lunedì 6 maggio 2013

FRIGHTENED RABBIT


FRIGHTENED RABBIT
PEDESTRIAN VERSE
Atlantic
***
Scozzesi e attivi fin dal 2003, i Frightened Rabbit sono una delle realtà più interessanti del nuovo mondo indie-folk britannico. Dopo due album rimasti nel sottobosco delle nuove band del genere (Sing the Greys del 2006 e The Midnight Organ Fight del 2008), nel 2010 il loro The Winter of Mixed Drinks ha collezionato buone critiche e soprattutto vendite al di sopra della media del settore, con posizioni certificate nelle billboards inglesi e americane. Pedestrian Verse arriva per fare il colpo finale, forte di un’etichetta tutt’altro che “indie” come l’Atlantic e una produzione di primo livello che coinvolge anche un veterano delle sale di registrazione come Tchad Blake. Con ben in mente il colpo di fortuna capitato ai Lumineers, oggi negli Ipod di tutto il mondo giovanile grazie ad un azzeccato tormentone folk, l’album si presta ad una fruizione facile e senza troppi pensieri.  In Inghilterra il disco, uscito ai primi di febbraio, è già in cima alle charts, mentre quello degli Stati Uniti resta un mercato più lento ad accogliere le novità, ma è evidente che il disco risponde alle richieste del mercato, sebbene i l primo singolo State Hospital (che aveva anticipato il disco già a fine 2012) non sembra avere la stessa potenza melodica di una Ho Hey. Meglio il nuovo estratto The Woodpile, sostenuto anche da uno scioccante video con scene di violenza in un supermercato, e che alle nostre orecchie allenate da ascolti storici ricorda non poco le atmosfere dei loro connazionali Big Country che furono negli anni ottanta. Album lungo (i brani arrivano a 15 nella deluxe edition, si va oltre i cinquanta minuti), ma che pesca a piene mani nella tradizione della propria terra con la giusta e dovuta devozione, con reminiscenze che toccano anche classici come Dexy’s Midnight Runner e Waterboys, ma che si inquadrano comunque nello stile volutamente low-profile delle band indipendenti odierne.  Dove magari ancora mancano è nella scrittura, forse sempre un po’ ancorata a schemi non loro, anche se episodi come December’s Traditions e Late March, Death March già volano su buoni livelli. Disco leggero e immediato ma non per questo da ignorare, Pedestrian Verse è al pari dei Lumineers un disco che mette d’accordo vecchie e nuove generazioni, e già non è poco.
Nicola Gervasini

sabato 4 maggio 2013

DENISON WITMER


DENISON WITMER
DENISON WITMER
Asthmatic Kitty Records
***
Nel 1995 il termine “indie”  era già in uso,  ma generalmente lo si usava per riferirsi alle etichette che operavano ai margini di una industria discografica che proprio in quegli anni stava raggiungendo il massimo dello splendore, prima che Napster e l’era web la facessero a pezzetti. Per gli artisti si preferiva ancora usare il termine “alternative” di derivazione anni 80. Ma con l’avvento di strani freak come Will Oldham, Mark Kozelek e tanti altri, il termine parve subito inadatto. Denison Witmer può ben dire di essere stato uno dei primi artisti a fregiarsi della dicitura indie-folk: nel 1995 già aveva registrato una cassetta autoprodotta, mentre il suo esordio vero e proprio arrivò nel 1998, anno in cui il mondo del nuovo folk alternativo stava ormai diventando di moda. A scoprirlo fu Don Peris degli Innocence Mission, che con Denison condivide la forte propensione ai temi spirituali, al limite del christian-rock. Da allora Witmer ha prodotto sei album senza mai fare il botto, ma sempre raccimolando sinceri apprezzamenti per la sua semplicità e lotta contro la frenesia dell’effetto speciale. Il nuovo capitolo, uscito a pochi mesi dal precedente album The Ones Who Wait (mai titolo fu più indicativo della sua arte), si chiama semplicemente Denison Witmer, e ancora una volta è una raccolta di dieci brani che rifuggono i ritmi serrati per trincerarsi nel piacere del sussurro e della riflessione. Insomma, un disco lento nella migliore tradizione dell’indie-folker solitario e anche un po’ depresso, anche se a ben guardare i suoi testi rispecchiano un amore per la vita che spesso pare non ricambiato. L’iniziale Born Without The Words racconta proprio la sua difficoltà ad esprimersi in toni diciamo “più allegri”, e gli fa eco la conclusiva Take Yourself Seriously, sorta di auto-morale finale. In mezzo una serie di brani che esprimono un songwriting onesto e sincero (su tutti Constant Muse, Asa e Take More Than You Need), tutti basati su fraseggi acustici con qualche timido intervento di elettrica. Witmer nel genere non è il migliore, ma nemmeno l’ultimo arrivato, se ogni tanto necessitate di una pausa di riflessione provate uno dei suoi dischi. Questo ad esempio potrebbe essere quello buono per farvi venir voglia di conoscere il personaggio, magari recuperando perlomeno Are You A Dreamer? Del 2005, che resta forse il suo titolo più acclamato.
Nicola Gervasini


giovedì 2 maggio 2013

BIG WRECK


BIG WRECK
ALBATROSS
Anthem/Zoe
***

La storia dei Big Wreck ha radici lontane, nel 1994, epoca della seconda e ultima ondata di band filo-grunge non strettamente appartenenti alla scena di Seattle (sono canadesi infatti). Nel 1997 fecero in tempo a sfruttare gli ultimi scampoli di grandi vendite del genere facendo del loro esordio In Loving Memory Of... un doppio disco di platino negli Stati Uniti, forti di un suono che richiamava i Soundgarden (la voce del leader è davvero simile a quella di Chris Cornell), ma che spesso e volentieri si concedeva svisate prog, con il risultato di un tour in coabitazione con i Dream Theatre.  Ci misero troppo tempo a pensare al seguito, e The Pleasure and the Greed uscì nel 2001 finendo presto nell’anonimato, convincendo così il leader Ian Thornley a chiudere l’esperienza per fondare una band che porta il suo stesso nome (che ha avuto anche buon successo negli anni duemila).  Ma in linea con il vago revival del suono grunge di questi ultimi tempi, ecco che lo stesso Thornley ha riesumato a sorpresa la sigla, orfano però dei vecchi compagni Dave Henning e Forrest Williams (evidentemente allergici alle reunion), ma con un nuovo combo formato  da Brian Doherty, Paolo Neta, Brad Park e Dave McMillan. I Big Wreck che hanno riunito cocci e ceneri sparse negli anni per pubblicare Albatross sono dunque una nuova band, ma il sound sparato nelle casse dalla bella title track che tanto gli sta portando fortuna, e da altri brani, è puro sound anni 90 rigenerato per i palati delle nuove generazioni. Il gioco però sembra funzionare, se è vero che il disco è senz’altro preferibile all’ingloriosa reunion dei Soundgarden dello scorso anno, e ha appena vinto il premio di album rock dell anno agli Juno Adwards del 2013 (sono i grammy canadesi per la cronaca) . Il vantaggio di Albatross è che non tenta proprio di nascondere la sua essenza nostalgica, brani come A Million Days (qui gli echi raggiungono gli Alice in Chains) o la più roots-oriented Wolves appartengono ad un ‘altra era del rock, e tutto sta alla vostra voglia di rituffarvi in un suono che con i suoi vent’anni e passa si può ormai definire vintage. Ai canadesi la voglia evidentemente è venuta subito.
Nicola Gervasini

martedì 30 aprile 2013

J SINTONI


J. Sintoni
A Better Man
[J. Sintoni  2012]

 songs for Stevie & Jimi

Recupero doveroso quello di A Better Man, secondo album di J. Sintoni, uscito già nel 2012. Chitarrista blues sulla piazza da più di quindici anni e solitamente più apprezzato all'estero che in patria, il cesenate Emanuele Sintoni lo abbiamo scoperto e apprezzato grazie al recente (e davvero soddisfacente) tour in duo con Grayson Capps, artista da sempre a noi caro, con cui da anni condivide amicizia e collaborazioni. Già titolare di un disco d'esordio del 2007 (The Red Suit) che ha avuto buoni riscontri in Europa, Sintoni scrive e produce interamente questi dieci brani di decisa matrice electric-blues (solo Lady is a Carpenter è stata scritta a due mani con Joe Cottonwood), basati su un sound da power-trio decisamente hendrixiano (Don't Wanna Be Nice potrebbe essere rivenduta come nuova dimenticata outtake di Jimi) o ancor più "à la Stevie Ray Vaughan" (e non ci vuole molto a scriverlo quando l'ultima traccia del disco s'intitola Song For Stevie & Jimi). I suoi Experience (o Double Trouble) si chiamano Andrea Taravelli (basso) e Carmine Bloisi (batteria), mentre in un paio di occasioni si aggiunge anche il Fender Rhodes di Andrea Spadaro. Blues incentrato sulla chitarra (due strumentali), ma anche con la dovuta attenzione alla scrittura (belle anche The Wish e Get Down) e poche concessioni ai gigionamenti tipici del genere, tanto che la sua presenza al fianco di Capps è stata sempre discreta e misurata. L'esperienza con Grayson si sente eccome in brani come Consequence (qualcosa dalle parti di Rainy Night in Georgia del maestro Tony Joe White), per il resto si va sul sicuro con blues lenti (Love Should Never Lose) o brani da manuale come la title-track. Consigliato a tutti i blues-lovers incalliti.
(Nicola Gervasini)

www.myspace.com/jsintoni


martedì 23 aprile 2013

FALLING MARTINS


  
 Falling Martins Highway 61 Northbound Blues 
[
Falling Martins 
2013]
www.fallingmartins.com
www.cdbaby.com/cd/fallingmartins7
 File Under: once upon a time in Americana Music
di Nicola Gervasini (05/04/2013)
Non possiamo non provare una naturale simpatia per i Falling Martins e la loro epopea musicale fuori dal tempo. Loro sono una band decisamente di impronta anni 90, scoperti guarda caso nel 2008 grazie a un bel doppio live (Live At The Old Rock House) e "confermati" l'anno successivo da un disco in studio (Shining Bright) che, come succedeva spesso ai gruppi del giro HORDE di anni fa, cercava nella varietà di stili la propria ragione di essere. Ci hanno messo tre anni per concepire Highway 61 Northbound Blues, cd doppio ma di durata poco superiore quei sessanta minuti che negli anni 90 sarebbero stati nella media per un cd singolo, venti brani che passano in rassegna il rock americano che fu dalla A alla Z.

La prima cosa da notare è proprio il fatto che a dispetto della quantità, il disco pare molto più monolitico nelle soluzioni del precedente, adagiandosi spesso e volentieri in un Americana-rock senza troppe deviazioni che li rende i veri eredi di band come Say Zuzu o Hangdogs (per citare nomi persi nei meandri di fine secolo). Scrittura affidata al leader Pierce Crask (spesso coadiuvato dal bassista Rich Wooten), due cover che uniscono il nuovo (una It's Gonna Come Back To You del Freedy Johnston più recente di Rain On The City) e il vecchio (una programmatica Are Your Ready For The Country? di Neil Young), e tanta, tanta mitologia della strada, a partire da titolo, copertina e title-track che strizza anche più di due occhi a Highway 61 Revisited di Dylan. Rispetto al passato c'è forse da lamentare il molto meno spazio concesso al piano di Paul Tervydis che era stato, soprattutto nella registrazione live, uno degli elementi più caratterizzanti del loro sound, mentre stavolta molta più ribalta trovano le chitarre di Pierce Crask fin da Illegal In China e Cadillac Jack's che aprono le danze.

Come si può ben immaginare su venti brani non tutto pare necessario (Long Hot Summer sa proprio di demo buttato lì a far numero, Come Around sfrutta l'abusatissimo ritmo alla Bo Diddley che sarebbe ora di vietare d'ufficio), e forse anche l'unitarietà di stile non facilità la localizzazione dei pezzi forti, ma già fin dai primi ascolti si apprezzano molto una Demon che sarebbe piaciuta allo Steve Wynn di una decina d'anni fa e una Just Tell Me che si fa subito canticchiare al primo colpo. Altrove si va sul sicuro tra riff-songs da strada (One Day Girl), svisate psichedeliche (Surfers Unite To The Sounds Of Sonic Youth, e già il titolo dice tutto…), blues acustici (All The Things e Wait And See) country-songs scanzonate (Went To The Zoo) o ballate epiche (Fading Fast). Un repertorio classico che più classico non si può, realizzato secondo i nuovi crismi dell'autoproduzione, senza colpi di testa a livello di soluzioni sonore. E' un genere particolarmente in crisi di nuove vocazioni quello dei Falling Martins, e loro sono rimasti tra i pochi che ci credono ancora. Teniamoceli stretti.



lunedì 15 aprile 2013

ALEX CAMBISE - L'UMANA RESISTENZA


Alex Cambise L'umana resistenza 
[Ultra Sound Records  2012]
 


 File Under: Still pumping iron…

(a cura di Nicola Gervasini)

La (dis)umana resistenza di Alex Cambise è quella di essere un chitarrista professionista che si barcamena nel mondo discografico italiano da più di vent'anni. Noto ai più come la spalla di Massimo Priviero, Cambise è oggi uno dei pochi chitarristi della penisola che usa una grammatica di rock americano con perizia e esperienza, sia che debba seguire personaggi della viva scena roots nostrana, sia che si presti al mondo della musica leggera. L'Umana Resistenza è il suo secondo album solista (il debutto discografico arrivò nel 1997 con i B.K.p.D e un titolo memorabile come Se non ci fanno casini in dogana), ed è una sorta di manifesto di rinascita della canzone "blue collar" nel suo senso più puro, con storie di ordinaria disoccupazione (Come macchine) e cancri professionali (Invisibile) che ripropongono una poetica "dal basso" che pareva scomparsa. Come dire che forse era meglio non aspettare Marchionne e l'Ilva per ricordarsi che gli operai esistono e combattono ancora, magari con qualche bandiera in meno del passato, ma con la stessa disperazione e - appunto - resistenza. Tra inni programmatici alla Priviero (Io rimango quaIo non cadròNati nei 70) , storie da scafato cantautore che parlano di Chernobyl (la toccante Canzone per Vladimir Pravik) e primavera araba (Pace e Libertà), e qualche colto riferimento letterario (Novecento, basato su un testo di Baricco, e una Ottobre 1918 che s'ispira a Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale di Remarque), l'album sciorina un rock genuino e forse "antico" come l'etica della lotta di cui si nutre. Da notare l'apporto di personaggi a noi ben noti come Riccardo Maccabruni dei Mandolin' Brothers, Guglielmo "Gnola" Glielmo, Daniele Tenca, Edward Abbiati dei Lowlands e tanti altri bravi "operai" di un rock che forse non è mai troppo tardi per riscoprire.

www.alexcambise.com




venerdì 12 aprile 2013

JOHNNY MARR


Johnny Marr The Messenger
[Warner/ Audioglobe 
2013]
www.johnny-marr.com


 File Under: nostalgia rock

di Nicola Gervasini (27/02/2013)

Il capitolo sugli album solisti dei chitarristi è lungo e meriterebbe uno speciale a parte. Per presentare The Messenger di Johnny Marr basterebbe ricordare il luogo comune (supportato da una miriade di esempi reali) che vuole il chitarrista di una band capace di fare grande musica, ma solitamente limitato vocalmente e senza la forza scenica del frontman. Keith Richards insegna, il chitarrista può fare grandi album, ma anche i suoi dischi non sfuggivano alla sensazione di ascoltare un disco dei Rolling Stones registrato in un giorno di malattia di Mick Jagger. Marr non ha mai ceduto alla tentazione quando gli Smiths erano una delle realtà guida del rock britannico, ma neppure dopo, visto che da vent'anni fa il session man di lusso, prima per i The The, poi con il suo supergruppo Electronic, infine per tanti altri.

The Messenger è teoricamente il suo primo album, anche se bisognerebbe ricordare che nel 2003 uscì il criticato e ignorato Boomslang a nome Johnny Marr & The Healers. Curioso invece il fatto che esca poco dopo la prima uscita solista di Peter Buck dei REM, perché in qualche modo i due (insieme perlomeno a The Edge) rappresentano il modo di suonare la sei corde del rock 80, gli anti-guitar hero che fuggivano gli assoli spettacolari per far scoprire al mondo la potente forza comunicativa di un semplice arpeggio e di un melodico intreccio di chitarre acustiche e elettriche. Sebbene partiti da due mondi e sponde completamente differenti, la parentela concettuale tra i REM della prima ora e gli Smiths era proprio nel modo di suonare di questi due artisti. Se Buck però ha deluso, dimostrando di essere uomo forte solo nelle retrovie, Marr ci prova con un disco da primadonna che punta fortemente al pop e alla forza delle sue canzoni, riconducibile semmai alla recente sortita di Lee Ranaldo degli Sonic Youth.

Si riesuma il sound anni 80 approfittando del generale revival di questi tempi, si strizza l'occhio agli stessi Smiths (I Want The Heartbeat), si risentono anche forti echi new wave (Say Demesne) e dei Cure (il giro di European Mepotrebbe anche incuriosire gli avvocati di Robert Smith), si fanno omaggi ai REM (Upstarst), senza dimenticare certe spigolature dell'indie-rock più elettrico recente (Lockdown). Sembra quasi aver voluto dire alle nuove leve: "guardate che poi alla fin fine suonate la stessa roba che suonavamo noi trent'anni fa!". Alla fine il problema del disco è proprio l'averci voluto mettere troppo, esagerando con la ricerca di coretti radiofonici, inserti elettronici un po' a casaccio e soprattutto una vocalità che alla lunga fa davvero rimpiangere il povero Morrissey (che pare se la passi male in quanto a salute). Poi il gioco vale la candela anche solo per un brano come New Town Velocity, splendida canzone per costruzione, melodia (sembra la versione non-elettronica di un brano dei New Order) e effetto finale, ma The Messenger alla fine è davvero il classico disco del chitarrista: c'è tutto, ma sempre meno qualcosa.

      

mercoledì 10 aprile 2013

PIRATI NOI SIAM...AGAIN


 Autori Vari Son of Rogues Gallery
P
irate Ballads, Sea Songs & Chanteys
[Anti 2013]
 

www.anti.com/artists/rogues-gallery

 File Under: tribute to Johnny Depp


di Nicola Gervasini (18/03/2013)
Il nome di Hal Willner messo in firma ad un tribute-album vale quanto un marchio di garanzia di qualità. Il suo primo progetto risale addirittura al 1981, quando ancora il rock non aveva bisogno di tributarsi nulla perché ancora impegnato a generarsi, e lui sprecava tempo a celebrare la musica nientemeno che del nostro Nino Rota, in grande anticipo sui tempi. Poi verranno i dischi dedicati a Thelonious Monk, Kurt Weill (ben due, entrambi bellissimi), Charles Mingus, Harold Arlen e Leonard Cohen, fino a quando nel 2006 è arrivato il monumentale Rogue's Gallery, opera dedicata allo sconfinato songbook di canzoni create dal mondo della pirateria classica, che anche qui sulle nostre pagine web avevamo apprezzato per rigore filologico, ma un po' meno per qualità e eccessiva quantità.

Un progetto che già bastava a se stesso, se non fosse che il signor Johnny Depp sulla pirateria ci ha costruito quella metà di carriera che non passa nei film di Tim Burton, e così ha sborsato una ingente cifra come produttore del progetto, convincendo così un Willner a corto di miti da celebrare a produrre un secondo capitolo. Son Of Rogue's Gallery è se vogliamo ancor più pregno del padre, anche se il giro di amici che vi partecipano cominciano ad essere sempre gli stessi del mondo Anti e limitrofi. Trattandosi di opera di 36 canzoni non stiamo qui a commentarvi ogni singola performance, anche perché i brani non sono noti e non esistono molti raffronti con altre versioni. Ci sono al solito cose molto interessanti (l'incontro tra Dan Zanes e Broken Social Scene ad esempio ) e altre davvero brutte (il brano di Todd Rundgren rasenta l'indecoroso), e, come spesso capita in questo tipo di operazioni, tanto materiale che non fa male ascoltare, ma che non cambia di troppo le carriere degli artisti coinvolti. La lamentela che si può inoltrare al signor Willner non riguarda tanto la realizzazione, al solito impeccabile e spesso per nulla banale e manierista, quanto il fatto che rispetto ai suoi più celebrati tributi del passato manca un'unitarietà di stile, affidata solo alla comune origine di tutti i brani (che hanno ovviamente forti parentele con le gighe del folk inglese).

Insomma ancor più del volume precedente, questo album rischia di dover essere ascoltato con il dito pronto sul tasto "skip", per evitare le non poche cadute di gusto e certe spoken-songs che non invogliano troppo al ripetuto ascolto. Gli episodi che lo rendono comunque appetibile ci sono (il solito Richard Thompson e ovviamente Shane McGowan, che del pirata è quello che più di tutti ha il physique du role), a voi scegliere poi il singolo brano per cui vale la pena portarsi in casa più di due ore di musica. Una cosa è certa, sull'argomento "pirate's song" con questo doppio album dovremmo aver chiuso il discorso, mentre per Willner magari è tempo di trovare nuovi argomenti.


:: La tracklist


Disc 1
Leaving of Liverpool - Shane MacGowan w/ Johnny Depp & Gore Verbinski
Sam's Gone Away - Robyn Hitchcock
River Come Down - Beth Orton
Row Bullies Row - Sean Lennon w/ Jack Shit
Shenandoah - Tom Waits w/ Keith Richards
Mr. Stormalong - Ivan Neville
Asshole Rules the Navy - Iggy Pop w/ A Hawk and a Hacksaw
Off to Sea Once More - Macy Gray
The Ol' OG - Ed Harcourt
Pirate Jenny - Shilpa Ray w/ Nick Cave & Warren Ellis
The Mermaid - Patti Smith & Johnny Depp
Anthem for Old Souls - Chuck E. Weiss
Orange Claw Hammer - Ed Pastorini
Sweet and Low - The Americans
Ye Mariners All - Robin Holcomb & Jessica Kenny
Tom's Gone to Hilo - Gavin Friday and Shannon McNally
Bear Away - Kenny Wollesen & The Himalayas Marching Band

Disc 2
Handsome Cabin Boy - Frank Zappa & the Mothers of Invention
Rio Grande - Michael Stipe & Courtney Love
Ship in Distress - Marc Almond
In Lure of the Tropics - Dr. John
Rolling Down to Old Maui - Todd Rundgren
Jack Tar on Shore - Dan Zanes w/ Broken Social Scene
Sally Racket Sissy Bounce - Katey Red & Big Freedia with Akron/Family
Wild Goose - Broken Social Scene
Flandyke Shore - Marianne Faithfull w/ Kate & Anna McGarrigle
The Chantey of Noah and his Ark (Old School Song) - Ricky Jay
Whiskey Johnny - Michael Gira
Sunshine Life for Me - Petra Haden w/ Lenny Pickett
Row the Boat Child - Jenni Muldaur
General Taylor - Richard Thompson w/ Jack Shit
Marianne - Tim Robbins w/ Matthew Sweet & Susanna Hoffs
Barnacle Bill the Sailor - Kembra Phaler w/ Antony/Joseph Arthur/Foetus
Missus McGraw - Angelica Huston w/ The Weisberg Strings
The Dreadnought - Iggy Pop & Elegant Too
Then Said the Captain to Me (Two Poems of the Sea) - Mary Margaret O'Hara 


     

lunedì 8 aprile 2013

ZACHARY RICHARD - LE FOU

  
 Zachary Richard Le Fou
[Zach Rich 
2012]
www.zacharyrichard.com

 File Under: New Orleans' unsung hero

di Nicola Gervasini (26/02/2013)
E sempre un piacere ritrovare la musica di Zachary Richard, soprattutto se dopo il mezzo passo falso di Last Kiss del 2009 e un ictus che lo ha quasi messo fuori gara l'anno successivo, il nostro ritrova energia e convinzione per un nuovo buon disco. Se il precedente sforzo procedeva un po' a tentoni su una via ripulita della musica cajun, buona per una serata a tema in un casinò di Las Vegas, Le Fou riporta tutto a casa e ritrova i profumi e soprattutto i cattivi odori di New Orleans e delle sue strade ancora infangate da un alluvione da cui pare non ci si riesca ancora a riprendere. Si riparte dunque proprio da dove finiva Lumiere dans le Noir del 2007, il suo triste lamento per la tragedia capitata alla sua città, e si riparte con una band rinnovata, che accanto al fedele chitarrista Eric Sauviat, vede in azione Nicholas Fiszman e Justin Allard in sezione ritmica, il bel violino di Felix LeBlanc e soprattutto i felici innesti delle voci femminili di Yolanda Robinson e Erica Falls e della bella cantautrice Anna Laura Edmiston.

Sul tutto vigila il produttore Nicolas Petrowski, attento a non uscire mai dal seminato con il suono, e benedice Sonny Landreth, che presta la sua inconfondibile chitarra laddove serve più carattere e energia. Il singolo che apre il discoLaisse Le Vent Souffler è accompagnato da un bel video ed è una delle migliori prove, ma in genere la prima parte di Le Fou sembra davvero volare ai livelli dei suoi migliori dischi francofoni come Cap Enragè o Coeur Fidèle. C'è lo zydeco saltellante di Lolly Lo Sweet Sweet, la grande intensità di ballate come la stessa Le Fou (dedicata al primo uccello marino salvato dalla grande onda di petrolio della BP tre anni fa) e l'epica La Chanson des Migrateurs, e il gran bell'incontro tra cajun e blues di Clif's Zydeco. Richard si ritrova a suo agio con ritmi e canzoni che porta nel mondo (con sempre troppo poco successo purtroppo) da ormai più di quarant'anni, non sembra minimamente interessato ad una ricerca musicale che lo porti su altri lidi, e questo rappresenta insieme il suo limite così come la sua garanzia di qualità.

Il disco passa in rassegna tutto il suo know-how, toccando lo spiritual di La Musique des Anges, il folk di La Ballade de Jean Saint Malo o il blues di Crevasse Crevasse. Il finale non entusiasma quanto la prima parte, con un Bee de La Manche un po' di maniera, una C'est Si Bon che cerca la roots-ballad senza avere però la voce giusta e l'accoppiataOrignal Ou Caribou Les Ailes Des Hirondelles (questo è un brano già inciso più volte in carriera) esagera un po' con i toni tragici, ma sono davvero piccolezze rispetto ad un insieme che piace e convince se siete sintonizzati sulle frequenze della sua musica.



giovedì 4 aprile 2013

STEPHEN FEARING - Between hurricanes


 Stephen Fearing Between Hurricanes
[LowdenProud Records 
2013]
www.stephenfearing.com


 File Under: old-school songwriters

di Nicola Gervasini (22/03/2013)
Stephen Fearing è un artigiano della canzone di vecchio stampo, uno di quegli autori che sanno prendersi i loro tempi, non si angosciano per il fatto che magari oggi sono in pochi gli ascoltatori disposti ad assecondare i ritmi lenti e melmosi delle sue liriche e delle sue trame musicali. Chitarrista da sempre adepto al suono tipico delle corde in nylon, Fearing ha composto uno dei migliori songwriter-record degli anni novanta (The Assassin's Apprentice del 1995) prima di rimanere un po' impantanato in alcuni album non esaltanti e distratto dalla più acclamata carriera con i Blackie and The Rodeo Kings (il trio formato con Colin Linden e quel Tom Wilson che tanto stiamo apprezzando con il suo progetto Lee Harvey Osmond).

E' lo stesso Fearing a dichiarare che il precedente Yellowjacket rappresentava la fine di un'era personale (uscì all'indomani del fallimento di un matrimonio durato 14 anni) e artistica. Dichiarazione che potrebbe far intuire un nuovo corso, ma Between Hurricanes, nuovo disco uscito ben sette anni dopo, si "limita" invece a recuperare lo stile dei suoi anni novanta, aggiungendo magari una personalità più consapevole e definita. Ci si libera leggermente della pesante eredità di Bruce Cockburn, e magari ci si dirige più verso uno stile più easy-folk alla Gordon Lightfoot (non è un caso che il disco si concluda con una sua versione del classico Early Morning Rain). Prodotto dall'esperto John Whynot (Bruce Cockburn appunto, ma anche Blue Rodeo e Lucinda Williams) e registrato nel rassicurante scenario di Toronto, Between Hurricanes è una di quelle raccolte di canzoni che richiede tempo e silenzio per essere apprezzate, soprattutto perché il bel trittico iniziale As The Crow FliesDon't You Wish Your Bread Was Dough e Cold Dawn sembra pensato apposta per allontanare il popolo dell'ascolto veloce e distratto della rete.

Ci pensa Wheel of Love a dare un tocco di leggerezza e ritmo, ma alla fine dei 54 minuti ci sarà solo il bar-boogie da Austin-rock di Keep Your Mouth Shut a regalare tre minuti di brio in mezzo a tanta riflessiva poesia. Qualche passaggio a vuoto c'è (The Half-life if Childhood), ma se saprete trovare il momento giusto, ballate come The Fool o la folkish The Golden Days vi rapiranno. Probabilmente Stephen Fearing non è uomo in grado di produrre dischi clamorosi, e gli arrangiamenti sempre spartani e misurati di Between Hurricanes lo tengono ancorato ad un mondo "classic rock" che non lo aiuta certo a sfondare nei mondi indie e new-folk, ma se non avete frenesie di innovazione, dategli pure una chance.




martedì 2 aprile 2013

ELLIOTT MURPHY


Elliott Murphy 
It Takes a Worried Man 
(Last Call 2013)




Niente da fare. Sordo alle richieste di cambiare registro (e probabilmente anche musicisti, senza avere nulla contro l'ottimo Olivier Durand e ai Normady All Stars), Elliott Murphy continua a produrre dischi in serie, destinati forse a soddisfare il suo pubblico (non numeroso, ma fedele nel tempo), ma che davvero nulla aggiungono al suo buon nome. Nome che è nato nel mito dell'uomo che non diventò mito quando lo meritava (ai tempi di Aquashow o Night Lights, per citare i suoi capolavori, ma anche di Murph The Surf), ma che francamente sono anni che sembra impegnarsi a dare una risposta alla tipica domanda da fan "perché non fa successo uno cosi?". Nonostante la copertina dai colori shock e la solita pretesa di una svolta che non arriva, It Takes a Worried Man continua laddove finiva il precedente Elliott Murphy (come questo prodotto dal figlio Gaspard), magari inserendo qualche elemento a sorpresa (il canto traditional della title tack o i lievi fiati alla Bacharach di Little Bit More) e facendo anche ben sperare con la sequenza di buon livello di Angeline, Little Big man e Murphyland (dove se non altro dimostra che l'esperienza conta ancora qualcosa quando si fanno i soliti quattro accordi). Ma lo spettacolo finisce qui, il resto sono le solite Murphy-songs basate sui soliti giri melodici, e soprattutto con una penna che, per quanto resti sempre notevole, sta via via perdendo argomenti e mordente. Il disco piacerà ai fans per la sua vena decisamente spensierata e briosa, ma per chi vuole di più esistono delle belle ristampe a cui rivolgersi prima di questo album.
(Nicola Gervasini)

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...