THE
OLD CEREMONY
FAIRYTALES
AND OTHER FORMS OF SUICIDE
Yep Roc Records
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Nicola Gervasini
| Paul
Kelly Spring and Fall [Cen 2012] www.paulkelly.com.au di Nicola Gervasini (26/11/2012) | |||
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[Maria Olivero 2012] (a cura di Nicola Gervasini) Tra Varese e Novara quello di Maria Olivero è un nome già noto nei (pochi) locali che ospitano ancora folk-music tra una cover band di Vasco e un karaoke, logico dunque che la si aspettasse già da tempo al varco di una produzione in studio di un certo livello. E lei non ha davvero deluso, perché Anyway suona subito come una bella rivelazione, soprattutto grazie ad un suono decisamente elettrico creato con il produttore Giorgio Bellossi. Oh Boy If You Were Mine ad esempio è un semplice roots-rock che farebbe invidia a Brandi Carlile, con l'elettrica di Rudolf Minuto che gioca su rumorismi alla Nels Cline, mentre con Nameless la Olivero si spinge addirittura in un irriverente FM-rock da Riot Girrrl d'altri tempi, e anche Still In Our Yesterdays si appoggia su un muro di chitarre che sta tra l'Alanis Morrisette degli esordi e i Cranberries. Tra questi episodi di roccioso mainstream-rock si stagliano una serie di ballate acustiche che risaltano il suo lato più folk come The Last Child, il bell'intreccio con il piano di Come Of Age o la tenue All We Need Is Time. Fin dalle prime note Anyway appare perfettamente equilibrato tra ispirazione pop (la stessa title-track ha una melodia decisamente radiofonica) e velleità autoriali (Be Your Own, una vera dichiarazione d'indipendenza fin dai versi "Canterò la mia canzone, non ho bisogno delle tue parole"). I testi in verità si avvalgono della penna dell'inglese Matt Lindsay, suo collaboratore da lungo tempo, il che aiuta non poco a rendere il prodotto più genuino e lontano dall'inglese scolastico di certe produzioni anglofone nostrane. Otto brani e breve durata per un disco che fa il paio con Prices di Davide Buffoli dello scorso anno nel mostrare idee chiare su come si possa puntare ad un easy-listening di qualità anche nel difficile mondo delle produzioni indipendenti. |
Ammassati su un ipotetico tavolo ritroviamo copertine di classici per nulla oscuri, divisi in tre significative sezioni: quello che ascoltava lui (Red Hot Chili Peppers, Nirvana, Radiohead, pure i Simply Red), quello che ascoltavano i suoi genitori (da Elvis ai Police passando per tutto quello che dovrebbe avere in casa qualsiasi buon papà-rocker) e quello che ascolta lui oggi (David Gray, Ray Lamontagne, Damien Rice, e qui cominciate a capire dove si andrà a parare). Dalla sua Bio (un delizioso libro con disegni che pare il Diario di una Schiappa) apprendiamo intanto che Chasing The Night è il suo secondo album, che scrive, suona, canta tutto lui tranne la batteria affidata a Mick Bedford e qualche aiutino del produttore Will Jackson, che aveva pronte ben 25 canzoni per tirare fuori queste 13, che vuole crearsi una solida base di fan tramite facebook, twitter (ecc…) che gli permetta di cantare e suonare per tutta la vita. Fin qui al posto di Rupert Stroud avremmo potuto mettere almeno un milione di giovani songwriter indipendenti che si accontentano di una nicchia di un migliaio di seguaci, lasciando che la storia appartenga ad altri, in sezione apposita naturalmente. Nessuno scandalo che ciò accada nel 2012, a noi il compito di segnalarvene uno tra i tanti di tanto in tanto, forse perché in Chasing The Night ci sono abbastanza idee e buone canzoni da giustificare un giro dalle sue parti tra un nuovo imprescindibile lavoro di Dylan e un disco storico dei Nirvana. Ad esempio la title track e No Love Lost, non a caso scelte per commentare i due video ufficiali confezionati per favorire la self-promotion. Il resto viaggia tra il medio e l'interessante, che per una produzione semi-casalinga già non è poco, con qualche lungaggine (Sunday Night Blues dovrebbe suonare mefistofelica ma finisce per essere solo faticosa) e momenti ispirati (Take Your Time). |
| Ryan Bingham Tomorrowland [Axster Bingham Records 2012] www.binghammusic.com di Nicola Gervasini (29/10/2012) | |||
| Dinosaur
Jr. I Bet on Sky [Jagjaguwar 2012] www.dinosaurjr.com di Nicola Gervasini (22/10/2012) | |||
| James
Yorkston I Was A Cat From A Book (Domino 2012) |
Due album che non avrebbero comunque mai cambiato le sorti di un rock che allora viaggiava troppo veloce per attendere la maturazione di un ragazzotto dalla voce sgraziata, ma ugualmente consigliatissimi anche oggi. Il mondo li ha scoperti nel 2005, quando Uncut osannò le ristampe in cd presentandoli come "l'anello mancante tra Nick Drake, Ray Davies e Bob Dylan". Il rischio che il nuovo mondo indie-rock si fosse innamorato più della barba decisamente fashion sfoggiata nella copertina del secondo capitolo che di quelle incerte ma toccanti canzoni era alto, ma in verità la riscoperta è stata opportuna e doverosa. La paura però era che l'insistenza di Jeff Tweedy perché l'arrugginito Bill tornasse in studio fosse più un atto di devozione che una vera necessità, visto che il materiale inedito inevitabilmente pubblicato nel frattempo non aveva dato l'idea che poi ci potesse essere molto di più. Invece sarà che Life Is People nasce ben pensato e confezionato nella veste sonora pensata da Joshua Henry, ma alla fine questo ritorno convince decisamente di più di altre analoghe riesumazioni sentite in questi anni (Vashti Bunyan o Gary Higgins ad esempio). Niente di speciale in verità: solo un uomo che sorprendentemente dimostra un gran mestiere e una capacità di rendere meravigliosa un voce secca e poco espressiva, quasi che avesse passato gli ultimi decenni a calcare le scene e non occupato in chissà quale lavoro per campare. Tweedy viene a trovarlo e gli lascia in eredità una Jesus, etc, che lui stravolge al piano e rende pienamente sua come solo le grandi personalità sanno fare. Ma sono le sue composizioni a colpire, profondamente tragiche (There Is A Valley o The Healing Day), ma anche piene di una gran serenità (la maestosa Cosmic Concerto), quasi a voler dirci che poi l'assenza dal music-business è vissuta come una condanna più da noi fans che da lui che l'ha subita con gran compostezza. Brani straordinari come This World ricordano molto la collaborazione tra Roky Erickson e gli Okkervil River, mentre le intricate orchestrazioni di City Of Dreams testimoniano la gran modernità della sua musica. Non tutto è perfetto (la faticosa Big Painter, posta in seconda posizione, rompe subito un po' la tensione ad esempio), e soprattutto spesso non si va poi molto oltre la registrazione casalinga fatta con vecchi amici (il chitarrista Ray Russell e il batterista Alan Rushton erano con lui anche nel 1971), se non fosse per quella strana bonus track (Home Was The Place) che lo vede perfettamente a suo agio in un sofisticato arrangiamento quasi da lounge-music che potrebbe anche far intravedere un diverso sviluppo della sua carriera. Che a questo punto ci auguriamo davvero possa ripartire da qui con più regolarità. |
DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...