchi compari abbiano declinato l'invito a continuare una saga che, tra alti e bassi e stop e ripartenze, dura da ben 44 anni, ma ascoltando Keep This Love Goin' si ha subito la certezza che i sostituti non coprono il vuoto, nonostante i loro discreti curriculum (il chitarrista Scott Ligon suonava nella band di Chuck Berry, il bassista Pete Donnelly viene dai Figgs, la power-pop band spesso sentita con Graham Parker, mentre il batterista Conrad Choucroun viene dalla band di Bob Schneider).

Tra gli ospiti appare se non altro lo storico batterista Tom Ardolino in due brani, giusto per cercare di dare senso all'utilizzo del nome, operazione che si svela subito non riuscita quando si scopre che i quattro negli ultimi due anni hanno calcato il palco come Terry Adams Rock And Roll Quartet (e già il nome richiamava comunque l'acronimo NRBQ, che stava per New Rhythm and Blues Quartet), e il cambio di ragione sociale sa solo di scelta di marketing in sede di pubblicazione dell'album. Inutile fare dunque paragoni con il loro passato - tra l'altro poco conosciuto in Italia - generalmente assimilato al pub-rock di marca inglese nonostante le loro origini americane. Qui infatti non appariranno certo altre storiche canzoni come Green Lights (un successo poi per Bonnie Raitt) o I Want You Bad (finì nel repertorio anche dei Long Ryders e di Dan Baird), e non sarà certo questo disco che spingerà anche nomi più alternativi come Yo La Tengo o She & Him a rivisitare il loro repertorio come accaduto più recentemente.

Qui basta anche solo il primo brano, Boozoo and Leona, per capire quale sia il problema: Adams infatti ci piazza anche uno strepitoso assolo di piano, ma la sua voce è anonima e incerta, e il brano da solo non sta in piedi. Nonostante l'impegno di tutti e la coraggiosa decisione di proseguire su una vetusta strada che mischia il rock and roll alla Dave Edmunds al pop-rock alla Nick Lowe, qui manca anche la possibilità di utilizzare il disco a scopo didattico per le nuove generazioni che questo rock e questo modo di intenderlo se lo sono dimenticato. Più che altro perché robette come Here I Am o Gone With The Wind vengono anche prima dell'ABC del rock, e dopo 44 anni comincia ad essere una colpa grave.
(Nicola Gervasini)


www.nrbq.com

venerdì 9 settembre 2011

GARLAND JEFFREYS - The King of In Between

inserito 04/07/2011

Garland Jeffreys
The King of In Between
[
Luna Park 2011
]



Vi siete mai chiesti come passano la giornata i losers persi per strada negli anni, i vari reietti del mondo discografico ridotti da tempo al silenzio? Lavorano? Si dedicano ad altro? Oppure girano suonando per i bar i loro vecchi successi, a beneficio dei pochi nostalgici ancora disposti a risentirli? Cosa ha combinato dunque Garland Jeffreysnegli ultimi 14 anni, dopo il fallimentare tentativo di risultare davvero moderno con l'album Wildilife Dictionary? Per vivere non lo sappiamo, ma The King Of In Betweenarriva a sorpresa a raccontarci di come il nostro vecchio eroe abbia nel frattempo recuperato il suono delle strade, incontrando vecchi maestri in materia (Lou Reed, suo compagno all'Università, presta il vocione per i cori) e un sound chitarristico che aveva abbandonato da tempo. Potrebbe essere il fratello minore di Streets Of New York di Willie Nile questo album, sia perché potrebbe portare lo stesso titolo, sia perché brani come I'm Alive, che già conoscevamo grazie ad una raccolta di 4 anni fa, davvero ricalca le orme del piccolo Willie. Oppure avrebbe anche potuto auto-citarsi e intitolarlo "Wild In The Streets Part 2" che gli avremmo dato egual credito, perché, fin dalle prime note dell'ottima Coney Island Winter, qui si ritrova il poeta da strada meta-etnico che alla fine degli anni 70, al pari del primo Willy DeVille, ci aveva fatto credere che nella Grande Mela la musica avrebbe davvero contribuito a realizzare il mito del melting pot tra cultura nera, bianca e ispanica.

Già nel 1991 fu lui stesso a non crederci più, quando pubblicò il capolavoro di una vita (Don't Call Me Buckwheat) infarcendolo di rabbia e recriminazioni per un'integrazione mai ottenuta (e anzi resa ancora più distante dallareaganomics), ora invece è con una scelta stilistica tutta volta ad un blues-rock d'asfalto che lo stesso Garland sembra voler abbandonare in parte l'idea del cross-over culturale che da sempre anima la sua musica. Non è un caso che i momenti deboli del disco siano i brani in stile reggae come All Around The World o Roller Coaster Town, perché il Jeffreys del 2011 sembra aver esaurito la rabbia per poter sostenere con convinzione canzoni di simile struttura, mentre è invece indicativo che siano proprio gli episodi più semplicemente street-rock a convincere (The Contortionist, una Streetwise infarcita di archi dance da Club 57, addirittura un amarcord rockabilly con Rock And Roll Record).

In mezzo una serie di brani insolitamente blues (Till John Lee Hooker Calls Me, Love is Just a Clichè o l'acustica In God's Waiting Room), che rubano davvero riff e clichès ultra sentiti ad un genere iper-codificato, ma che se non altro ci regalano interpretazioni convincenti e sentite. A tenere insieme il tutto c'è un bel suono rozzo, che rinuncia per la prima volta all'elettronica…o anzi no…alla fine non ce la fa neanche lui a rinunciarvi, ed ecco dunque una ghost-track (Rock On) tutta drum-machines, bassi synth, fiati finti e tastiere da colonna sonora di Miami Vice, che ci testimonia, nel bene e nel male, che l'artista è ancora davvero vivo, e non smetterà mai di ricordarci che il mondo è fatto di troppi colori per averne uno solo.
(Nicola Gervasini)

www.garlandjeffreys.com



lunedì 5 settembre 2011

IAN McFERON - Summer Nights



inserito 30/06/2011

Ian McFeron
Summer Nights
[
Ian McFeron 2011
]



In fondo non ci vuole poi molto per produrre un buon album di cantautorato rootsy. Prendete Shine a Little Light, brano di apertura di Summer Nights: basta avere un songwriter capace di trovare la melodia giusta, un refrain che resti nella testa al primo ascolto (quanti brani con lo stesso titolo esisteranno in questo mondo? Stimiamo 1000 per difetto), un'interpretazione sofferta da loser di strada e una band di desperados dell'area Nashville in grado di dare i suoni giusti, e il gioco è fatto. Shine a Little Light funzionerà a meraviglia mentre sfrecciate di notte tra il casello di Melegnano e quello di Terrazzano, mentre solitari e malinconici vi chiedete perché diavolo non stiate sfrecciando sull'Highway 61 a caccia di fascisti da uccidere come Woody Guthrie invece di tornare da una sfiancante giornata di lavoro come Fantozzi. Non tutti i lonesome hobos che passano sulle nostre pagine riescono a trovare questa alchimia per la canzone perfetta, a volte basta solo che manchi uno degli ingredienti, e Ian McFeron, giovane di Seattle giunto al sesto album senza che neppure noi ce ne fossimo mai accorti, ha l'aria di chi deve ancora fare molta fatica per riuscirci sempre.

Summer Nights infatti inizia bene, e prosegue tra gli alti e bassi di chi sta giungendo a maturazione mostrando già tutti i propri limiti. In ogni caso è lui che firma tutti i 13 brani, ed è lui quindi che ci regala lo struggimento di una serie di ballate alla Ryan Adams, ma suonate e cantate con lo stesso rauco e sporco mood di una Lucinda Williams, numeri come Hard Since You've Been Gone o la title-track che qualsiasi rocker di serie B vorrebbe poter vantare nel proprio repertorio. E soprattutto brani che non potrebbero vivere senza il suono costruito dall'ottimo chitarrista Doug Lancio (Patty Griffin, John Hiatt, Matthew Ryan, Jeff Finlin), che assembla in quel di Nashville una band di prim'ordine con elementi rubati guarda caso ai Cardinals di Ryan Adams (Brad Pemberton, Billy Mercer), il funambolico pianista Micah Hulscher e la violinista Alisa Milner. Sono loro che rendono imperdibile l'epica The Scarlet Dream con i continui dialoghi tra chitarra e pianoforte, o che evitano che gli episodi fin troppo zuccherosi e affettati come I'll Come Knockin' o Streetlight Serenade deraglino nello stucchevole.

L'unico problema qui sembra essere il fatto che McFeron ha voluto puntare sulla propria innegabile capacità di scrivere ottime ballads, finendo ad offrire questo unico registro per tutta la durata del cd, cercando la variazione solo nel pigro ritmo country di Come See Me (Before You Go), nel blues di The Ballad Of Florentino Ariza, nella piano-song di My Old Lovers o nella folk-song di I Ain't Dead Yet. Manca però all'appello un brano di rock più sostenuto, anche solo un country-boogie da bar, che risollevi il tutto da tanta mestizia. In questo modo i pezzi della seconda parte, alcuni anche davvero notevoli (Windchime), finiscono per arrivare quando già si è un po' esausti e si è già imboccata la statale per casa con tanta voglia di lasciarsi dietro i propri guai.
(Nicola Gervasini)

www.ianmcferon.com



giovedì 1 settembre 2011

BOB SCHNEIDER - A Perfect Day

Bob Schneider
A Perfect Day
(Kirtland Records 2011)


Se non ve ne siete ancora accorti, sono ben 20 anni che ad Austin Bob Schneider miete riconoscimenti per la sua intensa attività discografica, prima con alcune oscure band degli anni 90 (Joe Rockhead, Ugly Americans e Scabs le sigle da ricercare con in tutto una decina di album all'attivo), poi con una carriera solista votata ad una particolare fusione di root-music, mainstream-rock ed elementi di pop moderno che gli ha dato anche qualche soddisfazione in termini di vendite. A Perfect Day arriva a due anni di distanza da Lovely Creatures e ribadisce il frizzante cocktail di stili dell'autore (che lui stesso ama definire "Frunk", acronimo di folk-rock-funk), pigiando l'acceleratore soprattutto sul lato ironico e scanzonato delle sue pop-songs. Il risultato non pare ormai molto diverso delle opere più recenti di Adam Green, dove l'attenzione si sposta sulle tante invenzioni in sede di arrangiamento, magari con accorgimenti stilistici rubacchiati a destra e manca, ma con alcuni risultati d'indubbio fascino come l'irresistibileHoneypot o pop-songs positivamente senza pretese come Yeah, I'll Do That. Tutto qui comunque.
(Nicola Gervasini)


www.bobschneider.com

mercoledì 31 agosto 2011

THE WILD MOCASSINS - Skin Collision Past

The Wild Moccasins
Skin Collision Past
(New West 2011)


Interessante uscita quella dei Wild Moccasins, combo che viene da Houston sotto una generica sigla "indie-pop" che dice poco o nulla se non descrivere bene il mix di brit-pop alla Housemartins/Smiths e nuove tenedenze folk statunitensi. Skin Collision Past è il loro disco d'esordio, e viene pubblicato in Europa a distanza di un anno dall'uscita in una edizione che comprende anche il primo ep Microscopic Metronomes, approfittando del fatto che i loro sono tempi corti da vera pop-band da 2-3 minuti e via. Strutturati alla X, con due vocalist alla Doe-Cervenka come la squillante Zahira Gutierrez e Cody Swann che si intercambiano e si sovrappongono a seconda del brano, i Wild Moccasins sono la più classica delle college-band per i giovani instradati su gusti poco mainstream, hanno dalla loro la freschezza del ritmo e della voglia di fare, a cui fa da contraltare una evidente immaturità compositiva e una certa ripetitività di soluzioni. Descrive bene il tutto lo stesso Cody Swann in un'intervista, quando dice che la loro è musica fatta per guidare, o buona anche per sentirla al telefono.
(Nicola Gervasini)

www.myspace.com/thewildmoccasins

lunedì 29 agosto 2011

DAVID BROMBERG - Use Me

inserito 11/07/2011

David Bromberg
Use Me
[
Appleseed Recordings 2011
]



Ormai certi prodotti potremmo anche evitare di giudicarli, analizzarli, e scavare laddove non c'è proprio null'altro da scoprire se non ciò che appare evidente fin dalla copertina. Prendete una vecchia gloria della roots-music come David Bromberg, uno che da qualche tempo ha deciso di rimettersi in pista e prendersi gli onori ingiustamente negati in anni in cui ha dovuto fare il liutaio per sopravvivere, e prendete una serie di vecchi amici pronti ad offrirgli la loro devozione. Prendete una serie di cover o di nuovi brani prestati per l'occasione dai volenterosi compari, una produzione che si limita a far sentire ciò che il pubblico si aspetta da lui senza far scoprire nulla di nuovo, e il disco è fatto. Che Use Me sarebbe stato un album piacevole senza essere importante lo si sapeva già anche prima di ascoltarlo, che Bromberg sia una garanzia e non avrebbe mai accettato di pubblicare musica sciatta era scontato, così come anche il fatto che il frizzante e fantasioso mix di generi dei suoi golden years sarebbe stato un ricordo lontano era una giocata sicura che qualsiasi bookmaker avrebbe pagato pochissimo.

Per cui pare davvero inevitabile che per parlarne si debba scivolare nel mero elenco dei presenti, e allora forza, non sottraiamoci al nostro dovere: c'è un Levon Helm che ripassa due volte per ribadire classe e anzianità di servizio, un prevedibilissimo John Hiatt che offre l'inedito Ride Out A Ways, i Los Lobos che imitano loro stessi nel valzer-mex diThe Long Goodbye, c'è una Linda Ronstadt che addolcisce It's Just A Matter Of Time di Brook Benton, un Vince Gill che "nashvillizza" la sua Lookout Mountain Girl (ne è co-autore Guy Clark), un Keb Mo' che infanga di blues Diggin In The Deep Blue Sea, o un Tim O'Brien che riporta il nostro sulle consone strade del bluegrass di Blues Is Falling. Insomma non manca nulla, e allora continuiamo a fare il nostro dovere segnalando le nostre prime scelte (che magari non saranno le vostre), una You Don't Wanna Make Me Mad di e con Dr. John che tira il giusto, e una scoppiettante, funkeggiante, "littlefeattiana", percussiva ed isterica Old Neighborhood, in cui il maestro impartisce pure lezioni di chitarra elettrica ai redivivi Widespread Panic. Chiude una Use Me di Bill Whiters fatta con i Butcher Brothers, che serve a dare il titolo al disco e a ricordarci di quanto possa essere eclettico il buon Bromberg.

Non avendo null'altro da chiosare, chiudiamo consigliando il disco a chi già l'avrebbe comprato, e confermando agli altri che se il personaggio non è tra i vostri preferiti, con questo album continuerà a star fuori dal club dei vostri VIP. Una preghiera però ci viene: se proprio si vuole fare un tributo a Bromberg, dategli i soldi per rimettere in piedi una band spettacolare come quella che abbiamo sentito nei suoi gloriosi anni 70, magari continuerà a non sorprenderci più, ma a vederlo libero di esprimersi per i fatti suoi ci si divertirà infinitamente di più.
(Nicola Gervasini)

www.davidbromberg.net


lunedì 22 agosto 2011

SCOTT MATTHEW - Gallantry's Favorite Son

inserito 09/06/2011

Scott Matthew
Gallantry's Favorite Son
[
Glitterhouse 2011
]



Va presentato con un minimo di storia Scott Matthew, visto che è la prima volta che ci occupiamo di lui. Australiano trapiantato a New York, Scott ha esordito a livello professionale nel 2005 con una band chiamata Elva Snow, una creatura indie pensata insieme al fidato batterista di Morrissey Specer Corbin, con il quale gira ancora spesso in tour. L'avventura è durata poco visti gli scarsi consensi, e così alla fine del 2007 Scott ci ha provato con un esordio solista omonimo che fece già più rumore nel mondo del folk indipendente, a cui ha fatto seguito la conferma di There Is An Ocean That Divides (2009). Gallantry's Favorite Son arriva dunque a battere il chiodo finché è caldo, confermando Matthew come un piccolo maestro nell'arte della vocalità evocativa, un po' come sentire un disco di Antony & The Johnsons intenti a registrare cover di Bonnie Prince Billy. Quello che sicuramente si nota, fin dalla sciccosa copertina patinata, è l'attenzione certosina ai particolari sia in fase di registrazione (dal punto di vista della qualità sonora l'album è da applausi), sia nella confezione.

Matthew ama estetizzare con la voce, usata come strumento principale di una impalcatura per il resto fintamente scarna, dove le chitarre acustiche o il suo fido ukulele ben si intersecano con archi e tastiere. Il cd parte toccando le corde più oscure con la soffocante accoppiata Black Bird/True Sting ("non voglio imparare a volare se questo significa dirti addio" recita l'uccello della prima, "potrei raccontarti la storia di una tregua che è fallita, ma invece ti racconterò una bugia" pungola l'inizio della seconda), ma già la fischiettante Felicity prova a dare una nuova venatura frivola e scanzonata, operazione ritentata anche con la bella Devil's Only Child, episodi che alleggeriscono il peso di un album che va davvero ascoltato in momenti di particolare silenzio e raccoglimento. Anche perché il lavoro in sede di arrangiamento appare davvero notevole e per nulla facile da cogliere, se non con adeguato impianto stereo, grazie al gran lavoro del produttore Mike Skinner, abile soprattutto a giocare con le voci e i cori di sottofondo (davvero divertente il finale quasi doo-wop di No Place Called Hell).

Ben calibrato tra brani tristi e uggiosi ed episodi quasi vicini al pop alla Burt Bacharach (ascoltate The Wonder Of Falling In Love, ve la potreste tranquillamente immaginare anche cantata da Dionne Warwick), Gallantry's Favorite Son è un album che si compiace forse troppo del suono profondo della voce del suo autore, con un mood che ricorda molto quello delle prime prove soliste di Mark Eitzel. Nel menu manca forse qualche divagazione sul tema in più, ma se siete dell'umore giusto, è un disco capace di farsi amare.
(Nicola Gervasini)

www.scottmatthewmusic.com



Lucinda Williams

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