mercoledì 20 marzo 2013

ÓLÖF ARNALDS


Ólöf Arnalds
SUDDEN ELEVATION
One Little Indian/Self
***
Nelle mappe musicali mondiali l’Islanda restava solo una terra di vulcani e ghiacci finché non sono arrivati Bjork con i suoi Sugarcubes a ricordare a tutti che anche da quelle parti si fa musica. Da allora la scena islandese non ha avuto un suo grande sviluppo anche per l’esigua popolazione, ma da qualche anno pare che anche Bjork abbia trovato finalmente una giovane artista a cui passare il testimone. Ólöf Arnalds è una folksinger bionda e strettamente legata alla tradizione folk nordica, ed è già riuscita a farsi notare anche al di fuori dei propri confini con due album (Við Og Við  del 2007 e Innundir Skinni del 2010), il secondo dei quali vantava la collaborazione della stessa Bjork e la produzione di  Kjartan Sveinsson e  Davíð Þór Jónsson dei Sigur Rós. Sudden Elevation è invece prodotto dall’ex Sugarcubes Skuli Sverisson e, anche se trattasi di produzione tutta islandese, cerca un respiro più internazionale fin dalla scelta di abbandonare la lingua madre degli esordi in favore dell’inglese (è singolare pensare che in Italia, per avere speranze di vendere, molte band hanno invece dovuto fare il percorso inverso e arrendersi all’italiano, ma questa è un’altra storia). Atmosfere eteree, magia nordica trasformata in musica, Sudden Elevation combina alla perfezione la tradizione islandese con il nuovo spleen dell’indie-folk statunitense, risultando, come spesso sta succedendo, un prodotto composto da elementi vecchissimi per un risultato modernissimo. La critica che si può muovere a un disco del genere, che, a parte qualche guizzo (German Fields), appare monolitico nella sua impostazione, è quello di concentrarsi solo su due elementi (la voce suadente della Arnalds e l’indubbio fascino di certe melodie), lasciando in secondo piano una ricerca musicale che resta ancorata su un unico canovaccio. Come dire che se non vi piace una canzone allora non vi piacerà tutto l’album e viceversa. Per il resto la Arnalds si conferma artista pronta a salire un gradino verso la maturità artistica, forte anche di una struttura ragionata (il disco è quasi un concept) del songwriting. Anche se fra poco è primavera, Sudden Elevation potrebbe essere la colonna sonora ideale per il vostro prossimo freddo inverno.
Nicola Gervasini

lunedì 18 marzo 2013

THE UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA



THE UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA
II
Jagjaguwar
***1/2

Neozelandesi dal nome anche abbastanza oscuro e magniloquente, gli Unknown Mortal Orchestra sono un trio che nel 2011 con il loro esordio omonimo hanno fatto un discreto rumore (nella top 50 dell’anno per Uncut).  Scoperti dalla Fat Possum, etichetta da sempre molto attiva come talent-scout, per questo secondo capitolo, zeppelinianamente intitolato semplicemente II, si sono accasati alla Jagjaguwar, etichetta più in linea con la loro proposta e più aggressiva in termini di distribuzione.  Nonostante il cambio però il nuovo disco non porta sostanziali variazioni al loro suono (sono lontani i tempi in cui accasarsi in una nuova etichetta significava anche cambiare radicalmente la propria identità), un difficilmente definibile connubio di space-rock e suoni lo-fi quasi al limite dello shoegazer, un po’ come unire Hawkwind, My Bloody Valentine e Yo La Tengo in un'unica orchestra. Il risultato è inizialmente stordente, sospeso tra brani decisamente elettrici (la cavalcata quasi younghiana di No Need For A Leader) a momenti più eterei come Monki, lunga indie-ballad lenta e ipnotica infarcita di suoni elettronici, o una From The Sun che parte con un arpeggio che ricorda tanto quello di Circle di Edie Brickell ma esplora territori decisamente meno easy-listening. Quello che caratterizza più la band è però l’utilizzo delle voci, spesso filtrate, soffocate, non naturali anche quando magari lo sono, elemento che può anche dare fastidio alla lunga ma che dona sicuramente un aspetto oscuro e intrigante alla loro musica. Ruban Nielson, Jake Portrait e Riley Geare in ogni caso dimostrano spesso e volentieri il loro attaccamento a schemi classic-rock quando si adagiano su giri da jingle-jangle rock anni 60 come Swim and Sleep (Like a Shark), o si concedono le aperture hendrixiane di One At a Time, i giri alla REM prima –era di The Opposite of Afternoon, o magari quando giocano a fare la versione più stridula e elettronica dei Pavement  (Faded In The Morning). Lontano dall’essere un disco fondamentale o un gruppo che segna una nuova via per il mondo del rock indipendente, II degli Unknown Mortal Orchestra può comunque diventare una valida testimonianza per capire dove si sta dirigendo il mondo delle nuove leve rock, che dopo la sbornia degli anni zero, sembra un po’ alla ricerca di quella identità comune persa nei mille e troppi rivoli di un mercato ormai senza regole e senza limiti. Se saranno loro uno dei nomi di una nuova era ce lo dirà solo il tempo.
Nicola Gervasini


mercoledì 13 marzo 2013

RICHARD THOMPSON


 Richard Thompson Electric
[Proper 
2013]
www.richardthompson-music.com

 File Under: guitar maestro

di Nicola Gervasini (19/02/2013)

Sta diventando persino noioso recensire gli album di Richard Thompson. L'uomo è inattaccabile: resta uno dei migliori chitarristi della storia, sia sul piano tecnico (per cui è considerato un maestro), sia da quello emozionale, resta uno degli autori più importanti della musica inglese, con svariate canzoni "ricoperte" da artisti di gran valore, e resta uno che c'era sempre laddove si scriveva la storia del brit-folk, e che continua ad esserci laddove si stilano le classifiche di fine anno di un sito o giornale folk-oriented (e non solo…). Resta inoltre un performer sempre brioso e sorprendente, i suoi concerti paiono sempre perfetti, e se dicessimo che non ha mai veramente sbagliato un disco in carriera non saremmo poi troppo lontani dalla verità. Electric, diciamolo subito, è l'ennesima testimonianza della sua superiorità, sulla media ma anche sull'eccellenza probabilmente, undici brani come al solito impeccabili per costruzione melodica e testi (spesso anche alquanto crudi e diretti come Sally B o ironici come Straight And Narrow), più altri sette dell'edizione Deluxe che consigliamo (più che altro per sentirlo cantare l'italiano antico di So Ben Mi Ch'a Bon Tempo, rilettura di una vecchia aria di Orazio Vecchi del 1600).

Stavolta però nel promuovere la sua fatica ci permettiamo un piccolo rammarico, derivante dal fatto che Electric è stato registrato negli Stati Uniti negli studi di Buddy Miller, e sebbene le dichiarazioni di Miller lo facessero intuire ("ho preso lezioni di chitarra per due settimane con Richard"), il cambio di territorio non ha sortito effetti considerevoli sul suo stile. Vero che la parentela tra folk britannico e musica country è talmente stretta che non era ipotizzabile un grande sconvolgimento, ma gli inserti di violino nashvilliano di Stuart Duncan, del violoncellista Yo Yo Ma e del mandolinista Chris Thile, per non parlare delle chitarre dello stesso Miller e di Vince Gill, non hanno portato contributi determinati. Certo, in Where's Home si respira aria di America rurale, la splendida ballata My Enemy (con la voce di Siobhan Maher Kennedy) potrebbe essere anche venduta ai Cowboy Junkies, ma il marchio di fabbrica di Thompson alla fine continua a sovrastare il tutto.

Colpa forse della sua personalità debordante o del troppo timor reverenziale evidenziato dal Miller produttore, ma Electric suona troppo come gli altri titoli della sua discografia per poter essere considerato il suo vero "Atlantic Crossing". Quasi che Thompson abbia voluto dimostrare empiricamente che la musica americana non esisterebbe senza la tradizione di cui si sente portavoce indiscusso da ormai quarant'anni, e in un certo senso brani come Good Things Happen to Bad People dimostrano come effettivamente non esistono veri steccati tra mondo britannico e mondo americano. Per noi comunque rimane l'ennesima raccolta impeccabile, forse con qualche colpo di scena in meno rispetto ai precedenti Sweet Warrior e Dream Attic, ma con nuovi brani da ricordare come Salford Sunday o Saving The Good Stuff For You.

Ascolta il singolo "Good Things Happen To Bad People"soundcloud.com/proper-music-distribution/richard-thompson-good-things

venerdì 8 marzo 2013

VARI - THE LOWE COUNTRY





Autori Vari
Lowe Country - The Songs of Nick Lowe
[Fiesta Red 2012]

www.fiestaredrecords.com


 File Under: Lowe-fi

di Nicola Gervasini (04/02/2013)



Sconvolge sempre realizzare quanto poco della produzione di Nick Lowe sia arrivato al grande pubblico. (What's So Funny 'Bout) Peace, Love, and Understanding, che resta il suo brano più celebre e rivisitato, è pur sempre una di quelle canzoni adorate dagli appassionati, ma a stento ricordata dal mondo delle radio se non nella versione di Elvis Costello, che ebbe un certo successo trent'anni fa. Lui le charts a suo nome le vide con il singolo Cruel To Be Kind, quarantesimo posto d'onore nel 1979, ma le sue tante e fondamentali produzioni non hanno mai prodotto evergreen degni dei "clasici" di Radio Capital se non per gli esordi del già citato Costello, alcuni fortunati singoli dei Pretenders e forse giusto Have a Little Faith in Me di John Hiatt. Eppure Lowe è un macigno che pesa sul rock inglese, per quanto ha fatto con i Brinsley Scharz negli anni settanta, da solo ancora fino ad oggi e come session man e produttore di qualità infallibile (storia vuole che sia sua la produzione del primo 45 giri del punk inglese, New Rose dei Damned).

La grande stima dei colleghi era già stata esibita in ben due tribute-album usciti nel 2001 (Labour of Love: The Music of Nick Lowe) e nel 2005 (il massiccio Lowe Profile: A Tribute to Nick Lowe), ma per il terzo appuntamento "Ad Memoriam" (sebbene lui sia vivo e vegetissimo) si è mosso il mondo della country-music, a tributo di quell'inglese che per primo capì quanto il country-rock di Gram Parsons potesse ben sposarsi con il pop inglese. Finanziato dalla piccola etichetta Fiesta Red appena creata da Rob Seidenberg, ex mente creativa della Rykodisc, e co-prodotto dall'esperto Gary Burnette (il sito Allmusic riporta 376 album in cui appare nei credits, ma ovviamente è stima per difetto), il disco riunisce una serie di artisti eterogenei, spesso non proprio strettamente "country" come Ron Sexsmith, e soprattutto con una carriera da outsider rispetto al dorato mondo nashvilliano. E' Austin infatti il centro da cui arrivano le riletture affidate a Caitlin Cary, Amanda Shires o anche un energico Hayes Carll, mentre decisamente da fan appare la scelta dei brani, che evita le "hits" per riesumare testi più oscurri (Lately I've Let Things Slide) o divertissement recuperati dalle opere minori (All Men Are Liars).

In generale regna un'atmosfera rilassata e persino compassata come quella sciorinata dal padrone di casa negli ultimi anni, un self-control tutto "british" che impedisce però di considerare Lowe Country come imprescindibile se non come piacevole passatempo da musicofili. Forse proprio nel profilo low-fi delle versioni di Heart Of The City dei Chatham County Line o What's Shakin'on the Hill della dolce Lori McKenna risiede la ragione della poca notorietà acquisita dall'universo Lowe. E' "roba da intenditori" insomma, e persino i tributi sembrano sempre fatti apposta per ribadirlo. Tutto bene per chi legge le nostre pagine, ma forse se un giorno qualcuno avrà la balzana idea di fare un "Lowe-Pop-Tribute" con artisti da hit parade, ne verrà fuori un prodotto forse non buono per i nostri palati, ma sarà quello il momento giusto per capire quanto la sua scrittura conserva un potenziale da radio-airplay spaventosamente sottostimato.

:: La tracklist
Lowe Country: The Songs of Nick Lowe

1. Lately I've Let Things Slide - Caitlin Rose
2. Don't Lose Your Grip On Love - The Parson Red Heads
3. All Men Are Liars - Robert Ellis
4. I Love The Sound Of Breaking Glass - Amanda Shires
5. Marie Provost - JEFF the Brotherhood
6. I'm Gonna Start Living Again If It Kills Me - Hayes Carll
7. Lover Don't Go - Erin Enderlin
8. When I Write The Book - The Unsinkable Boxer
9. You Make Me - Colin Gilmore
10. Heart Of The City - Chatham County Line
11. What's Shakin' On The Hill - Lori McKenna
12. Crackin' Up - Griffin House
13. Where Is My Everything - Ron Sexsmith

lunedì 4 marzo 2013

EELS - Wonderful, Glorious


EelsWonderful, Glorious
[E Works/Vagrant 
 2013]
www.eelstheband.com


 File Under: 100% E-sound

di Nicola Gervasini (08/02/2013)

Siccome ritengo impossibile odiare un personaggio come Mark Everett (per gli amici semplicemente E), finisce che i dischi dei suoi Eels o li si amano, oppure li si ignorano. Non sono pochi quelli che ultimamente hanno scelto la seconda strada, forti del fatto che l'uomo sembra essere entrato nella fase di carriera che potremmo definire "riassuntiva e pantagruelica". "Riassuntiva" perché dopo aver dato alle stampe la sua summa artistica nel 2005 (il monumentale doppio Blinking Lights and Other Revelations), la discografia degli Eels si è arricchita di lavori che semplicemente rielaboravano le puntate precedenti, non per questo perdendo troppo in valore. "Pantagruelica" perché tra il 2009 e il 2010 sono usciti ben 3 album (Hombre Lobo, End Times e Tomorrow Morning) che nelle intenzioni dell'autore si dovrebbero intendere come un'opera unitaria, ma che hanno sortito un leggero effetto-nausea su molti dei suoi fans della prima ora.

Si capisce così perché Wonderful, Glorious esce dopo più di due anni un po' in sordina, pronto però a riportare tutto a casa con tredici brani semplici e "veloci", potremmo dire anche di pronto ascolto. E soprattutto, sebbene il suo stile sia ben scolpito da tempo (e, se vogliamo, ormai "classico"), nel disco convivono sia l'anima da popper stralunato che fece amare dischi come Beautiful Freak (richiamato in episodi come l'ottima On the Ropes), sia certe svisate hard-rock "alla Souljacker" come Kinda FuzzyPeach Blossom o Stick Together, piene di riff da hard-blues che lo avvicinano sempre più ai Black Keys e sempre meno al mondo del cantautorato indie-rock. Piuttosto ormai il nostro si diverte a spaziare tra i generi, quasi volesse volutamente sfuggire alle etichette, per cui anche un brano come The Turnaroundparte come il pezzo che ti aspetti da un Bon Iver in crisi esistenziale, ma finisce con un crescendo quasi da soul-ballad, mentre il singolo New Alphabet gioca con una zoppicante ritmica quasi blues.

E anche una ballata come True Original, se spogliata da qualche tappeto elettronico, è a conti fatti una normalissima roots-ballad camuffata, così come You're My Friend, sotto la coperta di drum-machines ed effetti elettronici, risulta essere una semplicissima e deliziosa pop-song, mentre la trascinante title-track azzarda persino una ritmica disco-dance. Probabilmente qualcuno storcerà il naso davanti a tanto sfoggio di soluzioni mainstream, ma in Wonderful, Glorious Everett sembra semplicemente aver avuto voglia di realizzare un semplice disco rock/pop, dove anche certi risaputi giri chitarristici da classic-rock sono sempre sostenuti comunque da una scrittura di valore (Open My Present). Il merito qui sta nel non aver perso per strada il proprio marchio di fabbrica (I Am Building a Shrine è puro E-sound al 100%), e da un artista che festeggia il decimo album della sigla (non contando gli album solisti), sentirlo fare tesoro di tutta la sua grande esperienza è esattamente quanto di meglio ci si possa aspettare.

    

sabato 23 febbraio 2013

TED MORRIS

Ted Morris
It's All About You And The Rest's About Me 
(Blonde & Monkey Music  2012)
 songs for the cold

A dispetto del nome americano, Ted Morris viene da Stoccolma. Artista tardivo che ha deciso di diventare songwriter a tempo pieno solo a 23 anni, Morris prova il grande salto nel mondo della roots-music con questo suo secondo album dal lungo titolo. It's All About You And The Rest's About Me è un album che segue la via dolce ma sofferta del Ryan Adams stile Ashes And Fire, con intrecci di chitarre acustiche, elettriche e pianoforti a seguire una voce melodica e tendente ad un tono lamentoso. Nulla che non si era già sentito dieci anni fa ai tempi dell'esplosione di Damien Rice, ma pur sempre godibile quando, come in questo caso, il compito è ben svolto. Tra le tante si evidenziano la tesissima I Wish, brano che parte etereo grazie ad una voce femminile si sviluppa in una cavalcata che ricorda tanto i suoi connazionali Washington. Tra alti (bella la piano-song God Knows) e bassi (noiosetta I'd Love To Be You), il disco potrebbe essere una piacevole scoperta per gli amanti degli outsider cupi ma romantici alla Alan Gregory Isakov.
(Nicola Gervasini)

www.tedmorrismusic.com

giovedì 21 febbraio 2013

MARC CARROLL

MARC CARROLL
STONE BEADS AND SILVER
One Little Indian/Self
***1/2

Pare un esordiente, ma Marc Carroll fa di mestiere l’hobo e l’outsider fin dal 1989.  Ex leader degli Hormones, oscura band inglese attiva tra il 1995 e il 1999, e poi solista giunto con questo Stone Beads And Silver al sesto album, Carroll sta faticosamente guadagnando riscontri grazie ad una serie di prodotti ben scritti e confezionati (da recuperare Dust Of Rumour del 2009 e In Silence del 2011). La One Little Indian lo sta promuovendo a gran voce, forte di un apprezzamento della sua musica espresso “nientepopòdimenochè” da sua Maestà Bob Dylan e pare pure da Brian Wilson. Tutto credibile visto che a suonare in questo disco ci troviamo lo storico collaboratore di Mr. Zimmerman Larry Campbell e altri musicisti come Nelson Bragg e Propbyn Gregory che vengono dal mondo Brian Wilson. Anche il produttore (Marc Testa, un Grammy Award vinto per i servigi resi ai Band Of Horses) sa di scelta non proprio economica e da outsider, ed è anche abbastanza strano, perché se è vero che il nome di Carroll è fino ad oggi circolato più nei mondi indie-rock alternativi, le dieci canzoni che compongono questo disco più che l’ovvio rimando a Dylan, fanno tanto tornare in mente le migliori produzioni di un loser per eccellenza come Tom Ovans, per chi là fuori ancora si ricorda di lui (in particolare nel singolo The Fool Disguised in Beggars Clothes, che ha una strofa che ricorda molto The Ghost Of Tom Joad di Springsteen). Ma Carroll non si limita ad un rock-folk urbano alla Ovans (gli manca in session un chitarrista di taglio puramente rock per poterlo fare), ma allarga il raggio macinando generi e stili diversi, come la giga brit-folk di Sat Neath Her Window (pare di sentire il Bob Geldof innamorato del folk di fine anni ottanta) o l’oscura partenza di Muskingum River.  Ma anche jingle-jangle rock alla Tom Petty (Lust Not Love e If Only To remind Her), i cori evocativi di The Silcence I Command (che cercano Brian Wilson ma trovano più che altro i Fleet Floxes). Il Dylan più recente lo si ritrova semmai nei sette minuti di You Can Never Go Home, bel tour de force lirico e brano in due tempi con un sound che non avrebbe stonato neppure in Tempest, mentre la conclusiva Delicate Grace potrebbe essere un demo acustico di Matthew Ryan. I riferimenti li avete, nella sua assoluta prevedibilità Stone Beads And Silver si rileva come una delle prime uscite da notare del 2013 in termini di cantautorato rock.
Nicola Gervasini

lunedì 18 febbraio 2013

GRANT LEE PHILLIPS


GRANT LEE PHILLIPS
WALKING ON THE GREEN CORN
Magnetic Field
**

Non è facile sbagliare completamente un album oggigiorno. Esperienza e manierismo imperano in quest’era di opere medie, eppure ci sono ancora artisti che hanno il coraggio di provarci, e dunque di sbagliare. Stavolta tocca a Grant Lee Phillips, uno che a metà anni novanta dopo la strepitosa doppietta iniziale a nome Grant lee Buffalo (Fuzzy e Mighty Joe Moon) pensavamo destinato all’olimpo dei grandi, e che invece da allora si barcamena come può tra alti e bassi, che, a parte qualche raro caso (l’ottimo Virginia Creeper del 2004), hanno sempre e solo fatto rimpiangere quei due riuscitissimi album. Ultimamente con gli album Strangelet (2007) e Little Moon (2009) si è era fatto prendere da una neanche troppo fastidiosa vena poppish che lo rendeva leggero ma ancora gradevole visto che la voce resta quella di un tempo, ma con questo nuovo Walking in the Green Corn Phillips tenta una via indie-roots da cantautore triste e disturbato che non gli appare poi troppo congeniale. A questi dieci brani manca volutamente ritmo, luce, vita, e non basta ad animarli la poesia cercata dai testi che narrano del suo sentirsi americano attraverso l’amore per la vita rurale (la title-track è una sorta di dichiarazione filosofica in tal senso), qualche stoccata politica in vista delle ormai passate elezioni statunitensi e molta descrizione del proprio isolamento in una dimensione di copia (vive con la cantante/fotografa Denise Siegel). Quello che un po’ spiace è proprio che sia l’insieme che non regge, perché poi magari prese ad una ad una si scopre che The Straighten Outer potrebbe far  parte del songbook dei suoi giorni migliori, e che alcune interpretazioni vocali che cercano non poco certe cose più intimiste di Eddie Vedder lo attestano come uno dei migliori interpreti sulla piazza. Quello che manca è una costruzione musicale che vada al di là della sua chitarra acustica e qualche mandolino mai troppo invadente, con la voce e il violino di Sara Watkins a rappresentare l’unica variazione sul tema. Resta la classe e la capacità comunque di piazzare quel paio di colpi che valgono comunque lo scomodarsi a dargli retta, ma il ricordo del potente muro del suono che erano i Grant Lee Buffalo dal vivo negli anni d’oro è ancora troppo vivo per poter accettare a cuor leggero un disco del genere.
Nicola Gervasini

mercoledì 13 febbraio 2013

BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE


Ben Harper with Charlie MusselwhiteGet Up!
[Stax/ Concord 
2013]
www.benharper.com
www.charliemusselwhite.com

 File Under: back to the roots 

di Nicola Gervasini (30/01/2013)

Tra i nomi più in auge negli ultimi quindici anni in termini di musica delle radici, quello di Ben Harper è sicuramente uno dei più discussi. Grazie alla notorietà acquisita ai tempi del vendutissimo Diamonds On The Inside, la sua arte ha collezionato sì miriadi di fans improvvisati (che sono gli unici che possono "fare mercato" oggigiorno), ma ha richiamato anche l'attenzione di tanti accaniti detrattori. E' il destino inevitabile di chi ce l'ha fatta ad uscire da una nicchia senza aver poi particolari meriti né demeriti, se non magari quello di essere arrivato molto prima di altri ad anticipare un modo di fare roots-music che più che agli anni 90 appartiene al duemila. Chi lo tratta con sufficienza si fa forte di una discografia che, dopo il buon livello tenuto per i primi cinque titoli, si è barcamenata con prove non sempre degne del suo buon nome.

Fa riflettere soprattutto che l'unico album dei suoi anni zero ad aver convinto tutti sia stata la collaborazione con i Blind Boys Of Alabama nel gospel-oriented There Will Be a Light del 2004 (vale a dire il suo disco teoricamente più classico e prevedibile), mentre quando il nostro ha tentato vie più rivolte al nuovo indie-rock, i risultati hanno raggiunto anche il disastroso (Give Till It's Gone ). Lo conferma anche Get Up!, collaborazione a lungo cercata con l'armonicista Charlie Musselwhite, arrivata a confermare che forse Harper dovrebbe arrendersi all'evidenza di essere un ottimo performer di gospel-blues e non certo un innovatore o un grande autore rock. Qui non siamo ai livelli d'intensità di There Will Be a light, ma appare subito chiaro che questi dieci brani ristabiliscono un contatto più umano tra la sua musica e le nostre orecchie, grazie soprattutto alla scelta di non voler strafare e di seguire giri blues classici (I'm In I'm Out And I'm Gone) e spaziare dal blues più nero (la lunga e strascicata title-track) a soluzioni più "bianche", quasi da "brit-blues" alla John Mayall (She Got Kick).

La bravura di Harper in questo caso sta tutta nel far risaltare una voce non certo potente e da vero bluesman, mentre Musselwhite come al solito conferma di essere uno dei pochi armonicisti blues ad aver capito quanto "less is better" con uno strumento che, se abusato, può stancare facilmente. Nell'economia del buon risultato manca forse il brano killer, ma nel complesso il mix di episodi rilassati (Don't Look TwiceYou Found Another Lover) alternati a veementi sfuriate (l'incattivita I Don't Believe A Word You Say e la rauca Blood Side Out) piace non poco, soprattutto se condito con qualche variazione gospel (We Can't End This Way) che non guasta mai. Normalmente se un artista si rifugia in un disco "di genere" non è mai un buon segno di vitalità artistica, ma nel caso di Harper potremmo fare un'eccezione e consigliare un più frequente "back to the roots" .

   

venerdì 8 febbraio 2013

LOCAL NATIVES - HUMMINGBIRD


LOCAL NATIVES
HUMMINGBIRD
Frenchkiss
***
Autori di uno di quegli smash-first-records che hanno ravvivato la scena indie-folk nel 2009 (Gorilla Manor), i Local Natives sono un quartetto di Salt Lake City formato da Taylor Rice, Kelcey Ayer, Ryan Hahn e Matt Frazier. Anticipato dal singolo Breakers, dopo ben quattro anni di travagliata gestazione arriva finalmente il secondo album, semplicemente intitolato Hummingbird. Fin dall’iniziale You And I (ma ancor più evidente nella successiva Heavy Feat) appare l’intenzione di spostare il sound della band da il psych-folk dell’esordio che ha portato complimenti ma anche qualche buona vendita (sono comunque entrati nella billboard americana, anche se solo al centosessantesimo posto), verso un suono più sofisticato, dove stavolta sono le tastiere a prendere spesso il sopravvento. Fate conto una versione meno radiofonica dei Coldplay odierni con qualche influenza Fleet Foxes o dei Grizzly Bear. Forse solo la logica conseguenza di aver affidato la produzione ad Aaron Dessner dei National, l’uomo giusto per confezionare suoni perfetti per accontentare un pubblico giovane ma esigente e al tempo stesso avere possibilità di airplay nelle radio americane. Voce eterea, grande attenzione alle melodie, abile intrecci tra tastiere e chitarre, basi ritmiche che cercano spesso una via alternativa (il singolo Breakers appare decisamente elaborato in tal senso), Hummingbird è un disco sognante e per sognatori, dove c’è spazio per momenti di sofferta riflessione (Black Spot, Three Months) ma anche per lo spensierato svago di un motivo da fischiettare (Mt Washington) o per cavalcate evocative che ricordano anche gli Shearwater (Wooly Mammoth). Manca forse il brano che rompe il ritmo, ma è elemento comune del genere quello di non spaziare troppo tra i generi in nome di un’identità stilistica ben precisa, e la produzione di Dessner a volte esagera con qualche svolazzo estetico di troppo, ma è innegabile che i Local Natives si confermano come una delle realtà più vive e in prospettiva più promettenti del mondo sotterraneo della West Coast. Magari ripartendo dal fondo, da quella Bewday che chiude il disco lasciando intravedere con i suoi cambi di ritmo nuovi intriganti sviluppi.
Nicola Gervasini

mercoledì 6 febbraio 2013

RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER - LITTLE DEATH SHAKER


RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER
LITTLE DEATH SHAKER
Asthmatic Kitty Records
***1/2
E avanti un altro. Non si placa la moda tutta anni 2000 del frontman che si fa crescere una lunga barba da eremita e si veste di nuovi panni in puro indie-style (copertina da manuale in questo senso…). Stavolta tocca a Raymond Raposa, leader (se non unico one-man band) dei Castanets (anche qui la moda 2000 dell’eterno dubbio “ma è un gruppo o una persona sola?” lo ha colto fin dal suo esordio del 2003), che cambia nome e fonda i Raymond Byron and the White Freighter , nickname probabilmente estemporaneo nato per dare paternità ad una manciata di brani che sembravano essere fuori contesto rispetto alla sua solita produzione.  Little Death Shaker è un bell’insieme di dark-songs lente e spesso alquanto elettriche nel sound, qualcosa che più che dall’indie-folk degli anni 2000 va a pescare nell’underground degli anni precedenti, prendendo un po’ a prestito la strascicata elettricità di Jason Molina e certa poesia da blues distorto dei Gun Club. Tra country obliqui (Don’t That Lake , Just Shine, con un toy-piano decisamente alla Neil Young), folk disturbati (Turnpike Bedsheet) e brani rauchi basati su una chitarra elettrica iper-amplificata (Allegiance), l’album evidenza buona ispirazione e una penna spesso notevole (ad esempio l’ottima Some Of My Friends, riflessione sulle false amicizie di superficie che popolano la nostra esistenza, con un testo che non lesina battute di spirito come “alcuni miei amici sono gelosi l’uno del manager dell’altro”). La lezione da folk intimista (se non proprio “depresso”) affiora più nella parte centrale, con l’intensa Whipporwill, cantata con voce rotta e impreziosita da una crescente sezione fiati. Quello che più si apprezza di Little Death Shaker è che proprio nella sua monolitica assenza di ritmo, non è comunque avaro di soluzioni e strumenti, con alcuni importanti interventi come quello di Matthew Houck alias Phosphorescent che ingentilisce l’incedere oscuro di Some Kind OF Fool e Meridian,MS., oppure la soffice voce di Talia Gordon  che ridona nuova linfa alla bella You’re Not Standing Like You Used To di Kate Wolf (l’altra cover presente è You’ll Never Surf Again del folksinger Dan Reeder). Talvolta si esagera, come in una State Line che pare registrata negli inferi in compagnia di un giovane Nick Cave e che risulta un po’ faticosa, ma sono particolari. Disco intrigante per la sua tetra veste sonora,  Little Death Shaker è opera da suonare rigorosamente di notte, stando però bene attenti che i vicini siano già in sonno profondo. Potreste essere causa dei loro incubi.
Nicola Gervasini

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...