In genere si mitizza il primo album omonimo del 1970 perché registrato con la Band al gran completo e Todd Rundgren in regia, ma tutta la carriera di Winchester è stata caratterizzata da dischi eleganti e in prima linea nell'arte del buon songwriting. Gli mancava forse il tocco perfetto alla Gordon Lightfoot o la capacità di esprimere anche negli arrangiamenti i propri tormenti d'autore, e per questo la sua carriera resta abbastanza oscura, anche tra molti appassionati di genere. Nel 2009 si era rimesso in pista dopo un lungo silenzio con il discreto Love Filling Station, e A Reasonable Amount Of Trouble è il designato successore che Jesse ha fatto in tempo a registrare prima di lasciare queste lande desolate. Il titolo ironizza sulla sua malattia con una frase pronunciata da Sam Spades nel Falcone Maltese, e di fatto il disco può essere in qualche modo paragonato a The Wind di Warren Zevon, per quel senso di attaccamento alla vita che suscita l'idea di un artista che sa di star registrando il proprio canto del cigno. Corredato da una accorata presentazione di Jimmy Buffett, organizzatore anche del recente tribute-album in suo onore, l'album non si discosta molto dalla classica ricetta di Winchester, con brani in stile Band come She Makes It Easy Now e ballate soffici come Neither Here Nor There o Ghosts (ma quante pop-singer potrebbero cavarci una hit da questa melodia?), evidenziando però una coraggiosa allegria in scanzonate swing/soul-pop songs alla Burt Bacharach come l'iniziale All That We Have Is Now, Whispering Bells o Rhythm Of The Rain. Non potevano mancare puntate a quel gospel-country (A Little Louisiana) di cui è sempre stato maestro (e Lyle Lovett il suo più evidente discepolo), omaggi alla sua amata New Orleans (Never Forget To Boogie), lenti da festa scolastica degli anni 60 alla Aaron Neville (Devil Or Angel), e via così, fino alla fine, con episodi alla Gordon lightfoot (Don't Be Shy) e momenti riflessivi (Every Day I Get The Blues e Just So Much). Non ci ha lasciati con il suo capolavoro, ma con un buon modo per riscoprirlo sì. |
venerdì 13 marzo 2015
JESSE WINCHESTER
martedì 10 marzo 2015
MARIANNE FAITHFULL
Si parte con una decisamente roots Give My Love To London, nelle intenzioni del suo autore Steve Earle un atto d'amore per una città che lo ha ormai adottato, nella versione della Faithfull una dedica ai tanti amici sparsi in città e al loro tenace attaccamento alla vita. Si continua con una drammatica Sparrows Will Sings di Roger Waters, evocativa descrizione di disordini giovanili londinesi in puro stile dell'ex Pink Floyd, probabilmente il brano più vicino allo stile della Faithfull era Broken English. Collaboratore fisso del disco è Ed Harcourt, che scrive anche la baldanzosa True Lies e sparge pepe ad una melodrammatica Mother Wolf, mentre l'intesa con Anna Calviproduce uno dei momenti più riusciti dell'album in Falling Back, ma anche una non convincente riscrittura del classico degli Everly Brothers The Price Of Love, versione che si limita a rallentare quella ben più riuscita e famosa di Bryan Ferry, senza però trovare una nuova anima al brano. Gli arrangiamenti voluti dai produttori Dimitri Tikovoi (solitamente collaboratore di Ed Harcourt e dei Placebo) e Rob Ellis (PJ Harvey) sono spesso maestosi e altisonanti, con una leggera tendenza alla sovrapproduzione che sembra però essere marchio voluto del disco (ascoltate ad esempio la Late Victorian Holocaust di Nick Cave), anche se Tom McRae prima, con l'acustica Love More Or Less, e ancora Nick Cave con la piano-song Deep Water, offrono momenti scarni e riflessivi. Bella la versione di Going Home di Leonard Cohen (qui non si è azzardata a variare il testo), che vede tra l'altro l'intervento vocale di Brian Eno, e tutti a casa con lo standard I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael. Disco di eccezionale intensità e forse fin troppo pieno di idee e contenuti, Give My Love To London mantiene il buon nome della Faithfull nella serie A del rock. Ci ha messo anni ad entrarci, ma ora non ne esce davvero più. |
domenica 8 marzo 2015
JUSTIN TOWNES EARLE
JUSTIN TOWNES EARLE
SINGLE MOTHERS
Vagrant
***
Bisogna capirlo il povero Justin Townes Earle, non deve essere
facile portare quei due nomi con tanta leggerezza. Lui ci prova da anni, schierandosi
in quella frangia di figli d’arte che si sono dati ad una resa pop dello stile
paterno, in compagnia di gente come Adam Cohen, Teddy Tohmpson e, anche se
forse con risultati più alti e personali degli altri, Rufus Wainwright. Justin
Townes Earle non ha mai rinnegato l’origine nashvilliana del songwriting
paterno, e ha portato il nome di Townes Van Zandt con rispetto, sia per cotanto
mito, sia per la devozione del padre, che a quell’uomo è arrivato a dedicare un
figlio e un disco intero. Prendete ad esempio Picture In A Drawer, brano centrale del nuovo album: il tentativo
di ricreare una intensa ballatona che possa stare tra una Place To Fall di Van Zandt e una Goodbye del padre è evidente, quanto anche l’impossibilità di
poterli raggiungere. Non ce ne voglia il buon Justin, che fino ad oggi si è speso
con dischetti che si ricordano anche volentieri come Midnight At The Movies
del 2009 o Harlem River Blues del 2010, ma con questo Single Mothers riesce solo a confermare quanto non potrà mai essere
un nome di primo piano, ma solo un onesto gregario, bravo per quanto
raccomandato, ma pur sempre uno da serie B. Non che ci sia niente di sbagliato
in questo nuovo disco, solo che questa serie di malinconiche ballate, al solito
sospese tra country e indie-pop, solo raramente trovano lo spessore da grande
autore. Il nostro prode dedica l’album alle madri single e al loro coraggio
nell’affrontare la vita, forse un
messaggio trasversale al ben poco affidabile padre, ma in verità più un monito
a sé stesso a perseguire una condotta più saggia e meno autodistruttiva, visto
che anche lui è fresco sposo e anche il suo passato già parla di storie di
droga e notti in prigione. Bisogna aspettare dunque la terza traccia per
trovare perlomeno un po’ di sano divertimento nel country-bar-boogie di My Baby Drives, e la quarta per un
momento più intenso grazie a Today And A
Lonely Night, e magari il finale con It’s
Cold In The House e Burning Pictures
per un po’ di discreto songwriting. Disco caratterizzato da un suono scarno, che
punta tutto sulla pedal steel di Paul Niehaus
(Lambchop, Calexico), Single Mothers
è un disco che si ascolta con piacere, ma si dimenticherà anche in fretta. E a
papà e ai suoi amici questo non è mai successo.
Nicola
Gervasini
martedì 3 marzo 2015
LEONARD COHEN
domenica 1 marzo 2015
KEVIN LEE FLORENCE
KEVIN LEE FLORENCE
GIVEN
Fluff &
Gravy
***
Nicola Gervasini
venerdì 27 febbraio 2015
MARK OLSON
|
Nicola Gervasini
mercoledì 25 febbraio 2015
MUSEE MECANIQUE
MUSEE
MECANIQUE
FROM
SHORES OF SLEEP
Glitterhouse
***
Le vicende che hanno preceduto
la pubblicazione di questo From Shores Of Sleep hanno
rappresentato un piccolo argomento da tam-tam mediatico nel mondo indie. I Musèe Mècanique sono una band di
Portland che nel 2008 registrarono un album divenuto presto un cult-record del
mondo indipendente americano. Hold
This Ghost, infatti
uscì solo nel 2010 dopo due anni di incessanti passaparola tra appassionati su
questa produzione casalinga, e da allora è stato un susseguirsi di concerti a
seguito di grandi nomi del genere (Iron & Wine, Beach House e M Ward) e di
attestati di stima. Ma il fatidico secondo disco, quello che poi davvero serve
a confermare la statura di una band, è stato registrato solo nel 2012, ed esce
finalmente solo oggi, ben sei anni dopo l’esordio. Difficile capire le ragioni
di tali ritardi, se non entrando nei meriti di una band pare anche abbastanza
litigiosa e non sempre unita. Conseguenza della coabitazioni di due menti
pensanti come quelle di Sean Ogilvie
e Micah Rabin, autori di tutti i brani anche di questo nuovo disco. Che
conferma statura ma anche limiti della loro proposta, ancorata fedelmente
all’idea di un nuovo folk a largo raggio che trova radici nella musica dei
Neutral Milk Hotel e tanti altri esempi, non ultimi i Fleet Foxes, a cui
finiscono spesso per somigliare quando arrangiano i cori. I Musèe Mècanique infatti hanno una particolare propensione per
l’arrangiamento pieno e pomposo, seppur applicato su brani leggeri e sempre di
taglio decisamente soft-folk. L’utilizzo di una sezione d’archi e dei corni
infatti riempie sempre il sottofondo di brani come The Lighthouse and The Hourglass o The Opens Sea, con il suo finale in crescendo dove davvero tra
violini, fiati e cori aperti creano un wall
of sound di spectoriana memoria. In Castle
Walls si rasenta addirittura l’atmosfera da colonna sonora da film fantasy,
ma basta l’iniziale O Astoria per
rendersi conto che quando vogliono sanno anche porre l’attenzione sulla canzone
e sulla sua struttura. La sensazione è che a volte la voglia di trovare sempre
l’arrangiamento pieno diventi stucchevole e non faccia sempre bene a brani come The
World Of Science o Cast in The Brine,
che avrebbero magari trovato la propria ragion d’essere anche in veste più
scarna. Da notare la presenza di Alela
Diane ai cori e un largo stuolo di session-man impegnati in un’opera forse fin
troppo appesantita, ma di sicuro interesse.
Nicola Gervasini
lunedì 23 febbraio 2015
BONNIE PRINCE BILLY
Il disco anzi si pone come terzo tardivo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 2008 con lo straordinario Lie Down in The Light, e proseguita con l'altrettanto riuscito Beware. Un trittico di album in cui Oldham ha adattato il proprio songwriting ad un sound da outlaw di Nashville da metà anni settanta, con pedal steel suadenti (There Will Be Spring), violini taglienti (la straordinaria Quail And Dumpings), cori (Old Match) e ariose e malinconiche ballatone country (We Are Unhappy, Whipped). Brani molto spesso già editi (la maggior parte proviene dal disco Wolfroy Goes to Town del 2011), ma qui riproposti con nuovi scintillanti arrangiamenti, e già l'operazione di re-make la dice lunga sulla natura del progetto. Niente che suoni convenzionale ovviamente, lo stile di Bonnie Prince Billy resta inconfondibile nel suo stralunato marchio di fabbrica, anche quando cavalca sentieri che potremmo (con non poco coraggio) definire "mainstream". Ma è indubbio che questo album sia un suo modo per riconciliarsi con i fans persi per strada con gli ultimi ermetici album, forse non esaltanti solo per chi non ha avuto la pazienza di ascoltarli, ma innegabilmente usciti in una veste produttiva poco accattivante. A essere severi addirittura si potrebbe notare come a livello di scrittura qui Billy abbia scelto solo le vie più elementari, finendo magari per impantanarsi in qualche brano a cui manca l'intensità dei giorni migliori (It's Time To Be Clear), ed in generale il disco manca l'obiettivo di eguagliare i due più riusciti predecessori. Ma resta il gran piacere di sentirlo alle prese con brani semplici e lineari come Mindlessness o l'iniziale Night Noises. Le zampate da grande ci sono, come l'oscura So Far And Here We Are o la title-track che chiude l'album, ma sono pronto a scommettere che, vista l'orecchiabilità di tutti i brani presenti, molti di voi sceglierebbero altri brani per la propria compilation dell'anno. Proprio come succede ai dischi "facili", termine che per Bonnie Prince Billy potrebbe sembrare quasi un insulto, se non fosse che in questo caso lui stesso lo riterrà un gran complimento. |
giovedì 19 febbraio 2015
ROBYN HITCHCOCK
Se lo sia anche per la storia del rock davvero non è più neanche questione da porsi, neppure quando l'album da quella storia pesca classici come The Crystal Ship dei Doors, To Turn You On dei Roxy Music era-Avalon e soprattutto una The Ghost In You dei Psychedelic Furs che ha suscitato l'orgoglioso plauso dello stesso Richard Butler. Cover che non solo paiono riuscite, ma che trasformano classici immortali in canzoni alla Robyn Hitchcock al 100%, senza però troppo stravolgere e preservandone lo spirito originario. Ma il disco ha altri spunti di interesse, che vanno da cover più oscure (ma non meno interessanti) come Don't look Down del Grant lee Phillips di Ladies Love Oracles o una rilettura di Ferries, brano del gruppo norvegese I Was A King. Quest'ultima è l'ultimo ricordo portato in dote dalla lunga trasferta scandinava del nostro (grazie alla quale abbiamo avutoGoodbye Oslo, che resta forse il suo disco migliore da vent'anni a questa parte), anche se è proprio la vocalist Anne Lise Frøkedal a dare uno dei maggiori contributi al disco. Ma alla fine la vera notizia è che dopo tanti anni Hitchcock è riuscito a farsi produrre un disco nientemeno che da Joe Boyd, il deus ex machina del suo amatissimo Nick Drake, il cui contributo è forse più evidente nei cinque brani autografi, che sanno di brit-folk fino al midollo, anche grazie al violoncello di Jenny Adejayan. Da notare infine la divertente copertina disegnata dall'amica e collega Gillian Welch (ricorderete l'ottima collaborazione dei due per l'album Spooked del 2004), e il fatto che pur mantenendo un ritmo produttivo "only for fans", Hitchcock resta un marchio di garanzia e qualità che ha pochi eguali. E purtroppo sempre troppo pochi estimatori. |
lunedì 16 febbraio 2015
BLUES BROTHERS BAND STORY
BLUES
BROTHERS BAND STORY
La
storia della Blues Brothers Band nasce ufficialmente nel 1978, ma per arrivarci
è forse bene fare un bel salto indietro. Partiamo dunque dal 1973, quando i
fratelli Donnie "Mr. Downchild" e Richard "Hock” Walsh
diventarono i primi bluesmen canadesi a piazzare un singolo nella Billboard USA.
Ci arrivarono come Downchild Blues Band, ma ad Ottawa, all’ Hibou Coffee House,
molti già da tempo parlavano di loro come dei “Blues Brothers”. Il fortunato 45
giri era Flip, Flop, Fly,
probabilmente il più noto esempio di jump-blues del Chicago-style scritto nel
1955 da Big Joe Turner, brano scelto anche da Elvis Presley per la sua prima
esibizione televisiva nel 1956.
L’Hibou
Coffee House invece era il ritrovo abituale della nuova scena blues canadese,
un pub dove musica e sketch comici si alternavano ogni sera senza sosta. Chiuse
nel 1975, improvvisamente, senza troppe spiegazioni, nel pieno del suo
successo. La fine della storia fu celebrata con un memorabile concerto in cui
Muddy Waters si fece accompagnare all’armonica dal giovane comico di casa. Noto
per la sua passione blues e per essere sempre disponibile a jam-sessions
(compresi alcuni concerti con la Downchild Blues Band), quella sera il
promettente attore Dan Akroyd, oltre alle sue fedeli armoniche, aveva in tasca
anche un biglietto per New York, dove lo attendeva un’audizione per un nuovo show
televisivo.
Qualche
mese dopo, a New York, John Belushi era solito passare le serate a bere all’ Holland
Tunnel Blues Bar, il locale che l’ormai collega Dan Akroyd aveva comprato
investendo la prima paga da star televisiva. Belushi non aveva mai ascoltato
blues, né tantomeno avrebbe mai pensato di poterlo cantare a livello professionale.
Imparò in fretta però, se è vero che, nella puntata del 17 gennaio 1976 del
Saturday Night Live Show, lui e Dan si presentarono al pubblico vestiti da api come
Howard Shore and his All-Bee Band,
omaggiando un noto compositore di colonne sonore canadese (suo anche lo score
del Signore degli Anelli). Il brano
scelto per quell’esordio fu ovviamente la notissima I’m A King Bee di Slim Harpo. Non erano ancora i veri Blues Brothers,
e Belushi pareva più concentrato ad essere una caricatura di un bluesman più
che uno vero, ma intanto se la sua ape era dotata di canoniche antenne, l’ape
Akroyd sfoggiava un paio di occhiali neri e un cappello dello stesso colore
alquanto familiari. Una tenuta di scena che Dan rubò a John Lee Hooker, che
l’abito da Man in Black lo usava da anni come marchio di fabbrica. Ma i
movimenti sul palco esibiti quella sera erano quelli dei fratelli Hawks, i miti
giovanili di Akroyd.
Più di
due anni dopo quell’isolato sketch, il 22 aprile del 1978 Akroyd e Belushi, con
il nuovo nome d’arte di Elwood e Jake Blues, esordiscono come Blues Brothers al
Saturday Night Live show suonando Hey Bartender
di Floyd Dixon. Belushi nel frattempo era diventato una vera star grazie ad Animal House, ma ormai era ossessionato
dal blues quanto il compare. Aveva visto la luce.
Il 9 settembre del 1978
la Blues Brothers Band esordì dal vivo all’Universal Amphitheatre di Los
Angeles come spalla del comico Steve Martin, i cui dischi in quel periodo arrivarono a vendere anche due milioni
di copie. La registrazione della serata venne ripulita, quasi a farla sembrare
una session in studio, e pubblicata a novembre come primo album della band. Briefcase Full of Blues evidenziò tutte
le potenzialità del progetto: Belushi ormai non scimmiottava più nessuno e appariva
più che mai convinto del ruolo, mentre il repertorio pescava tra classici del soul
come Soul Man, brani della Downchild
Blues Band (ben tre, comprendendo Flip,
Flop, Fly) e qualche scoperta del momento ('B' Movie Box Car Blues di Delbert McClinton era un singolo uscito
giusto quell’anno). Il successo fu grande, ma importante fu il fatto che
nessuno prese l’avventura come uno scherzo di due comici in libera uscita. A
capodanno del 1978 la Blues Brothers Band aprirà un concerto dei Grateful Dead
al Winterland, ottenendo così anche la piena investitura del mondo rock.
Resta
però paradossale il fatto che le uniche tracce in studio mai registrate dal gruppo
siano quelle (immortali) della colonna sonora del film di John Landis del 1980.
Nello stesso anno uscirà anche Made in
America, piccolo saggio del tour estivo organizzato a supporto del film, ma
se la pellicola, la colonna sonora e il tour riscossero un successo senza
precedenti, Made in America, forse
confezionato un po’ troppo frettolosamente, vendette invece molto meno, forse a
riprova che senza il traino dell’immaginario creato da John Landis con il suo
film, la band era comunque destinata a sfaldarsi. Non ci fu tempo per valutare
le mosse successive però: quando nel marzo del 1982 Belushi morì, il progetto
Blues Brothers era congelato, anche se per nulla abbandonato. Akroyd lo terrà
caparbiamente in vita fino ai giorni nostri, registrando dischi e organizzando
tour con vari cambi di line-up, compreso ovviamente il sequel del film del 1998.
Ma la vera discografia dei Blues Brothers è tutta in quei tre dischi, dove
magari non si ha tempo di accorgersi della poca tenuta della voce di Belushi
(il che obbligava a set corti e con parecchie pause), ma dove due bianchi, quasi per gioco,
riuscirono davvero a vestirsi di nero.
mercoledì 4 febbraio 2015
DENNEY & THE JETS
| Denney And The Jets Mexican Coke (Limited Fanfare/ Audioglobe 2014) denneyandthejets.com |
Nell'economia della storia del pub-rock un disco in più o in meno non può ormai fare una grande differenza, per cui pare davvero difficile che il mondo si scaldi per un esordio come questo Mexican Cokedei Denney And The Jets. Ma se la nuova versione dei NRBQ non vi soddisfa e cercate ancora dei degni eredi dei Dr Feelgood, questa band di Nashville, che gioca a fare come gli inglesi quando giocano a fare gli americani, fa il caso vostro. Chitarre tra garage e rock and roll come hanno insegnato a fare mostri sacri del genere come Brinsley Schwarz e Dave Edmunds, quel tanto di tono ironico alla Graham Parker/Nick Lowe, brani che la buttano in energia come Bye Bye Queen o in puro romanticismo vintage anni 50 come Darlin', e il gioco è fatto. Mexican Coke ha il pregio della freschezza e della semplicità, ma non venite a pretendere dal leader Chris Denney grande originalità e soprattutto una particolare attenzione alla scrittura. E' musica di genere, che al massimo devia di poco verso il country (Alabama Man) o la butta sulla ballata ubriaca (Charlie's Blues), e come tale viene presentata da una classica band che pubblica cd solo per avere qualcosa da offrire al pubblico dopo uno dei loro sudatissimi concerti. Poi qui capita anche che tra tante ovvietà saltino fuori anche pezzi di valore come una Hooked che sarebbe piaciuta tanto ai Green On Red o una Mama's Got The Blues che sa di Rolling Stones in esilio sulla strada maestra. Poco più di mezz'ora di puro intrattenimento per appassionati di genere. (Nicola Gervasini) |
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