giovedì 26 settembre 2013

OKKERVIL RIVER


Okkervil River 
The Silver Gymnasium
[
ATO 
2013]
www.okkervilriver.com

 File Under: biopic rock

di Nicola Gervasini (02/09/2013)
Scusate se insistiamo con un concetto più volte già espresso su queste pagine, ma anche nel 2013 gli Okkervil River si confermano come una delle realtà di punta degli anni 2000. Serviva forse un'ulteriore prova? "Non sono mai abbastanza" diranno i più scettici, ma anche The Silver Gymnasium, che pur si preannunciava come la loro prova più ardua, li conferma a livelli d'eccellenza. Se l'accoppiata The Stage Names/ The Stand Ins aveva ben chiuso un ciclo di crescita impressionante (con almeno quattro titoli fondamentali dell'indie-rock anni zero), I Am Very Far nel 2011 aveva dato inizio al difficile peregrinare negli anni dieci e nel loro insaziabile bisogno di una svolta stilistica che aprisse nuove strade per tutti. Il disco ha diviso non poco pubblico e critica: non a tutti è piaciuto quell'abbracciare convinto (anche se alla loro maniera) l'Ottanta-sound-revival imperante negli ultimi anni, ma alla fine l'album sta reggendo il confronto del tempo e ha al suo interno alcuni episodi fondamentali del songbook di Will Sheff. >

The Silver Gymnasium va oltre però, perché compie il piccolo miracolo di non essere un progetto sperimentale che abbraccia un singolo suono, ma elabora una nuova era dove i vecchi Okkervil River convivono benissimo con quelli nuovi. Spaventatevi pure per la combinazione puramente mainstream-rock di chitarre e tastiere di Down Down the Deep River, o per il techno-synth che apre Stay Young (che però si trasforma in una tipica ballata alla Will Sheff) e che tiene in piedi tutta la seguente Walking Without Frankie fino a quando non si trasforma in un roots-rock vecchia maniera. Oppure rilassatevi nel ritrovare i cari vecchi Okkervil River nelle ballate stralunate di Pink-Slips e All The Time Every Day. The Silver Gymnasium rappresenta un nuovo tassello nel grande racconto personale di Will Sheff, che arricchisce quella immensa seduta psicoanalitica che è la sua carriera di autore andando stavolta a sondare i suoi anni pre-adolescenziali, chiaramente evocati e raccontati nel singolo It Was My Season. Nel testo viene evocata un'estate del 1986 passata nella sua piccola città (Meriden, poche anime perse nel nulla del New England) tra i giochi Atari e la voglia di crescere in fretta di un tipico nerd dei tempi (lo stesso Will si descrive come un ragazzino insignificante con occhiali e asma).

La cosa divertente è che questa giovinezza assolutamente ordinaria nelle sue mani diventa una grande storia, con tanto di mappa interattiva della cittadina e foto d'epoca incluse in una app che vi aiuterà a seguire le vicende del piccolo Will (apps.npr.org/okkervil-river/). Tanta autoreferenzialità non irriti, Sheff tratta sé stesso come un autore classico, dove l'elemento autobiografico è mezzo e non fine dell'arte. La produzione di John Agnello non fa mancare nulla: fiati, orchestre, chitarre e sintetizzatori, ma in mezzo ci sono un nuovo pugno di canzoni importanti e particolarmente malinconiche come Where The Spirit Left Us e Black Nemo e pochissimi momenti di stanca (Whitepassa un po'senza lasciar traccia). Ancora una volta, applausi.

venerdì 20 settembre 2013

The O's - Thunderdog

The O's 
Thunderdog
(Punch Five Records  2013)
 songs from the street

Taylor Young e John Pedigo vengono da Dallas e già da qualche anno girano il mondo come veri buskers con il bizzarro e ermetico nome d'arte diThe O's. Li avevamo già incontrati nel 2009 in occasione del loro disco d'esordio (We Are the O's), acerbo ma frizzante trattato di old-time roots music. Con Thunderdog, terzo capitolo della loro "saga", val la pena riprendere il discorso. Non perché ci sia da gridare al miracolo, ma perché indubbiamente il duo è cresciuto sia nel songwriting (Levee Breaks e Outlaw cominciano a far intravedere una penna e non solo una carta carbone) e nella registrazione. D'altronde non è facile per loro riportare su disco la veemenza di un duo da strada, abituato ad auto-accompagnarsi con una kick-drum, ma il produttore Chris "Frenchie" Smith ha lavorato bene con gli innesti elettrici. Sicuramente c'è la consapevolezza che se ottengono consensi i dischi degli Avett Brothers e dei Mumford & Sons, allora quella è la direzione, e forse addirittura si può azzardare una ricerca della scanzonata hit alla Lumineers in brani comeCiceroneRearranged e Running Games. Ma la loro dimensione resta più rurale, meno atteggiata, più da vera strada che da iPod della ragazzina che fa finta di ascoltare musica colta. Non ancora imprescindibile ma già di buon livello, Thunderdog potrebbe anche portar loro qualche ribalta in più se saranno bravi a gestirlo. Altrimenti la strada è sempre lì, è l'unico palco di questo mondo dove il pubblico non smette mai di esistere e rigenerarsi, e gli O's continuano ad appartenervi anche quando provano a sfuggirle.
(Nicola Gervasini)

wearetheos.com

mercoledì 18 settembre 2013

ADAM KLEIN

Adam Klein Sky Blue Deville(Broken Hill/Cowboy Angel 2013)
 stoned in a southern way
Artigiano della canzone innamorato di storia e letteratura (da recuperare i suoi concept-records Western Tales & Trails del 2008 e Wounded Electric Youth del 2010), torna sulle nostre pagineAdam Klein da Athens con i suoi Wild Fires, band che vede nel tastierista e sassofonista Randall Bramblett (proprio quello che suonò spesso con gli Allman Brothers e recentemente ritrovato con l'album The Bright Stops) l'elemento di punta. Sky Blue Deville è il suo quinto album, ed è un prodotto di puro cantautorato americano: suoni elettroacustici vagamente southern-oriented, accento sulla canzone, e produzione di Bronson Tew attenta a non uscire ma i dalle righe. Il classico prodotto medio, ben fatto e ben registrato, che offre pochi motivi di entusiasmo se non l'antico piacere di gustarsi la buona scrittura di brani come In A Southern Way ("Forse ho fatto errori e ho reso molto meno del dovuto, ma ero ubriaco alla maniera del Sud") o Jesse's Mind. La sua voce, calda e rilassata, offre il meglio nei brani più riflessivi (Restless Soul), ma una ballata soul con tanto di fiati come Goodnight Nobody avrebbe magari necessitato di un approccio più aggressivo. In ogni caso nulla da eccepire sulla bontà di questi nove brani che leggono l'America rurale attraverso le storie dei suoi sfortunati e non sempre incolpevoli protagonisti, con poche concessioni ad atmosfere più spensierate (magari nella poppish Where Our Love Is) e una gran dose di mestiere.
(Nicola Gervasini)
www.adam-klein.com

domenica 15 settembre 2013

M.G. Boulter

 
 M.G. Boulter The Water Or The Wave 
[
Harbour Song Rec., 2013]

www.mgboulter.co.uk

 File Under: sad and blue music

di Nicola Gervasini (26/08/2013)
Ama le parentesi M.G. Boulter. Le mette ovunque, ci contiene il suo nome in copertina, quello dei musicisti che lo seguono, i titoli delle canzoni e in modo più figurato anche la sua musica. Perché anche la sua carriera musicale è una parentesi tra l'attività di addetto alla pedal steel nella ditta dei Felice Brothers e quella di frontman dei Lucky Strikes (li avevamo segnalati nel 2011 per il disco Gabriel, Forgive My 22 Sins), ma The Water Or The Wave, suo terzo album dopo l'omonimo del 2008 e The Whispering Pines dello scorso anno, ha tutta l'aria di essere l'inizio di un percorso più serio e duraturo. Peccato però che questi undici brani, ineccepibili per forma e spesso anche per sostanza (interessanti alcuni testi), arrivino davvero tardi, quando gli stessi Felice Brothers si sono già arenati in un cambio di suono che ne ha frenato l'ascesa verso la serie A, e quando sempre da quelle parti Simone Felice ha già proposto dischi molto simili ma ben più importanti sotto il nickname di The Duke And The King.

Roots-folk sofferto e strascicato, uso molto melodico della voce, il controcanto di Lizzy O'Connor piazzato un po' ovunque a dare quel tocco alla Belle and Sebastian che serve per strizzare l'occhio al mondo dell'indie-folk: Boulter mette in campo tutti gli strumenti a lui noti, concentrando nella prima parte del disco quei brani che catturano l'attenzione se ascoltati singolarmente (soprattutto Gold King), perfetti per un giro su YouTube o Spotify, ma che messi in un insieme che noi vecchia generazione ci ostiniamo a chiamare "disco", finiscono a dar vita ad una creatura a volte stanca e ripetitiva. E' comunque un album da ascoltare The Water or The Wave, magari a spizzichi e bocconi, giusto per non tediarsi troppo per episodi come The Thistles & The Thorns o Mountain Sickness e meglio apprezzare una Above The Cafè Curtain che sembra uscita da uno dei dischi del Bonnie Prince Billy più addomesticato al country.

Fortuna comunque che l'uomo ha il dono della sintesi (36 minuti e via, cioè l'intelligenza di capire quando si è già detto abbastanza…), e che la scaletta ha episodi ma non lunghi periodi di stanca, per cui si arriva alla fine contenti di trovare all'alba della traccia nove un pezzo che potremmo (con buon coraggio) definire allegro e baldanzoso comeConfetti Hearts che rompe finalmente il ritmo sofferto dell'album. In ogni caso talento e ragione di essere come artista solista sono confermati anche da brani quali Think You Free Maryche stanno in piedi anche se scarni e acustici. Ma i grandi artisti sanno già andare oltre questo livello: se ne ricordi quando ci vorrà riprovare.

   

domenica 8 settembre 2013

PET SHOP BOYS




Quando esordirono nel 1984 con West End Girls era difficile immaginarsi che trent’anni dopo si sarebbe parlato ancora dei Pet Shop Boys, eppure è innegabile che Neil Tennant e Chris Lowe, oltre a rappresentare un raro caso di duo inossidabile ai cambi di moda, hanno più volte riscritto e rideterminato il mondo dell’elettronica. La stampa inglese li paragona non solo al nostro Giorgio Moroder (tornato di moda anche grazie a Daft Punk, altra band che a loro deve parecchio), ma ormai tira in ballo nomi altisonanti dell’universo synth come Kraftwerk, Tangerine Dream e Jean Michel Jarre. Sicuramente quelli che sembravano solo due poppettari come se ne sono sentiti tanti negli anni ottanta, hanno avuto la capacità di rigenerarsi e segnare la via sia negli anni novanta, sia nei giorni nostri con il nuovo album Electric (Kobalt Label Services). Che li vede abbandonare le sperimentazioni  e il mood quasi malinconico degli ultimi album e tornare prepotentemente alla loro dimensione più naturale: quella della pura dance music. Energia, ritmo, melodia, qualche citazione colta (Love Is a Bourgeois Construct riprende musiche di Henry Purcell) e la cover che non ti aspetti (Last To Die di Bruce Springsteen) sono il cocktail che sta spopolando nelle radio, ottenendo il placet anche delle testate musicali più musical-snob. Sono diventati degli eroi del classic-rock anche loro insomma. Proprio come Springsteen.

giovedì 5 settembre 2013

JOHN MELLENCAMP & STEPHEN KING

Il rapporto tra rock d’autore e teatro non è mai stato idilliaco. I grandi musical di successo sono stati scritti da professionisti del genere, spesso provenienti dal mondo di Broadway, mentre le opere prodotte da firme autorevoli come Paul Simon, Randy Newman o Tom Waits, hanno sortito tour teatrali fallimentari e dischi ritenuti minori. Ultimo a provarci è John Mellencamp, uno che in Italia i giornali hanno scoperto solo come il fidanzato ufficiale di Meg Ryan (tranquilli, faranno a tempo a dimenticarsene, come è accaduto per il Lyle Lovett post-love story con Julia Roberts), e che l’anno scorso ha debuttato a teatro con Ghost Brothers of Darkland County,  libretto scritto appositamente per lui nientemeno che da Stephen King.  Sul palco la pièce vede protagonista (guarda caso) la sempre bionda (e sempre più iper-rifatta) Ryan, stella in pieno declino che si sta adattando a fatica al circuito indipendente, mentre l’album offre una serie di nuovi brani cantati da una parata di stelle del mondo roots-rock americano (Sheryl Crow, Elvis Costello, Kris Kristofferson, Ryan Bingham, i fratelli Dave e Phil Alvin, Rosanne Cash, Neko Case e Taj Mahal) e prodotto dall’ormai inseparabile compare T-Bone Burnett con una band capitanata dal chitarrista Marc Ribot. Il plot scritto da Stephen è (manco a dirlo) una novella gotica: un padre decide di portare i due figli in un vecchia casa appartenuta alla sua famiglia già da parecchie generazioni, con l’intenzione di appianare l’insanabile rivalità nata tra i due a causa di una ragazza. Il luogo invece si scoprirà abitato dai fantasmi dei due fratelli del padre, che proprio lì si erano massacrati a vicenda anni prima. Una sorta di maledizione di famiglia, una predestinazione all’odio fraterno che King porta fino alle estreme conseguenze del finale e che Mellencamp traduce in musica con atmosfere dark e decisamente bluesy.  John nella presentazione ha assicurato che il risultato a teatro non sarà un mix tra Cujo e Jack And Diane, ma un’opera in puro stile King al cento per cento. Considerando i numeri a cui sono abituati sia King che Mellencamp, i risultati di pubblico restano esigui,  ma per una volta abbiamo motivo di rammaricarcene.

Nicola Gervasini 

martedì 3 settembre 2013

MAVIS STAPLES


Mavis Staples
One True Vine (Anti)


Esistono miriadi di dischi gospel nel mondo, tutti uguali, e tutti confezionati per lo spirito e non certo per l’arte, ma non quelli di Mavis Staples. Grazie alla sua continua ricerca di collaborazioni importanti, la settantaquattrenne ex vocalist degli Staple Singers è da sempre una garanzia di qualità, con risultati a volte discutibili (l’irrisolto incontro con Prince), a volte interessanti (l’album realizzato per lei da Ry Cooder), ma ultimamente davvero di livello eccelso. Il Deus ex machina più recente è Jeff Tweedy, già al timone del precedente You Are Not Alone,  e confermato in regia anche nel nuovo One True Vine (Anti).  Un produttore che, molto meglio dei suoi predecessori, non ha commesso l’errore di imporre un suono preconfezionato, ma ha ascoltato la voce di Mavis e con riverenza l’ha vestita di suoni folk, a volte scarni e acustici (Jesus Wept), altre volte nervosi ed elaborati (I Like The Things About Me). I suoi Wilco si sentono nelle vene di Every Step, ma mai come in questo caso un nome di grido del rock ha avuto pieno rispetto per la padrona di casa, seguendola nel suo percorso che mira alla piena espressione della religiosità umana. Perché, nonostante non si sia chiusa in una chiesa come molte vecchie colleghe dell’era d’oro del soul, Mavis Staples continua comunque a cantare solo per il suo Dio, e Tweedy è stato forse il primo che ha semplicemente deciso di non disturbarla.

venerdì 30 agosto 2013

EVASIO MURARO - SCONTRO TEMPO

Evasio Muraro
Scontro Tempo

Reduce da band storiche del mondo del “combat-rock” italiano di fine anni ottanta (frontman dei Settore Out e bassista dei Groovers),  Evasio Muraro si è da qualche tempo reinventato una carriera da interprete “impegnato”. Sospeso  tra passioni folk, tributi melodici riconducibili ad Alberto Fortis o Ivan Graziani, e un tocco personalissimo da artista da Premio Tenco (al cui tour ha effettivamente partecipato nel 2011), Muraro torna con Scontro Tempo (Dischi VoloLibero), il suo quarto album da solista, seguito dei già interessanti Canzoni per uomini di latta (2009) e O tutto o l’amore (2010). Produzione di primo livello curata da Chris Eckman dei Walkabouts, eminenza grigia tra le più illuminate del rock alternativo statunitense, e con un sound conteso da trame acustiche, divagazioni rock e inserti jazz, Scontro Tempo sfugge ancora una volta alle facili catalogazioni, fatto che rende lo stesso Muraro un “prodotto” alquanto difficile da piazzare, in bilico com’è tra il nuovo indie nostrano e il cantautorato classico. Storie personali (Infinito Viaggio), ritratti di provincia (Il maestro e la sua chitarra) o aspre riflessioni sociali (la dedica agli esodati del singolo Puzzo di Fame) si intersecano in un viaggio a cui partecipano scafati musicisti della scena milanese e critici musicali che hanno abbandonato la penna per combattere dall’altra parte di una barricata che scopriamo ancora necessaria.

Nicola Gervasini

giovedì 25 luglio 2013

SLAID CLEAVES


Slaid Cleaves 
Still Fighting The War
[
Music Road records
 2013]
www.slaidcleaves.com

 File Under: Hometown USA

di Nicola Gervasini (01/07/2013)
Avete ancora voglia di leggere un disco? E qui magari qualcuno già sorride e si ricorda di quando il prode Frank Zappa ci prendeva in giro dicendo che scrivere di musica è come ballare di architettura. Figuriamoci cosa si sarebbe inventato davanti all'espressione "leggere un disco". Ma se molti dei suoi album si potevano anche pensare come una serie di sketches da cabaret, allora Still Fighting The War di Slaid Cleaves lo possiamo tranquillamente mettere alla voce "libri di racconti". Da sfogliare, ancora più che da ascoltare, alla sera, e magari nel letto e non davanti ad un computer pieno di squallidi mp3 o quel diavolo che vi ritrovate sul desktop. Tra i mille ascolti della nuova era "Spotify per tutti", avete ancora il tempo di chiedervi cosa mai porta un autore a scrivere una certa canzone e a scervellarsi per mettere insieme le rime giuste per arrivare ad un risultato pressoché perfetto? Già, perché le canzoni di Slaid Cleaves perfette lo sono veramente. E lo sono sempre un po' state, fin dal 1990 (penso solo alla straordinaria Hard To Believe sul precedente Everything You Love Will Be Taken Away), ma a questo giro lo sono ancora di più.

Sarà forse perché il produttore Scrappy Jud Newcomb (era la sei corde dei Loose Diamonds, ve li ricordate vero?) ha saputo cucirgli addosso un suono rootsy e elettrico, pulito e senza colpi di testa, molto meglio del suo predecessore Gurf Morlix. O sarà che Still Fighting The War è forse lo strumento migliore per ricordarci la grandezza di un autore che ci dimentichiamo spesso, forse per colpa del suo stile dimesso e di una vocalità che - ahinoi e hailui - stenta sempre un po' a lasciare il segno. Ma stavolta, se lui con i mezzi naturali fa quel che può, ci pensano i brani a dare valore aggiunto, a partire dalla title-track, sorta di versione aggiornata della Sam Stone di John Prine (suo indiscutibile maestro d'arte), con la voce di Jimmy LaFave a sottolineare una storia di reduci di una guerra fantasma come quella che si combatte a Fallujah. E poi le pene d'amore della soul-ballad (con sezione fiati) Without Her, l'impietosa descrizione (ma con lieto fine romantico) dell'ennesima attricetta fallita di Hometown USA, i ricordi dei primi teneri amori di infanzia di Gone (un dodicenne si invaghisce di una vicina di casa di soli nove anni immaginandosi un grande amore), quelli del padre saldatore di Welding Burns ("Mio padre ha costruito il suo mondo su ossa, muscoli, sangue e bruciature da saldatura"). Il tutto sempre con quel tocco un po' cinematografico nel raccontare anche una semplice conversazione telefonica (I Bet She Does) o descrivere la forza di volontà di una donna (Whim Of Iron).

Slaid stavolta riesce a non cadere troppo nel manierismo anche quando si fa produrre da Lloyd Maines lo scherzoso swing alla Lyle Lovett di Texas Love Song o la country-song God's Own Yodeler, o nella cadenzata riflessione religiosa di Go For The Gold. Per il resto c'è solo l'imbarazzo della scelta per trovare i brani migliori, se la tesa In The Rain (con Eliza Gilkyson) o la storia dei due sfasciacarrozze del paese di Rust Belt Fields ("Nessuno ti darà mai un premio per le nocche sanguinanti e le cicatrici, perché nessuno si ricorderà mai il tuo nome solo perché hai lavorato duramente"). Chiudete il libro…ooops…volevo dire spegnete il lettore, solo dopo esservi assicurati un ascolto notturno della conclusiva Voice Of Midnight, e soprattutto dopo aver gustato tutto Still Fighting The War libretto alla mano e non con un fugace ascolto in streaming: solo così capirete perché non è quel solito bolso e risaputo prodotto di cantautorato americano che vi state già aspettando.

  

domenica 21 luglio 2013

LORENZO BERTOCCHINI

Lorenzo Bertocchini Bootcut Shadow[Lorenzo Bertocchini  2013] 

www.lorenzobertocchini.com


 File Under: a cowboy hat and a broken heart


di Nicola Gervasini (10/07/2013)

Il panorama roots italiano è ormai talmente sviluppato che anche la nostra redazione è letteralmente sommersa da proposte nostrane. Ognuno con la propria voglia di dimostrare quanto si è capaci di fare dischi "all'americana", e con risultati che, pur con tutte le contraddizioni del caso e i limiti concettuali e geografici della proposta, possiamo ormai ritenere generalmente più che soddisfacenti. In questo mondo sotterraneo che possiamo definire "scena" anche in considerazione delle continue collaborazioni tra i tanti attori in gioco (qui ad esempio ritroviamo Giulia Millanta e Maria Olivero), Lorenzo Bertocchini può ormai definirsi un veterano. Lui in quel di Varese ha cominciato a scrivere rock americano già nel 1990, quando ancora seguiva i Rocking Chairs di Graziano Romani (indiscussi re della prima ondata) fondandone il fan club ufficiale. Ed è stato anche uno dei primi che ha fatto capire che, laddove sul palco festa, sudore e improvvisazione fanno parte del bagaglio minimo del vero rocker "StonePony-like", in studio serve ben altro per ottenere un prodotto che non sia solo il documento da lasciare agli amici dopo il concerto nella birreria preferita.

Per questo i suoi album hanno sempre beneficiato di un'attenzione ai particolari che ha spesso ben risolto il limite di una voce poco potente e gli inevitabili manierismi di chi segue un genere più per passione che per arte.Bootcut Shadow, la sua nuova fatica che segue il già convincete Uncertain Texas, continua dunque la buona tradizione, pur catapultando Lorenzo verso una pacata e poco pretenziosa maturità. Forse perché oggi il mercato non consente di andare oltre la notorietà acquisita in più di vent'anni di carriera, e forse perché ormai ha già registrato quei pezzi forti che i suoi fedeli fans del varesotto (ma non solo) gli richiedono ai concerti (anche se qui si ripropone la già nota Payphones in nuova versione con la chitarra di Bill Toms), Lorenzo ormai sembra scrivere canzoni solo per il puro gusto di scrivere, sempre legato al suo immaginario da cowboy nostrano ("Walking down Sunset with a cowboy hat and a broken heart" spara subito il primo verso del disco, giusto per chiarire subito l'epica di cui ci nutriremo). Per cui via al più puro Jersey-sound per rivedere il film dell'eroe metropolitano che prende la sua bella a casa (That White Dress) e la porta verso un viaggio fatto di sogni e magari qualche imprevisto (What's Your Grandma Doin' In The Car With You And Me, una sorta di versione aggiornata di Io, Mammeta e Tu di Modugno…).

La grandezza delle canzoni di Bertocchini è tutta in quella punta di ironia che gli impedisce di prendere troppo sul serio i propri personaggi, laddove la bella di turno ci prova anche a prendere la patente per evitare di dover essere sempre accompagnata come vogliono i tempi moderni (con gli esiti tragicomici descritti in Driver License), soprattutto perché capita che anche il nostro eroe metropolitano possa essere indisposto causa influenza (The Flu). Non manca la mistica del loser (con l'omaggio ai suoi santoni tramite le cover di Coffe Break di Willl T Massey o Workin'At The Car Wash Blues di Jim Croce), della vita notturna (4 in the MorningOn a night like this), e i momenti romantici (I Remember More and Less). Bertocchini ci propone il suo mondo senza darsi troppe noie a cercare il colpo di scena, ed è forse questa misurata maturità il limite e insieme il pregio di Bootcut Shadow.

martedì 9 luglio 2013

DR. FEELGOOD

Dr. Feelgood Live In London
[Grand Records/ Audioglobe 2013]
 

www.drfeelgood.org
 File Under: remembering Lee Brilleaux

di Nicola Gervasini (10/06/2013)
Era il 7 aprile del 1994 quando un maledetto linfoma si portò via Lee Brilleaux, sorta di guru del pub-rock e fondatore, con Wilko Johnson, dei Dr Feelgood. Aveva solo 41 anni, ma abbastanza litri di sudore prodotti sui palchi di tutto il mondo da garantirgli un posto d'onore nell'olimpo del rock. Ai tempi la sua morte non fu neanche troppo celebrata (per non dire che fu proprio ignorata dai più): esattamente due giorni prima Kurt Cobain si era tributato una fine ben più rumorosa, e le nuove generazioni che consumavano i dischi dei Nirvana di questi fantomatici Dr Feelgood non avevano mai sentito parlare. D'altronde nel 1994 la loro favola si trascinava ormai stancamente con una formazione inquinata dai troppi avvicendamenti: il quartetto originario infatti si era definitivamente sfaldato già nel 1983, quando la festa del pub-rock inglese era ormai finita, spazzata da un decennio che aveva deciso di andare in direzione contraria al loro blues-rock da friday night.

Dopo una serie di album che non soddisfarono nessuno a causa del tentativo di aggiornare un suono non aggiornabile, nel 1989 Brilleaux e soci avevano deciso di chiudere baracca con un tour d'addio. Il nuovo combo allora vedeva in azione Phil Mitchell e Kevin Morris, che erano arrivati nel 1983 a riscostruire la band, e il chitarrista Steve Walwyn, una assoluta new entry reclutata appositamente per l'occasione. Live In London, uscito nel 1990, doveva essere dunque l'ultimo capitolo della saga, se non fosse che proprio la malattia di Brilleax convinse tutti a continuare fino alla fine, registrando ancora altri due dischi (Primo e The Feelgood Factor) che davvero non aggiunsero nulla a quanto già ampiamente detto fin dal 1971. Giusto per la cronaca, va poi detto che la sigla è sopravvissuta fino ad oggi con questa line-up, ovviamente con un nuovo cantante (Robert Kane), ma qui si entra nel campo del puro feticismo da revival. Ci pensa comunque la Grand Records a ristampare il concerto, in verità non l'ultimo in assoluto di Brilleaux, che verrà salutato nel 1994 con la pubblicazione di Down At The Doctors, testimonianza della sua ultima esibizione prima della dipartita.

Ventuno brani, settantuno minuti tirati al massimo e con divagazioni sul tema concesse solo nei sette minuti e passa di Shotgun Blues. Steve Walwyn se la cava egregiamente per essere un acquisto dell'ultima ora, non eccede mai in inutili tecnicismi e sta abbastanza attento a essere al servizio della canzone, anche se forse manca di personalità, schiacciato com'era dall'imponente presenza di Lee Brilleaux. Il quale canta e ci mette l'anima proprio come se si trattasse dell'ultima performance della vita, dimostrando come nel 1990 ancora davvero credeva nella forza dei classici della prima ora della band come RoxetteShe Does It Right Back In The Night. Non era comunque serata da grandi sorprese, la band si prodigò in un perfetto greatest hits dal vivo, non dimenticando alcune classiche rivisitazioni come il medley Boney Maronie/Tequila o l'immancabile Route 66 che il pubblico non si stancava mai di richiedere anche dopo più di quindici anni di rodaggio. Certo, il paragone con il loro classic-live Stupidity del 1976 potrebbe apparire impietoso, non tanto per la capacità (questi Dr Feelgood suonavano decisamente meglio), quanto per la mancanza di quella veemenza (al limite dello spirito punk) che caratterizzò i loro "golden days".

Come dire che se nel 1976 si suonava per la storia, qui si suona semplicemente per divertimento, e non è detto che questo debba essere necessariamente un male.


:: La scaletta (w/ 5 bonus tracks)
1. Best In The World // 2. Hog For You Baby // 3. King For A Day // 4. You Upset Me Baby // 5. As Long As The Price Is Right // 6. Roxette // 7. Homework // 8. She Does It Right // 9. Baby Jane // 10. Quit While You're Behind // 11. Back In The Night // 12. Milk & Alcohol // 13. Shotgun Blues // 14. Mad Man Blues // 15. See Ya Later Alligator // 16. Band Intros // 17. Down At The Doctors // 18. Route 66 // 19. Goin' Back Home // 20. Boney Maronie/Tequila // 21. Lee Thanks // 22. Let's Have A Party


 

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...