mercoledì 2 ottobre 2019

ROD PICOTT

Rod PicottTell the Truth & The Devil
[Welding Rod Records 2019]
rodpicott.com

 File Under: Alone
di Nicola Gervasini (27/08/2019)
Ogni volta che ascolto un disco di Rod Picott mi dico sempre “meno male che esistono ancora artisti come lui”. Discorso che potrebbe valere per tanti altri irriducibili artigiani della canzone americana che dagli anni 90 ad oggi non hanno mai mollato una carriera avara di riconoscimenti (non so perché, così su due piedi, mi viene in mente Slaid Cleaves, qui coinvolto come coautore di Mama’s Boy), ma talmente interessati alla vita da cantastorie da non voler mai abbandonare il campo. Di Rod Picott ci siamo occupati spesso, è un autore bravo, a cui forse, anche per questioni produttive, è mancato in carriera il disco mitico da ricordare tra gli appassionati anche a distanza di anni, e anche questa volta è tutto lì che sta il “problema”.

Tell The Truth & Shame The Devil arriva dopo il tour de force del doppio album Out Past the Wires, album anche parecchio elettrico, e ribalta tutto offrendo il classico voce-chitarra-armonica dell’american-hobo, tradizione che giammai smetteremo di seguire e onorare nonostante sia davvero fuori moda. Lui stesso sul suo sito presenta il disco con un certo orgoglio come “il più intimistico della sua carriera”, nato in seguito ad un periodo di grave malattia nel 2018 che lo ha tenuto a lungo chiuso in casa. Ghosts apre infatti il disco parlando proprio della paura della morte che porta a fare rendiconti di vita pregni di malinconia. Più cupa Bailing, che ricorda i viaggi in macchina col padre sulla Route 65 (il padre ritorna anche in The Beautiful Life, in cui descrive la sua vita tutta lavoro-birre al pub alla sera), mentre Mark è la storia di un amico di infanzia amante dei Beatles morto suicida a 17 anni. Seguono la galleria di figure umane perdute nello squallore di The Spartan Hotel, l’acida autoironia di 38 Special and a Hermes Purse (“Sono un disastro ferroviario che trasforma il Beaujolais in piscio” dice, una immagine che gli deve essere piaciuta, visto che nella successiva 80 John Wallace si definisce come “Una palla di fuoco piena di piscio e aceto”).

Il difetto del disco purtroppo sta nelle limitate capacità espressive di Picott, che non essendo vocalist di particolare personalità o chitarrista in grado di riempire da solo gli spazi, si limita ad un compito da registrazione casalinga che rende l’album un po’ piatto come soluzioni, e troppo simile ai tanti album autoprodotti di questo tipo di cantautorato. Peccato perché il materiale meriterebbe una veste più interessante, a riprova che l’arte dello storytelling americano non è morta, ma ha forse perso la capacità (o forse solo la possibilità) di comunicare al meglio con il presente.

lunedì 30 settembre 2019

BOXMASTERS

The Boxmasters
Speck
[
Keentone Records/ Goodfellas 
2019]
theboxmasters.com
 File Under: Billy Bob McCartney

di Nicola Gervasini (31/07/2019)
Se leggete queste pagine voglio dare per scontata la vostra conoscenza di Billy Bob Thornton, sia come attore (Babbo Bastardo, la serie Fargo, i film con i fratelli Coen…), che come uomo da bla,bla,bla mondano (file under: Angelina Jolie), ma ancor più ovviamente come cantante e autore a suo nome di quattro album di discreto dark-country-roots, pubblicati tra il 2001 e il 2007 (Private RadioThe Edge of the WorldHobo e Beautiful Door, forse il migliore del lotto). Sono passati 12 anni ormai, e Thornton non sembra voler tornare su quei passi, visto che poi quegli album gli portarono ben poco in termini di notorietà. La sua carriera musicale invece in USA ha avuto una impennata con la nascita dei Boxmasters, band creata con J.D. Andrew (il terzo ora è Teddy Andreadis) di cui ci siamo occupati poco, perché i ben 8 album pubblicati in 10 anni rappresentano quanto di più banale e scontato la musica americana possa offrire oggigiorno, album natalizi compresi.

Ma il genere negli USA resta uno dei pochi per cui valga la pena muovere una industria discografica, per cui buon per lui che ha avuto la possibilità di farsi produrre un album nientemeno che da Geoff Emerick, storico tecnico del suono dei Beatles, e, non scordiamolo, anche produttore di capolavori come Imperial Bedroom di Elvis Costello. Basta dunque questo per parlarvi del nono album dei Boxmasters, intitolato Speck? No teoricamente, ma fin dalla partenza di una I Wanna Go Where You Go che pare uno dei tipici prodotti di Jeff Lynne, sospesa a metà tra Beatles e Tom Petty, si capisce che qui si torna a riprendere il discorso lasciato interrotto nel 2007. Tutto sa di Beatles ovviamente, ma anche spazio a belle ballate urbane come Let The Bleeding Pray e stramberie roots per nulla prevedibili come la marcia circense contrappuntata dal trombone di Shut The Devil Up. Certo, qualcosa è cambiato negli ultimi dodici anni, prima di tutto la voce, che si è fatta meno profonda e un po’ più stridula, e questo è un po’ un peccato, perché ai tempi sarebbe bastato il suo timbro basso a far stare in piedi un brano davvero elementare come Here She Comes, mentre oggi ne esce solo un power-pop un po’ sgraziato che fa rimpiangere tanto il miglior Freedy Johnston.

Pecche di un artista che perfetto non lo è mai stato, né tanto meno autore di primo livello, ma che qui perlomeno torna ad offrire qualche buon numero di un roots rock oldstyle, come Anymore, gradevoli leggerezze pop al mandolino come Day’s Gone, o brani che paiono rubati a Elliott Murphy come Watchin’ The Radio. Il disco si chiude con alcuni scanzonati folk-pop come Someday e Square e una title-track che alza decisamente l’asticella qualitativa. Speck non è certo uno dei dischi più importanti dell’anno, ma perlomeno rimette in carreggiata un artista per cui non si può non provare una certa simpatia, e finisce per essere anche un degno commiato per Geoff Emerick, morto lo scorso ottobre prima di poter vedere realizzato questo suo ultimo progetto.

martedì 24 settembre 2019

LUCA BONAFFINI

Luca BonaffiniIl Cavaliere degli Asini Volanti[Long Digital Playing 2019]
 
File Under: Chakra folk
facebook.com/longdigitalplaying
di Nicola Gervasini
La storia artistica di Luca Bonaffini ha radici lontane fin nei primi anni 80, con ormai tredici album all’attivo e una lunga vita come uomo dietro le quinte delle produzioni di Pierangelo Bertoli, con cui ha suonato e scritto per lunghi anni. Sue canzoni sono state interpretate anche da Fabio Concato, Flavio Oreglio, Claudio Lolli e anche star della canzone pop italiana come Nek si sono serviti del suo catalogo. Il Cavaliere degli Asini Volanti è un album davvero curioso, sia per lo stile che mischia canzone d’autore classica italiana di taglio folk, ad una certa vena di pop italiano, ma soprattutto per l’idea di ispirare ogni singolo brano ai sette Chakra, i punti nodali del collegamento tra anima e corpo secondo molte filosofie orientali. Un viaggio musicale attraverso i sensi dell'uomo e la terra, tra sonorità etniche e melodie pop, come l’iniziale La Radice che alterna una strofa da chansonnier vecchio stampo ad un ritornello orchestrale sospeso tra Battiato e melodica italiana. La lotta tra arrangiamenti da vecchio folksinger italiano e le orchestrazioni elettroniche, pensate dal co-produttore Roberto Padovan, sono l’elemento più interessante, come dimostrano gli intrecci con le percussioni di Impulsi Verticali e la ballate popolari alla De Andrè o Vecchioni di La città delle fiere danzanti Di mare di terra di fuoco e di cielo. Concludono il disco il dolce arpeggio folk di Il Frutice e la Grande fionda, una Il Pianeta dei Sussurri Giganti che ricorda molto lo stile di Samuele Bersani, e il finale con la ritmata La Montagna del Bacio Gigante. Probabilmente Il Cavaliere degli Asini Volanti è un prodotto a metà tra due mondi musicali poco conciliabili (o concilianti) perché possa piacere a tutti, e proprio per questo resta un disco coraggioso.

giovedì 19 settembre 2019

EMANUELE ANDREANI

Emanuele AndreaniE' questione di sopravvivenza[Emanuele Andreani 2019]
 File Under: Folliefacebook.com/emanueleandreanicantautore
di Nicola Gervasini
Emanuele Andreani è un giovane autore di Pesaro, appartenente ad una tradizione che unisce folk e musica melodica italiana, ma portatore di uno stile decisamente personale per cui faccio fatica anche a trovare riferimenti precisi (il che costituisce già un primo grande complimento). Esordiente nel 2013 con l’album La Vergine Ispirazione, Andreani propone ora un progetto molto particolare intitolato È Questione di Sopravvivenza, ben 15 pezzi autoprodotti, caratterizzati dalla sua voce molto particolare e squillante, quasi vicina allo stile di certo prog italiano degli anni settanta. Anche gli arrangiamenti infatti mischiano strutture folk con inserti di rock radiofonico (prendete Ruggine, che parte riflessiva ed esplode in un finale decisamente elettrico), mentre Uomini ad esempio unisce un giro di acustica e armonica con un incedere minaccioso garantito da varie tastiere. Molto interessanti i testi del disco, pregni di un umane trova ne Il Matto la migliore espressione, riflessione sulla vita ai margini di un artista, ma anche volendo di chi magari non è ritenuto “normale” per qualche incomprensibile ragione. La ragione di Andreani è ad esempio la sua cecità, caratteristica che si legge tra le righe delle canzoni, ma che segnaliamo soprattutto perché i proventi delle vendite del disco andranno interamente all'Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti (www.uicipesaro.it) di Pesaro. Operazione benefica che ci sentiamo di appoggiare, anche perché il disco, seppur nella sua non ben calibrata lunghezza, mostra comunque un autore già molto maturo che forse meriterebbe anche una produzione ancor più adatta. Sentite ad esempio Schiavi, che è una bella ballata in mid-tempo rock con qualche tastiera in primo piano forse di troppo, che non toglie comunque valore al brano.

martedì 17 settembre 2019

ERNESTO BASSIGNANO

Ernesto BassignanoIl mestiere di vivere[Helikonia 2019]
 File Under: Materiale resistentefacebook.com/helikoniaconcerti
di Nicola Gervasini
Se dico Folkstudio, voi giustamente pensate a De Gregori e Venditti, ma prima di loro in quel gruppo di giovani cantautori della Roma di fine anni sessanta c’era anche Ernesto Bassignano. Autore che poi ha preferito altro tipo di carriere (soprattutto conduttore radiofonico, ma anche attivista politico), pur non smettendo mai di sentirsi prima di tutto un cantautore. Il Mestiere di Vivere è infatti solo il nono album dal 1973 ad oggi, una carriera lenta ma importante (il secondo album Moby Dick venne prodotto da Rino Gaetano) di autore “impegnato” come si diceva un tempo, o interessato alla coscienza sociale come preferisco definirlo oggi. Il tema principale è quello di un vecchio attivista sociale alle prese con i tempi moderni, subito espressa in Amiamoci di Più che apre con un accorato appello a mantenere l’umanità di un tempo, un tema ripreso anche dal pittore solitario di Commesso Viaggiatore, intento a dipingere paesaggi immaginari in mezzo al grigiore della sua città. Il tema dell’eredità morale si fa poi evidente in Gli Occhi di mio Figlio, sorta di Father And Son all’italiana rivolta forse più ad una generazione che solo al proprio figlio, prima dei resoconti personali della title-track e del momento da teatranti di strada di Il Giullare Verticale, che vede l’intervento di David Riondino. Al mondo degli artisti sono dedicate la disillusa Gli Artisti e anche La Vita l’è quel che l’è, dedicata al gruppo di amici del Derby di Milano, mentre si chiude con il canto di resistenza di Un paese Vuol Dire ispirata da La Luna e il Falò di Cesare Pavese. Il mestiere di vivere è un prodotto da vecchia guardia anche negli arrangiamenti (producono Stefano Ciuffi e Edoardo Petretti) ma decisamente ancora attuale nelle riflessioni.

lunedì 9 settembre 2019

CHRIS SHIFLETT

Chris Shiflett 
Hard Lessons 
[E
ast Beach Records & Tapes / Thirty Tigers 
2019]
chrisshiflettmusic.com 
 File Under: libera uscita

di Nicola Gervasini (20/07/2019)
Se non ce l’avete bene in mente di viso, magari riconoscerete subito Chris Shiflett come il chitarrista dei Foo Fighters che ama presentarsi con una Gibson Les Paul con sopra incollata l’icona di Ace Frehley dei Kiss ben visibile. Diciamo un omaggio di un musicista divenuto ormai un punto fermo della band di Dave Grohl fin dal 1999, anno in cui decise di lasciare la sua precedente formazione (i No Use for a Name) e affiancarne una nuova per le pause di lavoro (i Me First and the Gimme Gimmes). Dal 2014 però ha messo in pausa anche quel secondo progetto, ragion per cui dal 2017 ha inaugurato con l’album West Coast Town un percorso solista, e il titolo del disco direi che già la dice tutta sull’indirizzo scelto.

L’amore per la musica americana di Shiflett d’altronde non è una novità, e se recuperate il bel film che accompagnava il disco Sonic Highways dei Foo Fighters nel 2014 ne avrete una conferma. Shiflett però ora sembra lanciato ed ecco il secondo capitolo della nuova saga, un album intitolato Hard Lessons registrato a Nashville nel mitico RCA Studio A voluto negli anni 60 da Chet Atkins. L’inizio di Liar’s World è emblematico in questo senso: ritornello da hard rock FM alla Kiss appunto, ma incedere alla Neil Young con chitarre sporche e distorte, e una pedal steel guitar (suonata dall’ex Dire Straits Paul Franklin) che affiora dalla seconda strofa, e che riporta tutto nelle campagne americane. La segue This Ol’ World, che rimane invece indecisa tra il rock muscolare dei Foo Fighters ed un piglio da arena-rock. Più convincente invece Welcome To Your First Heardache, teenage-pop-song tutta chitarre in gran sfoggio, che riporta alla mente l’FM-rock anni 90 dei Gin Blossoms, così come anche la quasi title-track The Hardest Lessons (che verrà ripresa anche nel finale del disco), brano rock che anticipa il rauco country di The One You Go Home To, dove Chris se la cava a tenere un duetto in puro Nashville-style con Elizabeth Cook.

Il disco non riserva poi altre grandi sorprese fino alla bella ballata finale di Leaving Again, e laddove non arriva magari la canzone come in I Thought You’d Never Leave, arrivano comunque alcuni ottimi intrecci di chitarre (oltre a Shiflett e Franklin, aiuta anche l’esperto produttore Dave Cobb), oppure si bada al sodo con il bar-boogie di Weak Heart, con tanto di piano martellante suonato da Michael Webb. Album breve (32 minuti), composto principalmente da brani al di sotto dei tre minuti, Hard Lessons è uno sfogo di old-style rock di un chitarrista in libera uscita, e , come spesso succede, è un disco che esalta un suono ma non certo una voce (la sua resta un poco anonima) o un particolare songwriting (i brani sono tutti perfettamente inquadrabili in un stile ben preciso). Basta per divertirci, ma forse non per rimanere in cima ai nostri pensieri. 

lunedì 2 settembre 2019

WALKING ON THE MOON


Walking On The Moon
Se Ludovico Ariosto sulla Luna ci mandò il paladino Astolfo a cercare le ampolle del senno dell’Orlando Furioso, Neil Armstrong il 20 luglio del 1969 ci trovò invece solo pietre e sabbia, e il suo primo grande passo servì sostanzialmente a piantare una bandiera. Un vero choc per la fervida fantasia degli autori musicali, che quella sera persero un romantico punto di riferimento di tante canzoni. Per questo dopo il 1969 non uscirono più una Fly Me To The Moon cantata da un Frank Sinatra che chiedeva alla propria compagna di farlo volare fin lassù con i baci, e neppure un nuovo standard come Blue Moon (era il 1934), dove si sospirava alla Luna per consolare le proprie tristezze. Ci aveva invece visto giusto quella vecchia canzone rockabilly del 1959 di Jimmy Stewart, Rock on the Moon, che si immaginava la Luna come una grande sala da ballo in cui scatenarsi liberi da ogni condizionamento. Una canzonetta che fu riproposta nel 1980 dagli irriverenti Cramps, con tutta l’ironia di un’epoca post-punk in cui i viaggi lunari erano già un lontano ricordo, per cui tanto valeva riderci su. L’anno prima Sting scrisse Walking On The Moon per i suoi Police, ma a leggere bene tra le righe si trattava della camminata di un ubriaco nella propria stanza d’albergo, non certo di una missione eroica di una nuova navicella Apollo.
Nel novembre del 1969 i Byrds pubblicarono un album, The Ballad Of Easy Rider, che iniziava col brano che faceva da colonna sonora al viaggio in moto di Dennis Hopper e Peter Fonda, ma finiva con la cover di un pezzo del country-singer Zeke Manners che si intitolava Armstrong, Aldrin and Collins, unica esaltazione musicale dell’impresa avvenuta pochi mesi prima, con tanto di registrazione originale delle voci della Nasa. Senza volerlo furono testimoni di due tragitti umani, entrambi portatori di un desiderio di un diverso futuro, ma voluti da due generazioni diverse. I giovani della generazione-Woodstock (il festival si tenne tre settimane dopo l’impresa dell’Apollo 11) infatti non sembravano credere troppo alla Luna come luogo del futuro, se è vero che la musica di quegli anni cercava una fuga dalla realtà terrena con la mente e non con una navicella spaziale. Dopo il 1969 fu infatti il viaggio interstellare, e non più la Luna, a essere di ispirazione.  Syd Barrett fu uno dei primi che intuì che il parallelo tra il viaggio nello spazio e quello offerto dalle droghe costituiva un interessante punto di partenza per sperimentare nuovi suoni, con brani come Interstellar Overdrive e Astronomy Domine presenti nel primo album dei Pink Floyd del 1967. Ma fu David Bowie che capitalizzò la notizia dell’allunaggio, connettendola all’immaginario collettivo creato da Stanley Kubrick con il suo 2001: Odissea Nello Spazio con il suggestivo video promozionale del singolo Space Oddity. Creò un personaggio per l’occasione, un Major Tom che si perde nello spazio constatando la propria piena solitudine, in un brano tutt’altro che trionfale che fu registrato un mese esatto prima della grande impresa, in verità citando indirettamente le parole di Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio.  Il personaggio ritornò, ormai abbandonato a sé stesso e dipendente dalle droghe, in un'altra sua canzone, Ashes To Ashes, e siamo tornati ancora al 1980 e alla fine dell’era dei sogni spaziali.
Nel 1971 quel suo alter-ego si era invece trasformato in un uomo di successo (Ziggy Stardust), talmente famoso da sembrare un alieno, che proprio mentre la Nasa organizzava l’ultimo viaggio sulla luna con l’Apollo 17, si chiedeva già se poi davvero ci fosse vita su Marte (Life On Mars?) e si accompagnava con dei ragni provenienti da quel pianeta (la sua band erano gli Spiders From Mars). Qualche anno dopo il regista Nicola Roeg scelse significativamente proprio Bowie per impersonare, nel film L'uomo che cadde sulla Terra, un alieno che fa il viaggio inverso, atterrando sulla terra per cercare risorse e speranze per salvare il suo pianeta.
A quel punto era comunque Marte, e non la Luna, a essere diventato il nuovo sogno a cui ispirarsi. Come quello che il Rocket Man di Elton John e Bernie Taupin (uscita sempre nel 1972, con il sottotitolo di I Think It's Going to Be a Long, Long Time) deve scegliere di seguire suo malgrado, sacrificando la famiglia e la propria vita sulla terra. Una canzone che curiosamente descrive una scena molto simile a quella vista nel film First Man - Il Primo Uomo di Damien Chazelle, con un Ryan Gosling/Neil Armstrong combattuto tra responsabilità familiari e senso del dovere per la missione da compiere, ma diventata invece il simbolo della rockstar pronta a sacrificare tutto per il successo, tanto che Dexter Fletcher ha intitolato così il biopic appena uscito nelle sale (seppur unendo i due termini in un unico Rocketman).
Eppure, sempre nel 1972, il jazzista Sun Ra ci credeva ancora al sogno di una Terra Promessa nello spazio, e realizzò un brano intitolato Space Is the Place che divenne pure un blaxploitation nel 1974 (regia di John Coney), dove lo si vedeva fondare una colonia spaziale afroamericana al riparo dal razzismo dei bianchi e dai loro costosi viaggi lunari senza senso (come aveva sottolineato con la consueta cattiveria Gil Scott-Heron nella sua Whitey On The Moon già nel 1970).  Sulla terra nel frattempo i giovani bianchi si facevano catturare dallo “Space Rock” degli Hawkwind, con Lemmy Kilmister che, prima di fondare i Motorhead, insegnò nella celeberrima Silver Machine come costruirsi una navicella spaziale per fuggire.
Dopo il 1980 la Luna quindi era quindi dimenticata, addirittura costretta a difendersi dal dubbio di essere poi mai davvero stata calpestata, come ricorderanno i R.E.M. quando nel 1992 in Man On The Moon alluderanno alle teorie negazioniste, paragonandole alle voci sulla presunta falsa morte del comico Andy Kaufman.  E così l’unica eredità artistica lunare a rimanere viva è forse il Moonwalk, il passo di danza reso celebre da Michael Jackson, ad oggi l’unica forma creativa che ci riporta ancora una volta sulla Luna.

Nicola Gervasini

lunedì 26 agosto 2019

BOB DYLAN


Il documentario Dont Look Back (scritto così, senza apostrofo, forse più per necessità grafiche che per scelta del regista) uscì nel maggio del 1967, in un momento in cui non era chiaro se Bob Dylan fosse ancora vivo. Era sparito dal luglio del 1966, a causa di un mai documentato incidente in moto, ma quel “non guardare indietro” parve a molti una rassicurazione sul fatto che sarebbe presto tornato. Ma ora che, grazie a Martin Scorsese, sappiamo quanto a Bob Dylan piaccia giocare con il suo mito e mostrarci sempre qualcosa che sta a metà tra realtà e finzione, pure Dont Look Back pare un’operazione mistificatoria. Sicuramente l’intento inziale del regista D. A. Pennebaker era quello di ripetere con Dylan quello che gli era riuscito con i coniugi Jacqueline e John F. Kennedy, seguiti fin quasi nell’intimità nel suo film Primary del 1960. Una vera rivoluzione cinematografica la sua, che lanciò la concezione del documentarista come colui che vive accanto al soggetto del suo film in ogni attimo della vita, invece di riprenderlo da lontano con l’occhio dello spettatore. Idea anche qui di successo, perché Dont Look Back è fondamentalmente il film che ha definito l’immagine più classica dell’icona-Dylan. Lo vediamo qui durante la sua prima tournée in terra britannica del 1965, strafottente, polemico, e irrisorio verso i giornalisti inglesi che lo trattavano come un pericoloso anarchico, ma anche sinceramente rispettoso verso i colleghi quando chiede al tastierista Alan Price come mai abbia lasciato gli Animals, o quando fa i complimenti al suo “rivale” inglese Donovan. Oppure eccolo giocoso con gli amici, o ripreso nel pieno della creazione di nuovi brani, e ancora amante sfuggente di una nervosa Joan Baez, e persino piacione con Marianne Faithfull e alcune giovani fan. Tutto un altro Dylan rispetto a quello che abbiamo visto nel recente Rolling Thunder Revue di Martin Scorsese, dove finalmente si scusa con Joan Baez per non averle detto che proprio durante le scene immortalate in Dont Look Back aveva già una relazione con Sara Lownds, che poi sposerà in gran segreto da lei e dal mondo (il gossip-scoop che rivelò le nozze fu opera della giovane giornalista del New York Post Nora Ephron, poi sceneggiatrice del film Harry Ti Presento Sally, storia di un amore/amicizia a più riprese molto simile a quella tra Dylan e la Baez). Una Sara che non appare in Dont Look Back perché raggiunse Bob nella parte finale della tournée, quando la Baez se ne era già andata sbattendo la porta, e che non appare nemmeno nel film di Scorsese perché in piena fase di una rottura che porterà i due al divorzio. Pur di non nominarla, Scorsese, tra le tante “fake news” sparse volontariamente nel suo “documentario”, si è inventato un regista mai esistito (o forse qualcuno di voi ha mai sentito nominare Stefan Van Dorp?), e si è “dimenticato” del film Renaldo e Clara, girato dallo stesso Dylan nel corso della stessa tournée, con Sara protagonista. Dont Look Back invece è rigoroso nel descrivere la realtà vista da Pennabaker, ma è lecito sospettare che l’atteggiamento così sopra le righe del giovane Dylan non fosse altro che una delle sue recite. Autentiche sono comunque le scene on stage del concerto tenuto al Royal Albert Hall, o il videoclip inziale del brano Subterranean Homesick Blues, con l’idea del testo presentato su cartelli in mezzo ad una via di Londra che darà vita a innumerevoli imitazioni e parodie (Andy Warhol lo citò, con sé stesso al posto di Dylan, nel video Misfits dei Curiosity Killed the Cat del 1987). Non il vero Dylan dunque, ma un vero film su Dylan.


lunedì 19 agosto 2019

BILL CALLAHAN

Bill Callahan 
Shepherd in a Sheepskin Vest
[Drag City 
2019]
dragcity.com
 File Under: family man 

di Nicola Gervasini (01/07/2019)

Se non piaceva ai fan il Dylan in versione papà bucolico del periodo a Woodstock (1967-1971 circa), il Lou Reed sposato dei primi anni 80 che cantava le gioie di una casa ben arredata e delle gite in moto alla domenica o la Patti Smith dedita a marito e figlio di Dream Of Life, potrà mai piacere il family-record di un autore che ha passato 25 anni buoni a professare l’arte del self-made record scritto in solitudine (e cantando di solitudine)? Ma prima o poi la vita privata entra sempre nell’opera di un artista, ancor più se sensibile e spesso autobiografico come Bill Callahan.

Dopo la copiosa epopea dietro la sigla Smog e quattro album a proprio nome, Bill si era preso una lunga pausa per dedicare anima e corpo alla famiglia, dopo aver dato alle stampe Dream River nel 2013. Ci sarebbero quindi tutte le premesse per aspettarsi poco fuoco da Shepherd In A Sheepskin Vest, “spataffiata” di 20 canzoni registrate quasi in solitaria (lo aiutano Matt Kinsey alla chitarra, il tuttofare Brian Beattie e Adam Jones alla batteria, con sporadici interventi della lap steel di Gary Newcomb e della voce della moglie Hanly Banks) nel corso di questi anni di ritiro d’amore, eppure qui accade un piccolo miracolo. Shepherd in a Sheepskin Vest infatti conserva tutta la tensione e l’oscuro fascino dei suoi predecessori, ed è significativo che pur essendo quasi un concept sull’amore coniugale e sulle gioie e preoccupazioni della paternità, si concluda con The Beast, un testo in cui Bill si immagina navigatore in partenza per liberare in mare la bestia rinchiusa nel proprio animo, un finale perfettamente in linea con il suo abituale stile lirico, ma che lascia un’ombra inquietante sul disco dopo tanti inni alla nuova vita.

Prima comunque aveva già trovato un perfetto equilibrio tra la sua ispirazione, nata come espressione di solitudine e depressione, e quella sensazione di essere arrivati finalmente a qualcosa di concreto che innegabilmente ti regala la paternità. Siamo dunque lontani dal Nick Cave tutto casa-studio di registrazione che partorì in situazione analoga il doppio Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus, perché là dove Cave operò una normalizzazione e una perfetta quadratura del suo stile (regalando infatti un disco che aveva il paradossale difetto di essere, appunto, troppo perfettino e studiato, come un “buon padre di famiglia” si sente in dovere di essere), qui Callahan dimostra che tra un pannolino e l’altro, il tempo per la scrittura di canzoni ha seguito le sue solite logiche creative.

Cambiano i temi, ma non cambia lo spirito insomma, che anzi riesce in 20 brani a trovare un punto di arrivo al percorso intrapreso a proprio nome nel 2007. Non possiamo parlarvi di tutti i brani, che vanno ascoltati con testi alla mano, ma sicuramente vanno citate Writing (con un testo della serie “va bene il realizzarsi nella famiglia, ma io sono quello che scrivo”) e una lunga serie di liriche che proseguono sull’immagine dell’uomo di mare per descrivere la nuova condizione di padre (Black Dog On The BeachSon Of The SeaTugboats and Tumbleweeds). Ma alla fine, scoprire che è da uno come Callahan che riceviamo una delle più poetiche ed emozionanti wedding-song di sempre (Watch Me Get Married), ci fa rendere conto di quanto sia ancora oggi uno degli autori più importanti della nostra musica.

domenica 4 agosto 2019

STEEL WOODS

The Steel Woods
Old News 
[Woods Music 2019]
thesteelwoods.com

 File Under: Southern Songs about Trump Era
di Nicola Gervasini (21/01/2019)
Le vecchie notizie del titolo del secondo album degli Steel Woods (nel 2017 era uscito Straw in the Wind) non sono tanto quelle della musica proposta (It’s only southern rock, but I like It avrebbe cantato Mick Jagger se fosse nato a Jacksonville), ma quelle di una società americana lacerata dalla presenza di un presidente che non piace a sinistra (ma questo era scontato), come a destra (e qui sta la novità del momento). Risiede in questo messaggio politico di ricerca di una nuova unità nazionale (“Potremmo bruciare tutto sulla TV del nonno, o smettere di puntare il dito e rimboccarci le maniche” cantano nella title-track), simboleggiata dalla Statua della Libertà in copertina, il senso di queste 15 canzoni che devono un qualcosa a tutti, e che a tutti restituiscono sotto forma di alcune significative cover.

Non so se faccia apposta o sia vera natura, ma la voce del leader Wes Bayliss davvero ricorda quella di Gregg Allman (esiste complimento migliore per un southern-singer?), che viene prontamente omaggiato con una Whipping Post che arriva nel finale, quando ormai hanno sparato tutte le proprie cartucce. Che sono fatte di classiche ballate sudiste (Without You), up-tempo vicini al blues (All Of These Years), splendide cavalcate dark puntellate dai violini (Wherever You Are), o echi dei Lynyrd Skynyrd più recenti (Blind Lover). Nulla di rivoluzionario, e tutto già sentito, nei giri come nelle soluzioni melodiche, ma tutto ben (ri)fatto. Funzionano anche le riletture, anche se a fare una versione southern-soul di Changes dei Black Sabbath c’era già arrivato Charles Bradley prima di loro, ma una lacrima scende per gli omaggi a Townes Van Zandt (ripescata addirittura quella The Catfish Song che chiudeva At My Window del 1987) e al chitarrista di Nashville Wayne Mills, (che noi ricordiamo anche al fianco di Jamey Johnson), ucciso da un barista con un colpo di pistola alla testa per una sigaretta fumata in un’area non-fumatori nel 2013 (avete in mente quel discorso sulle armi e la legittima difesa…), e di cui riprendono One of These Days.

E ancora, giusto per chiudere il cerchio sulle evidenti influenze, una band di Nashville non poteva dimenticarsi di infilare un brano di un gigante del country alternativo come Merle Haggard, di cui pescano da un disco degli anni ottanta il brano Are the Good Times Really Over (I Wish a Buck Was Still Silver), mentre il gran finale è affidato a Southern Accents di Tom Petty, dove l’accento del sud - che Tom diceva che i giovani del luogo chiamano patria, ma gli yankees chiamano idiota - è il simbolo di una nazione che non trova pace neanche sul linguaggio da usare. E chissà che le parole che aprono Old News possano invece servire anche a noi italiani, che di certe lacerazioni sociali cominciamo ad esserne esperti: “Puoi odiare tutti gli altri perché ti odiano, quando loro in fondo odiano solo il pensiero che tu stesso li odi, puoi gridare a tutti che sei rosso, bianco o blu, ma io non posso pensare che il pensare stesso sia ormai diventato una vecchia notizia”.

giovedì 1 agosto 2019

BRIAN JONESTOWN MASSACRE

The Brian Jonestown Massacre
The Brian Jonestown Massacre
[
A Recordings/ Goodfellas 2019]
thebrianjonestownmassacre.com
 File Under: In Berlin, by the wall...

di Nicola Gervasini 
(30/04/2019)
Non è facile introdurre qualcuno oggi alla musica dei Brian Jonestown Massacre, band ormai giunta al diciottesimo disco (se non ho sbagliato i conti, naturalmente). La sigla rappresenta ormai di fatto il leader Anton Newcombe, unico sempre presente fin dalle cassette registrate nei primissimi anni 90, con cambi di formazione continui a seconda dell’instabile umore del padrone di casa. Una sorta di vate della psichedelia in ritardo di cinquant'anni, e il nome della band (dedicato a Brian Jones, con riferimento però al massacro di Jonestown del 1978), così come i titoli di alcuni loro album (Who Killed Sgt. Pepper?, Their Satanic Majesties' Second Request, My Bloody Underground) dicono già molto dello spirito che anima la band. La quale, dopo una carriera copiosa in termini di album, sembra essere arrivata a cercare una svolta, direi proprio una ripartenza, simboleggiata dal fatto di non aver dato un titolo al nuovo album come si fa solitamente con gli esordi.

Non so quanto i fan di vecchia data apprezzeranno, Newcombe infatti opera una sorta di normalizzazione del loro sound per affrontare il classico disco all’insegna del “facciamo un riassunto di quello che abbiamo fatto fino ad oggi”, operazione che prima o poi tocca a tutti. Suono grezzo e diretto quello scelto, sempre basato su fidi collaboratori come Joel Gione e il tuttofare Ricky Maymi, unici sopravvissuti al cambio di residenza del padrone di casa, che ormai vive stabilmente a Berlino. Siamo a di fronte ad un album che oggi suona come un vecchio recupero dell’alternative rock dei primi anni 90, con l’up-tempo alt-rock quasi radiofonico Drained ad aprire le danze, prima di una Tombes Oublieèes che potrebbe essere quello che avrebbero fatto i Velvet Underground in era shoegaze, con l’eterea voce di Rike Bienert a giocare a fare una Nico in francese. My Mind Is Filled With Stuff è invece uno strumentale infarcito di organi lisergici e chitarre fuzz che fa capire bene quale sia la roba usata per riempire la mente del titolo, mentre Cannot Be Saved è un indie-rock abbastanza classico e se vogliamo ormai banale, come anche A Word.

Il disco però ha una impennata con la bellissima ballata We Never Had A Chance, ipnotico giro immerso in mille riverberi e archi che dimostra tutta la grande capacità di Newcombe di saper ancora creare momenti evocativi. Le chitarre di Hakon Adalsteninsson dei Third Sound risaltano invece in Too Sad To Tell You, brano che ricorda molto i Dinosaur Jr quando riascoltano per l’ennesima volta un album di Neil Young, mentre più confusa la cavalcata rock di Remeber Me This, che anticipa il gran finale di What Can I Say. 38 minuti di luci e ombre dunque, in un album che ci fa riflettere su come certe canzoni che nei Novanta ci sembravano avanguardistiche, oggi suonino come reazionarie e puramente classic-rock. E un posto nella galleria del rock classico i Brian Jonestown Massacre se lo sono ormai guadagnato, e questo album omonimo, seppur non sarà annoverato tra i loro titoli più imprescindibili, sembra fatto apposta per capitalizzare tanto meritato prestigio.

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