mercoledì 29 dicembre 2021

NichelOdeon, InSonar and Relatives

 

NichelOdeon, InSonar and Relatives – INCIDENTI, Lo Schianto

SNOWDONIA, 2021

Ci vorrebbe un libro per entrare nei meandri della carriera di Claudio Milano, ufficialmente “Ricercatore vocale, compositore e musicoterapista” secondo la sua biografia, ma, alla fine, un caso dove la passione del musicista e la ricerca del musicologo trovano una sintesi nei suoi tanti progetti sparsi in più di vent’anni di attività. Le sigle NichelOdeon e InSonar rappresentano alcuni dei tanti gruppi, anzi, “laboratori multimediali” come ama definirli lui, con cui pubblica dischi, e non è difficile chiedersi perché proprio la Snowdonia, etichetta abituata a pubblicare progetti complessi e visionari fin da quelli dei padroni di casa Maisie, abbia deciso di pubblicare questo INCIDENTI_Lo_Schianto, progetto che unisce tante collaborazioni per 76 minuti di musica. L’effetto un po’ stordente di tante parole e suoni di diversa provenienza è inevitabile, l’album infatti è nato probabilmente per essere ascoltato non con voracità e sempre tutto di fila, ma centellinato brano dopo brano. Claudio Milano comunque è il centro del progetto, in cui unisce rock, classica, jazz, world music e tanto altro (giusto per dare definizioni molto generiche che andrebbero poi sviscerate con più puntuale dovizia di particolari). Suoi anche i testi, anche se in alcuni casi è ricorso a rielaborazioni di lavori altrui come Variations on The Jargon King che riscrive un testo di Peter Hammill (il brano The Jargon King era sull’album Black Box del 1980), oppure la suite in 3 parti Ho Gettato mio Figlio da una Rupe Perché non Somigliava a Fabrizio Corona ha una fase col testo composto da un cut-up di frasi tratte dalle recensioni ai suoi precedenti dischi, intitolato ironicamente Il Coro dei Critici all'ultima Sponda del Commiato, tra le quali basterebbe citare la definizione di “The Antichrist of Italian Prog”.  Ovviamente non manca qualche riferimento letterario più classico come i “Una Strana Zingarella” di Dino Campana e “Profezia” di Pier Paolo Pasolini citati in Nyama (Gettarsi oltre) e un Idiota – Autoritratto (Tadzio’s Death) che, come è evidente, si ispira alle opere di Dostojevski e Mann, mentre alcuni testi portano la firma di Salvatore Lazzara (Senza Ritorno e Sabbia Scura). Per il resto, detto che anche la confezione dell’album rispetta gli standard di straordinaria cura e amore dell’etichetta, che non bada certo a spese nel nobilitare la sempre meno di moda arte del supporto rigido, non vi resta che provare ad addentrarvi nelle canzoni di Milano, tra testi esistenzialisti e poetici e strutture musicali che amano le sorprese e i cambi di tempo. Qualcuno appunto lo definisce prog italiano, ma sinceramente mi viene più naturale considerarlo un disco di musica “totale” che volutamente non cerca confini stilistici, e forse è proprio l’essere costretti a navigarci dentro senza coordinate il suo grande valore.

VOTO: 7

lunedì 6 dicembre 2021

THE BLEACHERS

 

The Bleachers - Take the Sadness Out of Saturday Night

RCA, 2021

 

Rifiutandomi di cedere ancora alla facile scappatoia di una definizione di “indie-pop” che ormai può includere di tutto, senza più dire niente di preciso, faccio effettivamente fatica a focalizzare un modo per descrivervi la musica dei Bleachers, soprattutto alla luce di questo loro terzo album Take the Sadness Out of Saturday Night. “Loro”, o farei meglio a dire “suo”, perché poi (questo si che è un vezzo tipico dell’era “indie”) il nome nasconde un progetto solista di Jack Antonoff, ragazzo del New Jersey nato a pane e Springsteen, ma innamorato delle mille possibilità produttive delle tastiere e delle programmazioni informatiche musicali. Ma anche poliedrico musicista (tra gli impegni anche quello di batterista per i Fun) che ama ammantare di effetti, loops e riverberi canzoni figlie di mille tradizioni, e soprattutto autore e produttore capace di sfornare hit per St Vincent (sua la produzione di Masseduction), Taylor Swift, Lana Del Rey, e tanti altri. Dicevamo Springsteen però, una presenza quasi obbligatoria nel background di uno del New Jersey, ma che mai come ora esce allo scoperto in questo album, vuoi perché il prode Bruce interviene di persona e presta la sua inconfondibile voce per il brano Chinatown, paradossalmente il più puramente pop e radiofonico (e diciamo meno springsteeniano) del lotto, vuoi perché gli arrangiamenti di altri brani del disco (Big Life, 45) celano un “wall of sound” alla Born To Run fatto di cori, campanelle e tanti suoni amalgamati. Ma il tutto viene comunque filtrato attraverso la voce per nulla da Jersey-sound del padrone di casa, e da mille interventi produttivi. Il risultato è spesso divertente (How Dare You Want More) o pure suggestivo (Don’t Go Dark), anche se resta un po’ la sensazione di rimanere storditi più che ammirati davanti a tante citazioni e elementi, in uno stile pop barocco che è sicuramente modernissimo, se è vero che anche il Beck più recente si aggira in questi paraggi sonori. Il disco dura solo 33 minuti ma ci sono idee almeno per un triplo, e ribadisce come Antonoff rimanga alfine sospeso tra una formazione decisamente da classic-rocker e velleità pop (il duetto con Lana Del Rey di Secret Life), finendo un po’ per sembrare troppo elaborato per il mondo degli ascolti fugaci dello streaming commerciale, e fin troppo autore di un pop mordi e fuggi per una audience più adulta. Ma pare evidente anche dalla pedante partenza di 91, brano che riprende un’opera della scrittrice Zadie Smith (che interviene di persona) confezionato con l’aiuto di Warren Ellis, che il progetto dei Bleachers sia diventata la sua palestra per provare spunti e idee e sfidare entrambi i mondi, forse per ricordarci quanto il confine tra vecchio e moderno oramai sia talmente labile da non poter più, appunto, trovare una sua giusta e riconoscibile definizione.

VOTO: 6,5

lunedì 1 novembre 2021

SON VOLT

 

Son Volt

Electro Melodier

(Thirty Tigers, 2021)

File Under: These Are The Times

Destino strano quello di Jay Farrar e della sua creatura Son Volt, nati dalle ceneri degli Uncle Tupelo (ma dobbiamo davvero ricordarvelo?) con premesse persino più promettenti di quelle dell’antico compare Jeff Tweedy e dei suoi Wilco, ma rimasti invece negli anni relegati ad un mondo di appassionati di genere, mentre Tweedy nel frattempo cavalcava palchi in linea con le mode degli anni 2000. L’aspetto che spesso viene sottolineato della loro storia musicale è un certo immobilismo stilistico, che rende i dischi dei Son Volt, ma pure le stesse singole canzoni che li compongono, sostanzialmente sempre identici se ascoltati da un orecchio non allenato, ma noi sappiamo che, al netto di una possibilità espressiva non proprio vastissima della sua vocalità e della sua concezione artistica, non è proprio così. Per questo Electro Melodier, decimo album della sigla, ci è piaciuto subito, perché rappresenta una summa delle anime della sua musica, che passano dalle chitarre rozze di Reverie alle ballate sognanti come Arkey Blue (ma anche qui nel finale il break di chitarra elettrica sottolinea i due tipici registri di Farrar).

Electro Melodier è un disco da lockdown come tutti quelli che stiamo ascoltando di questi tempi, nato durante il forzato stop al tour di Union, che Farrar ha sfruttato positivamente con una serie di canzoni davvero ben scritte che fotografano la situazione del suo paese, non più tanto con la vis polemica che animava il precedente disco, quanto più con un taglio giornalistico di pura presa di coscienza dello stato di una società, prima ancora di una nazione. In questo senso l’inserimento di alcuni brani che fanno il punto anche sul suo lungo matrimonio (Lucky Ones e Diamonds and Cigarettes, ballatona da brividi con la voce di Laura Cantrell), assume un aspetto quasi di voluto parallelo tra vita privata e rapporti sociali che si stanno rigenerando e ricostruendo dopo lo tsunami del Covid, che ormai ci si rende conto anche nelle canzoni quanto sia una rivoluzione globale paragonabile all’11 Settembre 2001.

Ma è tutto il disco che appare essere particolarmente ispirato, con un anthem come Living In The USA (springsteeniana non solo nel titolo) che tornerà sicuramente buono nei prossimi tour, dure fotografie della realtà come War On Misery (e qui siamo in puro campo gothic-country, come anche The Levee On Down) o These Are The Times, che confermano Jay Farrar come uno dei più meritevoli eredi della filosofia di Woody Guthrie, solo con qualche scarica elettrica in più. Ma come aveva già provato nel valido The Search del 2007, qui prova anche ad ampliare il sound con qualche inusuale intervento (il moog di The Globe) e qualche volutamente non celato richiamo alla storia del rock (i Led Zeppelin echeggiati da Someday Is Now). Un disco comunque ottimista e pieno di speranza, nonostante i toni cupi e malinconici tipici del suo autore, e forse era proprio quello di cui avevamo bisogno ora.

Nicola Gervasini

venerdì 29 ottobre 2021

WALLFLOWERS

 

Wallflowers – Exit Wounds

2021 – New West

 

Che Jakob Dylan sia il figlio di Bob è informazione inutile per un artista che ha ormai alle spalle sei album con i Wallflowers e due come solista, ma con il papà ancora così in forma e sulla cresta dell’onda, pure Exit Wounds, settimo capitolo della band, viene presentato ovunque ancora come il disco “del figlio di”. Ingiustamente direi, visto che nonostante Jakob ovviamente non possa (e credo mai abbia neanche tentato di…) raggiungere la statura artistica e storica del babbo, la sua discografia resta comunque una delle più importanti della musica americana degli ultimi 30 anni. Exit Wounds esce dopo un periodo di lungo silenzio, dopo che l’ultimo capitolo Glad All Over nel 2012 aveva fallito un rilancio del marchio anche tra un pubblico non esclusivamente roots-oriented. Di fatto la storia dei Wallflowers dimostra una certa regolarità nell’alternare album di matrice puramente “Americana” come l’esordio del 1992 (che anzi musicalmente si identificava parecchio nel movimento H.O.R.D.E. dell’epoca), il vendutissimo Bringing Down The Horse del 1996 o Rebel, Sweetheart del 2005, ad altri dove era evidente il tentativo di trasformarsi in band radio-friendly con produzioni più che ammiccanti (Red Letter Days del 2002 e appunto Glad All Over), con in mezzo l’ottimo Breach del 2000 che resta forse il loro album più equilibrato tra le due anime. Exit Wounds, come si suole dire, “riporta tutto a casa” in un rassicurante sound da vecchio roots-rock anni 90, quasi come se Dylan Jr. si sia reso conto che è inutile cercare di raggiungere un pubblico che mai potrà comprendere in pieno le sue canzoni decisamente da era classic-rock, per cui meglio tener caldi i fans della prima ora. Ne è segno anche il fatto che dopo anni i Wallflowers escono dal mondo delle major e si accasano alla New West, etichetta importantissima, ma pur sempre in una nicchia ben definita come quello del rock americano. Con un risultato valido se sentito con orecchio allenato al genere, probabilmente il loro sforzo migliore dai tempi appunto di Breach, sebbene ormai in ritardo con la storia per diventare anche un disco importante per tutti. Resta il fatto che purtroppo non abbia più senso parlare di “loro” quanto di lui, perché la formazione attuale è completamente rinnovata, e non ritroviamo nessuno dei musicisti delle formazioni più storiche (con perdite comunque significative in termini di personalità come Rami Jaffee o Michael Ward) ma qualche scafato session-man in più. Jakob comunque dimostra che il lungo stop gli ha fatto bene perché brani come Maybe Your Heart's Not in It No More o I'll Let You Down (But Will Not Give You Up) entrano di diritto nel suo songbook migliore. Lo stile di base comunque resta il solito, con qualche momento in cui si alza il ritmo come Who's That Man Walking 'Round My Garden, ma un clima generale senza troppe spigolature, nel caso sempre smussate dall’intervento della seconda voce di Shelby Lynne. Potrebbe essere il “car-record” giusto per l’estate per chi avrà possibilità di viaggiare.

VOTO: 7

Nicola Gervasini

mercoledì 27 ottobre 2021

MICHELE ANELLI

 

Michele Anelli

Sotto Il Cielo di Memphis

(Delta Records & promotion, 2021)

File Under: Memphis in the meantime

Qualche giorno fa sui suoi social Michele Anelli ha scritto “L’altra sera ho sentito il corpo desideroso di scaraventare fuori tutta l'energia possibile, come se avessi dentro i Clash a sostenere le mie braccia. Sentire che gli anni passati a suonare e cantare con i Groovers e gli Thee Stolen Cars siano stati così importanti e propedeutici a essere quello che sono.”. Sta in questa frase l’essenza della sua più recente carriera discografica, dove gli anni del rock da strada in inglese appaiono lontani dalle canzoni presenti in album come Divertente Importante del 2018 o Michele Anelli & Chemako del 2013, ma l’energia che scorre nel sangue è sempre la stessa. Stavolta Anelli però ha voluto fare le cose in grande, andando a registrare il nuovo Sotto il Cielo di Memphis letteralmente sotto quel cielo. Anzi, in quel tempio di gran parte della musica che amiamo che sono i Muscle Shoals, dove Anelli ha immerso le sue canzoni nei suoni degli studi, col vantaggio di poter anche usufruire della collaborazione di qualche storico session-man della zona come il bassista Bob Wray (l’elenco delle sue collaborazioni fa girare la testa, da Al Green, a Ray Charles) e Justin Holder, oltre alla produzione del suono di John Gifford III, uno che ha lavorato ad esempio anche all’ultima fatica di Gregg Allman prima di lasciarci. Con queste premesse il suono del disco lo potete immaginare, anche se poi la sua band, i Goosebumps Bros (Cesare Nolli, Paolo Legramandi e Nik Taccori, con l’aggiunta di Andrea Lentullo e Elia Anelli), ha registrato in Italia. Quello che rende particolare il disco però è che se il sound cerca l’omaggio e l’effetto retrò, la scrittura resta quella sua più recente, molto vicina ad un cantautorato italiano più classico, quasi alla Ivan Graziani, sottolineato dalla sua voce sempre più pulita e usata su toni alti. Anzi, l’iniziale Appunti ricorda addirittura un po’ l’Amarsi un Po' di Lucio Battisti, mentre Quello che Ho è un bel duetto melodico con la voce di Elisa Begni dei Bluedaze. E dopo Tenerezza, caratterizzata da un bel crescendo finale, arriva Fino all’Ultimo Respiro, un brano decisamente Finardi-style anche nel testo, caratterizzato però da un bell’organo vintage alla Booker T Jones. La seconda parte è dedicata a brani più riflessivi, come Ballata Arida, quasi un lento da beat italiano degli anni 60, e È solo un Gioco, mentre Spalo Nuvole ha un’atmosfera più da Black Music anni 70, per finire con la sofferta dichiarazione di Sono Chi Sono. La Memphis Pack edition (LP, CD e 45 giri) contiene demo inediti che aggiungono sale ad un piatto già ricco, Anelli dimostra infatti con questo album che anni di esperienza sulla strada e sui palchi cominciano a pesare anche in fase produttiva, perché Sotto il Cielo di Memphis è qualcosa di più di un semplice omaggio alla musica che l’ha ispirato, ma è un disco molto maturo e personale, semplicemente immerso nel Mississippi esattamente come il Manzoni risciacquò nell’ Arno i suoi Promessi Sposi. E sebbene il disco sia al 100% italiano nello stile di canto e scrittura, a Memphis credo abbiano approvato con stima.

Nicola Gervasini

 

domenica 24 ottobre 2021

BENJAMIN FRANCIS LEFTWICH

 

Benjamin Francis Leftwich

To Carry A Whale

(Dirty Hit. 2021)

File Under: What's The Use Of Getting Sober

E’ ascoltando il quarto album del cantautore britannico Benjamin Francis Leftwich che ci si rende conto come la canzone indie-folk maturata tra gli anni novanta e duemila (diciamo di derivazione “Nickdrakiana” per dare un riferimento storico) sia ormai un genere a sé che si è radicato a tutti i livelli, sia quello della scena alternativa indipendente da cui è scaturito, ma ormai anche nel mainstream internazionale. Un bene in fondo, perché comunque il fenotipo del cantautore timido che sussurra la sua intimità con una chitarra acustica e poco altro, è comunque sempre in linea con le strade della tradizione che ci piace continuare a sondare anche in questi anni di gran confusione del mondo musicale mondiale. Benjamin Francis Leftwich viene da York, ha esordito nel 2011 in ritardo sulla la storia del suo genere, ma abbastanza in tempo per diventare un punto di riferimento anche molti giovani ascoltatori, a giudicare dal buon seguito registrato nelle piattaforme streaming. Prima dell’uscita di questo To Carry a Whale, Leftwitch aveva pubblicato online alcune cover degli Arcade Fire, Placebo, Killers e Blue Nile, un percorso che rende chiaro come abbia le idee chiare su dove collocare la continuità storica della sua musica, ma poi in una intervista citò Ryan Adams come prima ispirazione contemporanea, e i conti tornano tutti. Voce soffice ed eterea alla Bon Iver, giri di chitarra da vecchia scena folk, tastiere ed effetti a condire, e pure qualche flauto a sottolineare la melodia: l’apertura di Chery in Tacoma dice già tutto sull’obiettivo di album e artista, ma è anche uno dei brani più arrangiati del disco dal produttore Eg White (Adele, Florence & The Machine), perché già Oh My God Please riduce tutto ad un gioco tra le voci e la chitarra. Quello che rende particolare la proposta è comunque il suo modo di cantare inesorabilmente “british”, che a volte ricorda quello di Ian McNabb (ad esempio in Canary in a Coalmine, brano che racconta anche della sua uscita dall’alcolismo, tanto che il disco viene presentato come il suo primo ad essere stato registrato da sobrio). Rispetto ai dischi precedenti come Gratitude del 2019 o After The Rain del 2016 c’è molto meno uso di elettronica e tastiere, anche se Tired in Niagara o Everytime I see a Bird non si negano un crescendo finto-orchestrale e Wide Eyed Wandering Child si poggia su una non invadente drum-machine. Il disco si adagia pian piano nel suo involuto folk, con poche variazioni sul tema (in Slipping Through My Fingers appare un piano alla Pink Moon) e tanto evidente amore per autori come Jose Gonzalez, fino al veloce folk-pop finale di Full Full Colour che chiude in maniera più spensierata un album comunque cupo e decisamente intimista. To Carry A Whale è un capitolo molto personale di Leftwitch che forse non gli porterà grandi nuovi onori (il suo esordio Last Smoke Before the Snowstorm ricevette molte attenzioni nel 2011), ma resta una nuova valida testimonianza di come non serva essere per forza originali e  innovativi quando si hanno delle buone canzoni.

Nicola Gervasini

 

venerdì 22 ottobre 2021

JAMES YORKSTON

 

James Yorkston and the Second Hand Orchestra – The Wide, Wide River

Domino, 2021

Ci si potrebbe anche chiedere come mai, dei tanti autori della folk music britannica, solo James Yorkston ottiene sempre così tante attenzioni e riconoscimenti anche da stampa e pubblico innamorati dell’indie-folk moderno. In fondo lui è uno scozzese che, pur non essendo ancora cinquantenne, potrebbe tranquillamente essere artisticamente un coetaneo di Michael Chapman o di uno Steve Tilston, per citare due vecchi leoni della chitarra acustica ancora pienamente attivi, e di certo la sua musica non è figlia di questi anni duemila. Eppure, fin dall’esordio Moving Up Country del 2002, Yorkston ha sempre trovato la perfetta sintesi tra il non suonare completamente sorpassato e il non mollare di un centimetro l’amore per la tradizione e per una musica fatta di strumenti acustici e soffici melodie. Non fa eccezione The Wide, Wide River, disco anche più facile all’ascolto rispetto ad altre sue uscite più recenti, e che potrebbe anche ripetere l’exploit di suoi titoli come Just Beyond the River del 2004 e When the Haar Rolls Indel 2008, che entrarono addirittura nella Billboard inglese. L’iniziale Ella Mary Leather, nei suoi poco più di tre minuti, sembra infatti rispondere perfettamente alle attuali esigenze di immediatezza e brevità (quasi un folk-pop potremmo dire), ed’ è sapientemente piazzata all’inizio per mettere subito chiunque a proprio agio. Ma Yorkston anche questa volta concede senza però rinunciare a nulla, per cui subito dopo ecco arrivare la lunga e intensa To Soothe Her Wee Bit Sorrows, che è uno di quei brani giocati sul dialogo chitarra e violino che suona familiare solo a chi davvero mastica brit-folk da tempo.  Ma è evidente che il disco nel suo proseguo cerchi un ponte tra tradizione britannica e una indole cantautoriale, e se Choices, Like Wild Rivers ci va vicino a trovarla, la splendida Struggle, una ballata che potrebbe appartenere al Josh Ritter più ispirato, ci riesce in pieno, e rappresenta l’highlight dell’album con la tesa cavalcata di There is No Upside che la segue. Un esempio ancora più chiaro è A Very Old-Fashioned Blues, brano che se vi dicessero che è una outtake di Bonnie Prince Billy, ci credereste pure. Il disco esce cointestato con la Second Hand Orchestra, collettivo di musicisti svedesi capitanato da Karl-Jonas Winqvist (artista con cui Yorkston aveva già collaborato in passato), e in cui militano nomi importanti della scena come Peter Morén, Cecilia Österholm e Emma Nordenstam,. Il disco ha infatti un piglio da jam session quasi, con Yorkston che lascia spazio a tutti, e dimostra quanto sappia comunque fare la differenza anche in gruppo con brani azzeccati come A Droplet Forms o We Test The Beams. L’autunno è passato, ma dei dischi autunnali di Yorkston c’è sempre bisogno.

VOTO: 8

mercoledì 20 ottobre 2021

JOHN MURRY

 

John Murry - The Stars Are God’s Bullet Holes

Submarine Cat records, 2021

Sarà forse per la lontana - ma reale - parentela di uno dei suoi genitori adottativi con lo scrittore William Faulkner, ma a John Murry è sempre piaciuto infarcire non solo le proprie canzoni, ma anche le proprie storie personali, di tanta letteratura. E così da qualche settimana ama raccontare ai giornalisti che hanno avuto le interviste in esclusiva per il lancio di The Stars Are God’s Bullet Holes, suo atteso terzo album solista, che il disco non solo è stato l’ultimo registrato ad Abbey Road prima della chiusura per lockdown, ma che addirittura l’ingegnere del suono si era dovuto portare via tutto in bicicletta per mancanza di mezzi pubblici. Ma in fondo negli anni ogni suo disco e ogni racconto sulla sua vita (non ultima una proposta di matrimonio avvenuta durante una intervista, con risposta affermativa di lei arrivata via Twitter) sanno di “storytelling”, compresa l’arte della citazione più o meno colta che anche qui assale l’ascoltatore fin dal titolo della prima canzone Oscar Wilde (Came Here to Make Fun Of You). Insomma, John Murry pare dirci che è inutile darsi tanto da fare a registrare musica se poi intorno non ci ricami una storia da ricordare e ri-raccontare. Sarà forse per questo che il suo nome venga spesso accostato a quello di Lou Reed, uno che sempre più aveva elaborato una forma di rock vista quasi più come mezzo per arrivare ad un racconto. Murry non ha forse la statura musicale (e storica) di un Reed, ma ha prodotto due album molto validi come The Graceless Age o A Short History Of Decay, infarciti di storia musicale americana, sia quella rurale della provincia, che quella più avanguardista di New York, con un amabile gusto retrò che rappresenta forse il suo limite, ma gli va dato atto di essere nel bene o nel male uno degli artisti più eclettici e che meno si accomoda su un risultato raggiunto. Ne è la prova anche questo nuovo album, che è già un libro fin dal titolo, con una storia da raccontare che è la sua collaborazione con John Parish, l’uomo giusto per assecondare il suo amore per la new wave e per certa elettronica degli anni 90, con in aggiunta anche il fatto di essersi definitivamente trasferito in Irlanda a respirare sapori britannici. Fatto sta che il nuovo album è un riuscito mix di krautrock, dark anni ‘80, trip-hop ’90, e comunque prove da cantautore puro (la bella Ones + Zeros) che allargano ancora di più il suo raggio d’azione stilistico. Quello che va notato è che però resta molto più personale la sua scrittura (brani come Time & A Rifle e Perfume & Decay cominciano ad avere un suo marchio di fabbrica), che le sue soluzioni musicali, dove il gioco del rimando, dell’omaggio e della citazione, a volte sfocia fin troppo nella voluta ricerca del paradiso dell’ascoltatore nostalgico.  Tanti racconti che poi alla fine ci parlano di una artista che semplicemente non ha mai smesso di parlare con un passato che spesso non è neppure suo, come dimostrano le cover che abitualmente piazza a fine di ogni album o durante i concerti. Stavolta tocca a Ordinary World dei Duran Duran, a sorpresa forse una delle pop-song meglio sopravvissute nei giorni nostri dagli anni novanta, che lui riveste di nuovi sapori con aria da scafato artista.

VOTO 7,5

lunedì 18 ottobre 2021

SIRIO

 Sirio

Cronache Siderali

Rivertale Productions

 

Antonio Gilioli, in arte semplicemente Sirio, è un giovane cantautore bresciano (classe 1995) che da qualche anno propone una formula da folker one-man-band nei concerti della sua zona. Cronache SideralI è il suo primo album, selezione dei brani migliori tra i tanti scritti in questi anni di formazione, e, per l’occasione, nonostante il suono non abbandoni di base la sua abituale formula da combat-folker da strada, si è fatto aiutare da una vera e propria band formata dal batterista Stefano Doninelli (che suona anche il cajòn, la particolare percussione peruviana usata da molti artisti di strada) e il bassista Bruno Bonarrigo (abitualmente al seguito di Cisco), più la voce di Miriam Mori in brani come Son nel mezzo e nella veemente Ho scelto la luce. Per il resto è lui che tiene sulle spalle il tutto, con canzoni molto interessanti che gettano un ponte tra la tradizione dei cantautori italiani classici (Postumi di civiltà, Utensili spirituali o Canzone per un Amico) e ispirazioni più recenti (Lo scherzo della Morte piacerebbe a Vasco Brondi, ma anche Annegherò insieme a te o Destino biologico). Si fa notare come prova d’autore anche Da Qui, con la sua armonica dylaniana e un timido piano, mentre Son Nel Mezzo ha un “appeal” radiofonico non indifferente, che fa capire che con questa voce e questo tipo di canzoni Sirio potrebbe anche tentare fortune più ampie, ora che il mercato è particolarmente ricettivo a questo tipo di canzone in italiano. E potrebbe anche accadere senza dover per forza rinunciare ad una certa tendenza al testo ermetico, di quelli che non sempre si colgono al primo colpo, con libertà poetiche che potrebbero anche diventare dei riconoscibili marchi di fabbrica in un futuro

sabato 16 ottobre 2021

DE FRANCESCO

 

De Francesco

Tra Le Righe

(Rivertale Productions, 2021)

Quando nel 1957 Ray Bradbury pubblica L’estate Incantata è ormai uno scrittore affermato nel mondo della fantascienza grazie ai due romanzi precedenti (Cronache Marziane e Fahrenheit 451) e alle sceneggiature scritte per il cinema. Poté così permettersi un romanzo di formazione molto più personale e intimista, che ovviamente non ebbe lo stesso successo (ma ne pubblicò un seguito nel 2006 pochi anni prima di lasciarci), ma che oggi è l’ispirazione per il singolo dell’album di esordio di De Francesco. Una scelta coraggiosa quella di questo cantautore che testimonia che il vezzo di pubblicare un album dove ogni singolo brano prende l’ispirazione da un romanzo non sia una questione di permettere a chi non lo conosce di avere dei riferimenti in cui trovarsi subito, ma da un vero amore per le storie raccontate da altri autori. Inevitabile quindi il gioco di riconoscere la fonte di ogni brano, ma nelle parole di Di Francesco poi però troverete tutta la sua anima e il suo mondo, per cui brani come Aska (impreziosito dal sax di Dario Acerboni), La Donna Di Pietra (con la voce di Kika Negroni) o Evelyn Tango (qui interviene alla voce la bresciana Ottavia Brown) e una La Strada inizialmente immersa in effetti elettronici, sono comunque racconti personali. Album che si esprime con un suono indie-rock molto moderno, prodotto da David Mahony (qualcuno lo ricorderà come chitarrista dei Pitch), e suonato da una band ben rodata sui palchi formata da Michele Coratella alla chitarra, Matteo Rossetti alle tastiere e Simone Helgast Cavagnini alla batteria, con l’aggiunta di Kimmy Amelia alla voce (particolarmente in evidenza in Padania Blue).

martedì 12 ottobre 2021

AN EARLY BIRD

 

An Early Bird

Diviner

(Greywood Record, 2021)

 

Terzo appuntamento sulle nostre pagine in poco più di tre anni con la musica di Stefano de Stefano, alias An Early Bird, segnalato a suo tempo con i precedenti Of Ghosts & Marvels nel 2018 e Echoes Of Unspoken Words del 2020. Questo nuovo Diviner però esce per l’etichetta tedesca Greywood Record, segno tangibile sia di quanto sia maturata la scena indipendente anglofona italiana, ma anche di quanto il mercato nostrano sempre meno sembra ricettivo a questo tipo di artista (di fatto il grande salto di popolarità avuto da molti artisti dei bassifondi indipendenti italiani ha richiesto una proposta nella nostra lingua). Il singolo Under My Skin contiene già tutti gli elementi della sua musica, con riflessioni sull’amore cantati in puro stile da indie-folker e con aperture melodiche e pop nel finale, elementi che era ancora più nel primo singolo fatto uscire ad anticipare l’album Holding Onto Hope. Particolare anche la cura nella realizzazione dei video, con il primo che omaggia Il Piccolo principe e il secondo che vede protagonista un bellissimo gatto bianco. An Early Bird comunque gioca spesso con l’alternarsi di aperture scarne e acustiche, con successiva esplosione di tastiere e percussioni (Help Me Shine, Fishes In The Ocean, Mullholland Drive e Prayers In The Temple partono con chitarra acustica, Angela o Bad Timing come una piano-song). Molto belle anche One Week e Go All Out, sempre sorrette da un bel pianoforte, che confermano anche quanto spesso il suo modo di cantare e arrangiare oggi ricordi molto i dischi del mai dimenticato Tom McRae dei primi anni 2000.

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...