giovedì 23 febbraio 2012

PAOLA BARALE & MISS FRAULEIN


03/02/2012 - Outside

PAOLA BARALE & MISS FRAULEIN

Un videoclip decisamente nocturniano quello della band dei Miss Fraulein, con Paola Barale sexy-lesbo rapinatrice di banche a dir poco indimenticabile!

Probabilmente Paola Barale avrebbe avuto misure ancor troppo ridotte per poter essere scritturata da Russ Meyer in uno dei suoi deliri ero-violenti per taglie extra-large di reggiseno, ma è certo che la showgirl di Fossano abbia nel tempo acquisito uno spirito da sexplotaition non indifferente. Se ne sono resi conto i Miss Fraulein, band nostrana che da qualche anno ha reso Cosenza più simile a Seattle con il loro sound tutto grunge e stoner rock che affonda a piene mani nel chitarrismo estremo degli anni 90. Il loro album The Secret Bond (MK/Indipendead) ha già raccolto critiche lusinghiere nel mondo indipendente europeo, anche grazie al primo video (You Know Why) diretto dall’attore locale Max Mazzotta (che qualcuno di voi ricorderà in molti film italiani, da Lavorare con Lentezza di Guido Chiesa a Parlami d’Amore di Muccino). Ed è pienamente anni 90 anche l’importanza data ai video come mezzo di presentazione primario dell’album, visto che il secondo estratto dell’album (Battle On Ice) è una sorta di versione lesbo-dark del mitico clip diCrazy degli Aerosmith, laddove, al posto delle pruderie teen impersonate da Liv Tyler e Alica Silverston, qui abbiamo una tatuatissima Barale sempre più perversamente in bilico tra il mondo dorato della tv italiana e quello della cultura estrema dei nostri sotterranei. E’ lei che, con spirito molto meno romantico delle Thelma e Louise che furono, rapisce una consenziente ragazzina pregnant (Stefania Sardo) per dare vita ad un road movie in puro stile anni 70 (con tanto di Alfa Romeo d’epoca). Alla fine il senso di tanta violenza e sesso (solo ammiccato) sta tutto nella vendetta verso un mondo maschile che non è neanche più quello dei nerds della generation X irrisi dalle sexy-bravate del duo Tyler-Silverstone, ma è diventato quello degli uomini-bestia da disco-club che le due donne vorrebbero (ma non ne troveranno il coraggio) uccidere definitivamente, a suggello di un intesa tra donne prima ancora che tra amanti. Ad uccidere il maschio, ormai ridotto a puro istinto primordiale, ci penserà il cacciatore, non quello eroico e travestito da giustizia della favola di Cappuccetto Rosso, ma quello assolutamente ignaro del senso del suo gesto e privo di qualsiasi morale che chiude il video e la vicenda. Il regista cosentino Fabio Rao filma puntando sulla frenesia dell’azione e indugiando spesso sulla star della situazione, finendo per ripercorrere le strade di Fernando Di Leo con evidente devozione, mentre i Miss Fraulein ci mettono la loro musica tesa, e le loro facce come comparse. E alla fine ne esce un convincente esempio di fai-da-te di provincia che si spera non debba rimanere relegato al mondo di YouTube.



domenica 19 febbraio 2012

STEVE CROPPER...


Steve Cropper
Dedicated: A Salute To The 5 Royales
[Savoy/ Universal 2011]



Non apriamo la solita querelle sul reale valore di simili operazioni, il rock probabilmente è oggi diventato un unico tale omaggio a se stesso che sta diventando difficile distinguere tra omaggi, riferimenti e semplici tributi. Dedicatedfa parte della categoria degli "auto-tributi", cioè il caso in cui un artista dal curriculum blasonato organizza da solo una festa in proprio onore, seppur con il pretesto di ringraziare il suo maestro Lowman Pauling e i suoi 5 Royales, una band che negli anni 50 sfornava singoli storici a ritmo di catena di montaggio (Think, che poi sarà un successo per James Brown, resta il più noto) . Steve Cropper è una sorta di monumento della soul-music, eretto in quella piazza secondaria di solito riservata ai session-men, e per questo noto solo agli addetti ai lavori e a tutti quelli che guardando per la milionesima volta il film Blues Brothers di John Landis hanno avuto il buongusto di leggere i credits finali.

70 anni, uomo tuttofare della Stax Records fino al 1970 (con particolare riguardo al lavoro svolto al servizio di Otis Redding), e poi professionista libero di spaziare tra i generi (lo ritroviamo negli studi di John Prine, Rod Stewart, Jeff Beck e tanti altri, persino i Big Star), Cropper ha insegnato a tutti non tanto la tecnica (non è considerato un particolare virtuoso della sei corde), quanto il gusto dell'assolo essenziale e dell'arrangiamento al servizio della canzone. Averlo in session era una sicurezza in termini di professionalità, non era uomo da scatenare grandi applausi, quanto una sorta di mediano del mondo del soul, di quelli che si vendono poco come merchandising, ma guai a non averlo in squadra.

Cropper per l'occasione ha riunito una home-band con i fiocchi, aiutato dal produttore Jon Tiven: David Hood (basso), Spooner Oldham (piano e organo), Steve Ferrone e Steve Jordan (batteria e percussioni) e la sezione fiati affidata a Neal Sugarman dei Dap Kings e allo stesso Tiven. Con un simile accompagnamento, difficile fare brutta figura per i tanti veterani venuti in visita: Steve Winwood nell'iniziale Thirty Second Lover sembra ritrovare la verve degli esordi con lo Spencer Davis Group, il finto siparietto coniugale tra BB King e Shemekia Copeland (è la figlia del mitico chitarrista Johnnie Copeland) di Baby Don't Do It diverte molto, così come si conferma un maestro del genere il vecchio Delbert McClinton. Il resto è normale routine da professionisti, con una Lucinda Williams che prima forse esagera un po' troppo a gigioneggiare con il suo southern accent in Dedicated To The One I Love, ma fa a tempo a riaggiustare il tiro nel finale, o un John Popper che comincia ad essere troppo prevedibile, mentre le voci nere di Bettye Lavette e Sharon Jones sembrano fin troppo a loro agio nel genere per tirar fuori qualcosa di veramente memorabile. Qualche sorpresa la riserva un Brian May che rispolvera la sua formazione blues sotterrata subito dopo i primi dischi dei Queen, mentre è difficile capire la presenza del giovane Dylan Leblanc, chissà perché ammesso al banchetto dei grandi senza ancora averne le credenziali, e comunque in grado di uscire vivo dall'incontro con Sharon Jones. Tutto piacevole comunque, ça va sans dire.
(Nicola Gervasini)


TRACKLIST e OSPITI

01. Thirty Second Lover (with Steve Winwood)
02. Don't Be Ashamed (with Bettye Lavette & Willie Jones)
03. Baby Don't Do It (with B.B. King & Shemekia Copeland)
04. Dedicated To The One I Love (with Lucinda Williams & Steve Winwood)
05. My Sugar Sugar (with John Popper)
06. Right Around The Corner (with Delbert McClinton)
07. Help Me Somebody (Steve Cropper instrumental)
08. I Do (with Brian May)
09. Messin' Up (with Sharon Jones)
10. Say It (with Bettye LaVette)
11. The Slummer The Slum (with Buddy Miller)
12. Someone Made You For Me (with Dan Penn)
13. Think (Steve Cropper instrumental)
14. Come On & Save Me (with Dylan Leblanc & Sharon Jones)
15. When I Get Like This (with Lucinda Williams)

www.playitsteve.com




domenica 12 febbraio 2012

HAT CHECK GIRL - Six Bucks Shy


Hat Check Girl
Six Bucks Shy
[
Gallway Bay Music
2011]

www.hatcheckgirl.net


File Under: alternative folk

di Nicola Gervasini (12/01/2012)

Per qualche giorno ho maledetto (come ogni anno d'altronde) la necessità di stilare in fretta le classifiche di fine anno sentendo questo Six Bucks Shy. Poi alla fine meno male che non ho avuto il tempo di prenderlo in considerazione, avrei sopravvalutato uno dei tanti prodotti dei bassifondi dell'Americana che al primo colpo ammalia, incanta, ma alla fine non assesta mai il colpo vincente. GliHat Check Girl sono un duo che deve il proprio nome ad un vecchio film del 1932 con Ginger Rogers (il regista era Sidney Lanfield, famoso soprattutto per la fortunata serie tv dedicata alla Famiglia Addams), nati da l'incontro di un vecchio leone della musica americana come Peter Gallway (su queste pagine abbiamo parlato del suo Freedom Is del 2008) e l'eterea e profonda voce di Annie Gallup. Il primo è sulla strada dal 1969 senza aver mai combinato granché di memorabile, se non aver dato vita all'effimera Fifth Avenue Band e aver tentato una carriera solista sotto l'ala della Reprise (due album tra il 1971 e il 1972) che è oggetto di ricerche tra i collezionisti, mentre dagli anni 90 è titolare di una produzione solista di tutto rispetto, seppur condannata ai margini. Probabilmente la produzione dell'ultimo incompleto album di Laura Nyro (il "sarebbe stato splendido" Angel In The Dark del 2001) resta il suo contributo più importante.

La Gallup invece fa parte di quella schiera di folker nati a Seattle in piena esplosione grunge, attiva fin dal 1992 con una serie di album eleganti, caratterizzati dalla sua voce che si pone a metà tra una Marianne Faithfull con qualche sigaretta in meno nella gola e una Carla Torgerson meno allucinata. Quest'ultimo paragone con la metà rosa dei Walkabouts vi può benissimo indirizzare per capire lo stile di questo album, registrato con il solo contributo extra dell'esperto drummer Jerry Marotta (con Peter Gabriel nei suoi anni d'oro), ma anche la differenza tra un disco senza veri punti deboli (Travels In The Dustland dei citati Walkabouts), e uno a cui manca davvero qualcosa. Che non è la capacità dei due di rendere in maniera suggestiva i bei testi di Getaway Car, Cigarette Girl oWhat Hemingway Said (sul piano della scrittura niente da dire davvero…), quanto l'assenza di genio nel trovare soluzioni musicali che vadano al di là di un roots-folk di marca texana e le atmosfere cupe e desertiche dei migliori Walkabouts.

Gallway fa tutto da solo, probabilmente anche per necessità, ma il risultato manca di fatto di un controaltare che porti qualche intuizione in più. Occasione persa dunque di uscire allo scoperto dopo il già promettente esordio dello scorso anno (Tenderness), più che altro perché qui ogni brano ricorda sempre qualcosa di qualcun altro che lo faceva meglio, come ad esempio il divertente numero da vocal-gospel di Jake & The Five Plaids, roba che il Marc Cohn dei primi album o il Lyle Lovett in fugace visita alle chiese della contea macinavano con maggior scioltezza già vent'anni fa.



martedì 7 febbraio 2012

BLACK KEYS


Black Keys

I R.E.M. lo hanno insegnato a tutti (ma gli esempi nel mondo del rock si sprecano): prima o poi anche per le band indipendenti arriva il momento di decidere cosa si vuole fare da grandi. E siccome non a tutti capita la fortuna di azzeccare la smash-hit alla Losing My Religion che facilita il compito, l’unico modo per gruppi come i Black Keys (un duo chitarra-batteria dell’Ohio formato da Dan Auerbach e Patrick Carney) pare essere quello di uscire dal garage in cui hanno vissuto fino ad oggi (con molti onori e poche remunerazioni) e buttarsi nella mischia dell’etere radiofonico e soprattutto di YouTube e nuovi media connessi. Non è un caso che El Camino (Nonesuch), il loro settimo album, ha raccolto entusiasmi anche solo sulla fiducia di un semplice ma irresistibile video promozionale, dove una telecamera fissa riprende un uomo (trattasi del caratterista Derrick T. Tuggle) che canta e balla il brano Lonely Boy, mimando passi di danza che citano il Travolta di Pulp Fiction, Michael Jackson e un famoso balletto tratto dalla vecchia e fortunata serie tv The Fresh Prince con Will Smith. Non avendo il physique du role della rockstar come il collega Jack White dei White Stripes a cui sono spesso paragonati, Dan Auerbach già dal precedente album Brothers sta traghettando il suono sporco e selvaggio degli esordi verso un sixty-pop indurito (con aggiunta di vaghe spruzzate di soul) che è di moda e rappresenta bene i tempi, pur mantenendo intatto il marchio di fabbrica tutto hard-blues di stampo classico. A dare una mano nella svolta il produttore Danger Mouse, specialista nel rendere usufruibile a tutti ciò che nasce dal mondo della musica “per pochi” (si ricordano i suoi successi con i Gorillaz e Gnarls Barkley). Sarà per questo che El Camino, più che un album, pare una raccolta di singoli, con tanti motivetti da canticchiare e ballare a tutto volume nella propria stanza. Per i detrattori e i fans della prima ora saranno forse “solo canzonette” che strizzano l’occhio più a Nancy Sinatra che ai Led Zeppelin, per il mondo che li scopre solo ora a dieci anni dal loro esordio, uno dei più elettrizzanti party-record di questa stagione.


domenica 5 febbraio 2012

ALBERTA CROSS - THE ROLLING THUNDER EP


ALBERTA CROSS

THE ROLLING THUNDER EP

ATO rec.

***

Stop! Frenata improvvisa, momento di calma, riflessione e partenza da capo. Si sono fermati in tempo gli Alberta Cross, strano caso della musica indipendente più recente. Osannati da più parti per un piccolo EP d’esordio nel 2007 (Thief & The Heartbreaker), questa giovane band è stata poi unanimemente bocciata al primo tentativo effettivo, arrivato pure tardivamente ben tre anni dopo (Broken Side Of Time). Ora, il sestetto capitanato da Petter Ericson Stakee ritorna al formato ridotto, preannunciando l’ennesima svolta stilistica con The Rolling Thunder, EP di cinque brani che potrebbe riportare l’interesse nei loro confronti. Niente a che vedere con l’atteggiamento indie-rock dell’esordio, e neppure con il rumoroso pastiche psichedelico del disco d’esordio, ma semplicemente un intelligente recupero dei suoni degli anni settanta rivolti in chiave moderna. L’uno-due iniziale rappresentato dalla radiofonica Money For The Weekend (sembra di risentire i Kula Shaker degli esordi) e Ramblin Home fanno davvero pensare ad un gruppo di ragazzi che si sono sciroppati i vecchi album dei Wishbone Ash prima di entrare in sala di registrazione, ma basta già il terzo brano (Wait) a confondere l’idee con tastieroni, echi elettronici, sonorità a metà strada tra i Cure e i My Morning Jacket. Segno che, seppur più convinti in fase di scrittura, la band ancora non ha deciso da che parte stare, tanto che anche Driving With Myself continua ad abusare di qualche falsetto e ritornello che calpesta addirittura i terreni dei Coldplay. Chiude la sognante e pianistica title-track che conferma solo la presenza di un talento vero quanto una pericolosa indecisione su cosa fare da grandi. In attesa del secondo vero album comunque, Rolling Thunder conferma che i sei stanno lavorando duramente per l’agognata maturità

Nicola Gervasini

sabato 4 febbraio 2012

MIRCANTO - Esercizi di Statica


Non abbiamo tempo, spazio e soprattutto vocazione per rastrellare la tanta musica indipendente italiana che popola l'etere, ma ogni tanto i confini tra il rispetto per le tradizioni d'oltreoceano e canzone d'autore nostrana sono talmente labili che non è possibile far finta di nulla davanti ad un disco come quello dei Mircanto, trio bergamasco capitanato da Daniele Nava e Thomas Foiadelli e completato dal piano di Nicola Agazzi (con l'aggiunta del batterista Alessandro Lampis in session).Esercizi di Statica è il loro secondo album dopo Le Finestre Sono Aperte del 2009, ed è un riuscito esempio di come si possa coniugare la tradizione melodica di Lucio Battisti, lo spleen dell'indie italiano in stile Le Luci della Centrale Elettrica o Dente, con una struttura musicale decisamente folk, che pesca a piene mani sia nel brit-folk più classico che nella tradizione americana. Pare di sentire una versione lombarda dei Midlake (e lo si prenda come un complimento), aggiornata con tutti gli umori negativi della provincia nostrana, raccontata senza timore di abusare di tinte grigie, utilizzando malinconia e silenzio come elementi integranti degli arrangiamenti. Si segnalano la title-track e il singolo Dicembre, ma il fatto che le emozioni arrivino anche da uno strumentale (Mircanto) indica che le premesse per un ulteriore maturazione ci sono tutte. ( 7)
(Nicola Gervasini)

www.myspace.com/mircanto
www.facebook.com/group.php?gid=31168259229


martedì 31 gennaio 2012

CASS McCOMBS - Humor Risk

inserito 20/12/2011

Cass McCombs
Humor Risk
[
Domino 2011
]



Non c'è modo migliore per far cadere un'opera nell'oblio di farne uscire subito un'altra in grado di oscurarne le qualità. Non deve essere stata questa la preoccupazione di Cass McCombs, artista in decisa quanto disordinata maturazione, che solo sei mesi dopo averci offerto la sua arte colta in tutta la sua scarna essenzialità (Wit's End), ci dimostra subito di cosa è capace quando sulle proprie canzoni ci ricama qualcosa di più di un semplice accompagnamento chitarra acustica/pianoforte. Humor Risk torna a riempire gli spazi come già accadeva in altre sue vecchie opere (Dropping The Writ ad esempio), stavolta però facendo tesoro di altre esperienze (Bill Callahan, Bon Iver, Iron & Wine, Silver Jews sono gli artisti che devono per forza essere passati nel suo lettore cd, ma anche il pop-rock classico dei Badfinger magari). Il titolo parla chiaro: se Wit's End era un inno al senso della morte, qui invece tutto cerca la vita e il suo paradosso, tanto che per assaporarla si usa la carta dell'ironia, nei testi così come in alcuni up-tempo decisamente sopra le righe per le sue dimesse abitudini. Insomma, provate ad immaginare che una sera il vostro amico solitamente più depresso e serioso tiri fuori dal cilindro una serie di battute micidiali e tenga banco per tutta una serata, e capirete la sorpresa.

Non che ci sia poi troppo da ridere con le storie di Mystery Mail, il cui plot (in poche parole) vede un uomo finire in galera per aver prodotto droghe illegali per conto del cugino, e lì muore infilzato con una penna dal suo compagno di cella. A voi il compito di trovare la morale della vicenda, McCombs si limita solo ad avvertire nel finale che "magari qualcuno di voi farà di quest'uomo un monumento, ma non è che tutti devono per forza essere santificati, Daniel era un bravo ragazzo, ma di certo non un santo". Ed è anche difficile dove sia il confine tra sarcasmo e fede nelle elucubrazioni mistico-filosofiche di The Living World, ma in genere Cass mette in mostra meno autocompiacimento della propria negatività esistenziale e qualche voglia di uscire allo scoperto fin dalla vena decisamente rock-oriented di certi arrangiamenti.

Ne viene fuori forse il suo disco più convincente, anche se magari il fatto di aver affidato il tutto al suo solito produttore (Ariel Rechtshaid) ha negato al tutto la possibilità di fare anche un salto di qualità maggiore e non sembrare solo una versione più elettrica ed accelerata delle sue precedenti opere. L'ironia in ogni caso sta tutta nella parodia dell'eterna ricerca della bellezza (Meet Me At the Mannequin Gallery) o dell'ipocrisia comune (Love Thine Enemy, in cui declama che "tutte le cose più idiote che dici parlano di dolore e verità). Insomma c'è sostanza, intelligenza e c'è anche da divertirsi, e per un artista che aspira più ad apparire come un personaggio avvolto dal mistero piuttosto che un grande intrattenitore è probabilmente il risultato più importante.
(Nicola Gervasini)

www.cassmccombs.com


venerdì 27 gennaio 2012

CROOKED FINGERS . Breaks In The Armor

inserito 13/12/2011

Crooked Fingers
Breaks In The Armor
[
Merge 2011
]



Se mai doveste fare mente locale su quali dischi di questi anni 2000 tramandare ai posteri, non dimenticatevi di almeno due titoli a nome Crooked Fingers, creatura musicale di Eric Bachmann, uno dei tanti - ma non uno dei soliti - artisti indipendenti genialoidi di questi ultimi anni. Anche il nostro sito ha decantato le lodi di album comeRed Devil Dawn (2003) e Dignity and Shame (2005), probabilmente quello che avrebbe prodotto Bob Dylan se si fosse mosso da Duluth nel 2000 per recarsi ad Athens invece di proseguire verso New York. Album che si barcamenavano tra normalità ed eccentricità, con il risultato forse di non aver mai veramente incantato nessuno, visto quanto sono stati dimenticati dai più. Bachmanm d'altronde ci ha messo del suo per rimanere nell'ombra, consegnando nel 2008 uno strano prodotto "pop" come Forfeit/Fortune, opera indecifrabile che noi stessi non abbiamo avuto la forza di ragionare e digerire, tanto che alla fine abbiamo deciso di lasciare al tempo il compito di confermarci l'impressione di esserci trovati di fronte ad un vero passo falso.

Altri tre anni sono passati e Bachmann ammette implicitamente il fallimento di quella svolta irrisolta, se è vero cheBreaks In The Armor tira il freno e fa decisamente marcia indietro, recuperando il suono elettroacustico dei suoi anni migliori. Una mossa doverosa forse, anche se probabilmente forzata, visto che la sensazione è che per al prima volta nella sua lunga carriera Bachmann ci abbia messo più mestiere che anima nel confezionare la parte strumentale di questi undici brani. Niente di male, intendiamoci, il talento resta considerevole, ma per la prima volta il nostro eroe si è fatto prendere la mano dall'emotività solo a livello di testi. Ne esce così un disco cupo nelle liriche, che parlano di malattie senza ritorno (Bad Blood), solitudine (Heavy Hours), ricerche senza speranza (Went To The City), laceranti addii (The Hatchet). Il tutto realizzato con molta - forse troppa - precisione grazie ai suoni confezionati da Matt Yelton (lo si ricorda al lavoro per i Pixies), e con il contro-canto della amica Liz Durrett come unico accorgimento stilistico a rompere il dialogo voce-chitarre.

Probabilmente è stato anche il riformare la sua vecchia band degli anni 90 (gli Archers Of Loaf, vero e proprio simulacro cult dell'era pre-indie rock) che gli ha ridato la voglia di ripercorre sentieri già battuti, seppur contaminati da un pessimismo che raggiunge in Your Apocalypse la vera apoteosi. Sarà dunque solo il prossimo capitolo a confermarci se questo è l'inizio di quella matura normalità (detta anche "l'era del solito disco") che prima o poi colpisce qualunque artista del globo, oppure si tratta solo di un rigenerante periodo di transizione.
(Nicola Gervasini)

www.crookedfingers.com


mercoledì 18 gennaio 2012

CESARE CARUGI - Here's To The Road


Perchè un ragazzo - ormai neanche più tanto ragazzo - di Cecina decide di investire tempo, neuroni e energia nel produrre un disco in pieno 2012, destinato a perdersi nel mare magnum del iper-produttività di questi anni 2000? Per compiacere sè stesso, certo, per piacere agli amici e conoscenti, certo, per scoprire che al di là del muro di casa esiste qualcuno che condivide la stessa passione per un rock americano che suonava nuovo alla fine degli anni 70, quando un disco così serviva a far esordire uno Steve Forbert o un Willie Nile al grido "abbiamo il nuovo Springsteen o il nuovo new Dylan!". Certo. Quante copie potrebbe vendere Here's To The Road? Quanta storia può scrivere oggi una Caroline, la ballatona che ancora mancava nel perfetto songbook del blue-collar loser, o una Too Late To Leave Montgomery che ruba un incipit a Lucinda Williams ma poi riesce a trovare una strada tutta sua per diventare uno dei vostri tormentoni quotidiani se solo gli concedete più di un ascolto? Quante citazioni potrebbe guadagnarsi fra vent'anni un disco come quello di Cesare Carugi? E quanti, come lui, hanno imparato in anni di ascolti e passione un verbo (qui è quello del più puro rock americano) e ora lo sanno parlare alla perfezione, proprio quando sono rimasti però in pochi a capirlo? Già, perchè ascoltando Here's To The Road si hanno due obbligatorie reazioni: la prima è "cazzo, ma sta roba è tutta già sentita!". La seconda invece è "cazzo, ma 'sto tipo però è bravo". Già, il Carugi canta bene, sa come si scrive una canzone, e nei limiti di una autoproduzione casalinga, ha saputo anche registrarle. Poi ci pensi, e realizzi che se un Jimmy Iovine dei tempi d'oro avesse prenotato la casa per le vacanze a Marina di Cecina, e alla sera, tra una finocchiona e un ragù di cinghiale, avesse dato un paio di dritte al Carugi per rendere più potente una There Ain't Nothin' Wrong With Goin' Nowhere (grande brano e grande titolo...), se il Michael McDermott che passa in visita di cortesia in Dakota Lights & The Man Who Shot John Lennon (grande brano e grande titolo...) fosse ancora seguito dall'entourage da major che confezionò così bene il suo lontano esordio, se lo stesso Carugi si rendesse conto che se sa tirar fuori un piccolo gioiello come London Rain (pare un pezzo di Shawn Phillips, sempre che ci si ricordi chi diavolo fosse Shawn Phillips...), allora forse può anche andare oltre certi schemi da raduno di springsteeniani, insomma, se questo album fosse uscito 30 anni fa e fosse stato registrato a New York invece che a Bagno a Ripoli....allora....forse....il discorso lo sapete. Insomma, se questa è per la strada, allora che rimanga alla strada, ma un tempo questa roba la si dava prima in pasto alla storia, e non è colpa del Carugi se ora il rock and roll è solo questione di files sul desktop da passare sull'ipod e non più di radio che lanciano colonne sonore agli avvenimenti umani. Le sue canzoni sono le stesse che avremmo amato trent'anni fa, magari facendole passare per importanti, per cui che importa se oggi lo saranno solo per quei quattro gatti che avranno tempo per ascoltarle. Ci sono, e sono davvero sulla strada. Questo è il bello. (Nicola Gervasini)

martedì 17 gennaio 2012

KD LANG - Sing it Loud


Fin dal 1984 i suoi dischi rappresentano il perfetto riassunto di decenni di musica canadese, eppure k.d.lang resta un personaggio poco riconosciuto, che ancora usa firmarsi in caratteri minuscoli nonostante abbia anche venduto parecchio. A dispetto del titolo del suo nuovo album (Sing It Loud, Nonesuch), lei è infatti una che non ha mai urlato, neppure la sua dichiarata omosessualità (resta memorabile il servizio fotografico che ritraeva Cindy Crawford intenta a rasarle la barba) o le sue lotte contro l’industria della carne. Consigliamo invece di dimenticare il personaggio ed ascoltare queste dieci canzoni sofisticate e finemente costruite, che fanno sempre più a meno della musica rurale nordamericana e si avvicinano più al jazz, al pop, e ad un gusto teatrale e melodrammatico decisamente europeo. (Nicola Gervasini)

domenica 15 gennaio 2012

COWBOY JUNKIES - The Nomad Series Vol. 3 - Sing In My Meadow

inserito 11/11/2011

Cowboy Junkies
The Nomad Series Vol. 3 - Sing In My Meadow
[
Latent/Proper Records
2011]



Continuano le pulizie di primavera nel solaio di casa Timmins, dove si trovano ancora interi bauli di progetti abbandonati, tante canzoni non sviluppate accumulate in quasi trent'anni di onorata carriera che stanno dando vita ad una serie di dischi (The Nomad Series) teoricamente destinati solo ai fans più stretti. Se il primo volume aveva dato davvero la sensazione di un mero disco di outtakes, il secondo (un tributo all'appena scomparso Vic Chesnutt) era apparso come un interessante opera unitaria. Più difficile inquadrare invece questo Sing In My Meadow, che potremmo definire come il loro "tutto ciò che non suona come una canzone dei Cowboy Junkies ma sono pur sempre i Cowboy Junkies", vale a dire un insieme di esperimenti psichedelici e distorti che rappresentano il lato meno conosciuto e celebrato della band canadese, solitamente citati come esempio supremo di sonnecchiante e fascinoso folk da camera per orecchie sensibili al troppo rumore.

Registrato in quattro giorni utilizzando materiale di recupero e qualche brano già noto (Hunted era uno dei pezzi forti di Pale Sun Crescent Moon), il disco ha un approccio live e decisamente blues fin dall'iniziale Continental Drift, splendida performance caratterizzata da una armonica che sembra provenire dagli inferi e dalla agghiacciante interpretazione di una Margo Timmins che abbandona i toni caldi in favore di un canto freddo e impenetrabile. Basterebbe questo inizio a spazzare via l'intero decennio scorso della loro produzione, se non fosse che anche questi quaranta minuti alla fine tradiscono la propria natura sperimentale, visto che in altri episodi il gioco a "cercare di non sembrare i Cowboy Junkies" mostra qualche segno di cedimento (Late Night Radio meritava un arrangiamento più caratterizzante) o qualche esagerazione (i troppi effetti usati per rendere It's Heavy Down Here più sinistra possibile o la fin troppo confusa A Bride's Price).

Quando però la chitarra inacidita di Michael Timmins si intreccia con l'armonica i risultati sono esaltanti, con momenti tesi e taglienti come 3rd Crusade o la stessa Sing In My Meadow, fino all'apoteosi del lungo assolo della conclusiva I Move On, dove persino la voce di Margot viene sovrastata dal baccano, finendo per una volta relegata a semplice strumento di accompagnamento. Resterà dunque uno strano oggetto non identificato questo volume tre, che potrebbe paradossalmente scontentare qualche vecchio adepto, ma conquistarne di nuovi, magari quelli che distrattamente non si erano mai accorti che questi Cowboy Junkies esistevano già nelle pieghe di tutte le loro opere precedenti.
(Nicola Gervasini)


www.cowboyjunkies.com


KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...