lunedì 10 novembre 2014

MATT WALDON


 Matt Waldon Learn to Love[Arkham Records 2014] 

www.mattwaldon.com

 File Under: down the road

di Nicola Gervasini (16/05/2014)

Impara ad amare giù in strada. Potrebbe essere tutto nel ritornello di Learn To Love il senso di fare musica di Matt Waldon, ma potremmo allargarci a tutto il parco di autori e gruppi italiani che ancora seguono la scia della musica americana. Una strada forse vecchia, polverosa, che a livello mainstream stanno un po' abbandonando gli stessi americani, per cui figuratevi quanto difficile e impervia sia percorrerla da Rovigo. Ma niente paura, la storia ci ha già insegnato i corsi e ricorsi della storia, e attendiamo un nuovo Ryan Adams che dia una nuova spinta al genere (quello vecchio pare aver ormai esaurito il suo ruolo guida). Intanto da noi il settore cresce, non purtroppo in termini di audience, quanto di qualità. Abbiamo seguito le vicende di Matt Waldon fin dagli esordi con i Miningtown e continueremo a farlo, perché il ragazzo sta maturando, e con questo album forse siamo giunti al livello desiderato.

Intanto sta frequentando le persone giuste, veri e propri rock and roll refugees come Kevin Salem (che assume anche funzioni da ingegnere del suono) o Neal Casal, gente che negli anni 90 segnava la via, e che ora vivono da oscuri sideman (Casal ormai definitivamente riciclato da Chris Robinson come chitarrista, anche se non ha mai smesso di pubblicare a proprio nome). Learn To Love è un buon disco di "ita-americana", anche grazie ad un lavoro in studio decisamente migliore che nei precedenti capitoli. Waldon resta un autore che ancora deve trovare una sua via, i suoi testi abusano ancora delle parole "road", "night" e "car", si riferiscono quasi sempre ad una lei, non sappiamo quanto ipotetica, insomma seguono la linea poetica pur sempre efficace del romantico eroe di strada. Nulla di male in fondo, il rock americano su questa epica ci ha campato per cinquant'anni. In ogni caso le chitarre sofferte di Broken riempiono le casse dello stereo in una iper-amplificazione del dolore che suona davvero bene. La chitarra di Casal contrappunta la title-track, mentre in The Heart is a Lonely Hunter ricorda addirittura Tom Ovans.

Waldon oggi usa molto meglio la voce, e spesso prova ad arrochirla (You Can Run As Far), aumentando il tono decisamente dark-folk del disco. Persino quando il clima si fa più romantico (Under Your Breath, con Salem alla chitarra), il duetto con la voce di Samanta Garda fa quasi tornare alla mente certi vecchi dischi della Handsome Family, mentre Devil On The Freeway addirittura sa del sound dei Walkabouts. Non si inventa nulla ovviamente, Fast Clouds ad esempio usa lo stra-abusato incedere alla Dead Flowers (o metteteci una qualsiasi ballad di John Fogerty), ma alla fine funziona bene. Da segnalare anche una bella cover di New York City di Keith Caputo, uno che nella vita, oltre ad essere diventato anche formalmente una donna, faceva il folksinger e contemporaneamente il leader della band heavy metal Life Of Agony. Disco autoprodotto, con una maniacale cura nella confezione (con tanto di plettro personalizzato in allegato), Learn To Love si pone come una delle uscite più significative del nostro rock di questa annata. 

venerdì 7 novembre 2014

NATHAN BELL

NATHAN BELL
BLOOD LIKE A RIVER
American Family
***
Ogni tanto ci dimentichiamo del significato originario della parola folk. L’abbiniamo con facilità ad altre formule (folk-rock, indie-folk, siamo arrivati anche al folk-pop con i Lumineers), forse perché ormai i veri dischi folk sono sempre più rari e relegati ai bassifondi. Come quello di Nathan Bell, folksinger nella vera accezione del termine, che lo vede armato di sola chitarra inscenare quei telegiornali musicali tanto cari a Phil Ochs con una particolare propensione all’umanesimo dei poveri e dei dimenticati. Blood Like a River quindi, o, come diremmo noi, sangue a fiumi, quello che scorre nelle vene di racconti intimi e comunitari al tempo stesso. Esattamente quello che un folksinger dovrebbe sempre fare. Bell però ama dare una versione intima e personale del folk, non tanto negli schemi, che sono quelli della tradizione più roots-oriented alla Jack Hardy fino ad arrivare ai momenti più folkish di Greg Brown, quanto nei testi, piccoli diari di una vita (The Snowman) che si alternano a campionari umani da non dimenticare (Names). Nelle note di copertina la scrittrice Elissa Wald descrive l’importanza che la sua musica (fa riferimento soprattutto al suo album precedente Black Crow Blue del 2011) ha avuto sulla sua ispirazione, e definisce la sua musica come dei “Ritratti color seppia dei tipici caratteri americani”. Dal punto di vista musicale Bell non lascia scampo: il disco è stato scritto e registrato in trenta giorni in assoluta solitudine e senza ricorrere a cover acchiappa-appassionati, se non il fatto che Blue Kentucky Gone cita apertamente Blue Kentucky Girl di Emmylou Harris. Facile sarebbe quindi trovare Blood Like A River noioso, e sicuramente Bell non si è molto preoccupato di concedere qualche momento di svago in questi cinquanta minuti di words&Music, regalandoci un disco notturno che necessita attenzione, quel genere di cosa che nemmeno più gli appassionati di musica riescono a riservare ad un album nuovo. Ma è un disco che rifonda un modo solitario di fare musica americana che è anche più che antico, ma potrebbe poi essere il modo giusto per ripartire: dalle origini, dalla base di un modo di fare songwriting che resta prezioso.


Nicola Gervasini

mercoledì 5 novembre 2014

KEN STRINGFELLOW

KEN STRINGFELLOW
 I NEVER SAID I’D MAKE IT EASY
Lojinx/Planet
***1/2

Noto ai più come uno dei session-man più utilizzati dai REM negli anni 2000, ma in verità uomo un po’ ovunque del mondo power-pop, Ken Stringfellow non ha mai dato troppo peso alla sua carriera solista. I Never Said I’d Make It Easy, titolo quanto mai esplicativo sul perché pubblichi poco a suo nome, è una raccolta che capitalizza i riconoscimenti avuti come membro dei Posies, dei Minus 5 o dei riformati Big Star (per dire solo alcune delle band in cui ha militato), riunendo i sedici brani migliori della sua epopea solista. Dal 1997 ad oggi Ken ha pubblicato quattro album (This Sounds Like Goodbye del 1997, Touched del 2001, Soft Commands nel 2004 e Danzig in the Moonlight nel 2012, quest’ultimo però non considerato per compilare questa raccolta), non contando anche gli EP (da cui qui vengono recuperati comunque due brani da Privet Sides del 2003, composto a due mani con Jon Auer). Dischi sempre molto piacevoli, ma persi nel limbo di un mercato discografico ormai autogestito. Per questo ben venga questo lungo riassunto, perché la “fine art of making pop songs” qui trova un rappresentante di primo livello. I REM , e ancor prima Alex Chilton e i Big Star, restano il modello di riferimento di jingle-jangle songs come Down Like Me, Finding Yourself Alone o Reveal Love, il tutto condito dalla sua vocalità leggera, a metà tra un Marshall Crenshaw più ispirato e un Freedy Johnston degli anni d’oro. Pub rock di vecchio stampo, ma anche qualche concessione alla modernità con la decisamente brit-pop Airscape (siamo dalle parti dei Radiohead già infatuati con l’elettronica), e momenti più disturbati come le schitarrate di Don’t Break The Silence che viaggiano dalle parti del compianto Elliott Smith. Il materiale è tutto già edito, tranne la cover di Kids Don’t Follow, un brano dei primissimi Replacements (era sull’EP Stink del 1982). Tra momenti rilassati (la psycho-folk Ask Me No Questions), azzeccate orchestrazioni (Any Love) e piano-ballads (Known Diamond), la compilation scorre senza intoppi e riesce a non annoiare nonostante la sua necessaria lunghezza (65 minuti). Occasione buona per riscoprire canzoni ignorate dai più, e magari per riaddestrarsi in altre discografie, Posies in primis, dove Stringfellow ha lasciato segni anche più importanti.

Nicola Gervasini

lunedì 3 novembre 2014

DEVON WILLIAMS

DEVON WILLIAMS
GILDING THE LILY
Slumberland
***

Non è la prima volta che incontriamo Devon Williams, già presentato nel 2011 ai tempi del suo secondo album Euphoria. Un nome interessante del mondo indie-pop, per i più attenti già sentito in band minori dell’area di Los Angeles come gli Osker, i Fingers-Cut, i Megamachine e i Lavender Diamond. Degno figlio spirituale di Brian Wilson prima e direi Matthew Sweet poi, Williams è innamorato di cori e melodie eteree e brani che possono apparire leggeri solo ad un primo sommario ascolto. Gilding The Lily, con la sua copertina vintage degna di un oscuro cantautore dei primi anni settanta, prosegue il suo percorso di crescita nell’eterna ricerca della pop-song perfetta, con un sapiente lavoro di fini arrangiamenti operato dal produttore Jorge Elbrecht. E’ un disco di larghe vedute, costruito su chitarre leggere, spesso byrdsiane (Deep In The Back Of Your Mind) , ma con una scrittura che rimanda più a certo pop adulto degli anni 80 alla Prefab Sprout (Games). Non mancano echi di certa new wave del tempo come Pendulum, un brano che starebbe bene anche sul recente disco dei War On Drugs, qualche sviata verso la West Coast più leggera (Around In A Maze), o il momento glam alla Marc Bolan di Puzzle. L’espressione del titolo significa dare una apparenza più attraente a qualcosa che altrimenti si presenterebbe non abbastanza accattivante, forse un riferimento al grande lavoro di ricamo operato su canzoni che probabilmente in una veste scarna e acustica faticherebbero a farsi notare. Perché poi in questo wall of sound di voci e tastiere (ascoltate Rabbit Hole ad esempio), è l’insieme che crea l’effetto prima ancora delle canzoni, un po’ come hanno insegnato a fare i migliori Beach Boys. Gilding the Lily conferma così Devon Williams come un piccolo nuovo Beck, forse più concentrato sulla produzione che sulla scrittura, anche se Will You Let Go of My Heart ad esempio è un bel colpo degno del Lloyd Cole più ispirato. Ha ancora tanta strada da fare, ma certi palati più fini ed esigenti potrebbero già trovarlo più che interessante.

Nicola Gervasini

lunedì 27 ottobre 2014

DAVIDE VAN DE SFROOS

Incontrare Davide Van De Sfroos ad un incrocio tra Como e San Antonio in Texas non è cosa che accade tutti i giorni, ma ben venga l’occasione del Buscadero Day, festival estivo di musica americana ispirato dal noto mensile che si terrà nella bella cornice lacustre di Pusiano – Como – tra il 26 e il 29 Luglio. Rassegna coronata con il concerto finale che vedrà il cantautore comasco dividere il palco con il grande Steve Earle. Ho tutti i suoi dischi, e glieli porterò per spiegargli perché salgo sul palco con lui – assicura Davide, restituendoci anche l’immagine mitica del personaggio Earle. E’ uno di quegli artisti che anche se sale sul palco da solo sembra comunque di sentire suonare i Clash. E questo perché lui ha la convinzione di dover sempre cantare quello che gli altri non cantano. Nel caso di Earle questo si è tradotto in una carriera nata tardivamente a Nashville, nel paradiso dell’America conservatrice, ma presto deviata da una esperienza in prigione e dalla convinzione che la musica roots americana dovesse andare in ben altra direzione. Un pensiero che Davide Van De Sfroos condivide da sempre attraverso una galleria di personaggi, veri o di fantasia, che nelle sue canzoni hanno descritto il mondo italiano in modo molto “americano”. Mi sento un cantante-cronista come Earle e tutta la tradizione che da Woody Guthrie in poi ha raccontato la strada e i suoi protagonisti. Solo che io non vado sulle highways impolverate della provincia americana, ma giro le valli nostrane, da solo, anche facendo concerti di beneficenza negli ospizi e coinvolgendo la gente negli ospedali. E’ questo il mio ideale di artista.  E così se Earle si è fatto cantore dell’”altra America”, Van De Sfroos nelle sue canzoni ha descritto l’Italia delle persone semplici. Gente che ha una vita avventurosa, che necessita di un approccio punk per affrontare le tasse, gli sfratti, la disoccupazione. I punk di casa nostra non hanno giacche borchiate e capelli colorati, ma sono i pendolari, gli operai, i pescatori, i contrabbandieri e i minatori…gente che prova, magari sbaglia, ma riparte sempre.  Tante storie che lui ha raccontato spesso ricorrendo a miti americani, sia trasformando i pendolari in Cau Boi in una canzone che, non a caso, ha dato anche il nome al suo fan-club, sia ricordando i pomeriggi passati a sognare nei cinema di provincia, fantasticando sulle imprese dell’Ispettore Callaghan o sull’erotismo della Jessica Lange sdraiata “sul taul de cusena” (Cinema Ambra, ottimo brano del suo ultimo disco Goga e Magoga). Lui ammette di sognare che la sua scrittura decisamente cinematografica possa un giorno trovare un sfogo sul grande schermo. Un giorno parlavo con un amico regista di un eventuale film che sia una carrellata di tutti i miei personaggi. Qualcosa di simile a quello che fatto Ermanno Olmi per il Po, ma portato sulle rive del Lago di Como. Che è un luogo estremamente adatto per il cinema, tanto che qui sono stati girati molti film famosi (da Rocco e i suoi Fratelli a Casino Royale, persino scene dell’episodio 2 di Star Wars). In attesa di vedere il suo sogno realizzato, resta la sua musica, uno dei pochi casi di produzione italiana perfettamente in grado di ricreare suoni e modo di suonare tipici della musica delle radici statunitensi, mantenendo però l’impronta di casa nostra. Penso che molti miei fans abbiano scoperto un mondo musicale per molti lontano grazie ai miei dischi e alle mie citazioni, e anche grazie ai tanti artisti che ho invitato sul palco.
Nicola Gervasini


venerdì 24 ottobre 2014

JOE HENRY

Non si esagera mai troppo nel definire Joe Henry come una delle figure chiave della musica americana degli ultimi vent’anni. Nato cantautore di matrice roots/country (da riscoprire perlomeno gli album Shuffletown e Short Man’s Room), Henry è divenuto nel tempo uno dei creatori di suoni (per sé e per altri artisti) più originali e riconoscibili dello scenario americano. Personaggio schivo e poco animale da palcoscenico, i suoi album hanno sempre raccolto grandi consensi di critica ma piccoli riconoscimenti di pubblico. Pochi infatti magari sanno che da un brano tratto dal suo capolavoro Scar del 2001 (Stop)  sua cognata Madonna ha ricavato uno dei suoi maggiori successi (Don’t tell Me), e che la stra-nota e suadente Goodnight Moon degli Shivaree era una sua intuizione da produttore. Invisible Hour (ANTI) nasce dall’esigenza di ritrovare il folksinger che fu, abbandonando le pericolose deviazioni di maniera nel mondo jazz delle ultime produzioni, e tornando a concentrare gli sforzi sul semplice binomio words & music. Statene lontani se cercate ritmo o arrangiamenti innovativi, anche perché, dopo una partenza davvero straordinaria con Sparrow e Grave Angels,  l’album ha comunque  i suoi passaggi a vuoto. Il sound è scarno ma curato, così voluto per fare da ossatura al lungo tour acustico (Italia ovviamente esclusa) che gli servirà a fare il bilancio di una carriera senza macchie.

Nicola Gervasini

mercoledì 22 ottobre 2014

FELICE BROTHERS


 The Felice Brothers
Favorite Waitress 
[
Dualtone 
2014]
www.thefelicebrothers.com
 File Under: new traditionalists

di Nicola Gervasini (01/07/2014)
Facciamo finta che non sia successo niente dal 2009 ad oggi, e che Favorite Waitress sia l'atteso seguito di Yonder Is The Clock. Potremmo così parlare della continuità di una band che ci aveva davvero fatto sperare che si potesse coniugare l'appeal indie con la tradizione roots, magari con una sostanza in termini di songwriting un po' meno vacua di band di maggior successo come Low Anthem e Mumford & Sons. Ma non si può poi ignorare come i Felice Brothers abbiano ormai perso il momento buono per diventare un gruppo di prima linea, a causa di un disco decisamente sbagliato (Celebration, Florida), di troppi litigi interni che hanno rischiato di far finire la loro storia, e di una serie di inutili uscite only for fans che hanno solo alimentato la confusione (i Mix Tapes del 2010 e le registrazioni casalinghe di God Bless You, Amigo del 2012). Per cui Favorite Waitress diventa il nostro disco del mese perché vogliamo festeggiare il ritorno a casa di una sigla che continuiamo a considerare importante, ma è evidente che la rivoluzione non passa più su queste frequenze.

L'album ha la particolarità di essere il primo disco della band inciso in un vero e proprio studio di registrazione, conservando però il tentativo di ricreare fittiziamente l'idea di una suonata casalinga, tra cani che abbiano e voci in sottofondo. Ormai basati sul duo Ian e James Felice, con il batterista Simone definitivamente partito per avventure personali (con successo, vista la qualità dei suoi dischi anche recenti), i Felice Brothers si avvalgono di tre strumentisti capaci come Greg Farley, Josh Rawson e David Estabrook per un disco che è una vera e propria reazione stizzita alle fallimentari aperture all'elettronica del precedente Celebration, Florida.Bird On A Broken Wing, il sensazionale brano che apre la raccolta, è una dichiarazione d'intenti, una ballata vecchio stampo da Band relegata nella cantine di Big Pink, con tanto di dedica a Pete Seeger per non sbagliarsi sull'epoca di riferimento. Cherry Licorice invece porta un clima di festa, ma resta una festa di provincia, lontana dai salotti alto-culturali di città, dove questi Felice Brothers verranno probabilmente schifati come si disdegna il bifolco che viene a vendere l'insalata al mercato della domenica.

Favorite Waitress è tradizionalista anche nella copertina, a cui manca giusto una cherry pie per fare il pieno di immaginario da "America Old Style". Perso il coraggio di osare che era di Simone Felice, Ian e James assaltano il pubblico rimasto sintonizzato sulle loro onde con un disco che è ancora più conservatore di quelli dei Black Crowes di fine anni zero, e che non prova neanche più a fare finta di poter essere di moda. Possono così concentrarsi a scrivere un pugno di buone ballate folk (Meadow Of A DreamChinatown), infarcendole magari di quegli arrangiamenti un po' storti a cui ci hanno sempre abituati (i cori ubriachi di Lion e Saturday Night, l'orgia di organi, campane e violini di Constituents) e di qualche nuova variazione sul tema (il giro hard-blues di Woman Next Door). Non tutto gira come dovrebbe (Katie Cruel davvero non si comprende), e il clima rilassato - per non dire a volte fin troppo volutamente scazzato - alla fine lascia un senso di provvisorietà al progetto, ma è forse anche il suo fascino. O, perlomeno, resta affascinante per noi, che a questi ritmi blandi e suoni da "rocking chair on porch" ci siamo più che abituati.

lunedì 20 ottobre 2014

LOUDON WAINWRIGHT III


 Loudon Wainwright III
Haven't Got the Blues (Yet)
[
Proper/ IRD 
2014]
www.lw3.com

 File Under: This is not a Blues Record

di Nicola Gervasini (28/07/2014)
Impossibile non amare Loudon Wainwright III, nel bene e nel male di una discografia ormai sconfinata (questo è il ventiseiesimo album) che non ha sempre tenuto lo stesso livello eccelso. In particolare lui è uno che ha sempre avuto bisogno di trovare un alter-ego musicale di primissimo livello per esprimersi al meglio, se è vero che i dischi migliori della sua carriera sono quelli prodotti da Richard Thompson (va citato perlomeno More Love Songs del 1986) e, in tempi più recenti, da Joe Henry (l'imperdibile Strange Weirdos del 2007). Perché lui, uomo da sempre dotato di una penna magnifica ma di una vocalità abbastanza monotona e impersonale, del lato produttivo non si è mai troppo curato, e questo lo ha portato a volte a realizzare dischi ottimi solo dal punto di vista della scrittura.

Ultimamente poi si era un po' perso in una sorta di percorso personale nella tradizione e nei ricordi di famiglia, appagante in termini di interesse storico e riconciliazioni con figure paterne (e soddisfacente anche in termini di vendite, se è vero che negli States di recente i dischi più conservatori e folk-oriented stanno ottenendo più favori del solito), ma decisamente poco accattivanti per un pubblico musicalmente esigente. Facile che il titolo Haven`t Got The Blues (Yet)possa far credere ad un disco a tema, ma stiamo parlando di una delle penne più ironiche del firmamento roots, e quel (yet) del titolo dovrebbe subito mettere in guardia dal pensare che davvero il nostro si dia completamente alla musica del Delta, quando invece dietro la burla del titolo si cela un disco stilisticamente vario e frizzante. Ancor più meritevole, se vogliamo, perché stavolta in produzione non c'è nessuna personalità ingombrante, ma solo l'amico David Mansfield che si limita a mettere le cose a posto laddove la canzone lo richiede.

Il blues c'è, e forse più del solito, nascosto nello swing d'apertura di Brand New Dance e nelle vene di una Depression Blues da applausi o di altri numeri old style (The Morgue Spaced) caratterizzati da fiati (se ne occupa Steve Elson) e fisarmoniche. I brani sono quattordici e la freschezza compositiva non è magari più quella dei giorni migliori, per cui normale che ci sia qualche passaggio non proprio necessario come Harmless o qualche momento in cui si lavora di mestiere (Harlan County, I'll Be killing You This Xmas). Ma alla fine chi ama Loudon Wainwright III può riconoscere tutta la grandezza di scrivere una brano come In A Hurry, quadro umano per voce e chitarra con quel perfetto equilibro tra il romantico e l'ironico che solo John Prine al mondo sa ottenere meglio di lui. Tra alti (la divertente title-track) e bassi (God And Nature) il disco scorre comunque bene fino alla fine. Resta una autore che richiede una buona comprensione dell'inglese per essere apprezzato appieno, ma anche chi è ancora alla "Lesson One" qui ha da divertirsi.

venerdì 17 ottobre 2014

HARRY DEAN STANTON

How would you describe yourself? chiede un divertito David Lynch. As Nothing. As a No-self gli risponde Harry Dean Stanton. Non traduciamo per non perdere il gioco di parole di uno dei tanti dialoghi che animavano Partly Fiction, il documentario biografico che nel 2012 ha consacrato a futura memoria l’ancora vivo e vegeto ottantottenne Stanton. Un non-protagonista che ha attraversato il cinema in più di 250 pellicole, di cui forse solo Paris, Texas da vero primo attore. E, anche in quel caso, era comunque un ruolo silente, quel Travis che Wim Wenders pensò incapace di commentare la fine del suo matrimonio se non camminando nel deserto. E chi meglio di un attore che Sam Shepard definisce come “uno che sa che il suo viso è la storia” poteva incarnare quella afona malinconia? Ma se parliamo ancora oggi del film della regista svizzera Sophie Huber non è tanto per riconsigliare l’agiografia di un attore che si è auto-condannato alla carriera di caratterista, quanto perché la pellicola è divenuta un tale cult tra gli appassionati, da richiedere a gran voce la pubblicazione in un cd ufficiale della colonna sonora. Già, perché il buon Harry nel film conversa con Lynch, Wenders, Shepard, Debbie Harry e Kris Kristofferson inframezzando i ricordi con alcune personali interpretazioni dei brani che gli sono più cari. Nulla che un qualsiasi appassionato di musica americana non abbia già in più versioni, pezzi come Everybody’s Talkin’ di Fred Neil, la struggente Blue Bayou di Roy Orbison, Promised Land di Chuck Berry, l’immancabile Help Me Make It Through The Night  di Kristofferson e una nuova versione di quella Canción Mixteca che già Stanton cantava in Paris,Texas. Il problema è che, nonostante l’impegno del chitarrista Jamie James che lo accompagna, e del produttore Don Was che interviene ad aggiustare il tiro, messe su disco le sue versioni non riescono ad andare oltre la semplice testimonianza di un uomo che non ha mai usato troppo la voce per comunicare, e si sente. Partly Fiction (Omnivore Recordings)  è già un cult-record ancora prima di uscire, ma lo consigliamo solo se siete dei veri adepti. Proprio perché le cose migliori Stanton le ha dette stando in silenzio.

Nicola Gervasini

mercoledì 15 ottobre 2014

STING

Era il 1984: la storia dei Police si era chiusa bene con un disco vendutissimo come Synchronicity e con il singolo di una vita (Every Breath You Take), e Sting pareva a tutti l’uomo giusto al momento giusto. E lui, con il suo stile elegante e affettato, unito a quel tocco di vago e freddo intellettualismo da salotto buono, azzeccò le mosse giuste fin dalle sue prime uscite discografiche da solista, seguendo la nuova onda dello smooth-pop virato a jazz. Un verbo già portato avanti dagli Style Council (e più avanti da Sade, Working Week, Simply Red, e tanti altri), ma che lui rese tendenza con la buona idea di non far suonare jazz a musicisti pop, ma costringere al pop dei veri musicisti jazz. The Dream Of The Blue Turtles (1984), il live Bring On The Night (1985) e Nothing Like The Sun (1986) dettano ancora legge in tal senso, e rappresentano lo zenith della sua carriera. In quei dischi riuscì a calibrare bene il tono ironico di Englishman in New York e quello serioso di Russians e They Dance Alone, offrendo anche momenti di grande musica. Ripetersi non era facile, tanto che, per non sbagliare, decise di prendersi una lunga pausa. Tornò cinque anni più tardi con due dischi ancora validi come The Soul Cages (1991) e Ten Summoner's Tales (1993), dove il successo stava nel mantenere un buon livello pur adottando un suono pop un po’ piatto e addomesticato, senza più l’anima nera dei predecessori. Anche se i suoi dischi non hanno mai smesso di vendere molto, da allora Sting ha avuto sempre difficoltà a ridare un senso alla sua musica, con album senza troppa anima come Mercury Falling (1996, anche se la muder ballad I Hung My Head piacerà molto a Johnny Cash), Brand New Day (1999) e il disastroso Sacred Love (2003). La sua storia pop finisce qui per ora: gli ultimi dieci anni lo hanno visto diviso tra progetti di musica classica (Songs from the Labyrinth del 2006, Symphonicities del 2010), celtica (If on a Winter's Night... del 2009) e un musical (il recente The Last Ship), che lo confermano ormai lontano da un idea di autorialità pop in cui, per almeno i primi quindici anni di carriera, è stato indiscusso maestro.


lunedì 13 ottobre 2014

LEE FIELDS


 Lee Fields 
Emma Jean[Truth And Soul Records  2014]

leefieldsandtheexpressions.com

 File Under: new old soul
di Nicola Gervasini (30/06/2014)
Tra i tanti eroi del rinnovato mondo del soul, Lee Fields è sicuramente uno dei più miracolati. Lui è sulla piazza fin dal 1973, ma fino agli anni 2000 non era mai riuscito ad arrivare ad un significativo successo, con pochi dischi persi nella notte dei tempi (da ritrovare Let's Talk It Over del 1979 ). Prodotti che pochi avrebbero ricordato se Sharon Jones non l'avesse riesumato coinvolgendolo in un memorabile duetto presente nell'album Naturally del 2005. Da allora Lee Fields ha trovato la forza di diventare un nome di punta del new-soul, raffinando molto il suo stile (un tempo fin troppo legato allo schema-James Brown), e arrivando nel 2009 a pubblicare il suo disco più importante (My World).

Emma Jean, album che segue il comunque valido Faithful Man del 2012, arriva quando forse il soul-revival è giunto un po' ad un punto morto, con la stessa Sharon Jones che ormai non può altro che riproporre lo stesso sound (si veda il recente Give the People What They Want), e le nuove leve che stanno fallendo a portare nuove idee, se non qualche piccola variazione sul tema (come gli elementi rock alla Kravitz sentiti da Curtis Harding nel comunque notevole Soul Power). Emma Jean quindi non regala sorprese, ma ribadisce conferme, con un Fields sempre più portato alla smooth-ballad (Just Can't Win) e con sempre meno ritmo funky nel motore (ci prova, senza troppo riuscirci, in Standing By Your Side). Fields è uno che ha tanta di quella gavetta sulle spalle che potete andare sul sicuro che se deve affrontare una soul-ballad alla Otis Redding come Eye To Eye sa benissimo come fare a strapparvi una lacrima, così come sa dare la giusta energia agli innesti di blues dell'ottima In The Woods.

Ma per il resto anche lui viaggia in un déjà vu non sempre brillante (Paralyzed), o che paga troppi debiti (Bobby Womack - recentemnte scomparso - che dirà da lassù risentendosi in Stone Angel?), in cui spesso il soul-sound di stampo classico sovrasta la canzone (It Stills Gets Me Down). Se comunque volete approcciare il personaggio per la prima volta c'è in ogni caso di che rimanerne soddisfatti, magari per la bella cover (quasi countreggiante) di Magnolia di JJ Cale, o per il teso groove di Talk To Somebody e il bel gioco di fiati e percussioni dello strumentale All I Need (utile per far sfogare i suoi Expressions). Il New Soul era già vecchio nelle intenzioni quando è nato a metà degli anni 2000, figuratevi ora che lo sta diventando veramente, anche quando resta pur sempre un bel sentire come in questo caso.


TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...