venerdì 13 marzo 2015

JESSE WINCHESTER


 Jesse Winchester 
A Reasonable Amount of Trouble
[
Appleseed/ IRD 
2014]
www.appleseedmusic.com

 File Under: The Last Waltz

di Nicola Gervasini (30/10/2014)
Jesse Winchester ci ha lasciati lo scorso 11 aprile, in silenzio, ma forse non quanto avrebbe voluto lui, visto che la notizia della sua morte era erroneamente circolata nel web già giorni prima, tra conferme e smentite. Outsider per eccellenza del mondo della roots-music, storia racconta che Winchester si sia dovuto accontentare delle briciole del mondo discografico degli anni settanta a causa di una condanna per diserzione dall'arruolamento per il Vietnam, scelta che lo ha costretto a fuggire in Canada nel 1967, per attendere l'amnistia del 1977 prima di poter rimettere piede nel suolo americano. Nel frattempo però il gran momento della canzone d'autore americana stava finendo, per cui a lui rimanevano solo gli onori per una serie di dischi apprezzati in Canada e tra gli addetti ai lavori, e un pugno di classici resi tali soprattutto da altre voci (Yankee Lady eBiloxi i più noti).

In genere si mitizza il primo album omonimo del 1970 perché registrato con la Band al gran completo e Todd Rundgren in regia, ma tutta la carriera di Winchester è stata caratterizzata da dischi eleganti e in prima linea nell'arte del buon songwriting. Gli mancava forse il tocco perfetto alla Gordon Lightfoot o la capacità di esprimere anche negli arrangiamenti i propri tormenti d'autore, e per questo la sua carriera resta abbastanza oscura, anche tra molti appassionati di genere. Nel 2009 si era rimesso in pista dopo un lungo silenzio con il discreto Love Filling Station, e A Reasonable Amount Of Trouble è il designato successore che Jesse ha fatto in tempo a registrare prima di lasciare queste lande desolate. Il titolo ironizza sulla sua malattia con una frase pronunciata da Sam Spades nel Falcone Maltese, e di fatto il disco può essere in qualche modo paragonato a The Wind di Warren Zevon, per quel senso di attaccamento alla vita che suscita l'idea di un artista che sa di star registrando il proprio canto del cigno.

Corredato da una accorata presentazione di Jimmy Buffett, organizzatore anche del recente tribute-album in suo onore, l'album non si discosta molto dalla classica ricetta di Winchester, con brani in stile Band come She Makes It Easy Now e ballate soffici come Neither Here Nor There o Ghosts (ma quante pop-singer potrebbero cavarci una hit da questa melodia?), evidenziando però una coraggiosa allegria in scanzonate swing/soul-pop songs alla Burt Bacharach come l'iniziale All That We Have Is NowWhispering Bells Rhythm Of The Rain. Non potevano mancare puntate a quel gospel-country (A Little Louisiana) di cui è sempre stato maestro (e Lyle Lovett il suo più evidente discepolo), omaggi alla sua amata New Orleans (Never Forget To Boogie), lenti da festa scolastica degli anni 60 alla Aaron Neville (Devil Or Angel), e via così, fino alla fine, con episodi alla Gordon lightfoot (Don't Be Shy) e momenti riflessivi (Every Day I Get The Blues e Just So Much). Non ci ha lasciati con il suo capolavoro, ma con un buon modo per riscoprirlo sì.

martedì 10 marzo 2015

MARIANNE FAITHFULL


 Marianne Faithfull 
Give My Love to London
[
Naïve/Dramatico 
2014]
www.facebook.com/mariannefaithfullofficial

 File Under: Smokey London

di Nicola Gervasini (25/10/2014)
A giudicare dalla copertina Marianne Faithfull è ancora convinta che una donna con una sigaretta sia una donna sexy e interessante, salvo poi scoprire che questa signora, che a 68 anni ancora può insegnare fascino ad una ventenne, ha smesso di fumare da qualche mese. Sarà quindi che la copertina da Serge Gainsbourg in gonnella continua a far vendere grazie all' old-rocker-style, o forse solo un omaggio all'amato Leonard Cohen, vista la posa, ma anche in ragione del fatto che con questo Give My Love To London la Faithfull torna a mettere mano alle sue liriche, dopo che le ultime prove (Easy Come Easy Go del 2008 e Horses and High Heels del 2011) avevano rischiato di trasformarla in una mera interprete di materiale altrui (seppur sempre originale e sorprendente). Qui invece il processo è particolare: una serie di altisonanti nomi della musica hanno scritto un brano, ma lei si è presa la libertà di inserire o anche solo rimaneggiare alcuni testi a suo piacimento, operando una sorta di personalizzazione di sensazioni altrui che appare subito vincente, visto che i testi finiscono ad essere uno dei temi più interessanti del nuovo disco.

Si parte con una decisamente roots Give My Love To London, nelle intenzioni del suo autore Steve Earle un atto d'amore per una città che lo ha ormai adottato, nella versione della Faithfull una dedica ai tanti amici sparsi in città e al loro tenace attaccamento alla vita. Si continua con una drammatica Sparrows Will Sings di Roger Waters, evocativa descrizione di disordini giovanili londinesi in puro stile dell'ex Pink Floyd, probabilmente il brano più vicino allo stile della Faithfull era Broken English. Collaboratore fisso del disco è Ed Harcourt, che scrive anche la baldanzosa True Lies e sparge pepe ad una melodrammatica Mother Wolf, mentre l'intesa con Anna Calviproduce uno dei momenti più riusciti dell'album in Falling Back, ma anche una non convincente riscrittura del classico degli Everly Brothers The Price Of Love, versione che si limita a rallentare quella ben più riuscita e famosa di Bryan Ferry, senza però trovare una nuova anima al brano.

Gli arrangiamenti voluti dai produttori Dimitri Tikovoi (solitamente collaboratore di Ed Harcourt e dei Placebo) e Rob Ellis (PJ Harvey) sono spesso maestosi e altisonanti, con una leggera tendenza alla sovrapproduzione che sembra però essere marchio voluto del disco (ascoltate ad esempio la Late Victorian Holocaust di Nick Cave), anche se Tom McRae prima, con l'acustica Love More Or Less, e ancora Nick Cave con la piano-song Deep Water, offrono momenti scarni e riflessivi. Bella la versione di Going Home di Leonard Cohen (qui non si è azzardata a variare il testo), che vede tra l'altro l'intervento vocale di Brian Eno, e tutti a casa con lo standard I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael. Disco di eccezionale intensità e forse fin troppo pieno di idee e contenuti, Give My Love To London mantiene il buon nome della Faithfull nella serie A del rock. Ci ha messo anni ad entrarci, ma ora non ne esce davvero più.


domenica 8 marzo 2015

JUSTIN TOWNES EARLE

JUSTIN TOWNES EARLE
SINGLE MOTHERS
Vagrant
***

Bisogna capirlo il povero Justin Townes Earle, non deve essere facile portare quei due nomi con tanta leggerezza. Lui ci prova da anni, schierandosi in quella frangia di figli d’arte che si sono dati ad una resa pop dello stile paterno, in compagnia di gente come Adam Cohen, Teddy Tohmpson e, anche se forse con risultati più alti e personali degli altri, Rufus Wainwright. Justin Townes Earle non ha mai rinnegato l’origine nashvilliana del songwriting paterno, e ha portato il nome di Townes Van Zandt con rispetto, sia per cotanto mito, sia per la devozione del padre, che a quell’uomo è arrivato a dedicare un figlio e un disco intero. Prendete ad esempio Picture In A Drawer, brano centrale del nuovo album: il tentativo di ricreare una intensa ballatona che possa stare tra una Place To Fall di Van Zandt e una Goodbye del padre è evidente, quanto anche l’impossibilità di poterli raggiungere. Non ce ne voglia il buon Justin, che fino ad oggi si è speso con dischetti che si ricordano anche volentieri come Midnight At The Movies del 2009 o Harlem River Blues del 2010, ma con questo Single Mothers riesce solo a confermare quanto non potrà mai essere un nome di primo piano, ma solo un onesto gregario, bravo per quanto raccomandato, ma pur sempre uno da serie B. Non che ci sia niente di sbagliato in questo nuovo disco, solo che questa serie di malinconiche ballate, al solito sospese tra country e indie-pop, solo raramente trovano lo spessore da grande autore. Il nostro prode dedica l’album alle madri single e al loro coraggio nell’affrontare la vita,  forse un messaggio trasversale al ben poco affidabile padre, ma in verità più un monito a sé stesso a perseguire una condotta più saggia e meno autodistruttiva, visto che anche lui è fresco sposo e anche il suo passato già parla di storie di droga e notti in prigione. Bisogna aspettare dunque la terza traccia per trovare perlomeno un po’ di sano divertimento nel country-bar-boogie di My Baby Drives, e la quarta per un momento più intenso grazie a Today And A Lonely Night, e magari il finale con It’s Cold In The House e Burning Pictures per un po’ di discreto songwriting. Disco caratterizzato da un suono scarno, che punta tutto sulla pedal steel di Paul Niehaus (Lambchop, Calexico), Single Mothers è un disco che si ascolta con piacere, ma si dimenticherà anche in fretta. E a papà e ai suoi amici questo non è mai successo.

Nicola Gervasini

martedì 3 marzo 2015

LEONARD COHEN

Se nel 2001, all’alba dei 67 anni, il notoriamente pigro Leonard Cohen si era messo a fare dischi e concerti senza sosta, lo dobbiamo ad un manager truffaldino che lo ha lasciato sul lastrico. Se invece i suoi ultimi dischi stavano ormai suonando un po’ tutti uguali, lo dobbiamo all’amore per Sharon Robinson, gran bella voce, ma anche pessima arrangiatrice. Se Popular Demons (Columbia), il quarto disco dal suo “ritorno a Boogie Street” (inteso come show-business) dopo il totale isolamento degli anni novanta, suona invece più vario e fresco dei suoi predecessori, lo dobbiamo a Patrick Leonard. Sì, sarebbe il produttore della Madonna anni 80, ma provate voi a scandalizzarvi per l’azzardato accostamento davanti ad un simile risultato. Non che Patrick abbia stravolto poi granché rispetto al precedente Old Ideas; semplicemente ha reso meno piatto il tappeto sonoro su cui Leonard ama raccontare - più che cantare - i propri versi. Se si soprassiede sulla raccapricciante copertina da Lezione 1 del corso per principianti di Power Point, il disco sta in piedi e pare pure moderno, contando che stiamo sempre parlando di un neo-ottantenne. Che ha ormai una voce rotta e che tiene solo toni bassissimi, ma questo dona ancora più fascino a brani come Almost Like The Blues o il gospel Samson in New Orleans. Non Amare Cohen era già impossibile anche quando produceva dischi spenti e da fine corsa come Dear Heather, figuriamoci quando invece torna tra noi per trovare le parole giuste per consolarci (e consolarsi) con un brano definitivo come A Street (Ok, la festa è finita, ma io sono ancora in piedi, e starò lì in quell’angolo dove un tempo c’era una strada). Si perdona qualche piccolo scivolone (Did I Ever Love You), si può anche discutere qualche arrangiamento (la techno-arabeggiante Nevermind), ma quando parole, voce e melodia ingranano, come in Slow o My Oh My, non ci sono rivali. Dovete lasciarmi cantare l’unica canzone che ho mai avuto chiosa lui nel finale del disco, dando la triste sensazione di commiato dal suo pubblico. La stessa impressione che avevano dato anche i suoi dischi precedenti, ma stavolta non cascateci: Cohen è ancora solo a metà di quella strada.

domenica 1 marzo 2015

KEVIN LEE FLORENCE

KEVIN LEE FLORENCE
GIVEN
Fluff & Gravy
***

La prima domanda che sorge ascoltando Given, disco di esordio del californiano Kevin Lee Florence, è dove possa stare la novità. La risposta che si trova, arrivando alla fine di questi nove brani, è che di novità non se ne vede neanche l’ombra ( o sarebbe più corretto dire che non se ne sente una nota…), ma di belle canzoni, quelle fortunatamente sì. E così abbiamo già inquadrato il personaggio, un po’ cantautore folk indie-oriented alla Bon Iver, con tanto di barba e cappellino nerd d’ordinanza, un po’ hobo dal tono lamentoso alla Joe Purdy, in ogni caso un nuovo nome da aggiungere alla folta schiera di artisti intimisti e abituati a viaggiare sul soffice. Florence d’altronde è uno che ama dare un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato inizia il disco in tono sofferto, come si comanda ad un vero indie-folker, con due brani come Alone & Everything e Shining Shining, poi però infila una baldanzosa cover di Peace Like A River di Paul Simon che strizza l’occhio al modo di M. Ward di realizzare brani altrui, ma che sciorina una band da classic-rock che vede impegnato nientemeno che l’organo di Garth Hudson della Band. E’ il segnale che a quel punto il disco prenderà una nuova direzione, entrando in zona Ray Lamontagne con Could Today Be The Day e invadendo il campo della ballata folk alla Iron & Wine con All I’d Ask. Registrato a Los Angeles negli stessi studi usati da Bonnie Prince Billy e Father John Misty, in un certo senso l’album è un campionario di tutte le idee sentite in questi anni nel mondo del folk indipendente e non solo (Ryan Adams farebbe sua una Cold & Still), con omaggi anche evidenti come la cover di Ohio, un brano del primissimo Damien Jurado  (era su Rehearsals For Departure del 1999), forse il nome a cui è in fin dei conti più accostabile. Finale più corale con Kindness First (qui l’omaggio è forse ai Fleet Foxes) e tutti a casa dopo durata breve da disco di altri tempi, ben suonato da una band di professionisti in cui vanno notati le chitarre di Danny Donnelly, il basso di John Button (della band di Sheryl Crow) e la batteria di James McAlister (Sufjan Stevens, Bill Frisell). Resta il dubbio su quale possa essere il futuro di un nuovo artista così poco personale, seppur davvero bravo nel ruolo di fedele seguace di una traduzione. Il presente intanto è Given, disco che comunque può trovare di diritto uno spazio nella vostra programmazione autunnale.

Nicola Gervasini


venerdì 27 febbraio 2015

MARK OLSON



 Mark Olson 
Good-bye Lizelle 
[
Glitterhouse/ Goodfellas 
2014]
www.markolsonmusic.com

 File Under: feel hippie & folkie
La doppia reunion con il vecchio compare Gary Louris non si può dire che sia andata benissimo (un disco a due mani, discreto ma non fondamentale, e una poco acclamata reunion dei Jayhwaks all’attivo), e così Mark Olson ritorna nel suo brodo, mentre Louris tiene in vita la gloriosa sigla per un nostalgico tour a supporto delle nuove ristampe. Si può semplificare così il tema artistico di questo  Good-bye Lizelle, album che arriva quattro anni dopo il loffio Many Coloured Kite. Il disco nasce dalla collaborazione artistica e di vita con l’artista norvegese Ingunn Ringvold (nota in patria anche come Sailorine), che di fatto pur non condividendo la paternità del disco, compare in copertina con il nostro Mark per prendersi gli onori del caso. E sua è infatti la band che suona nel disco (da notare l’ottima pianista Karine Aambo), registrato in Norvegia all’aperto con musicisti locali e con l’unica aggiunta della chitarra di Neal Casal (che ha comunque registrato separatamente a Los Angeles), probabilmente una rifinitura decisa per rendere meno oltranzista il suono del disco. Che si discosta molto dalle produzioni country-oriented di Olson per abbracciare un folk psichedelico e decisamente vintage, che più che ai Jayhawks fa pensare alla Incredible String band. L’apertura dell’album infatti è anche abbastanza ostica, con le trame complicate di Lizelle Djan e una ballata da folk acido come Running Circles a far capire subito che stavolta ci vorrà più impegno per digerire queste folk-songs, ma anticipiamo già che ne varrà la pena. Casal poi però ci mette del suo in Poison Oleander, in cui spolvera le stesse chitarre che usa per i dischi di Chris Robinson per produrre un brano che pare davvero uscito da uno dei cofanetti Nuggets per il suo tono sixties-garage. E’ un caso però, perché già Heaven’s Shelter sembra un episodio più rurale dei Beatles, All These Games una di quelle soffici poesiole folk alla Simon & Garfunkel, solo più imbevuta di suoni hippie. Lo schema comunque è quello a due voci, con la Ringvold a recitare un ruolo che in passato è stato di Louris prima e Victoria Williams poi, ma anche caratterizzando parecchio il suono con le pianole e piccoli clavicembali elettrici e soprattutto il Quanon, tipico strumento a corde indiano. Il disco è comunque di spessore e forse una delle cose migliori prodotte dalla altalenante carriera solista di Olson, solo come al solito un poco calibrato tra momenti riflessivi (troppi) e momenti svago. Nel finale manca infatti un brano che spezzi un po’ la tensione, ma Olson non è mai stato molto attento alla costruzione dei suoi album solisti. In ogni caso un buon ritorno alla forma di un autore che, seppur non più in prima linea da tempo, resta un nome importante del firmamento roots americano.
Nicola Gervasini

mercoledì 25 febbraio 2015

MUSEE MECANIQUE

MUSEE MECANIQUE
FROM SHORES OF SLEEP
Glitterhouse
***

Le vicende che hanno preceduto la pubblicazione di questo From Shores Of Sleep hanno rappresentato un piccolo argomento da tam-tam mediatico nel mondo indie. I Musèe Mècanique sono una band di Portland che nel 2008 registrarono un album divenuto presto un cult-record del mondo indipendente americano. Hold This Ghost, infatti uscì solo nel 2010 dopo due anni di incessanti passaparola tra appassionati su questa produzione casalinga, e da allora è stato un susseguirsi di concerti a seguito di grandi nomi del genere (Iron & Wine, Beach House e M Ward) e di attestati di stima. Ma il fatidico secondo disco, quello che poi davvero serve a confermare la statura di una band, è stato registrato solo nel 2012, ed esce finalmente solo oggi, ben sei anni dopo l’esordio. Difficile capire le ragioni di tali ritardi, se non entrando nei meriti di una band pare anche abbastanza litigiosa e non sempre unita. Conseguenza della coabitazioni di due menti pensanti come quelle di Sean Ogilvie e Micah Rabin, autori di tutti i brani anche di questo nuovo disco. Che conferma statura ma anche limiti della loro proposta, ancorata fedelmente all’idea di un nuovo folk a largo raggio che trova radici nella musica dei Neutral Milk Hotel e tanti altri esempi, non ultimi i Fleet Foxes, a cui finiscono spesso per somigliare quando arrangiano i cori. I Musèe Mècanique infatti hanno una particolare propensione per l’arrangiamento pieno e pomposo, seppur applicato su brani leggeri e sempre di taglio decisamente soft-folk. L’utilizzo di una sezione d’archi e dei corni infatti riempie sempre il sottofondo di brani come The Lighthouse and The Hourglass o The Opens Sea, con il suo finale in crescendo dove davvero tra violini, fiati e cori aperti creano un wall of sound di spectoriana memoria. In Castle Walls si rasenta addirittura l’atmosfera da colonna sonora da film fantasy, ma basta l’iniziale O Astoria per rendersi conto che quando vogliono sanno anche porre l’attenzione sulla canzone e sulla sua struttura. La sensazione è che a volte la voglia di trovare sempre l’arrangiamento pieno diventi stucchevole e non faccia sempre bene a brani come  The World Of Science o Cast in The Brine, che avrebbero magari trovato la propria ragion d’essere anche in veste più scarna.  Da notare la presenza di Alela Diane ai cori e un largo stuolo di session-man impegnati in un’opera forse fin troppo appesantita, ma di sicuro interesse.


Nicola Gervasini

lunedì 23 febbraio 2015

BONNIE PRINCE BILLY


 Bonnie Prince Billy
Singer's Grave A Sea of Tongues
[
Domino/ Self 
2014]
dominorecordco.com/artists/bonnie-prince-billy

 File Under: An easy ride

di Nicola Gervasini (15/10/2014)
Si fa un grande errore ad immaginare Will Oldham, alias Bonnie Prince Billy, come un solitario eremita dedito ad una autoreferenziale produzione in massa di materiale folk da camera, o come un eroe del tutto sprezzante delle più elementari regole del mercato discografico. Billy infatti sa benissimo quando è il momento di concedersi al pubblico, nonostante rimanga ancora oggi indiscusso maestro di filosofia indipendente. E così, dopo una lunga serie di produzioni disordinate e del tutto invendibili se non al suo piccolo ma affezionato seguito (dal 2009 ad oggi, all'indomani dell'acclamato Beware, si contano due album solisti, tre album in coabitazione con altri artisti, e ben otto EP), Billy torna con Singer's Grave a Sea of Tongues ad una produzione precisa e decisamente non ostica o ostile anche ad un pubblico meno avvezzo alle sue stravaganze.

Il disco anzi si pone come terzo tardivo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 2008 con lo straordinario Lie Down in The Light, e proseguita con l'altrettanto riuscito Beware. Un trittico di album in cui Oldham ha adattato il proprio songwriting ad un sound da outlaw di Nashville da metà anni settanta, con pedal steel suadenti (There Will Be Spring), violini taglienti (la straordinaria Quail And Dumpings), cori (Old Match) e ariose e malinconiche ballatone country (We Are UnhappyWhipped). Brani molto spesso già editi (la maggior parte proviene dal disco Wolfroy Goes to Town del 2011), ma qui riproposti con nuovi scintillanti arrangiamenti, e già l'operazione di re-make la dice lunga sulla natura del progetto. Niente che suoni convenzionale ovviamente, lo stile di Bonnie Prince Billy resta inconfondibile nel suo stralunato marchio di fabbrica, anche quando cavalca sentieri che potremmo (con non poco coraggio) definire "mainstream". Ma è indubbio che questo album sia un suo modo per riconciliarsi con i fans persi per strada con gli ultimi ermetici album, forse non esaltanti solo per chi non ha avuto la pazienza di ascoltarli, ma innegabilmente usciti in una veste produttiva poco accattivante.

A essere severi addirittura si potrebbe notare come a livello di scrittura qui Billy abbia scelto solo le vie più elementari, finendo magari per impantanarsi in qualche brano a cui manca l'intensità dei giorni migliori (It's Time To Be Clear), ed in generale il disco manca l'obiettivo di eguagliare i due più riusciti predecessori. Ma resta il gran piacere di sentirlo alle prese con brani semplici e lineari come Mindlessness o l'iniziale Night Noises. Le zampate da grande ci sono, come l'oscura So Far And Here We Are o la title-track che chiude l'album, ma sono pronto a scommettere che, vista l'orecchiabilità di tutti i brani presenti, molti di voi sceglierebbero altri brani per la propria compilation dell'anno. Proprio come succede ai dischi "facili", termine che per Bonnie Prince Billy potrebbe sembrare quasi un insulto, se non fosse che in questo caso lui stesso lo riterrà un gran complimento.


giovedì 19 febbraio 2015

ROBYN HITCHCOCK


 Robyn Hitchcock 
The Man Upstairs
[
Yep Roc / Audioglobe 
2014]
www.robynhitchcock.com

 File Under: Joe Boyd

di Nicola Gervasini (06/10/2014)
Non ho più ben chiaro quale possa essere oggi il pubblico di riferimento di Robyn Hitchcock, ma di una cosa sono certo: è lo stesso da anni e non si rinnova. E non è tanto colpa di un suo eventuale calo di ispirazione, visto che non c'è stato, quanto forse proprio della totale inattualità del suo modo di stravolgere il pop e il folk, come avrebbe fatto Syd Barrett se avesse trascinato la sua carriera fino all'avvento della new wave di fine anni settanta. Certo, gli anni d'oro sono lontani anche per lui, e alla fine i suoi strambi nonsense sono gli stessi da anni, così come la devozione per Barrett, Drake e Dylan. Per cui ci rivolgiamo ai fans di Robyn che sicuramente avranno già comprato (o compreranno) The Man Upstairs sulla fiducia: il nuovo album è decisamente bello e importante per la storia di Robyn.

Se lo sia anche per la storia del rock davvero non è più neanche questione da porsi, neppure quando l'album da quella storia pesca classici come The Crystal Ship dei Doors, To Turn You On dei Roxy Music era-Avalon e soprattutto una The Ghost In You dei Psychedelic Furs che ha suscitato l'orgoglioso plauso dello stesso Richard Butler. Cover che non solo paiono riuscite, ma che trasformano classici immortali in canzoni alla Robyn Hitchcock al 100%, senza però troppo stravolgere e preservandone lo spirito originario. Ma il disco ha altri spunti di interesse, che vanno da cover più oscure (ma non meno interessanti) come Don't look Down del Grant lee Phillips di Ladies Love Oracles o una rilettura di Ferries, brano del gruppo norvegese I Was A King. Quest'ultima è l'ultimo ricordo portato in dote dalla lunga trasferta scandinava del nostro (grazie alla quale abbiamo avutoGoodbye Oslo, che resta forse il suo disco migliore da vent'anni a questa parte), anche se è proprio la vocalist Anne Lise Frøkedal a dare uno dei maggiori contributi al disco.

Ma alla fine la vera notizia è che dopo tanti anni Hitchcock è riuscito a farsi produrre un disco nientemeno che da Joe Boyd, il deus ex machina del suo amatissimo Nick Drake, il cui contributo è forse più evidente nei cinque brani autografi, che sanno di brit-folk fino al midollo, anche grazie al violoncello di Jenny Adejayan. Da notare infine la divertente copertina disegnata dall'amica e collega Gillian Welch (ricorderete l'ottima collaborazione dei due per l'album Spooked del 2004), e il fatto che pur mantenendo un ritmo produttivo "only for fans", Hitchcock resta un marchio di garanzia e qualità che ha pochi eguali. E purtroppo sempre troppo pochi estimatori.


lunedì 16 febbraio 2015

BLUES BROTHERS BAND STORY

BLUES BROTHERS BAND STORY

La storia della Blues Brothers Band nasce ufficialmente nel 1978, ma per arrivarci è forse bene fare un bel salto indietro. Partiamo dunque dal 1973, quando i fratelli Donnie "Mr. Downchild" e Richard "Hock” Walsh diventarono i primi bluesmen canadesi a piazzare un singolo nella Billboard USA. Ci arrivarono come Downchild Blues Band, ma ad Ottawa, all’ Hibou Coffee House, molti già da tempo parlavano di loro come dei “Blues Brothers”. Il fortunato 45 giri era Flip, Flop, Fly, probabilmente il più noto esempio di jump-blues del Chicago-style scritto nel 1955 da Big Joe Turner, brano scelto anche da Elvis Presley per la sua prima esibizione televisiva nel 1956.
L’Hibou Coffee House invece era il ritrovo abituale della nuova scena blues canadese, un pub dove musica e sketch comici si alternavano ogni sera senza sosta. Chiuse nel 1975, improvvisamente, senza troppe spiegazioni, nel pieno del suo successo. La fine della storia fu celebrata con un memorabile concerto in cui Muddy Waters si fece accompagnare all’armonica dal giovane comico di casa. Noto per la sua passione blues e per essere sempre disponibile a jam-sessions (compresi alcuni concerti con la Downchild Blues Band), quella sera il promettente attore Dan Akroyd, oltre alle sue fedeli armoniche, aveva in tasca anche un biglietto per New York, dove lo attendeva un’audizione per un nuovo show televisivo.
Qualche mese dopo, a New York, John Belushi era solito passare le serate a bere all’ Holland Tunnel Blues Bar, il locale che l’ormai collega Dan Akroyd aveva comprato investendo la prima paga da star televisiva. Belushi non aveva mai ascoltato blues, né tantomeno avrebbe mai pensato di poterlo cantare a livello professionale. Imparò in fretta però, se è vero che, nella puntata del 17 gennaio 1976 del Saturday Night Live Show, lui e Dan si presentarono al pubblico vestiti da api come Howard Shore and his All-Bee Band, omaggiando un noto compositore di colonne sonore canadese (suo anche lo score del Signore degli Anelli). Il brano scelto per quell’esordio fu ovviamente la notissima I’m A King Bee di Slim Harpo. Non erano ancora i veri Blues Brothers, e Belushi pareva più concentrato ad essere una caricatura di un bluesman più che uno vero, ma intanto se la sua ape era dotata di canoniche antenne, l’ape Akroyd sfoggiava un paio di occhiali neri e un cappello dello stesso colore alquanto familiari. Una tenuta di scena che Dan rubò a John Lee Hooker, che l’abito da Man in Black lo usava da anni come marchio di fabbrica. Ma i movimenti sul palco esibiti quella sera erano quelli dei fratelli Hawks, i miti giovanili di Akroyd.
Più di due anni dopo quell’isolato sketch, il 22 aprile del 1978 Akroyd e Belushi, con il nuovo nome d’arte di Elwood e Jake Blues, esordiscono come Blues Brothers al Saturday Night Live show suonando Hey Bartender di Floyd Dixon. Belushi nel frattempo era diventato una vera star grazie ad Animal House, ma ormai era ossessionato dal blues quanto il compare. Aveva visto la luce.
Il numero ha successo, e così i due chiedono al pianista e direttore musicale dello show Paul Shaffer di assemblare la migliore blues band sulla piazza per creare un vero e proprio show indipendente dal programma televisivo. Nel 1978 si era in piena era disco-music, e blues e soul erano quanto mai fuori moda. La band che Shaffer assemblò era infatti composta da session men al momento costretti a sbarcare il lunario con altri generi, elemento che ispirò l’idea della band da riunire intorno al blues che sarà poi il plot fondamentale del film. Il chitarrista Steve Cropper e il bassista Donald “Duck” Dunn erano due stimatissimi musicisti che avevano suonato nell’house band della Stax negli anni d’oro (li ritrovate in un qualsiasi disco di Otis Redding) e avevano poi avuto un successo personale con i Booker T. & the M.G.'s (la cui hit Green Onions verrà poi ripresa anche negli show dei Blues Brothers). Matt “Guitar” Murphy era invece il musicista più puramente blues del gruppo, per anni alle spalle di artisti come Memphis Slim o Muddy Waters, per dirne solo alcuni, mentre Steve Jordan, dopo aver suonato con Stevie Wonder, era il batterista della band del Saturday Night Live Show, e ancora oggi uno dei session man più ricercati al mondo. Professionisti di alto rango erano anche i fiati: Tom Scott era uno dei più influenti e importanti sassofonisti della nuova ondata fusion degli anni settanta con i suoi LA Express (noto anche come collaboratore di Joni Mitchell), mentre “Blue” Lou Marini, Alan Rubin e Tom "Bones" Malone venivano, tra gli altri, dai Blood, Sweat & Tears. Completava la line-up ovviamente lo stesso Paul Shaffer, che verrà però sostituito da Murphy Dunne nel film per mere questioni contrattuali.
Il 9 settembre del 1978 la Blues Brothers Band esordì dal vivo all’Universal Amphitheatre di Los Angeles come spalla del comico Steve Martin, i cui dischi in quel periodo arrivarono a vendere anche due milioni di copie. La registrazione della serata venne ripulita, quasi a farla sembrare una session in studio, e pubblicata a novembre come primo album della band. Briefcase Full of Blues evidenziò tutte le potenzialità del progetto: Belushi ormai non scimmiottava più nessuno e appariva più che mai convinto del ruolo, mentre il repertorio pescava tra classici del soul come Soul Man, brani della Downchild Blues Band (ben tre, comprendendo Flip, Flop, Fly) e qualche scoperta del momento ('B' Movie Box Car Blues di Delbert McClinton era un singolo uscito giusto quell’anno). Il successo fu grande, ma importante fu il fatto che nessuno prese l’avventura come uno scherzo di due comici in libera uscita. A capodanno del 1978 la Blues Brothers Band aprirà un concerto dei Grateful Dead al Winterland, ottenendo così anche la piena investitura del mondo rock.

Resta però paradossale il fatto che le uniche tracce in studio mai registrate dal gruppo siano quelle (immortali) della colonna sonora del film di John Landis del 1980. Nello stesso anno uscirà anche Made in America, piccolo saggio del tour estivo organizzato a supporto del film, ma se la pellicola, la colonna sonora e il tour riscossero un successo senza precedenti, Made in America, forse confezionato un po’ troppo frettolosamente, vendette invece molto meno, forse a riprova che senza il traino dell’immaginario creato da John Landis con il suo film, la band era comunque destinata a sfaldarsi. Non ci fu tempo per valutare le mosse successive però: quando nel marzo del 1982 Belushi morì, il progetto Blues Brothers era congelato, anche se per nulla abbandonato. Akroyd lo terrà caparbiamente in vita fino ai giorni nostri, registrando dischi e organizzando tour con vari cambi di line-up, compreso ovviamente il sequel del film del 1998. Ma la vera discografia dei Blues Brothers è tutta in quei tre dischi, dove magari non si ha tempo di accorgersi della poca tenuta della voce di Belushi (il che obbligava a set corti e con parecchie pause),  ma dove due bianchi, quasi per gioco, riuscirono davvero a vestirsi di nero.

mercoledì 4 febbraio 2015

DENNEY & THE JETS

Denney And The Jets
Mexican Coke
(Limited Fanfare/ Audioglobe 2014)
 pub rock form Nashville
denneyandthejets.com

Nell'economia della storia del pub-rock un disco in più o in meno non può ormai fare una grande differenza, per cui pare davvero difficile che il mondo si scaldi per un esordio come questo Mexican Cokedei Denney And The Jets. Ma se la nuova versione dei NRBQ non vi soddisfa e cercate ancora dei degni eredi dei Dr Feelgood, questa band di Nashville, che gioca a fare come gli inglesi quando giocano a fare gli americani, fa il caso vostro. Chitarre tra garage e rock and roll come hanno insegnato a fare mostri sacri del genere come Brinsley Schwarz e Dave Edmunds, quel tanto di tono ironico alla Graham Parker/Nick Lowe, brani che la buttano in energia come Bye Bye Queen o in puro romanticismo vintage anni 50 come Darlin', e il gioco è fatto. Mexican Coke ha il pregio della freschezza e della semplicità, ma non venite a pretendere dal leader Chris Denney grande originalità e soprattutto una particolare attenzione alla scrittura. E' musica di genere, che al massimo devia di poco verso il country (Alabama Man) o la butta sulla ballata ubriaca (Charlie's Blues), e come tale viene presentata da una classica band che pubblica cd solo per avere qualcosa da offrire al pubblico dopo uno dei loro sudatissimi concerti. Poi qui capita anche che tra tante ovvietà saltino fuori anche pezzi di valore come una Hooked che sarebbe piaciuta tanto ai Green On Red o una Mama's Got The Blues che sa di Rolling Stones in esilio sulla strada maestra. Poco più di mezz'ora di puro intrattenimento per appassionati di genere.
(Nicola Gervasini)

Lucinda Williams

  Lucinda Williams World’s Gone Wrong (2026, Highway 20) File Under: Still Alive and Well L’anno cruciale per Lucinda Williams è st...