sabato 11 giugno 2011

CALVIN RUSSELL: Le Voyageur Monografia in suo ricordo



“Sono nato dalla parte sbagliata delle rotaie, con sempre qualcuno che m’insegue, sempre sulla lista nera per qualcosa” (Behind The 8 Ball)

Appare evidente come ben pochi giornalisti si siano occupati di Calvin Russell, perché a ben guardare, nei vent’anni e poco più di carriera che il destino gli ha concesso, nessuno è riuscito mai a scavare veramente nel suo passato. Ormai è tardi per chiedersi cosa abbia realmente combinato nei primi quarant’anni della sua vita questo cowboy di Austin, lo scorso 3 aprile infatti il solito maledetto cancro si è portato i suoi segreti nella tomba, e oggi siamo qui a tributargli questo mesto saluto. Ricordiamocelo allora così Russell, secondo una biografia che sa più di leggenda che di realtà, che lo vuole già chitarrista in una band (i Cavemen) nel 1961 a soli 13 anni, e poi girovago per gli Stati Uniti su una Harley Davidson per lungo tempo, fin quando le cronache lo attestano galeotto nelle prigioni del New Mexico nell’inverno del 1985. 24 anni di buco biografico in cui magari ci ha preso tutti in giro e ha in verità fatto l’impiegato delle poste o l’esattore delle tasse, perché in qualche modo avrà pure tirato a campare quest’uomo, e ci sarebbe anche da chiedersi come mai ad Austin nessuno gli abbia mai dato credito anche quando poi per quattro anni ha cercato un contratto discografico e ha rotto le scatole a tutti per poter aprire i concerti di Townes Van Zandt. Invece i tedeschi della Blue Rose nel 1989 gli hanno creduto subito e gli hanno pubblicato senza batter ciglio il primo disco, presentandolo a tutti come l’outlaw definitivo, l’avanzo di galera che gli anni 70 non hanno avuto l’occasione di scoprire. Era simpatico anche per questo Calvin Russell, perché a 40 anni aveva il viso scavato di chi ne aveva già viste di tutti i colori, perché era il tipico texano che probabilmente s’ispirava più agli spaghetti western che alla vera moda della sua terra per presentarsi al pubblico, e perché, comunque sia, era solo un avanzo di magazzino della bella e sfortunata scena del nuovo roots-rock di Austin di fine anni 80. Quando uscì A Crack in Time nel 1990 in Italia, come in Europa, non potevamo credere che gli americani neanche volessero distribuire un disco così perfettamente yankee, in cui il mito americano del fuorilegge on the road era così perfettamente spiegato in chiare e dirette parole. Aveva il dono della semplicità Calvin Russell, andava dritto al concetto, “parlava come la gente comune” direbbe qualcuno, soprattutto quando prendeva le distanze dall’incomprensibile mondo politico americano. Ma soprattutto aveva la capacità di azzeccare le metafore per illustrare la propria poetica dell’insuccesso, come quella dell’uomo nato a ridosso della palla numero 8 del biliardo descritta in Behind The 8 Ball, vale a dire quella sfortunata posizione in cui è matematicamente impossibile non fare mosse sbagliate. L’ineluttabilità del destino avverso alla gente comune resta la tematica su cui ha costruito una carriera, con nessuna concessione alla speranza, anche quando in Crossroads ammetterà che le possibilità di fare la mossa giusta ci sarebbero, perché capita di finire ad un crocicchio e dover scegliere tra strade che portano alla libertà o al paradiso, ma anche in quel caso il fato beffardo le rende perfettamente uguali a quelle che portano al dolore, al sacrificio o alla vergogna, lasciando nessuna chance di una scelta consapevole e ottime probabilità di sbagliare strada. In questa sorta di versione rock della legge di Murphy c’era comunque sempre un nemico con cui prendersela, ed erano i “loro” del potere, quelli che cercavano di controllarlo (Big Brother), quelli che si potevano combattere solo a colpi di rock and roll (All We Got Is Rock And Roll), quelli che non potevano comunque capirlo e salvarlo dai suoi demoni interni (Nothin’ Can Save Me). In ogni caso nei suoi testi c’era sempre quel fiero autocompiacimento dell’uomo alternativo, sempre “contro”, contento di fare della propria vita disgraziata un mito da raccontare (A Crack In Time, My Way e This Is My Life è il trittico che nel primo album ci presenta il personaggio in questi termini). A Crack In Time, nonostante qualche pecca produttiva, resta ancora oggi un disco perfetto anche per la sua grande varietà, un mix di southern-rock (con Living At The End Of The Gun si sfora in piena zona ZZTop), cantautorato (appare Nothin’ di Townes Van Zandt, e non resterà l’unico omaggio reso al maestro), country di Nashville (Moments). L’Europa applaudì convinta, l’America restò sorda, allora la Blue Rose insistette, confermando la squadra capitanata dal produttore Joe Gracy e forte di un chitarrista rumoroso e giustamente poco attento ai particolari come Gary Craft, e pubblicando il sorprendente Sounds From The Fourth World. Logica prosecuzione del primo lavoro, il disco gode di un sound più definito e di una distribuzione più capillare, stavolta anche in terra patria, e anche se parlare di successo resta sempre un eufemismo, è comunque con questo disco che il nome di Calvin Russell comincia a circolare nei salotti buoni della musica rock. D’altronde quando si azzecca una canzone come Crossroads, 7 minuti acustici di pura filosofia da strada, si potrebbe anche evitare di azzeccare il resto, ma tra queste dieci canzoni comparivano una Last Night di Rich Minus da applausi, rock trascinanti come May Be Someday o le sue solite riuscite metafore della sfiga umana (One Meat Ball). Tra graffiate politiche (Rockin The Republicans dichiara senza mezzi termini la propria non-parte) e ballate romantiche (Baby I Love You è semplice e perfetta), il disco non presentava in verità nessuna novità rispetto al predecessore, anzi già forse evidenziava qualche cartuccia leggermente bagnata, ma Russell rappresentò in quel momento il sogno europeo di poter avere un mito di frontiera come quello americano all’indomani degli anni 80 che conosciamo e poco prima dei depressi anni 90.



L’America continuò a non applaudire, ma almeno ad Austin i colleghi si accorsero di lui, è per produrre Soldier si fece avanti nientemeno che Jim Dickinson, che non cambiò la band di base (ci aggiunse solo il mandolino del figlio Luther), e probabilmente questo fu il suo errore. Nel tentativo di razionalizzare il suono veemente e sporco dei primi due dischi, Dickinson tentò infatti di alzare le chitarre acustiche, con il risultato che il suono né uscì poco incisivo, per non dire loffio. Si aggiunga il fatto che, in mancanza di una nuova Crossroads, il songwriting di Russell cominciò ad evidenziare i propri limiti, sebbene poi nel proseguo della sua carriera egli dimostrerà di amare molto brani come la title-track, Rats & Roaches o This Is Your World, che finiranno spesso nelle scalette dei suoi concerti. Soldier però non ottiene il successo sperato, e Russell decide allora di provare a cambiare i giocatori del team. Dream Of The Dog esce nel 1995 con la produzione di Mike Stewart, fratello del grande songwriter John Stewart e produttore di opere di successo come Piano Man di Billy Joel. Ma la sua scelta fu solo una delle condizioni poste dal chitarrista Jon Dee Graham, che aveva conosciuto Stewart perché produttore del primo mitico disco dei suoi True Believers, band omaggiata anche in questo album con la ripresa di So Blue (About You), uno scarto del mai pubblicato secondo disco della band. La presenza di Graham pesa sul disco nel bene e nel male, è in grado di nascondere qualche pecca compositiva o qualche cover non proprio adatta alle sue corde (It’s My Life degli Animals), diventa protagonista assoluta nella selvaggia All We Got Is Rock And Roll, ma alla fine non cambia l’economia del risultato. Dream Of The Dog è un buon disco, ma a quel punto a seguirlo eravamo già rimasti in pochi fedeli adepti. Il capitolo finale della nostra storia arriva nel 1997, quando Russell ci riprova con Jim Dickinson e assolda nientemeno che Chuck Prophet per quello che risulterà essere il suo disco migliore come suono. Peccato che Calvin Russell, disco registrato a Memphis e formalmente perfetto, finisse per evidenziare come non mai la perdita della mano del Russell scrittore, e alla fin del disco si finisce per ricordare più volentieri le due cover (il solito Townes Van Zandt di Mr Mudd And Mr. Gold e una sorprendente Desperation degli Steppenwolf). Resta comunque l’ultimo disco del nostro consigliabile per chi voglia recuperare la sua storia, ma da qui in poi ci siamo tutti fermati. La carriera di Russell è continuata con persistente successo solo in Francia, dove persino dischi davvero bruttini o inutili come Sam (1999), Rebel Radio (2002) o In Spite Of It All (2005) hanno continuato ad avere un seguito. Ultimamente lo stavamo lentamente riabbracciando, perché Dawg Eat Dawg del 2009 la buttava sul blues e la mossa non sembrava neanche così sbagliata (ci aveva provato anche il precedente Unrepentant, ma con esiti imbarazzanti), e perché il più recente live Contrabendo ha fatto in tempo a ricordarci che l’uomo sarà magari stato un fanfarone, ma ci sapeva comunque fare. Per cui addio Calvin, un giorno forse andremo tutti ad Austin a spiegare ai texani che cosa si sono persi non dandoti troppa retta. Oppure continueremo così, felici di considerarti “cosa nostra”, con la stessa strafottente sicumera che solo i francesi sanno avere quando decidono di avere ragione.
Nicola Gervasini

mercoledì 8 giugno 2011

FELICE BROTHERS - Celebration, Florida


Quale sarà il sound delle radici degli anni 10? Ok, sono appena iniziati, per cui inutile fare previsioni precise, ma intanto in questo periodo stiamo assistendo ad una vera e propria gara (a eliminazione?) a chi tra i gruppi cardine del decennio scorso troverà l'idea-bomba che faccia epoca. Si dirà che in genere le rivoluzioni sono appannaggio degli esordienti, mentre invece i Bright Eyes, gli Okkervil River, i My Morning Jacket, o gli stessi Felice Brothers qui giunti ormai al quinto capitolo della saga, sono a tutti gli effetti ormai dei veterani della roots-music moderna, e al massimo costituiscono il governo in carica da abbattere e non le nuove leve pronte a levare nuove barricate. Eppure tutte queste band sono accomunate da una congiunta svolta verso una nuova concezione della roots-music che abbandoni la gabbia (soporifera? abusata? vecchia?) del freak-folk/nu-folk depresso e intimista che ha imperversato negli ultimi dieci anni, a favore di un recupero della varietà di stili/strumenti/arrangiamenti che fu caratteristica amata/odiata della grandi produzioni degli anni 80.

I Felice Brothers si allineano così alla costruzione di strutture imprevedibili, dove una splendida roots-ballad sbilenca come Ponzi si trasforma improvvisamente in un giro da discoteca da primi anni 80 che ricorda (volutamente?) la Fade To Grey dei Visage (!). Potrebbe sembrare una provocazione buttata lì per fare un po' di rumore, ma tutto questo Celebration, Florida sembra forzatamente impegnato a cercare l'idea mai avuta da nessuno, a complicare ciò che è semplice, a forzare ciò che di solito veniva naturale. Come dire che è venuta prima l'idea di fare un "album diverso" della vera ispirazione su come farlo. Il risultato è qui da sentire, potremmo scrivere intere pagine a difesa del fatto che la band dimostra anche in questa occasione di avere comunque una marcia in più in termini di scrittura, che brani come Honda Civic o la straordinaria River Jordan che chiude l'album possono essere considerati tra le cose migliori uscite dalla loro fabbrica, ma non basterà a nascondere il fatto che nel suo complesso l'album ha pienamente fallito il tentativo di segnare una nuova partenza per la band all'indomani dell'abbandono del talentuoso Simone Felice.

Perché qui le idee sono tante, ma tutte confuse, come l'uso a casaccio che viene fatto di cori e fiati (Fire at The Pageant e Cus's Catskill Gym), o il fatto che anche quando cercano la loro tipica ballata trascinata e melmosa, finiscono nell'ordinario (Best I Ever Had). Quello che c'è da salvare lo abbiamo già detto, la speranza è di poter parlare in futuro di Celebration, Florida come di un incidente di percorso utile alla causa, come quando le grandi squadre trovano lo stimolo giusto per vincere un campionato solo dopo aver preso 3 gol dall'ultima in classifica. Di solito in quei casi aiuta anche cambiare l'allenatore, il fidato Jeremy Backofen (con loro da 4 album) sembra aver davvero perso il controllo dello spogliatoio.
(Nicola Gervasini)

venerdì 3 giugno 2011

FREEMAN DRE & & The Kitchen Party - Red Door 2nd Floor


Sulla scia dell'eterno dubbio se sia nato prima l'uovo o la gallina, la questione se Tom Waits abbia creato di suo uno stile, o se sia da considerare lui stesso solo una delle più singolari espressioni di tutte quelle tradizioni che ha saputo ben miscelare, rimarrà insoluta. Certamente qualsiasi recensore anche in erba non potrebbe fare a meno di citarlo quando nel lettore arrivano cd come Red Door 2nd Floor di Freeman Dre & The Kitchen Party, un po' per la voce roca e sofferta del padrone di casa, un po' per quel mix di musica da strada, jazz, blues, roots-music e influenze balcaniche varie offerto dal combo, che non può non rimandare al mondo waitsiano degli anni 80. In questo scenario è interessante la definizione che loro stessi danno alla loro musica, "city-folk", come se volessero in qualche modo negare l'aspetto rurale della loro proposta, nonostante un brano come Went To Town potrebbe tranquillamente essere una cover dei Jayhawks rifatta in versione gutturale. La città che ispira il loro city-blues è Toronto, ma quella di adozione è ovviamente New York, che loro bazzicano abitualmente sia per locali che per le strade.

La struttura dei Kitchen Party infatti è quella di una tipica road-band con strumenti acustici e di fortuna, contrabbasso e fisarmonica di ordinanza, chitarre fintamente scordate e mandolini. Eppure nella proposta affiorano anche brani di struttura decisamente mainstream (ad esempio These Walls, una delle poche a sciorinare una elettrica tipicamente blues), con un risultato a metà tra una band blue-collar come i Great Crusades (la voce di Dre - vero nome Andre Flak - davvero somiglia a quella di Brian Krumm) e un cantautore con voce profonda a vostra scelta (Magdalena è una ballatona che potremmo anche trovare in un cd di Jon Dee Graham). Se il risultato appare comunque curioso è proprio perché la band sa spaziare molto nei generi, se è vero che l'album si apre con uno pseudo-country zoppicante come Oak Tree, per continuare con la triste fisarmonica mittleuropea di Six Hundred Feet o la baldanzosa Babylon, che sembra il parto dei Pogues in gita a Sofia.

In ogni caso i ragazzi forse non faranno scena e paiono un po' la versione normalizzata dei Gogol Bordello, ma un brano come Let's Take The Show On The Road, con il suo ritmo circense, resta un bell'esempio di dove possono arrivare dei bravi artigiani della musica fai-da-te. Poi come sempre il gioco dopo un po' si svela e qualcosa in intensità si perde (Saturday Night In Parkdale, per quanto suggestiva, è davvero una di quelle ballate che qualsiasi cantautore del globo ha in repertorio, mentre Needle in Your Eye non riesce proprio a decollare). Prima di passare ad altro, date un'occhiata anche ai testi, e annotate che nella girandoli di stili passa anche un gospel (It's Good To Have Faith In The Lord), un delta-blues acustico alla Cooder (Funny Situation) e un saltellante brano in polacco (Do Widzenia) su cui potrete esercitare la vostra nota maestria nei balli dell'est.
(Nicola Gervasini)

freemandreandthekitchenparty.bandcamp.com
www.myspace.com/freemandrethekitchenparty

domenica 29 maggio 2011

SUSAN JAMES - High-ways Ghosts Hearts & Home


"Ti prego Mr.Zimmerman, aiutami a scrivere questa canzone, la sbaglio sempre, tu trovi sempre il verso giusto, io esco sempre fuori tempo, ti prego!". Basterebbe la strofa conclusiva del brano Calling Mr Zimmerman per archiviare questo High-ways Ghosts Hearts & Home tra i mille dischi di autori minori in cerca dell'ispirazione dei grandi. Certo, quella invocazione la potrebbe scrivere qualunque cantautore degli ultimi 40 anni, anche quelli di primo livello, ma in questo contesto assume un significato di totale ridimensionamento del songrwritng di Susan James. Lei è una cantautrice che negli anni '90 è andata vicino all'assumere un ruolo importante nella rinascita del cantautorato al femminile, con uno stile che univa un'impostazione country a velleità d'avanguardia (per il secondo album Shocking Pink Banana Seat il Musician Magazine tirò in ballo i Joy Division), tanto che il suo terzo album Fantastic Voyage del 1998 è ancora oggi un coraggioso (era un doppio album) e consigliabile esempio di quel gusto per la sperimentazione e il cross-over di stili tipico di quel decennio.

Da allora la James ha passato il tempo in altre occupazioni, prima di ributtarsi on the road (come ben evidenzia la copertina) assemblando una nuova band formata da Paul Lacques, Paul Marshall e Shawn Nourse degli I See Hawks in LA, il violino di Gabe Witcher dei Punch Brothers e le tastiere di Danny McGough degli Shivaree, e registrando con loro il suo come-back album dopo ben 13 anni di silenzio. Perse per strada tutte le ambizioni sperimentali dei suoi primi album, la James ha voluto invocare la musa Dylan per scrivere 11 brani di struttura classicamente country-rock, forzandosi anche di usare la sua particolare voce in puro country-chick-style, annullando totalmente i particolari vocalizzi che caratterizzavano le sue opere giovanili.

Il risultato è un disco quadrato, fin troppo calligrafico, in cui anche gli episodi migliori (Falling Waltz 2 piacerebbe a Mary Gauthier, Out In The Woods invece cerca Lucinda Williams) hanno sempre l'aria di non avere comunque mai la statura del classico. Niente di male, il disco ha dei bellissimi suoni e la band gira che è una meraviglia, ma l'impressione è che quando si cala in country-ballad di stampo classico come Thank You Tomorrow o Cold Moon On The Highway, la James lo faccia sforzandosi di soffocare la voglia di andare oltre schemi rassicuranti e consolidati. High-ways Ghosts Hearts & Home sta già piacendo al mondo di Nahsville, e non c'è da meravigliarsi, ma l'impressione è che il Dylan a cui si è rivolta sia quello grigio e compassato di Self Portrait, il suo disco più nashvilliano, e che certamente quello che abbiamo in mente noi non avrebbe scritto versi come "un altro mal di cuore che taglia come un vecchio coltellino militare svizzero"..
(Nicola Gervasini)

www.susanjamesmusic.com
www.myspace.com/susanjamesmusic

mercoledì 25 maggio 2011

SLOAN - THE DOUBLE CROSS


Non raggiungono il culto dei Blue Rodeo o dei Tragically Hip, ma fin dal 1991 gli Sloan sono una specie di intoccabile istituzione in Canada. Come spesso succedeva in quegli anni fu proprio il sogno di sfondare negli Stati Uniti che spinse la band fondata da Chris Murphy e Andrew Scott a cercare e ottenere un remunerativo contratto con la Geffen che fruttò al loro album d’esordio (Smeared) un posto nella Billboard americana in piena grunge-invasion. Ma fu proprio la voglia di non confondersi con mondi lontani (non che Seattle sia poi così lontana dal Canada….) che spinse la band a imporre un secondo disco che la Geffen giudicò anti-commerciale e, per ripicca, pubblicò senza promozione. Spin ai tempi scherzò sul fatto nominando quel secondo album (Twice Removed) “Il miglior disco che non avete sentito del 1994”, ma da allora i quattro sono rimasti come tanti confinati nel rassicurante quanto limitato mondo canadese. The Double Cross è il decimo album di una storia all’insegna della coerenza e della stabilità (la formazione è oggi ancora quella degli inizi, fatto tutto sommato straordinario), nonostante le asprezze rumoriste degli esordi si siano ormai perse (qualcuno li descrisse come “i Sonic Youth che suonano i Beatles”), mentre si conferma la voglia di spaziare tra generi diversi a cavallo tra pop inglese (Follow The Leader, Beverly Terrace) e rock classico (la riffatissima Unkind), con punte persino nel sixty-sound (She’s Slowing Down Again e la spettacolare Traces) e nel garage-rock (It’s Plain To See). Una tavolozza variopinta che impedisce un po’ di dare una definizione precisa alla band e che forse i quattro pagano in termini di mancanza di personalità, visto che alla fine è difficile riconoscergli un marchio di fabbrica chiaro come quello ad esempio di band a loro molto simili come gli Spoon. In ogni caso tutti i brani riescono ad entrare bene nelle vesti cucite addosso con lavoro certosino, persino quando scelgono la via della folk-song acustica (Green Gardens, Cold Montreal, che piacerebbe molto a Bruce Cockburn), strani pastiche di Beach Boys e ritmi dance (Your Daddy Will Do) o purissimo power-pop (I’ve Gotta Know). In altre parole, un discreto bigino rock per tutti i gusti.

Nicola Gervasini

domenica 22 maggio 2011

L/O/N/G - American Primitive


Considerando che è in vista anche un’attesa reunion dei Walkabouts, la prolificità artistica di Chris Eckman è ormai senza limiti. Non si ha ancora avuto il tempo di metabolizzare le sue ultime produzioni e di capire davvero la portata innovativa del progetto afro-euro-roots dei Dirtmusic, che eccolo che ce lo ritroviamo di nuovo immerso nei studi Zuma di Lubjana a partorire una nuova creatura chiamata L/O/N/G. La sigla nasconde la sua collaborazione con il compositore austriaco Rupert Huber, personaggio a metà tra musica d’avanguardia, elettronica e classica, che ha ideato una sorta di concept album tutto basato sulla perdita dell’innocenza dell’uomo adulto. Il tutto è infatti concepito secondo l’appiglio filosofico del concetto di “nuova barbarie della riflessione” di Giambattista Vico, filosofo partenopeo che vedeva il progresso come qualcosa di pericoloso se slegato dallo studio della storia dell’uomo (l’unica vera scienza che vale la pena studiare a fondo secondo il suo libro La Scienza Nuova), tanto da identificare nella perdita di memoria storica la vera causa dell’imbarbarimento progressivo dell’uomo e della sua ragione. Un concetto attualissimo visti i tempi, e che Huber ha voluto ricreare nel fatto che anche per l’individuo, la perdita della memoria del nostro essere stati bambini è la vera causa dell’impoverimento umano e della depressione in età adulta. Concetti difficili e ben poco rock, che Eckman ha voluto comunque trasformare in un disco che unisce sia le atmosfere dark dei Dirtmusic (spogliate ovviamente dell’elemento etnico), sia le sperimentazioni mitteleuropee già sentite nel suo precedente The Last Side Of The Mountain. Registrato con una lunga lista di musicisti slavi, American Primitive è un disco non facile, che unisce strumentali d’atmosfera (Longitude Zero) a notevoli brani compiuti (la tilte-track, o la splendida Dust), con momenti vicini alla roots-music americana (Shoot Your Dog) ma anche sperimentazioni elettroniche (ben riuscita in tal senso la ritmata Land Of The Lost o una Shame This Darkness che deve molto a Steve Wynn), mezzi-blues elettronici ricodificati (Stockerau). American primitive è un disco a tratti molto bello anche se di non immediata presa, con qualche passaggio forse troppo cerebrale, ma è anche vero che chi segue Eckman ha ormai abbandonato il concetto di classic-rock da tempo.

Nicola Gervasini

mercoledì 18 maggio 2011

BART DAVENPORT - Searching For Bart Davenport




Bart Davenport
Searching For Bart Davenport
(Tapete Records 2011)




Cercando Bart Davenport potreste trovare un cantautore dolcemente indie e soft che dal 2002, a suo nome o con il progetto degli Honeycut, alimenta l'affollatissimo mondo del new-folk. Cercando bene potreste anche riscoprire i suoi vecchi dischi, giusto per capire il senso di questa sua quinta opera, che trattasi del più classico "tutte le canzoni che avrei voluto scrivere io"-album. Bart infatti spiega nelle note di copertina che questi 12 brani rappresentano i modelli che gli sono stati utili per poter costruire nel tempo il suo personale stile da songwriter. Ce n'è per tutti i gusti quindi, dal memorabile Caetano Veloso di Maria Bethania al Bert Jansch di Ramblin's Gonna Be The Death Of Me, classici degli anni 60 come Wonder People (I Wonder) dei Love o You Get Brighter della Incredible String Band (è Mike Heron il suo vero eroe ci confessa), fino a omaggi recenti come Cayman Islands dei Kings Of Convenience. Il pregio di questo disco, nella sua totale inutilità storica, è quello di unire generazioni ed ere musicali diverse (passiamo da Jackson C Frank a David Byrne fino a Broadcast e Gil Scott-Heron senza colpo ferire) riuscendo ad amalgamarle in un lavoro unitario e piacevole. Di più non si poteva chiedere al millesimo cover-record di questo millennio
(Nicola Gervasini)


www.bartdavenport.com

lunedì 16 maggio 2011

BRUCE COCKBURN - Small Source Of Comfort


Comincia a tirare aria di casa anche nei dischi del più indomito viaggiatore della musica folk, una voglia di cercare quella "piccola fonte di comfort" che la vita da reporter mondiale della sei corde forse non gli ha mai riservato. Small Source Of Comfort è di fatto il primo album di Bruce Cockburn che non dà più l'idea di movimento perpetuo, di continua ricerca musicale, di eterna odissea nelle piaghe del mondo. L'abitudine di documentare data e luogo di scrittura dei brani continua sempre, ma stavolta il clima generale è quello di un salotto di casa, di un uomo in pantofole, di un sospiro di sollievo serale dopo una giornata intensa. Mancava nella discografia di Cockburn un disco del genere, e forse già questo basta a renderlo necessario, visto che già qualche sperimentazione di You've Never Seen Everything del 2003 scricchiolava e Life Short Call Now del 2006 dava l'impressione che il navigante avesse perso un po' la bussola.

Fedele alla tradizione che vuole molte delle copertine dei dischi di Cockburn aberranti per grafica e stile, Small Source Of Comfort è una raccolta di brani molto brevi, non presenta ad esempio quei suoi tipici lunghi reportage parlati alla Postcards From Cambodia, ma cerca la via di melodie semplici e immediate come The Iris Of The Worldo Call Me Rose (satira politica che s'immagina un Richard Nixon divenuto donna per riabilitarsi), quasi delle pop-songs più in linea con la sua produzione anni 80 che con le sue opere più recenti. E soprattutto è forse il disco dove più che in altre occasioni regna la sua chitarra acustica, incontrastata, con rarissimi momenti in cui prende il sopravvento l'elettricità (accade nella bella e bluesata Five Fifty-One). E' anche l'album dove i testi finiscono spesso in secondo piano (Boundless però è notevole in tal senso), dove su 14 brani, ben 5 sono strumentali, e state pur certi che se si dovesse tagliare il repertorio non sarebbero certo quelli a cui rinuncereste, quanto magari a qualche inevitabile episodio minore (la faticosa Each One Lost ad esempio).

Il bellissimo arpeggio in fingerpicking di Bohemian 3-step, il divertente balletto con lo splendido violino di Jenny Scheinman di Lois On The Autobahn e ancor più della trascinante Comets Of Kandahar, o le atmosfere nordiche diParnassius And Fog e Ancestors, sono proprio in questi titoli senza testi il meglio di questo lotto, il segno forse che ormai uno dei nostri cantastorie preferiti parla meglio in silenzio e muovendo solo le dita. Non è un disco importante Small Source Of Confort, è semplicemente il miglior modo di raccontare la voglia di godersi la propria solitudine, un isolamento che, secondo quanto dichiarato nelle note dell'album, avrebbe dovuto dar luce ad un album elettrico e pieno di rumore alla Le Noise di Neil Young, e che invece si è trasformato in una specie di ritorno al soft-sound dei suoi primissimi album. E forse è andata meglio così.
(Nicola Gervasini)

sabato 14 maggio 2011

WADE LASHLEY - Come On Sundown


La copertina del precedente capitolo della storia di Wade Lashley (il deliziosoSomeone Take The Wheel) mostrava una strada che mirava al più classico degli orizzonti a perdere degli Stati Uniti, ma non era dato sapere con quale mezzo la si stesse percorrendo. Sulla destinazione però non c'erano dubbi: il viaggio volgeva al sud, così come dichiarato dal brano di apertura del disco (Turn Around South Bound), ma anche da uno stile che pagava il pegno al più classico roots-rock di marca texana. Come On Sundown, poco più di due anni dopo, ci svela finalmente che a viaggiare sulle highways americane è un vero bisonte della strada guidato da un vero cowboy moderno, ma che il viaggio nel frattempo ha seguito una decisa svolta verso Nashville, in Tennessee. Ne sta facendo davvero parecchia di strada il nostro Wade, autore originario dell'Indiana che ha deciso tardi di concedersi una carriera da songwriter indipendente, ma che ora sembra proprio stia recuperando il tempo perduto.

Nonostante il taglio decisamente più country-oriented del predecessore, Come On Sundown appare fin dai primi ascolti come un opera più personale, in cui il suo vocione baritonale comincia ad assumere lo status di inconfondibile marchio di fabbrica, e soprattutto si nota un'ulteriore maturazione in sede di scrittura. Lashley non è uomo da grandi sorprese, il suo pregio maggiore è quello di non voler mai strafare, di non uscire mai dalle righe, e questo suo essere stilisticamente rassicurante suona paradossalmente non come un difetto, ma come la ragione dell'irresistibile appeal di queste 10 semplici canzoni. Ben prodotto insieme a Jeff Lushby, registrato con i fidi Brad Bays (chitarre e mandolini), Keith Gomora (basso) e Ethan Rea (batteria), e impreziosito dagli interventi della fisarmonica di Mike Seitz e la pedal steel di John Reuter, l'album alterna bene momenti riflessivi (la partenza di Virginia Take Your Leave è decisamente malinconica, The Reasons Why un'altra ballatona assai ispirata) ad altri più elettrici (Hands Of Time potrebbe comparire anche su un disco di Shooter Jennings, Cross The Wire torna per un attimo a scavare nella roots-music di Austin).

E' con Mountain Moonlight Song che Lashley mischia bene arte del songwriting e tradizione country, ma è con Too Far Gone che tira fuori l'asso dalla manica con un brano melodicamente perfetto. A partire da qui si torna a sud, lo stile si fa leggermente più southern-rock, e non è difficile immaginarsi la voce di un membro della famiglia Van Zant cantare una Ricochet o una Determined Man, prima di chiudere con una title-track che sa di West-Coast anni 70 e una Wings To Fly che potrebbe venire dal repertorio di Johnny Cash. Come On Sundown non rivoluziona nulla, è semplicemente un bel road-record che può stazionare nella vostra macchina a lungo. Astenersi amanti della vita sedentaria e rockers malati della sperimentazione a tutti i costi.
(Nicola Gervasini)

www.wadelashley.com
www.myspace.com/wadelashley

martedì 10 maggio 2011

ELIZABETH COOK - Welder


Negli States Elizabeth Cook ha fatto molto parlare di sé nel 2010 con questo Welder (suo quinto album), noi invece spendiamo poche parole solo ora. E' solo che davanti ad un menu che prevede la produzione di Don Was (il recente disco di Lucinda Williams ha reso bene l'idea di quale valore aggiunto possa essere la sua presenza), una band di super-session-men di Nashville (spicca la sei corde di Tim Carroll), e le partecipazioni straordinarie di tre icone della country music che conta (e ci piace) come Rodney Crowell, Buddy Miller e Dwight Yoakam, c'era da aspettarsi perlomeno un disco importante. Invece dietro le belle e lunghe gambe sapientemente sfoggiate nelle foto del libretto, dietro una produzione impeccabile ma priva di qualsivoglia slancio creativo (o forse dobbiamo considerare tale il country-rap di El Camino?), dietro bar-songs come Yes To Booty che sembrano cantate da una country-chick che al massimo si ubriaca con la Coca-cola, dietro ben 14 brani che servono solo ad evidenziare le poche doti espressive della voce della Cook, Welder ha poco da offrire se non una minestrina country più che riscaldata. Ecco, l'abbiamo detto.(Nicola Gervasini)

www.elizabeth-cook.com

lunedì 9 maggio 2011

PAT ANDERSON - Magnolia Road


Pat Anderson
Magnolia Road
[Cross Country Record 2011]



Ogni tanto ci vuole un Pat Anderson "qualsiasi" che esordisce ancora in pieno 2010 con il più classico dei roots-record, uno dei mille cantautori a metà strada tra rock blue-collar e country di Nashville. Ci vuole perché, se è vero che sul campo le idee nuove sono finite da tempo e i clichès sono inossidabili e cementificati, è pur vero che avere qualche forza fresca fa sempre bene alla causa. Pat Anderson a Nashville ci è arrivato come tanti per cercare fortuna e audience, ma lui è un vero Okie (originario dell'Oklahoma) che ha girato l'America prima di trovare l'occasione giusta. Prendete dunque Magnolia Road per quello che è, il disco che farebbe Chris Knight se decidesse di ingentilire il suo sound, e neanche poi troppo, visto che qui a rockeggiare il sound ci pensa il prode guitar man Will Kimbrough, una garanzia di produzione professionale lui stesso, così come tutti i validi comprimari coinvolti nel disco (Nick Buda alla batteria, l'ex-Jayhawks e Last Train Home Jen Gunderman alle tastiere, Tim Marks al basso e Rob McNelley all'altra chitarra). Va sottolineata inoltre la produzione dell'esperto Chad Carlson, uno che sul caminetto ha un Grammy vinto per i servigi tecnici offerti a Taylor Swift, giusto per capire da dove viene questo suono così pieno, pulito e perfettino, forse penalizzante negli episodi più da bar come Six Spent Shells, che magari avrebbero avuto ben altro impatto con un minimo di sana improvvisazione in più.

Ma è innegabile che Magnolia Road sia uno di quei casi in cui l'artista risalta soprattutto grazie ad una produzione di primo livello, perché prese singolarmente le composizioni di Anderson hanno dalla loro la tipica potenza lirica delle opere prime, ma contro anche una mancanza di evidenziabili spunti personali. Lui stesso dichiara di aver voluto seguire la tradizione folk nei racconti da puro heartland rock di Bullit County Cage (con la sua storia in pure stile Nebraska) o della coinvolgente Martinsville. Per il resto i trucchi sono soliti, tra mid-tempo buoni per viaggi in macchina (Follow Me Down, The Hometown Blues) che sono quel genere di buone canzoni al limite dell'FM sound che ad un Jack Ingram non riescono più così da tanto bene.

Quando il ragazzo si butta sulla ballad il feeling è quello giusto, ma affiorano inesorabili i limiti in fase di composizione (She's The One, la stessa Magnolia Road), e non convince al 100% anche il singolare tentativo di trasformare l'hit springsteeniana Dancing In The Dark in un country-folk da crocicchio di strade, non tanto per colpa del brano (che ha comunque un testo oscuro quanto basta per diventare un mezzo-blues), quanto perché l'interpretazione finisce per tradire un eccessivo formalismo. In ogni caso, se siete costretti a laboriose cernite tra i mille losers solitari di Nashville, Pat Anderson potrebbe stare nella schiera di quelli da prendere in considerazione.
(Nicola Gervasini)

www.patandersonmusic.com

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...