mercoledì 29 giugno 2011

KURT VILE - Smoke Ring for My Halo


Fa un po' ridere pensare che le prime presentazioni di Kurt Vile lo descrivessero come un seguace di Bruce Springsteen e Bob Seger, visto che il suo album del 2009 Childish Prodigy (il terzo della sua carriera) è stato un vero successo di critica negli ambienti più progressivi e indipendenti della critica musicale, tanto da guadagnarsi anche una sponsorizzazione da parte di Kim Gordon dei Sonic Youth. Vile, cantautore di Philadelphia, è infatti uno di quei personaggi che si muove ai margini della roots-music con un fare "indie" che crea sempre un certo interesse ed evita che lo si confonda con l'ultimo hobo del Texas o il penultimo "nuovo Dylan". Da sempre fedele all'immagine del one-man-band da strada (era l'immagine di copertina del suo secondo disco), ma ormai convertito alle gioie di un suono più pieno di una band, potremmo collocarlo in un'area prossima al compianto Vic Chesnutt, uno che piaceva sia ai conservatori che ai progressisti della musica.

Smoke Ring For My Halo è il suo nuovo lavoro, prodotto dall'esperto John Agnello (Sonic Youth, Dinosaur Jr.) con un piglio decisamente alternativo, con la chitarra acustica di Kurt sempre in primo piano e il resto dalla band (i Violators) sempre comunque in disparte. La forza di Vile è sicuramente nei bei arpeggi che sorreggono i suoi brani, e non certo nella voce, che cerca effettivamente l'accento del sud di Tom Petty, ma finisce per sembrare come se fosse filtrata elettronicamente anche quando non lo è, avvicinandolo piuttosto all'essenzialità del folk stralunato di M Ward. In alcuni casi la particolarità diventa un punto di forza, come nell'elettrica Puppet To The Man che sarebbe piaciuta al Robyn Hitchcock di metà anni 80, altre volte invece, quando la ballata segue addirittura giri acustici da west coast anni 70 (On Tour), il suo fare atteggiato stride un po'.

Quello che si nota subito ascoltando Smoke Ring For My Halo è una certa indecisione tra voglia di volare basso con un disco volutamente lo-fi (Jesus Fever), e tentativi non sempre ben definiti di strutturare i propri brani in chiave più pop (Peeping Tomboy o Ghost Town), che rende l'album in qualche modo irrisolto. Resta comunque la testimonianza di un buon talento, anche se non è ancora questo a nostro parere il disco che lo conferma a livelli di eccellenza, ma visto che sul titolo si sta comunque scatenando un piccolo hype nel web, dategli una chance, trovare artisti come questo in grado di unire nella discussione popoli rock distanti non è facile e resta buona occasione di confronto. Se poi i complimenti a queste canzoni siano solo questione di perfetta aderenza ad una moda del momento o vera gloria è decisione che resta dipendente dal vostro buon senso.
(Nicola Gervasini)

martedì 21 giugno 2011

ADAM HAWORTH STEPHENS - We Live On Cliffs


Quando si riscriverà la storia di questi anni 2000 con il senno di poi, sarà forse quello il momento di rendersi conto quanto i poco conosciuti e chiacchierati Two Gallants hanno espresso di importante con piccoli capolavori come l’album What The Toll Tells del 2006 o lo splendido ep The Scenery of Farewell dell’anno successivo. Purtroppo quando tanta qualità gli ha finalmente dato la possibilità di avere qualche riflettore puntato contro, loro hanno risposto con un disco non perfetto, quasi timido nel suo essere quadrato e normalizzato, come l’omonimo Two Gallants. Da allora sono passati quasi quattro anni, ma ancor il duo non da segni di vita, se nonché lo scorso ottobre il cantante Adam Haworth Stephens ha messo a sorpresa in circolazione We Live On Cliffs, suo primo album solista, ora ufficialmente distribuito anche in Europa. Che fin dal primo ascolto evidenzia forse come le incertezze dell’ultimo Two Gallants possano anche derivare da una diversità di vedute con il compare Tyson Vogel. We Live On Cliffs infatti sembra voler seguire una via più semplice e diretta di fare rock, non si dilunga in struggenti e dilaniate ballate oblique, ma trova la sintesi in elementari folk-rock songs che non disdegnano anche qualche inserimento anche più classico di suoni soul (ascoltate il crescendo di With Vengeance Come). Per qualcuno potrebbe sembrare l’inizio di una scelta artistica più mainstream, ma per ora a garanzia di tutto c’è il fatto che brani come la splendida Second Mind con le sue tastiere black o The Cities That You’ve Burned dimostrano come la maturazione dell’autore sia ancora in crescendo. Certo, sarete sorpresi a sentire una ballata melodica come Southern Nights, sorta di joint venture tra Byrds e Otis Redding, oppure a scoprire il ritmo danzereccio di Elderwoods o una Angelina che potrebbe essere la sua Mixed-Up Shook Up Girl se mai volesse seguire le orme di Willy DeVille. Oppure potreste storcere il naso per la produzione pulita e cristallina voluta dall’espertissimo Joe Chiccarelli o verificare quanto anche musicisti di area indipendente provenienti da My Morning Jacket o Vetiver siano capaci di trasformarsi in musicisti rigorosi e professionali. Consigliato dunque a tutti recuperare questo album, non piacerà magari a chi cerca nel rock la genialità e l’originalità a tutti i costi, ma sarà di conforto a chi ama ascoltare semplicemente delle belle canzoni perfettamente suonate e arrangiate. In attesa di capire se sarà questo davvero il vero futuro dei Two Gallants.

Nicola Gervasini

venerdì 17 giugno 2011

BEN SOLLEE - Inclusions


Ben Sollee nasce come violoncellista, e già lo strumento scelto lo rende un caso abbastanza particolare nel mondo del cantautorato rock, ma la storia del bambino lanciato verso studi classici che sulla strada per Beethoven si fa catturare dal soul di Ray Charles e Otis Redding non è neanche nuovissima. Da qui parte la sua storia di musicista moderno, dal tentativo di portare il suo amato strumento classico anche nel mondo del nuovo indie-folk, magari assieme a strumenti più adatti al genere da lui suonati all’occorrenza (chitarra, banjo, basso, armonica, tastiere). La sua è una carriera recente: prima la collaborazione con la banjoista Abigail Washburn, un piccolo ep che già fece abbastanza rumore (If You’re Gonna Lead My Country) e il successivo acclamato album d’esordio intitolato Learning To Bend (tutto nel 2008) furono il biglietto d’entrata nel mondo della roots music più vicina al mondo indie. Quanto basta per suscitare l’interesse della Sub Pop, che l’anno scorso ha pensato bene di unire il nuovo talento del nuovo folk-revival americano Daniel Martin Moore con lui per un disco a due mani (Dear Companion, prodotto da Jim James dei My Morning Jacket) che non ha però riscosso gli applausi sperati, mentre maggiori consensi ha ottenuto il tour con Vienna Teng. E’ tempo dunque di conferme e quindi del fatidico secondo album per Sollee, che recapita questo Inclusions ricorrendo alla saggia produzione di Duane Lundy, produttore esperto che usa scrivere “Musician Coaching” sul biglietto da visita, e che ha spinto Sollee a lavorare molto con le sovra incisioni e ad avvalersi solo di pochi fidati collaboratori, nonostante il risultato sia un sound tutt’altro che scarno ed essenziale. Ascoltate l’iniziale Close To You, praticamente quello che avrebbe partorito Curtis Mayfield (la voce lo ricorda molto) se avesse sposato un po’ del wall of sound di Phil Spector. Ma già le successive The Globe e Hurting, con il loro cadenzare rock creato dal violoncello (ricordano molto l’Alejandro Escovedo di Thirteen Years) fanno capire che non ci sarà posto per certi barocchismi alla Joanna Newsom. Magari c’è spazio qualche piccolo brano tutto-archi evocativo e sognate come Embrace, ma il continuo utilizzo dei fiati (Bible Belt si basa praticamente su quelli e su un giro di basso che proprio Mayfield avrebbe certamente benedetto) dona sempre ritmo e colore ai brani. Disco che vive di alcuni inevitabili alti e bassi, Inclusions è un bell’esempio di come la musica odierna possa creare nuove sonorità solo miscelando stili differenti, con risultati curiosi e spesso piacevoli. Consigliato a chi cerca nuovi stimoli senza uscire troppo dal seminato della tradizione.

Nicola Gervasini

martedì 14 giugno 2011

LEEROY STAGGER - Live At The Red River Saloon


Leeroy Stagger & The Wildflowers
Live At The Red River Saloon
[Blue Rose 2011]



La cosiddetta "blue collar music" dovrebbe, nella definizione e nelle originarie intenzioni, essere quel tipo di rock che la classe operaia americana di metà anni '70 amava suonare nei pub per scaricare le fatiche e le tensioni di una massacrante giornata di lavoro. Oggi il genere è considerato vetusto e sorpassato dalla grande intellighenzia rock (anche negli Stati Uniti, dove ormai da anni ha perso vendite e consensi), eppure resiste un movimento di rockers che continuano indomiti a suonare un rock che trova linfa ed energia non più tanto nella rabbia che fu un tempo, quanto nella semplice gioia di vivere. Tra i pochi personaggi di rilievo nati negli anni 2000 e adepti del genere,Leeroy Stagger sembra essere uno dei più credibili, più che altro perché nei suoi dischi in studio ha sempre cercato di non cadere troppo nei clichè del genere, e anzi, i suoi primi lavori viravano decisamente verso il country-folk alla Ryan Adams, mentre Everything Is Real del 2009 subiva l'influenza più "poppish" degli amici Tim Easton e Evan Phillips, con cui nel 2008 ha anche dato vita ad un poco memorabile supergruppo.

Live At The Red River Saloon
è invece un doppio cd live che vuole riportare tutto a casa e mostrare il sound pochi fronzoli e molto sudore che i suoi Wildflowers sanno creare dal vivo. Il clima è quello tipico da bar-band: si sale sul palco di un piccolo locale sperduto in Germania (siamo a Heilbronn, non lontano da Abstatt, sede della benemerita etichetta Blue Rose, che guarda caso pubblica il tutto), non ci si cura del fatto che anche dagli sparuti applausi tra un brano e l'altro si evince che il pubblico non abbia sorpassato le 50 unità, e si presentano una lunga serie di rock-songs che parlano di epica del quotidiano (Where I Live, Hell Of A Life), amori sinceri (Brothers, Carol) e, manco a dirlo, di venerdì sera passati a dimenticare la propria drammatica working-week (Another Friday Night). Non dobbiamo essere noi a spiegarvi pregi e difetti di un prodotto del genere, il fine di tutto è documentare l'esistenza di una band e del suo songbook, la storia probabilmente si fa altrove, ma se dovessero mai capitare in Italia, Live At The Red River Saloon potrebbe davvero essere il "the best" ideale della band per convincervi ad affrontare qualche chilometro per un po' di birra e qualche buona canzone da rimettere nello stereo come Snowing In Nashville o Just In Case.

Se avete bisogno di un riferimento, prendete pure a modello il recente live dei Cheap Wine, anche se qui la chitarra di Kevin Kane non ruba la scena come quella di Michele Diamantini, ma come in quel caso anche qui c'è l'immancabile cover di Springsteen (Atlantic City, dignitosa, anche se ne esistono troppe versioni ben migliori ormai), oltre ad una simpatica rilettura di un Tom Petty minore (Swingin'). Forse anche noi non abbiamo più la forza di farci bastare questo per gridare al miracolo, ma nella sua sincera "aura mediocritas" (che non vuol dire mediocrità, quanto "moderazione" o giusto mezzo), questo rock continua ad essere importante e ne continueremo a parlare, con il grosso sospetto che resteremo gli ultimi e gli unici a farlo.
(Nicola Gervasini)


www.leeroystagger.com
www.myspace.com/leeroystagger


sabato 11 giugno 2011

CALVIN RUSSELL: Le Voyageur Monografia in suo ricordo



“Sono nato dalla parte sbagliata delle rotaie, con sempre qualcuno che m’insegue, sempre sulla lista nera per qualcosa” (Behind The 8 Ball)

Appare evidente come ben pochi giornalisti si siano occupati di Calvin Russell, perché a ben guardare, nei vent’anni e poco più di carriera che il destino gli ha concesso, nessuno è riuscito mai a scavare veramente nel suo passato. Ormai è tardi per chiedersi cosa abbia realmente combinato nei primi quarant’anni della sua vita questo cowboy di Austin, lo scorso 3 aprile infatti il solito maledetto cancro si è portato i suoi segreti nella tomba, e oggi siamo qui a tributargli questo mesto saluto. Ricordiamocelo allora così Russell, secondo una biografia che sa più di leggenda che di realtà, che lo vuole già chitarrista in una band (i Cavemen) nel 1961 a soli 13 anni, e poi girovago per gli Stati Uniti su una Harley Davidson per lungo tempo, fin quando le cronache lo attestano galeotto nelle prigioni del New Mexico nell’inverno del 1985. 24 anni di buco biografico in cui magari ci ha preso tutti in giro e ha in verità fatto l’impiegato delle poste o l’esattore delle tasse, perché in qualche modo avrà pure tirato a campare quest’uomo, e ci sarebbe anche da chiedersi come mai ad Austin nessuno gli abbia mai dato credito anche quando poi per quattro anni ha cercato un contratto discografico e ha rotto le scatole a tutti per poter aprire i concerti di Townes Van Zandt. Invece i tedeschi della Blue Rose nel 1989 gli hanno creduto subito e gli hanno pubblicato senza batter ciglio il primo disco, presentandolo a tutti come l’outlaw definitivo, l’avanzo di galera che gli anni 70 non hanno avuto l’occasione di scoprire. Era simpatico anche per questo Calvin Russell, perché a 40 anni aveva il viso scavato di chi ne aveva già viste di tutti i colori, perché era il tipico texano che probabilmente s’ispirava più agli spaghetti western che alla vera moda della sua terra per presentarsi al pubblico, e perché, comunque sia, era solo un avanzo di magazzino della bella e sfortunata scena del nuovo roots-rock di Austin di fine anni 80. Quando uscì A Crack in Time nel 1990 in Italia, come in Europa, non potevamo credere che gli americani neanche volessero distribuire un disco così perfettamente yankee, in cui il mito americano del fuorilegge on the road era così perfettamente spiegato in chiare e dirette parole. Aveva il dono della semplicità Calvin Russell, andava dritto al concetto, “parlava come la gente comune” direbbe qualcuno, soprattutto quando prendeva le distanze dall’incomprensibile mondo politico americano. Ma soprattutto aveva la capacità di azzeccare le metafore per illustrare la propria poetica dell’insuccesso, come quella dell’uomo nato a ridosso della palla numero 8 del biliardo descritta in Behind The 8 Ball, vale a dire quella sfortunata posizione in cui è matematicamente impossibile non fare mosse sbagliate. L’ineluttabilità del destino avverso alla gente comune resta la tematica su cui ha costruito una carriera, con nessuna concessione alla speranza, anche quando in Crossroads ammetterà che le possibilità di fare la mossa giusta ci sarebbero, perché capita di finire ad un crocicchio e dover scegliere tra strade che portano alla libertà o al paradiso, ma anche in quel caso il fato beffardo le rende perfettamente uguali a quelle che portano al dolore, al sacrificio o alla vergogna, lasciando nessuna chance di una scelta consapevole e ottime probabilità di sbagliare strada. In questa sorta di versione rock della legge di Murphy c’era comunque sempre un nemico con cui prendersela, ed erano i “loro” del potere, quelli che cercavano di controllarlo (Big Brother), quelli che si potevano combattere solo a colpi di rock and roll (All We Got Is Rock And Roll), quelli che non potevano comunque capirlo e salvarlo dai suoi demoni interni (Nothin’ Can Save Me). In ogni caso nei suoi testi c’era sempre quel fiero autocompiacimento dell’uomo alternativo, sempre “contro”, contento di fare della propria vita disgraziata un mito da raccontare (A Crack In Time, My Way e This Is My Life è il trittico che nel primo album ci presenta il personaggio in questi termini). A Crack In Time, nonostante qualche pecca produttiva, resta ancora oggi un disco perfetto anche per la sua grande varietà, un mix di southern-rock (con Living At The End Of The Gun si sfora in piena zona ZZTop), cantautorato (appare Nothin’ di Townes Van Zandt, e non resterà l’unico omaggio reso al maestro), country di Nashville (Moments). L’Europa applaudì convinta, l’America restò sorda, allora la Blue Rose insistette, confermando la squadra capitanata dal produttore Joe Gracy e forte di un chitarrista rumoroso e giustamente poco attento ai particolari come Gary Craft, e pubblicando il sorprendente Sounds From The Fourth World. Logica prosecuzione del primo lavoro, il disco gode di un sound più definito e di una distribuzione più capillare, stavolta anche in terra patria, e anche se parlare di successo resta sempre un eufemismo, è comunque con questo disco che il nome di Calvin Russell comincia a circolare nei salotti buoni della musica rock. D’altronde quando si azzecca una canzone come Crossroads, 7 minuti acustici di pura filosofia da strada, si potrebbe anche evitare di azzeccare il resto, ma tra queste dieci canzoni comparivano una Last Night di Rich Minus da applausi, rock trascinanti come May Be Someday o le sue solite riuscite metafore della sfiga umana (One Meat Ball). Tra graffiate politiche (Rockin The Republicans dichiara senza mezzi termini la propria non-parte) e ballate romantiche (Baby I Love You è semplice e perfetta), il disco non presentava in verità nessuna novità rispetto al predecessore, anzi già forse evidenziava qualche cartuccia leggermente bagnata, ma Russell rappresentò in quel momento il sogno europeo di poter avere un mito di frontiera come quello americano all’indomani degli anni 80 che conosciamo e poco prima dei depressi anni 90.



L’America continuò a non applaudire, ma almeno ad Austin i colleghi si accorsero di lui, è per produrre Soldier si fece avanti nientemeno che Jim Dickinson, che non cambiò la band di base (ci aggiunse solo il mandolino del figlio Luther), e probabilmente questo fu il suo errore. Nel tentativo di razionalizzare il suono veemente e sporco dei primi due dischi, Dickinson tentò infatti di alzare le chitarre acustiche, con il risultato che il suono né uscì poco incisivo, per non dire loffio. Si aggiunga il fatto che, in mancanza di una nuova Crossroads, il songwriting di Russell cominciò ad evidenziare i propri limiti, sebbene poi nel proseguo della sua carriera egli dimostrerà di amare molto brani come la title-track, Rats & Roaches o This Is Your World, che finiranno spesso nelle scalette dei suoi concerti. Soldier però non ottiene il successo sperato, e Russell decide allora di provare a cambiare i giocatori del team. Dream Of The Dog esce nel 1995 con la produzione di Mike Stewart, fratello del grande songwriter John Stewart e produttore di opere di successo come Piano Man di Billy Joel. Ma la sua scelta fu solo una delle condizioni poste dal chitarrista Jon Dee Graham, che aveva conosciuto Stewart perché produttore del primo mitico disco dei suoi True Believers, band omaggiata anche in questo album con la ripresa di So Blue (About You), uno scarto del mai pubblicato secondo disco della band. La presenza di Graham pesa sul disco nel bene e nel male, è in grado di nascondere qualche pecca compositiva o qualche cover non proprio adatta alle sue corde (It’s My Life degli Animals), diventa protagonista assoluta nella selvaggia All We Got Is Rock And Roll, ma alla fine non cambia l’economia del risultato. Dream Of The Dog è un buon disco, ma a quel punto a seguirlo eravamo già rimasti in pochi fedeli adepti. Il capitolo finale della nostra storia arriva nel 1997, quando Russell ci riprova con Jim Dickinson e assolda nientemeno che Chuck Prophet per quello che risulterà essere il suo disco migliore come suono. Peccato che Calvin Russell, disco registrato a Memphis e formalmente perfetto, finisse per evidenziare come non mai la perdita della mano del Russell scrittore, e alla fin del disco si finisce per ricordare più volentieri le due cover (il solito Townes Van Zandt di Mr Mudd And Mr. Gold e una sorprendente Desperation degli Steppenwolf). Resta comunque l’ultimo disco del nostro consigliabile per chi voglia recuperare la sua storia, ma da qui in poi ci siamo tutti fermati. La carriera di Russell è continuata con persistente successo solo in Francia, dove persino dischi davvero bruttini o inutili come Sam (1999), Rebel Radio (2002) o In Spite Of It All (2005) hanno continuato ad avere un seguito. Ultimamente lo stavamo lentamente riabbracciando, perché Dawg Eat Dawg del 2009 la buttava sul blues e la mossa non sembrava neanche così sbagliata (ci aveva provato anche il precedente Unrepentant, ma con esiti imbarazzanti), e perché il più recente live Contrabendo ha fatto in tempo a ricordarci che l’uomo sarà magari stato un fanfarone, ma ci sapeva comunque fare. Per cui addio Calvin, un giorno forse andremo tutti ad Austin a spiegare ai texani che cosa si sono persi non dandoti troppa retta. Oppure continueremo così, felici di considerarti “cosa nostra”, con la stessa strafottente sicumera che solo i francesi sanno avere quando decidono di avere ragione.
Nicola Gervasini

mercoledì 8 giugno 2011

FELICE BROTHERS - Celebration, Florida


Quale sarà il sound delle radici degli anni 10? Ok, sono appena iniziati, per cui inutile fare previsioni precise, ma intanto in questo periodo stiamo assistendo ad una vera e propria gara (a eliminazione?) a chi tra i gruppi cardine del decennio scorso troverà l'idea-bomba che faccia epoca. Si dirà che in genere le rivoluzioni sono appannaggio degli esordienti, mentre invece i Bright Eyes, gli Okkervil River, i My Morning Jacket, o gli stessi Felice Brothers qui giunti ormai al quinto capitolo della saga, sono a tutti gli effetti ormai dei veterani della roots-music moderna, e al massimo costituiscono il governo in carica da abbattere e non le nuove leve pronte a levare nuove barricate. Eppure tutte queste band sono accomunate da una congiunta svolta verso una nuova concezione della roots-music che abbandoni la gabbia (soporifera? abusata? vecchia?) del freak-folk/nu-folk depresso e intimista che ha imperversato negli ultimi dieci anni, a favore di un recupero della varietà di stili/strumenti/arrangiamenti che fu caratteristica amata/odiata della grandi produzioni degli anni 80.

I Felice Brothers si allineano così alla costruzione di strutture imprevedibili, dove una splendida roots-ballad sbilenca come Ponzi si trasforma improvvisamente in un giro da discoteca da primi anni 80 che ricorda (volutamente?) la Fade To Grey dei Visage (!). Potrebbe sembrare una provocazione buttata lì per fare un po' di rumore, ma tutto questo Celebration, Florida sembra forzatamente impegnato a cercare l'idea mai avuta da nessuno, a complicare ciò che è semplice, a forzare ciò che di solito veniva naturale. Come dire che è venuta prima l'idea di fare un "album diverso" della vera ispirazione su come farlo. Il risultato è qui da sentire, potremmo scrivere intere pagine a difesa del fatto che la band dimostra anche in questa occasione di avere comunque una marcia in più in termini di scrittura, che brani come Honda Civic o la straordinaria River Jordan che chiude l'album possono essere considerati tra le cose migliori uscite dalla loro fabbrica, ma non basterà a nascondere il fatto che nel suo complesso l'album ha pienamente fallito il tentativo di segnare una nuova partenza per la band all'indomani dell'abbandono del talentuoso Simone Felice.

Perché qui le idee sono tante, ma tutte confuse, come l'uso a casaccio che viene fatto di cori e fiati (Fire at The Pageant e Cus's Catskill Gym), o il fatto che anche quando cercano la loro tipica ballata trascinata e melmosa, finiscono nell'ordinario (Best I Ever Had). Quello che c'è da salvare lo abbiamo già detto, la speranza è di poter parlare in futuro di Celebration, Florida come di un incidente di percorso utile alla causa, come quando le grandi squadre trovano lo stimolo giusto per vincere un campionato solo dopo aver preso 3 gol dall'ultima in classifica. Di solito in quei casi aiuta anche cambiare l'allenatore, il fidato Jeremy Backofen (con loro da 4 album) sembra aver davvero perso il controllo dello spogliatoio.
(Nicola Gervasini)

venerdì 3 giugno 2011

FREEMAN DRE & & The Kitchen Party - Red Door 2nd Floor


Sulla scia dell'eterno dubbio se sia nato prima l'uovo o la gallina, la questione se Tom Waits abbia creato di suo uno stile, o se sia da considerare lui stesso solo una delle più singolari espressioni di tutte quelle tradizioni che ha saputo ben miscelare, rimarrà insoluta. Certamente qualsiasi recensore anche in erba non potrebbe fare a meno di citarlo quando nel lettore arrivano cd come Red Door 2nd Floor di Freeman Dre & The Kitchen Party, un po' per la voce roca e sofferta del padrone di casa, un po' per quel mix di musica da strada, jazz, blues, roots-music e influenze balcaniche varie offerto dal combo, che non può non rimandare al mondo waitsiano degli anni 80. In questo scenario è interessante la definizione che loro stessi danno alla loro musica, "city-folk", come se volessero in qualche modo negare l'aspetto rurale della loro proposta, nonostante un brano come Went To Town potrebbe tranquillamente essere una cover dei Jayhawks rifatta in versione gutturale. La città che ispira il loro city-blues è Toronto, ma quella di adozione è ovviamente New York, che loro bazzicano abitualmente sia per locali che per le strade.

La struttura dei Kitchen Party infatti è quella di una tipica road-band con strumenti acustici e di fortuna, contrabbasso e fisarmonica di ordinanza, chitarre fintamente scordate e mandolini. Eppure nella proposta affiorano anche brani di struttura decisamente mainstream (ad esempio These Walls, una delle poche a sciorinare una elettrica tipicamente blues), con un risultato a metà tra una band blue-collar come i Great Crusades (la voce di Dre - vero nome Andre Flak - davvero somiglia a quella di Brian Krumm) e un cantautore con voce profonda a vostra scelta (Magdalena è una ballatona che potremmo anche trovare in un cd di Jon Dee Graham). Se il risultato appare comunque curioso è proprio perché la band sa spaziare molto nei generi, se è vero che l'album si apre con uno pseudo-country zoppicante come Oak Tree, per continuare con la triste fisarmonica mittleuropea di Six Hundred Feet o la baldanzosa Babylon, che sembra il parto dei Pogues in gita a Sofia.

In ogni caso i ragazzi forse non faranno scena e paiono un po' la versione normalizzata dei Gogol Bordello, ma un brano come Let's Take The Show On The Road, con il suo ritmo circense, resta un bell'esempio di dove possono arrivare dei bravi artigiani della musica fai-da-te. Poi come sempre il gioco dopo un po' si svela e qualcosa in intensità si perde (Saturday Night In Parkdale, per quanto suggestiva, è davvero una di quelle ballate che qualsiasi cantautore del globo ha in repertorio, mentre Needle in Your Eye non riesce proprio a decollare). Prima di passare ad altro, date un'occhiata anche ai testi, e annotate che nella girandoli di stili passa anche un gospel (It's Good To Have Faith In The Lord), un delta-blues acustico alla Cooder (Funny Situation) e un saltellante brano in polacco (Do Widzenia) su cui potrete esercitare la vostra nota maestria nei balli dell'est.
(Nicola Gervasini)

freemandreandthekitchenparty.bandcamp.com
www.myspace.com/freemandrethekitchenparty

domenica 29 maggio 2011

SUSAN JAMES - High-ways Ghosts Hearts & Home


"Ti prego Mr.Zimmerman, aiutami a scrivere questa canzone, la sbaglio sempre, tu trovi sempre il verso giusto, io esco sempre fuori tempo, ti prego!". Basterebbe la strofa conclusiva del brano Calling Mr Zimmerman per archiviare questo High-ways Ghosts Hearts & Home tra i mille dischi di autori minori in cerca dell'ispirazione dei grandi. Certo, quella invocazione la potrebbe scrivere qualunque cantautore degli ultimi 40 anni, anche quelli di primo livello, ma in questo contesto assume un significato di totale ridimensionamento del songrwritng di Susan James. Lei è una cantautrice che negli anni '90 è andata vicino all'assumere un ruolo importante nella rinascita del cantautorato al femminile, con uno stile che univa un'impostazione country a velleità d'avanguardia (per il secondo album Shocking Pink Banana Seat il Musician Magazine tirò in ballo i Joy Division), tanto che il suo terzo album Fantastic Voyage del 1998 è ancora oggi un coraggioso (era un doppio album) e consigliabile esempio di quel gusto per la sperimentazione e il cross-over di stili tipico di quel decennio.

Da allora la James ha passato il tempo in altre occupazioni, prima di ributtarsi on the road (come ben evidenzia la copertina) assemblando una nuova band formata da Paul Lacques, Paul Marshall e Shawn Nourse degli I See Hawks in LA, il violino di Gabe Witcher dei Punch Brothers e le tastiere di Danny McGough degli Shivaree, e registrando con loro il suo come-back album dopo ben 13 anni di silenzio. Perse per strada tutte le ambizioni sperimentali dei suoi primi album, la James ha voluto invocare la musa Dylan per scrivere 11 brani di struttura classicamente country-rock, forzandosi anche di usare la sua particolare voce in puro country-chick-style, annullando totalmente i particolari vocalizzi che caratterizzavano le sue opere giovanili.

Il risultato è un disco quadrato, fin troppo calligrafico, in cui anche gli episodi migliori (Falling Waltz 2 piacerebbe a Mary Gauthier, Out In The Woods invece cerca Lucinda Williams) hanno sempre l'aria di non avere comunque mai la statura del classico. Niente di male, il disco ha dei bellissimi suoni e la band gira che è una meraviglia, ma l'impressione è che quando si cala in country-ballad di stampo classico come Thank You Tomorrow o Cold Moon On The Highway, la James lo faccia sforzandosi di soffocare la voglia di andare oltre schemi rassicuranti e consolidati. High-ways Ghosts Hearts & Home sta già piacendo al mondo di Nahsville, e non c'è da meravigliarsi, ma l'impressione è che il Dylan a cui si è rivolta sia quello grigio e compassato di Self Portrait, il suo disco più nashvilliano, e che certamente quello che abbiamo in mente noi non avrebbe scritto versi come "un altro mal di cuore che taglia come un vecchio coltellino militare svizzero"..
(Nicola Gervasini)

www.susanjamesmusic.com
www.myspace.com/susanjamesmusic

mercoledì 25 maggio 2011

SLOAN - THE DOUBLE CROSS


Non raggiungono il culto dei Blue Rodeo o dei Tragically Hip, ma fin dal 1991 gli Sloan sono una specie di intoccabile istituzione in Canada. Come spesso succedeva in quegli anni fu proprio il sogno di sfondare negli Stati Uniti che spinse la band fondata da Chris Murphy e Andrew Scott a cercare e ottenere un remunerativo contratto con la Geffen che fruttò al loro album d’esordio (Smeared) un posto nella Billboard americana in piena grunge-invasion. Ma fu proprio la voglia di non confondersi con mondi lontani (non che Seattle sia poi così lontana dal Canada….) che spinse la band a imporre un secondo disco che la Geffen giudicò anti-commerciale e, per ripicca, pubblicò senza promozione. Spin ai tempi scherzò sul fatto nominando quel secondo album (Twice Removed) “Il miglior disco che non avete sentito del 1994”, ma da allora i quattro sono rimasti come tanti confinati nel rassicurante quanto limitato mondo canadese. The Double Cross è il decimo album di una storia all’insegna della coerenza e della stabilità (la formazione è oggi ancora quella degli inizi, fatto tutto sommato straordinario), nonostante le asprezze rumoriste degli esordi si siano ormai perse (qualcuno li descrisse come “i Sonic Youth che suonano i Beatles”), mentre si conferma la voglia di spaziare tra generi diversi a cavallo tra pop inglese (Follow The Leader, Beverly Terrace) e rock classico (la riffatissima Unkind), con punte persino nel sixty-sound (She’s Slowing Down Again e la spettacolare Traces) e nel garage-rock (It’s Plain To See). Una tavolozza variopinta che impedisce un po’ di dare una definizione precisa alla band e che forse i quattro pagano in termini di mancanza di personalità, visto che alla fine è difficile riconoscergli un marchio di fabbrica chiaro come quello ad esempio di band a loro molto simili come gli Spoon. In ogni caso tutti i brani riescono ad entrare bene nelle vesti cucite addosso con lavoro certosino, persino quando scelgono la via della folk-song acustica (Green Gardens, Cold Montreal, che piacerebbe molto a Bruce Cockburn), strani pastiche di Beach Boys e ritmi dance (Your Daddy Will Do) o purissimo power-pop (I’ve Gotta Know). In altre parole, un discreto bigino rock per tutti i gusti.

Nicola Gervasini

domenica 22 maggio 2011

L/O/N/G - American Primitive


Considerando che è in vista anche un’attesa reunion dei Walkabouts, la prolificità artistica di Chris Eckman è ormai senza limiti. Non si ha ancora avuto il tempo di metabolizzare le sue ultime produzioni e di capire davvero la portata innovativa del progetto afro-euro-roots dei Dirtmusic, che eccolo che ce lo ritroviamo di nuovo immerso nei studi Zuma di Lubjana a partorire una nuova creatura chiamata L/O/N/G. La sigla nasconde la sua collaborazione con il compositore austriaco Rupert Huber, personaggio a metà tra musica d’avanguardia, elettronica e classica, che ha ideato una sorta di concept album tutto basato sulla perdita dell’innocenza dell’uomo adulto. Il tutto è infatti concepito secondo l’appiglio filosofico del concetto di “nuova barbarie della riflessione” di Giambattista Vico, filosofo partenopeo che vedeva il progresso come qualcosa di pericoloso se slegato dallo studio della storia dell’uomo (l’unica vera scienza che vale la pena studiare a fondo secondo il suo libro La Scienza Nuova), tanto da identificare nella perdita di memoria storica la vera causa dell’imbarbarimento progressivo dell’uomo e della sua ragione. Un concetto attualissimo visti i tempi, e che Huber ha voluto ricreare nel fatto che anche per l’individuo, la perdita della memoria del nostro essere stati bambini è la vera causa dell’impoverimento umano e della depressione in età adulta. Concetti difficili e ben poco rock, che Eckman ha voluto comunque trasformare in un disco che unisce sia le atmosfere dark dei Dirtmusic (spogliate ovviamente dell’elemento etnico), sia le sperimentazioni mitteleuropee già sentite nel suo precedente The Last Side Of The Mountain. Registrato con una lunga lista di musicisti slavi, American Primitive è un disco non facile, che unisce strumentali d’atmosfera (Longitude Zero) a notevoli brani compiuti (la tilte-track, o la splendida Dust), con momenti vicini alla roots-music americana (Shoot Your Dog) ma anche sperimentazioni elettroniche (ben riuscita in tal senso la ritmata Land Of The Lost o una Shame This Darkness che deve molto a Steve Wynn), mezzi-blues elettronici ricodificati (Stockerau). American primitive è un disco a tratti molto bello anche se di non immediata presa, con qualche passaggio forse troppo cerebrale, ma è anche vero che chi segue Eckman ha ormai abbandonato il concetto di classic-rock da tempo.

Nicola Gervasini

mercoledì 18 maggio 2011

BART DAVENPORT - Searching For Bart Davenport




Bart Davenport
Searching For Bart Davenport
(Tapete Records 2011)




Cercando Bart Davenport potreste trovare un cantautore dolcemente indie e soft che dal 2002, a suo nome o con il progetto degli Honeycut, alimenta l'affollatissimo mondo del new-folk. Cercando bene potreste anche riscoprire i suoi vecchi dischi, giusto per capire il senso di questa sua quinta opera, che trattasi del più classico "tutte le canzoni che avrei voluto scrivere io"-album. Bart infatti spiega nelle note di copertina che questi 12 brani rappresentano i modelli che gli sono stati utili per poter costruire nel tempo il suo personale stile da songwriter. Ce n'è per tutti i gusti quindi, dal memorabile Caetano Veloso di Maria Bethania al Bert Jansch di Ramblin's Gonna Be The Death Of Me, classici degli anni 60 come Wonder People (I Wonder) dei Love o You Get Brighter della Incredible String Band (è Mike Heron il suo vero eroe ci confessa), fino a omaggi recenti come Cayman Islands dei Kings Of Convenience. Il pregio di questo disco, nella sua totale inutilità storica, è quello di unire generazioni ed ere musicali diverse (passiamo da Jackson C Frank a David Byrne fino a Broadcast e Gil Scott-Heron senza colpo ferire) riuscendo ad amalgamarle in un lavoro unitario e piacevole. Di più non si poteva chiedere al millesimo cover-record di questo millennio
(Nicola Gervasini)


www.bartdavenport.com

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