Partendo magari da Endless Love, quinto album della sua carriera solista che fa tesoro di mille influenze antiche e moderne. Intanto quello che impressiona parecchio è la pienezza del suono (produce Ulf Rockis Ivarsson, già produttore di Nicolai Dunger): ascoltate la gospel-like Handsome Savior e riassaporate un muro di suono fatto di cori, organi hammond e chitarre decisamente anni 90 che si intuisce nato non pensando ad una riproduzione su pc o smartphone, ma su uno stereo come si comanda. E poi c'è la qualità dei brani: sia che si tocchino le corde tragiche di un certo indie scandinavo (Inner Vision) o che si viaggi anche su corde più mainstream (la title track potrebbe essere un brano dei Live più ispirati di metà anni novanta), Hoyem fa sentire tutta la sua esperienza ventennale sia nella penna che nella costruzione di melodie in grado di prendere al primo colpo. Niente ritornelli facili comunque, ma tanti brani di forte impatto emotivo: Hoyem non si inventa nulla ma riutilizza tutto l'ABC del rock anni novanta alla perfezione, sia quando usa un tocco leggero (l'acustica Free As A Bird/Chained To The Sky), sia quando va sul melodrammatico (Little Angel) o quando lascia le chitarre a briglia sciolta nella murder ballad Wat Tyler (che pare un brano dei Willard Grant Conspiracy). Endless Love è quindi un piccolo trattato su dove è andata la musica indipendente negli ultimi vent'anni, compreso una splendida e tesissima Gorlitzer Park che nei toni potrebbe tranquillamente appartenere a Bill Callahan. Disco dedicato alla leggenda della musica norvegese Eirik Johansen, scomparso pochi mesi fa, Endless Love pur essendo nato tra Oslo e Stoccolma con artisti locali, ha un respiro internazionale decisamente forte che è giusto non perdere di vista. |
giovedì 9 ottobre 2014
HOYEM
lunedì 6 ottobre 2014
WEST MY FRIEND
Progressive è invece qui da intendersi più nell'accezione di "sperimentale", forse perché questo quartetto di voci e chitarre capitanato dalla eterea Eden Oliver molto si rifà a certe contaminazioni psichedeliche della Incredible String Band. Chamber lo hanno appiccicato per identificare la natura completamente acustica del gruppo, fa scena più che sostanza, ma ci sta. Con Folk-roots poi si dice tutto e niente. Il folk qui è sia quello americano dei monti Appalachi, sia quello britannico di stampo classico. E così, invece di spendere tante parole e una sfilza di nomi a paragone (si sparano Joanna Newsom, Decemberists, Avett Brothers, Milk Carton Kids, Beirut e tanti altri, tutti più o meno azzeccati nel non essere poi troppo lontano, ma neanche così vicino alla musica di questo When The Ink Dries), forse il percorso storico che porta a questi deliziosi schizzi folk parte dai Pentangle, passa per le misconosciute ma importanti esperienze dei Mirò e degli Shelleyan Orphan di fine anni ottanta, e approda magari agli Espers degli anni 2000 (grave dimenticanza questa, caro ufficio stampa …), in tutti i casi con molto più gusto pop (assaggiate l'arrangiamento della lunga e complessa The Cat Lady Song, roba che pare pensata da un Lee Hazlewood in missione per Nancy Sinatra), e molti meno azzardi contaminatori e avanguardistici. Ai quattro infatti piace la leggerezza, persino quando affrontano pezzi più riflessivi come Ode To Silvia Plath o Thin Hope. Ottimamente prodotto dall'esperto Joby Baker (produttore anche delle Nomad Series dei Cowboy Junkies), il disco offre una serie di graziosi e soffici bozzetti con dei testi anche poetici (Lady Doubt) e fantasiosi (The Tattoo That Loved Her Anyway), mentre i comprimari Alex Rempel, Jeff Poynter e Adam Bailey si fanno notare per i bei intrecci tra basso, mandolino e fisarmonica (My Lover, Last Call). Consigliato solo ai cuori gentili e a chi surfeggia sulla terza onda indie, qualsiasi cosa vorrà mai dire. |
sabato 4 ottobre 2014
JENNY LEWIS
E si sente: il disco è curato al limite dalla over-production nientemeno che da Ryan Adams, tra l'altro aiutato (sempre nientemeno che) da Beck e dallo stesso Rice. Team di serie A, ma risultato che si barcamena a metà classifica purtroppo. La sensazione è che l'occasione sarà persa solo per noi, che forse preferivamo certe spigolature nelle melodie e le chitarre meno garbate sentite nei suo lavori precedenti, mentre qui la partenza con Head Underwater e She's Not Me lambisce le rive di un pop radiofonico che in molti troveranno più che piacevole. Lo fa più che degnamente in ogni caso, ma il senso di leggerezza che pervade The Voyager ha spesso più il sapore del vacuo che della spensieratezza. Anche perché i testi non sono certo quelli da teen-pop, anzi continuano comunque a parlare senza mezzi termini dei suoi trascorsi con la droga, della sua infanzia e di amori ben poco felici (Slippery Slopes, The New You), ma nell'insieme manca all'appello il brano energico e graffiante. Non latitano comunque i momenti di gran livello, soprattutto quando si passa nella splendida Late Bloomer (qui il tocco di Adams è evidente) o si viaggia in zona-Stevie Nicks con Just One Of The Guys (il singolo prodotto dal solo Beck), o anche quando il pop viene sondato nella sua espressione migliore con una convincente You Can't Outrun'Em che sarebbe piaciuta al Tom Petty dell'era Full Moon Fever. Insomma, magari i colleghi di Pitchfork provocano un po' sentendoci rimandi alle Go-Go's, ma davvero ascoltando una perfetta radio-song come Aloha & The Three Johns non andiamo poi troppo lontano. Adams dimostra di avere sensibilità melodica (ma questo lo sapevamo), ma come produttore sceglie sempre la via più semplice e prevedibile, e non pare avere il magic touch di un Ethan Johns, per dirne uno a lui molto caro. The Voyager segue la svolta easy di altre artiste come Grace Potter o Sarah Borges, e forse lo fa decisamente meglio, ma gli album che lasciano segni profondi sono altri. |
mercoledì 1 ottobre 2014
RICHARD THOMPSON
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Richard Thompson Acoustic Classics [Proper records 2014] www.richardthompson-music.com di Nicola Gervasini (21/07/2014) |
Si dirà che a fare un bel disco con queste canzoni son bravi tutti, si dirà che Richard Thompson è uno che non ha ancora avuto vistosi cali di ispirazione, che da quarant'anni praticamente non sbaglia un colpo, e che forse non avrebbe neanche bisogno di concedersi una pausa per un disco autocelebrativo come Acoustic Classics. E si dirà che un disco acustico non è mai sulla carta un qualcosa che attira troppo, soprattutto da parte di un artista che ha fatto dell'elettrizzazione di un mondo tradizionale la propria bandiera. Ma Richard Thompson spiega che se ha preso i quattordici brani forse più noti del suo songbook e li ha rifatti in solitaria non è perché aveva bisogno di una nuova dispensa delle sue lezioni di chitarra, ma perché sentiva che questi brani necessitavano di una rilettura scarna ed essenziale che suonasse attuale, e che l'ormai vecchio Small Town Romance del 1984 era diventato inadatto a rendere bene l'idea di un suo concerto acustico.
Acoustic Classics serve dunque a preparare il pubblico ai suoi tanti concerti da one-man-band, visto che girare il mondo con la band ormai ha costi proibitivi per tutti, oppure semplicemente Richard ha pensato di movimentare un già previsto appuntamento con un greatest hits (che di hit non si tratta, visto che lui le classifiche di vendita le ha sempre viste da lontano). Perché poi Acoustic Classics, con il suo pregio di pescare da produzione vecchia e nuova, è un piccolo viaggio nelle sue canzoni più importanti, con classici riconosciuti come Dimming Of the Day, Walking On A Wire e I Want To See The Bright Lights Tonight e splendidi capolavori della sua era matura come Beeswing o I Misunderstood (forse il suo unico brano ad aver provato a diventare anche un singolo da classifica nel 1991, con produzione levigata e radio-friendly, e elegante video per Mtv).
Il risultato è di livello superiore, inutile quasi dirlo, l'uomo resta un maestro in grado di tenere alta la tensione anche senza orpelli in sede di arrangiamento, per cui la garanzia di qualità è scontata. Resta un prodotto che mira a due categorie di ascoltatori ben precise: da una parte i fans e completisti, che certo non potranno vivere senza una nuova versione di Shoot out The Lights (e che versione!), dall'altra magari qualche neofita (ma ne esistono ancora?) che voglia una piccola introduzione al personaggio. Certo, manca la sua fedele Fender Stratocaster azzurrina, e non è poco, ma per quella la sua discografia offre talmente tanti titoli di livello che, anche pescando a caso, si cade bene. Qui non è tanto il disco ad essere imprescindibile, quanto proprio l'artista nel suo complesso.
Acoustic Classics serve dunque a preparare il pubblico ai suoi tanti concerti da one-man-band, visto che girare il mondo con la band ormai ha costi proibitivi per tutti, oppure semplicemente Richard ha pensato di movimentare un già previsto appuntamento con un greatest hits (che di hit non si tratta, visto che lui le classifiche di vendita le ha sempre viste da lontano). Perché poi Acoustic Classics, con il suo pregio di pescare da produzione vecchia e nuova, è un piccolo viaggio nelle sue canzoni più importanti, con classici riconosciuti come Dimming Of the Day, Walking On A Wire e I Want To See The Bright Lights Tonight e splendidi capolavori della sua era matura come Beeswing o I Misunderstood (forse il suo unico brano ad aver provato a diventare anche un singolo da classifica nel 1991, con produzione levigata e radio-friendly, e elegante video per Mtv).
Il risultato è di livello superiore, inutile quasi dirlo, l'uomo resta un maestro in grado di tenere alta la tensione anche senza orpelli in sede di arrangiamento, per cui la garanzia di qualità è scontata. Resta un prodotto che mira a due categorie di ascoltatori ben precise: da una parte i fans e completisti, che certo non potranno vivere senza una nuova versione di Shoot out The Lights (e che versione!), dall'altra magari qualche neofita (ma ne esistono ancora?) che voglia una piccola introduzione al personaggio. Certo, manca la sua fedele Fender Stratocaster azzurrina, e non è poco, ma per quella la sua discografia offre talmente tanti titoli di livello che, anche pescando a caso, si cade bene. Qui non è tanto il disco ad essere imprescindibile, quanto proprio l'artista nel suo complesso.
sabato 27 settembre 2014
AMY LaVERE
Amy, contrabbassista che ha anche una intensa attività come session-girl, nel 2012 ha dato anche vita al supergruppo dei The Wandering (formato da Luther Dickinson, Valerie June, Shannon Mcnally e Sharde Thomas), e proprio dal figlio del compianto Jim e leader dei North Mississippi All-stars si fa produrre un disco formalmente perfetto e, a tratti, anche di vera sostanza. Rabbit, ad esempio, lungo ed emozionante lamento corredato da un bell'arpeggio di chitarra, è una partenza da vera songwriter, ma subito la voglia di mostrare il campionario di stili di cui è capace prende il sopravvento, con la vintage e baldanzosa Last Rock And Roll Boy To Dance, il piano old syle che contrappunta Big Sister o l'hillbilly diSelf Made Orphan. I toni da festa country riescono a far sembrare meno triste persino Where I Lead Me di Townes Van Zandt, ma si riabbassano subito con l'ottima ballad Snowflake e una riuscita cover di How di John Lennon. In ogni caso i suoi dischi hanno forse il difetto di essere troppo spesso più una dimostrazione di bravura e eclettismo (si prenda l'impalpabile Don't Go Yet, John) che una vera e propria necessità di scrivere musica, ed è un peccato, visto che gli episodi migliori sono proprio quelli autografi, mentre a volte nelle cover scade un po' nello scolastico (Lousy Pretenderdi Mike McCarthy e Dark Moon di Ned Miller). Bella voce, bel sound e buona band (da segnalare Will Sexton alle chitarre): per le buone canzoni c'è un po' più da cercare forse, ma ce n'è quanto basta per consigliare la scoperta del personaggio. |
martedì 19 agosto 2014
DEAR READER
DEAR READER
WE FOLLOW EVERY SOUND
City Slang
***
Cherilyn
MacNeil è una
sudafricana sorridente e decisamente eclettica che dal 2006 da vita al progetto
Dear Reader. Nato inizialmente come
nickname per un duo formato con il bassista e produttore Darryl Torr (con lui
ha realizzato The Younger nel 2006 e Replace Why with Funny nel 2009), Dear
Reader è diventata una creatura tutta sua a partire da Idealistic Animals nel 2011. We
Follow Every Sound è il quinto album, ed è in verità una particolare ed
eccentrica rilettura del disco precedente (Rivonia)
in chiave orchestrata (ma la scaletta riprende anche brani del passato). A
sentire lei l’intenzione era quella di catturare il fascino delle vecchie
colonne sonore, dove il pathos e la drammaticità di una sezione d’archi
decisamente evocativa viene controbilanciato dalla sua esuberanza e da una
manciata di brani ormai rodati e di sicuro effetto. Man Of The Book apre lo
show con la sua fisarmonica in primo piano, sa molto di cabaret berlinese, ma
serve più che altro a scaldare i muscoli per la sequenza migliore del disco,
composta da una tesissima Took Them Away
e da una frizzante quanto emotiva Dearheart.
Teller Of Truths calca ancor più la
mano sul clima da soundtrack, con un coro da score di drammone anni cinquanta, il duello piano-violini di WHALE (titolo scritto così, tutto
maiuscolo) appare ben congegnato come anche la linea melodica di Good Hope. Cherilyn stilisticamente ama
vocalizzi e soluzioni estetiche
decisamente barocche, con affinità abbastanza evidenti con Anna Calvi e Regina
Spektor, ma in fin dei conti è anche lei figlia di quell’enorme ceppo di
rock-singer al femminile nate sotto l’ala di Kate Bush, una che si sarebbe
trovata a suo agio in un brano da commedia dell’assurdo come Great White Bear. Non so se sia il disco
giusto per fare la conoscenza di Dear Reader, il suono volutamente (e
spavaldamente) appesantito dalle orchestrazioni rendono We Follow Every Sound un oggetto del tutto atipico anche nella sua
discografia, ma forse proprio per questa sua natura di piccolo The Best
rivisitato, potrebbe davvero essere il punto di partenza più adattp. Resta
forse quel pizzico di autocompiacimento di troppo, che a volte le fa perdere di
vista la canzone in favore del colpo a sorpresa negli arrangiamenti (in Cruelty On Beauty On ad esempio si
esagera un po’ nel riempire tutti gli spazi), ma per gli amanti del melò in
formato rock il disco potrebbe essere una piacevole sorpresa.
Nicola Gervasini
mercoledì 6 agosto 2014
LOOKING INTO YOU - tribute to Jackson Browne
Ci vorrebbero almeno dieci pagine per definire il peso del
songwriting di Jackson Browne sulla
cultura americana, e non solo quella musicale (ne sa qualcosa Stephen King).
Cantore crepuscolare della decadenza dell’American Dream e malinconico
osservatore della grande depressione degli anni settanta, Browne è stato un
autore precoce (These Days la scrisse
a soli sedici anni per Nico), e purtroppo anche precocemente in esaurimento. Pur
mantenendo una qualità accettabile fino ai giorni nostri, e, in alcuni casi, ritrovando
anche un pizzico di ispirazione, la sua grande stagione è durata solo sei anni
(dal 1972 al 1977). Ma sono bastati. Looking Into You (Music Road
Records/Ird), monumentale tributo in due cd, non disdegna comunque di rivisitare
anche pagine più recenti, in un viaggio nel suo repertorio guidati da autori
più o meno noti. Più che di rilettura della sua opera, si tratta di un vero
proprio omaggio, con commenti in genuflessione da parte di artisti che hanno
vissuto in prima persona quella grande stagione come Don Henley, Bonnie Raitt,
David Lindley o Jd Souther. Ventitré versioni che non sono reinterpretazioni,
quanto vere e proprio riproposizioni, e qui sta forse un po’ il limite
dell’operazione, laddove magari invitare qualche artista meno allineato al suo
stile avrebbe ravvivato un po’ la festa. Invece a validi nomi come Paul Thorn, Jimmy Lafave o Eliza Gilkyson
(magari noti solo a chi bazzica anche la serie B dell’Americana) non pare vero
di poter esserci e di vestire i suoi panni con fin troppo rispetto e devozione.
In ogni caso, pur con tutti i limiti di queste operazioni, lo sforzo produttivo
è ingente, e i grandi nomi non deludono, da un Lyle Lovett che raddoppia con
buone versioni di Our Lady of The Well e Rosie, a Lucinda Williams che storpia
un po’ The Pretender, fino ai coniugi
Patti Scialfa e Bruce Springsteen che si divertono nel numero tex-mex di Linda Paloma. Nessuno osa strafare, per
cui nessuno finisce a meritarsi fischi, e qualcuno come Ben Harper riesce anche
a far sembrare Jamaica Say You Will
un pezzo tipico del proprio repertorio. Utilizzatelo magari come testo di riferimento
per un bel corso di letteratura americana.
Nicola Gervasini
venerdì 25 luglio 2014
DYLAN SHEARER
DYLAN SHEARER
GARAGEARRAY
Empty
Cellar Records
**
Quando nel 2007 uscì For
Emma, Forever Ago di (o dei che
dir si voglia) Bon Iver, era giusto notare che chiudendosi in quel famoso
cottage del Wisconsin, Justin Vernon non si inventò nulla, ma in qualche modo
stava dando il via a qualche cosa di nuovo. Oggi, a distanza di ormai quasi
sette anni, abbiamo contato parecchi emuli, e possiamo dire che forse la moda
dell’home-made troubadour sta leggermente scemando. Per questo il nuovo disco
del giovane Dylan Shearear appare
quanto mai fuori tempo massimo, perché forse non si sentiva il bisogno di una
nuova voce che riesce a fondere in un colpo solo Bon Iver e ancor più la grande
lezione lasciata precedentemente dal compianto Elliott Smith, in un unico
album. Per il momento infatti Garagearray riesce solo nell’intento
di aggiungere un nome alla già folta lista, perché in queste undici tracce è
davvero difficile scovare elementi che possano far gridare al miracolo o anche
solo qualche tratto caratteristico da segnalare. E sì che Shearer, già autore
di un album nel 2012 (Porchpuddles),
punta davvero in alto quando dichiara di voler ricreare l’allucinato
songwriting del Robert Wyatt epoca Rock
Bottom o addirittura di Kevin Ayers, ma davvero qui si sente tanta grande
perizia nel rileggere schemi altrui, ma nessuno colpo di genio degno di
contanti nomi. In ogni caso, date le opportune bastonate a chi osa così tanto,
va detto che se siete degli appassionati del genere, Shearer comunque sa il
fatto suo, e tra l’altro si è fatto anche aiutare da una sezione ritmica (per
quanto di ritmo non ce ne sia proprio…) formata dagli scafati Petey Dammit
degli Thee Oh Sees al basso e Noel Von Harmonson dei Comets on Fire alla
batteria. Non potendo lavorare troppo sulla varietà delle canzoni (si
distinguono comunque Baggage Claim, Altar
of Love e l’iniziale Time To Go),
il produttore Eric Bauer punta tutto
su suoni riverberati e riscaldati al massimo per riempire le frequenze con
poco. Stratagemmi vecchi ma di sicuro effetto che rendono Garagearray un disco che può anche regalare momenti intensi, ma in
tempi recenti sullo stesso terreno anche un Barzin, o mettetecene uno voi, ha
saputo già dire di più. Shearer è giovane e magari saprà sorprenderci in futuro
se sarà capace di essere meno calligrafico,
ma per ora sta in coda, e neanche troppo vicino al traguardo.
Nicola Gervasini
mercoledì 23 luglio 2014
THE WHIGS
THE WHIGS
MODERN CREATION
New West
***
Non so se l’ironia del nome sia voluta o no, ma la band
chiamata come il maggiore partito politico progressista d’Inghilterra è in
verità portavoce di una corrente decisamente reazionaria del mondo del rock.
Scherzi che si possono permettere solo i Whigs,
una delle ormai neanche troppo nuove (l’esordio è del 2005) realtà provenienti
da REM-City (al secolo Athens, in Georgia), giunti con Modern Creation al
traguardo del quinto album. La contraddizione però descrive perfettamente la
loro strana condizione di american-band votata ad un rock chitarristico
decisamente di marca britannica, fatto che li ha portati in passato a fare da
gruppo spalla contemporaneamente ai Drive By Truckers e ai Franz Ferdinand, giusto
per far capire la difficile catalogabilità della loro musica. Prendete i Black
Keys e fategli suonare cover dei Blur e forse qualcosa potete immaginarvi. Parker Gispert, Julian Dorio e Timothy
Deaux (rispettivamente chitarra e voce, batteria e basso) sono il classico
power-trio come se ne sono visti tanti in questi anni, ma sono riusciti
nonostante tutto a crearsi uno stile abbastanza personale, meno allucinato e
psichedelico di quello dei Band of Skulls, e più avvezzo a tendere a pop-song
di marca fab-four come nella conclusiva The
Difference Between One and Two. Si parte però con un bel muro rock di You Should Be Able To Feel It, si passa
ad una Asking Strangers For Directions
che sembra un brano dei Pulp con base quasi-metal, mentre The Particular potrebbe essere un incontro tra i Verve e i Dinosaur
Jr. Come avrete capito il programma è vario e ama unire elementi apparentemente
inconciliabili, con risultati anche brillanti come quando in Hit Me si azzarda una pulsante base
quasi-dance ad una frizzante pop-song, o nella bella costruzione di Modern Creation. Il gioco è comunque
tutto qui, anche quando si prende una base a tutta velocità da punk californiano
e la si unisce a scanzonati coretti pop (Friday
Night), o si riesumano giri alla Husker Du (She is Everywhere), fino ad un finale in tono minore con Too Much In The Mornig e I Couldn’t Lie. Produzione ben pompata
da Jim Scott (Wilco) con batteria in
primo piano, Modern Creation è un
buon album per tenervi svegli in un viaggio in macchina perché unisce l’energia
delle chitarre alla cantabilità dei brani. Se poi questo rappresenti davvero una
gran novità è tutto un altro discorso…
Nicola Gervasini
venerdì 11 luglio 2014
NATALIE MERCHANT
L’altezzosa signora della canzone d’autore Natalie Merchant
non concedeva un disco di originali dal 2001, anno in cui si consacrò come
autrice e interprete di primissimo livello. Nel frattempo l’attesa era stata
ingannata con riusciti progetti edificati sulle salde fondamenta di traditionals
e poesie sull’infanzia, ma è sui dischi autografi che si misura la statura di
una artista. Intitolato semplicemente Natalie Merchant (Nonesuch), quasi a
voler sottolineare una sorta di ripartenza dopo un lungo blocco (di ispirazione,
o semplicemente di energie), il disco la conferma come una delle poche
interpreti in grado di trasformare in oro anche il ferro più arrugginito solo
con la propria voce. La ricetta è nota e prevede il solito mix di folk (Texas), spirituals (Go Down Moses), ardite orchestrazioni (Lulu), eteree melodie (Seven
Deadly Sins) e qualche concessione al pop più canticchiabile (Ladybird). Il livello eccelso di Motherland e Tigerlily è lontano, complice anche una certa autoindulgenza ed una
eccessiva fiducia nel potere della propria voce rispetto ad una scrittura non
sempre brillante, ma la lezione di stile per le nuove leve c’è tutta. Magari
anche solo per il fatto che prima di essere ammessa nella serie A, lei negli
anni 80 si è fatta una lunga e doverosa gavetta da outsider con i 10.000
Maniacs, per cui si può accettare che ora si conceda un disco che fa un po’ di
sano catenaccio per mantenere il risultato.
Nicola Gervasini
martedì 1 luglio 2014
SONIDO GALLO NEGRO
SONIDO
GALLO NEGRO
SENDERO
MISTICO
Glitterbeat
***1/2
Vengono da Citta Del Messico e sono ben in nove i Sonido Gallo Negro, un ensamble che sta
facendo molto chiacchierare negli ultimi tempi.
Nel 2011 avevano esordito con un album (Cumbia Salvaje) che pareva destinato a morire nel mercato
messicano, fin quando nel 2012 il regista Emir Kusturica, dopo aver casualmente
assistito ad una loro performance televisiva (i miracoli delle tv satellitari..),
li ha invitati al Kustendorf Festival, kermesse di musica etnica che lui stesso
patrocina in Serbia. Sendero Mistico è dunque la loro
prima realizzazione distribuita internazionalmente, e sicuramente non tradisce
le aspettative. Innanzitutto avvertiamo: la loro musica è completamente strumentale,
ed è un mix di mille sapori e culture riprodotti con piglio da colonna sonora cinematografica,
che ricorda molto , su altre sponde, quella dei nostrani Sacri Cuori e del loro
album Rosario. Proviamo dunque ad
addentrarci nel melting pot della loro musica: tex-mex ovviamente, echi
morriconiani ancor più ovviamente (anche se sarebbe da capire dove si stanno
solo riprendendo la loro musica o se davvero il nostro Morricone è riuscito ad
inventarsi un genere che pure in Messico
considerano come cultura propria), ritmi
sudamericani come la cumbia peruviana o la sua variante della Sonidera Cumbia,
oppure momenti di chicha (termine che indica sia un ballo che una tipica
bevanda sudamericana), di boogaloo (che è una versione molto nordamericana
della musica latina), o di huayno (altro passo di origine peruviana). Ogni
tanto si pensa di riconoscere melodie note (la linea di Alfonso Grana ad esempio ricorda la molto nota La Colegiala), ma è solo perché bisognerebbe anche fare un attento
studio su dove nascano certe melodie tradizionali del luogo e come siano state
rielaborate nel tempo da musicisti pop e non. La grandezza dei Sonido Gallo
Negro sta nella grande varietà di suoni, con nessuna preponderanza, ma con la
chitarra di Gabriel Lopez spesso in
evidenza, come anche l’hammond di Julian Perez o il flauto di Lucio de los
Santos. Non c’è un leader, ma ovviamente a farla da padrone sono batterie e
percussioni, in un tripudio di ritmi e rumori latini davvero avvolgente. Nulla
che poi possa servire davvero a far ballare i tanti adepti nostrani del ballo
latino-americano che popolano le discoteche di provincia: la loro musica fa
ballare, ma soprattutto crea immaginari sonori che necessitano di calma e
attenzione. Lasciatevi coinvolgere anche voi.
Nicola Gervasini
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TERENCE TRENT D'ARBY
Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...