lunedì 26 ottobre 2015

LANGHORNE SLIM

LANGHORNE SLIM
THE SPIRIT MOVES
Dualtone
***1/2

Strano destino quello di Sean Scolnick, alias Langhorne Slim: salutato agli esordi come una vera nuova promessa della canzone folk, grazie ad un album (When the Sun's Gone Down del 2005) che resta un piccolo classico della musica indie degli anni zero, dieci anni dopo sembra essere un po’ dimenticato dai più. Colpa di due album (Langhorne Slim del 2008 e Be Set Free del 2009) che hanno fallito nel consolidarne la fama, e anzi, per molti erano suonati un po’ come una delusione (ma sarebbe il caso di riascoltarli bene), e forse colpa anche del suo essere personaggio schivo e non certo attento a seguire l’onda del nuovo folk. Lui però non si è perso d’animo, e già con The Way We Move del 2012 aveva dimostrato che la sua coerenza stilistica non era necessariamente da scambiarsi per mancanza d’idee. L’ironia della sorte è quindi quella di star maturando come autore e artista proprio quando le luci della ribalta non lo illuminano più, e sono rimasti in pochi ad aspettare il suo nuovo disco come quello che salverà una stagione discografica. Non che The Spirit Moves sia l’album che risveglierà il 2015 del mondo indie-folk da un certo torpore, ma, tra i sopravvissuti al decennio scorso, pochi possono ancora oggi vantare di scrivere ballate come l’acustica Changes o maneggiare a dovere un duello con un’intera sezione d’archi come quello di Whsiperin’, brano degno del giovane Bill Fay. Sebbene non ci siano fuochi d’artificio, non c’è nulla in questi dodici brani (per 37 minuti) che sia fuori tema. Eppure di certo Langhorne Slim non ama andare sul sicuro, azzarda anche pop-song tutto fiati e coretti come Strangers e ne esce comunque a testa alta, soul-ballad improbabili solo in apparenza come Life’s A Bell, sgangherati blues (Bring You My Love) che esaltano il wurlitzer di David Moore (tastierista, ma curiosamente anche autore del disegno di copertina) e una sezione di voci e fiati in puro stile New Orleans. Ma è proprio quando fa le cose più semplici, come nell’ottima Airplane o nel finale di Meet Again, brani sospesi un po’ tra Dylan e Will Oldham, che Slim dimostra di saperci davvero fare come folksinger. The Spirit Moves in un certo senso conferma i suoi pregi (ottenere molto con poco) e difetti (gli manca comunque sempre la zampata vincente), grazie ad una produzione attenta (a cura dell’amico e anche co-autore Kenny Siegal) e a brani brevi e diretti come Southern Bells. Bisognerebbe forse ricordarsi di lui più spesso quando si saluta con facilità l’ennesimo nuovo folksinger indipendente, potremmo scoprire che in fondo già avevamo trovato quello che ancora cerchiamo.

Nicola Gervasini

lunedì 12 ottobre 2015

TITUS WOLFE

TITUS WOLFE
HO-HO-KUS N.J.
Score and More Music
***1/2

Con un nome d’arte che sarebbe piaciuto molto a Tom Waits per uno dei tanti nighthawks che popolano le sue canzoni, il tedesco Titus Wolfe è il classico fan che si fa protagonista dopo anni di gavetta nei club di Francoforte. Titolare di una poco conosciuta discografia locale, Wolfe prova ad uscire dai suoi confini con un album nato come omaggio ad uno dei suoi padri spirituali, Willy DeVille. Storia vuole che Wolfe abbia mandato una sua versione di Heaven Stood Still che potrebbe essere quello che ne verrebbe fuori dando la canzone in mano ad un Greg Brown (molto simili le voci in alcuni momenti) a David Keyes, bassista di Deville. Convinto dalla bellezza della versione, Keyes ha organizzato per Wolfe una session nel New Jersey (da qui lo strano titolo del disco) con alcuni amici e professionisti di genere (spicca su tutti Kenny Margolis alle tastiere), per un album che racchiude le migliori composizioni di Wolfe e due cover in omaggio a Deville (oltre a Heaven Stood Still, anche Angels Don’t Lie, struggente ballata ripescata da Loup Garoup). L’album ha una partenza particolarmente triste e ispirata con le notevoli Your Name in The Clouds e Too Far Gone, perfette per esaltare il suo vocione roco e basso, ed è solo con Guru For A Dime (qui Margolis si esalta con il Wurlitzer) che si trova un po’ di ritmo. Da qui si procede su buoni livelli, per quanto sia evidente che Wolfe non sia interessato a dimostrare particolare originalità e innovazione nelle soluzioni. Where Roses Grow, A Trip Nowhere (che sembra una ballata dello Springsteen epoca Devils And Dust), Calling Your Name o la soffice The Trouble You Must Have Seen si susseguono tra sussurri e una particolare attenzione ai suoni caldi e riverberati, evidenziando un autore comunque capace e un interprete di livello. Esame di maturità dunque superato per Wolfe, uno dei tanti che vede l’omaggio come punto di partenza per la propria arte, anche quando potrebbe farne a meno, come quando affronta l’abusatissima Willin’ dei Little Feat facendosi aiutare alla voce da Joe Lynn Turner, ex vocalist dei Rainbow e dei Deep Purple (Mark 5), uscendone degnamente, ma non aggiungendo poi niente che già i suoi brani non fossero in grado di dire. Consigliato per Deville-lovers e amanti della buona canzone roots.


Nicola Gervasini

giovedì 1 ottobre 2015

DAN WALSH

Dan Walsh
Incidents and Accidents
(Dan Walsh, 2015)
File Under: Banjo on my Knee

Abbiamo incontrato Dan Walsh solo nelle vesti di chitarrista (per Romi Mayes) e produttore (per Brock Zeman), ma affrontiamo per la prima volta un suo lavoro solista. Banjoista di altissimo livello e adepto di una roots-music vecchio stampo, Walsh è inglese, e con questo Incidents And Accidents sta ottenendo critiche positive soprattutto dalla stampa britannica, che già aveva spinto non poco il precedente Same But Different. Suonato con l’ausilio del violino di Patsy Reid e il mandolino di Nic Zuappardi (bandita la sezione ritmica invece…) , l’album è un piccolo manuale di musica rurale, eseguita con rigore anche negli strumentali (The Tune Set) e nei brani più autoriali (The Missing Light). Si potrebbe fare il paragone con gli album di William Elliott Whitmore, ma a Walsh manca una voce così caratterizzante, e soprattutto sembra essere meno interessato ad avventurarsi fuori da schemi predefiniti. Il disco è comunque piacevole e interessante, anche se pare difficile condividere l’entusiasmo d’oltremanica se non constatando come sempre più le posizioni estreme e meno volte ad un futuro (incerto e forse inesistente per quanto riguarda questo tipo di musica, ma vale davvero la pena smettere di cercarlo?) ottengano i consensi di critica più sperticati. In ogni caso dategli un ascolto e non avrete comunque perso tempo.

Nicola Gervasini

lunedì 27 luglio 2015

BROWN BIRD

BROWN BIRD
AXIS MUNDI
Supply & Demand
***
Nel cantautorato di marca folk/roots due sono le vie oggigiorno: o seguire la linea di songwriting classica del rock americano da Dylan in giù, oppure assumere un atteggiamento più dimesso, “indie” si dice ormai da almeno vent’anni, decisamente più “british” nel suo essere solo apparentemente fuori dagli schemi. Perché poi ad uno schema risponde anche l’arte dei Brown Bird, duo indie-folk formato da David Lamb (barba d’ordinanza, voce alla Sam Beam, aria timido-depressa come da manuale) e la bassista/violoncellista/violinista MorganEve Swain (bellezza dimessa, non volgare, nascosta…sempre come da manuale). Duo attivo fin dal 2007 con una disordinata discografia tra ep e album interi (anche questo aspetto risponde ad un preciso canovaccio alla Will Oldham e compari), pubblicano con questo Axis Mundi la loro opera finale, visto che Lamb si è spento alla fine dello scorso anno per una leucemia, lasciando alla Swain la difficile decisione su come continuare la carriera. Un po’ come è stato The Wind di Warren Zevon, Axis Mundi è dunque un disco registrato da un artista conscio di eseguire il proprio canto del cigno, e questo lo rende già emotivamente pregnante e significativo. Ma la fretta di chiuderlo (o forse, visto quanto molti di questi brani suonino abbozzati, non è in verità stato finito) ha forse portato a pubblicare un’opera interessante quanto contraddittoria. I riferimenti più evidenti, oltre a quelli citati dei mostri dell’indie-folk dell’ultimo ventennio, potrebbe comprendere anche Syd Barrett (quanti Pink Floyd si sentono in Forest and Fevers?), vuoi anche per quell’amore dell’arrangiamento scarno e zoppicante che molti brani mantengono. I due di fatto hanno fatto tutto da soli in casa, senza altri session-man, ed è un peccato forse, perché qua e là in una scaletta di ben quindici titoli si ravvisano non pochi embrioni di ottime canzoni (Focus, Adolescence, Ephrain). Ma in mezzo troviamo anche troppe idee già note e sentite meglio sviluppate da altri (Iron & Wine su tutti qui direi), e quell’aria di disco casalingo che forse è ora di lasciarsi un po’ alle spalle, dopo che tanto ha contribuito a salvare la musica folk nei tempi di crisi dei primi anni duemila. Non c’era tempo probabilmente, o Lamb invece davvero cercava il proprio Pink Moon prima di lasciarci, in ogni caso questo testamento lascia una eredità monca, e la morte del protagonista ha impedito che la sigla Brown Bird potesse maturare in qualcosa di veramente importante per i prossimi anni. Peccato, in ogni caso.

Nicola Gervasini

mercoledì 22 luglio 2015

SAM LEWIS

SAM LEWIS
WAITING ON YOU
Brash Music
***1/2
Il suo nome è un po’ ordinario e sarà difficile tenerlo a mente o distinguerlo (banalmente, anche ricercare informazioni nel web appare impresa alquanto difficoltosa visti i tanti casi di omonimia in cui si incappa), ma Sam Lewis, musicista attivo da anni a Nashville al secondo album solista in carriera dopo il debutto omonimo del 2012, è uno da cominciare a tenere d’occhio. Nulla di nuovo: il suo è un mix di voce da cantautore roots classico (molto simile a quella di Amos Lee direi), un approccio alla roots-music pieno di ritmi (il gospel caraibico dell’iniziale ¾ Time ricorda il miglior Brett Dennen) e molto soul nella musica (Love Me Again potrebbe essere una ballata di Van Morrison). Registrato a Nashville con qualche nome noto in session (Darrell Scott, Will Kimborough, la Wood Family ai cori), Waiting On You è il classico album senza sbavature, che scorre senza intoppi da capo a fine, con una serie di brani in stile tradizionale ben scritti e ancora più finemente arrangiati. Lewis è un amante delle ballate romantiche e intense, siano esse di marca black/soul (la title-track) o anche country (She’s a Friend, materia che un Willie Nelson in versione malinconica troverebbe irresistibile). Ma il menu offre anche momenti di svago, come la lunga cavalcata dylaniana di Things Will Never Be The Same, divertissement che introduce alla bellissima Talk To Me, sospesa a metà tra il Ray Lamontagne più ispirato e l’innegabile peso della lezione di Van Morrison. Reinventing The Blues è invece un episodio più ordinario, canzonetta in dodici battute che serve ad alleggerire i toni di un album emotivamente molto intenso, prima di arrivare al gospel-country di Never Again (inconfondibile qui il tocco di Darrell Scott), ad una Texas che ha antichi sapori da outlaw-country degli anni settanta, così come Little Time sembra un brano di Jesse Winchester. Finale importante con l’acustica Virginia Avenue, tripudio di dobro e slide per una malinconica ballata di pregevole fattura, ma apoteosi finale con la corale I’m Coming Home, davvero riuscito finale che potrebbe richiamare mille nomi (mi torna in mente il primissimo Kris Kristofferson o John Prine anche), ma che alla fine evidenzia come, seppur nel suo stile per nulla originale, Sam Lewis è uno che ci sa fare. Non aspettatevi rivoluzioni, quanto piacevoli e sempre ben accolte conferme.

lunedì 6 luglio 2015

SUGARCANE JANE

SUGARCANE JANE
DIRT ROAD’S END
ArenA recordings
***
Non muore mai l’abitudine del duo di coniugi folk nella tradizione americana, e così non è certo nuova la formula dei Sugarcane Jane, coppia di musicisti che si presenta romanticamente mano nella mano fin dalla copertina di questo Dirt Road’s End. Lui è Anthony Crawford, session man che i fans di Neil Young ricorderanno come membro degli Shocking Pinks (con cui Young ha registrato Everybody’s Rockin’) e negli International Harvesters (la band che lo spalleggiò nel tour per Old Ways, apprezzabili nel bel live A Treasure uscito nel 2011), oltre che collaboratore di Dwight Yoakam (grazie al quale ha pubblicato nel 1993 un suo album solista prodotto da Pete Anderson), Steve Winwood e Nicolette Larson. Lei invece è Savana Lee, giovane buskers senza grandi esperienze finché un tour a spalla di Loretta Lynn e tanta vita da musicista di strada non le hanno aperto le porte degli studi di Nashville come autrice e musicista nei dischi, tra gli altri, di Lucinda Williams e Emmylou Harris. Due figure fortemente legate a Nashville e alla country music, che sotto il nickname di Sugarcane Jane offrono però un country-folk da strada che ricorda molto i momenti più rurali dei Bodeans (sarà per la somiglianza della voce di Crawford con quella di Sam Llanas). Dirt Road’s End (che è già il loro quarto titolo) è un disco che, nonostante l’assenza di batteria (ma ci sono mille percussioni di ogni altro tipo), è un album molto ritmato, gioioso e quasi da ballare. Sia l’indiavolato rock acustico di Heartbreak Road o la cavalcata da bisonte della strada di Not Another Truck Song, le canzoni del duo sono perfettamente coerenti con l’immaginario da strada che ha fatto da cornice alla loro carriera, capaci di lanciarsi in country corali alla Gram Parsons come Sugar o in baldanzose gighe folk da festa paesana come Ballad Of Sugar Jane. Ci sanno fare anche con la penna (Home Nights, San Andreas), anche se a livello produttivo il clima decisamente da instant-record fa perdere un po’ i dettagli, e il muro di acustiche, mandolini e mille altri strumenti acustici a volte pare un po’ confuso  e non sempre ben amalgamato, ma pare evidente l’intenzione di ricreare in studio il clima e il suono di una esibizione di piazza. Disco fresco sebbene legato senza troppi voli di fantasia ad una tradizione consolidata. Solo per veri viaggiatori.

Nicola Gervasini

mercoledì 1 luglio 2015

MANDOLIN ORANGE

MANDOLIN ORANGE
SUCH JUBILEE
Yep Roc.
*** 1/2

Storie di raccolti, montagne rocciose, miniere abbandonate, amori impossibili da maturare nella vita desolata della provincia americana. Esiste ancora questo immaginario semplicemente perché l’America non ha mai smesso di avere angoli in cui il tempo si è fermato da almeno un secolo, fuori dalle coordinate del grande correre degli Stati Uniti di Obama per non perdere il ruolo egemone che la storia gli aveva assegnato nel ventesimo secolo. E se esiste ancora quell’America, normale che esistano e nascano ancora  band come i Mandolin Orange, nome quanto mai esplicativo sulla direzione della loro musica. Duo formato da Emily Frantz e Andrew Marlin, vengono dal North Carolina e hanno all’attivo già quattro album prima di questo Such Jubilee, secondo disco decisamente americana-oriented edito per la Yep Roc.. Musicalmente non è niente che già non si era sentito dalle band dell’alternative country anni 90, o, se vogliamo, potremmo presentarli come una versione meno lugubre e più melodica della Handsome Family, capaci di portare in cascina brani di struttura tradizionale come Old Ties and Companions, ma anche ottime prove d’autore come l’acustica Rounder. Unico membro aggiunto in session è Josh Olivier (che aggiunge voci, chitarre e wurlitzer qua e là), per il resto il disco è completamente autoprodotto dal duo, ormai capace di dimostrare piena maturità anche nell’amalgamare le tante chitarre acustiche con il violino della Frantz (bellissima, in questo senso, From Now On). L’album comunque ha un tono decisamente dimesso e crepuscolare, permeato da una grande malinconia che traspare anche dai testi, intrisi di tutti quei fantasmi che una provincia in crisi (umana, ancora prima che economica) si portano ancora appresso. La vita è altrove sembra dire un brano come Jump Mountain Blues, vero inno all’impossibilità di trovare la felicità tra le rocce desolate del North Carolina (“adesso ogni pensiero di te è solo un piccolo ricordo di tutti i miei rimpianti, se solo tu avessi conosciuto la vera felicità, probabilmente ci sarebbe un fantasma in meno che si aggira come un bambino perduto in queste colline di Rockbridge County”), o un titolo già di per sé esemplificativo di ciò che rimane come Blue Ruins. All’economia del disco manca forse il momento di respiro in mezzo a tanta mestizia, ma è palese che non era nelle intenzioni del duo dare un attimo di tregua: gli Stati Uniti inseguono la Cina, la Russia, il mondo Arabo, e intanto si stanno dimenticando dei luoghi che hanno fatto la loro storia. E resta solo questa musica a ricordarli.
Nicola Gervasini

venerdì 26 giugno 2015

STORNOWAY

STORNOWAY
BONXIE
Cooking Vinyl
***

Sono di Oxford gli Stornoway, anche se il nome deriva dal piccolo capoluogo delle isole Lewis e Harris in Scozia, città che i quattro non hanno mai visitato, ma che pare sia nota in tutto il Regno Unito perché sempre citata nelle previsioni del tempo nazionali. Sono attivi dal 2006, e Bonxie è il loro terzo album dopo Beachcomber's Windowsill del 2010 e il ben accolto Tales from Terra Firma del 2013. Una storia breve ma radicata quanto basta perché la realizzazione di questo album sia stata totalmente finanziata dal crowdfunding (ci tengono a far sapere che hanno raggiunto il 222% di quanto sperato inizialmente). Dediti ad un folk di marca indie un tempo votato agli strumenti acustici, sono visti in patria come una valida alternativa ai più noti Lumineers (ma avere una hit folk che finisce negli ipod dei quattordici anni è un caso talmente anomalo che non capiterà più per almeno i prossimi trent’anni).  Il combo è formato dal cantate/autore/chitarrista Brian Briggs, dal tastierista Jonathan Ouin e dalla sezione ritmica formata dai fratelli Oli e Rob Steadman. Dopo una partenza tutto sommato coerente con lo stile degli album precedenti (Between the Saltmarsh and the Sea), Bonxie si rivela subito come un ulteriore salto avanti nella creazione di uno stile proprio. Lo scanzonato e divertente dance-pop di Get Low e la beatlesiana Man On The Wire infatti virano il suono verso un brit-pop anni 90 di marca Blur, nonostante la voce di Briggs sempre più sembra un mix tra Colin Meloy dei Decemberists e un Damon Albarn in versione più folk. Molto bella The Road You Didn’t take, folk song di stampo classicissimo, che apre ad un ulteriore cambio di stile con la scanzonata e quasi ska Lost Youth (siamo in zona Madness qui), mentre Sing With Our Sense torna a citare modelli brit-pop come i James. Dopo i primi frizzanti colpi il disco si siede leggermente con una We Were Giants che non trova una propria personalità, una ripetitivamente troppo poppish When You’re Feeling Gentle e un numero alla Pulp un po’ confuso come Heart of The Great Alone. Si torna in carreggiata con il folk corale di Josephine e si chiude con il muro di fiati della bella Love Song of The Beta Male. Troppe idee e voglia di fare troppe cose, ma in ogni caso Bonxie è una buona occasione per conoscerli e apprezzarli.

Nicola Gervasini

lunedì 22 giugno 2015

DANNY SCHMIDT

DANNY SCHMIDT
OWLS
Live Once Records
***1/2
Danny Schmidt fa parte di quella nuova schiera di cantautori anni 2000 che vivono ai margini del mercato discografico ma tengono alta la bandiera del buon songwriting d’altri tempi. E’ anche uno di quelli che ancora , dopo ben 8 album solisti, cerca una conferma definitiva del proprio talento, uno alla John Gorka per dire, che fin dagli esordi è sempre vicino al fare il disco della vita, ma alla fine non ci riesce mai. Se volete recuperare qualche puntata precedente buttatevi senza remore su Instead The Forest Rose To Sing del 2009, sicuramente il suo lavoro più maturo e rappresentativo, piuttosto che sul scialbo seguito del 2011 Man Of Many Moons o sul disco a due mani prodotto nel 2014 con la neo-moglie Carrie Elkin (For Keeps). Owls arriva giusto a confermare la caratura del personaggio, sia nel bene che nel male: non è un campione di serie A Danny Schmidt, ma resta una penna capace di emozionare un vocalist davvero notevole, al quale manca solo forse un po’ del fascino che rende Ray Lamontagne più efficace, per citare uno che viaggia sullo stesso binario stilistico. Prodotto in Texas da David Goodrich e suonato da una schiera di fidati amici (tra cui va notata perlomeno la steel guitar di Lloyd Maines), Owls è un buon disco che non cerca di strabiliare con effetti speciali, ma punta dritto al cuore delle canzoni. Se l’apertura di Girl With Lantern Eyes non abbaglia, il livello si alza con la bella The Guns & the Crazy Ones e con la tesissima Soon The Earth Shall Swallow, sei minuti che partono come un blues oscuro e si trasformano in un triste canto strada facendo. Si ritorna su stilemi più classici con l’incedere alla Neil Young di Faith Will Alway Rise, o con il folk minaccioso di Bad Year For Cane, che porta invece al momento più rilassato e spirituale di Looks Like God. La band non suona una nota che non sia men che meno prevedibile e fuori posto, ma il sound è pieno e perfettamente calibrato, e ricorda molto anche i dischi più recenti di Amos Lee. Magari gli si potrebbe far notare che la ballata Cries Of Shadows è davvero simile a mille altre, ma sembrerebbe anche fuori luogo quando pare evidente che lui è artista che si accontenta dell’espressione senza voler fare impressione. Nel finale il disco rallenta ritmo e livello, ma c’è tempo ancora per godere di brani come All The More To Wonder (davvero bella), la semplice Cry On The Flowers, la folkish Paper Cranes, per chiudere dopo 45 minuti con la dylanianissima Wings Of No Restraint. Buon ritorno e disco imperdibile solo per gli amanti della canzone d’autore più soft ed elegante.


Nicola Gervasini

mercoledì 10 giugno 2015

SONNY AND THE SUNSETS

SONNY AND THE SUNSETS
TALENT NIGHT AT THE ASHRAM
Polyvinl Record
***

Sonny Smith è un personaggio davvero particolare, uno storyteller di penna e pentagramma che viene da San Francisco. Ha già all’attivo parecchie pubblicazioni discografiche (ma anche alcuni libri di storie), molte su commissione (incideva canzoni per una rivista letteraria che era solita allegare cd con canzoni ispirate dai racconti pubblicati nel mese), più svariati progetti trasversali e meta-artistici. Il più importante lo ha visto nel 2010 invitare 100 pittori a disegnare le copertine di 100 dischi immaginari, ementre lui si prodigava nel comporre i brani per questi dischi sulla base dell’immagine di copertina (compose in totale 200 canzoni). Curiosità a parte, Talent Night At The Ashram, sebbene sia un home-record autoprodotto, è il tentativo di dare corpo organico alla sua vasta produzione. Lo accompagnano nell’impresa i Sunsets, band della West Coast nata a pane e Beach Boys, benedice con un intervento ai cori il cantautore (e leader degli Honeycut) Bart Davenport. Fin dall’apertura di The Application, tra organetti e cori alla Fleet Foxes, si respira una leggiadra aria indie, incalzata dalla voce del padrone di casa che ricorda, a seconda di casi, quella di M Ward o di Bon Iver. Album musicalmente vario, ma che bene o male richiama gli eroi dell’indie-rock anni 2000: Cheap Extensions sembra un brano uscito dall’ultimo album dei War On Drugs,  con i suoi toni decisamente new wave, oppure la brillante Alice Leaves For The Mountains, puro pop per giornata di surf. L’album è breve e non annoia, anche se il tono ironico e scanzonato di testi e interpretazione (la lunga Happy Carrot Health Food Store sembra una lunga parodia di un brano degli Eels) lascia tutto nella dimensione del divertissement. Per certi versi brani come Blot Out Of The Sun con il suo piano pulsante ricorda le pop-song stralunate di Ben Folds, mentre Icelene’s Loss è un palese omaggio al sound del flower power anni sessanta (siamo in zona Spirit). Pop songs leggere e intelligenti, con forse troppi elementi ed ispirazioni diverse buttate a casaccio in un patchwork di indie moderno…un disco specchio dei tempi che vale la pena ascoltare, anche se non lascerà un gran segno.

Nicola Gervasini

giovedì 4 giugno 2015

FOY VANCE

FOY VANCE
LIVE AT BANGOR ABBEY
Glassnote Record
***1/2

Per sapere chi sia Foy Vance andate pure alla voce “miracolati delle tv-series” della nuovissima enciclopedia della storia del rock (una qualsiasi..). Irlandese doc, Vance ha due soli album all’attivo (Hope del 2007 e Joy Of Nothing del 2013), senza contare un buon numero di EP, ma deve i suoi canonici 15 minuti di notorietà al fatto che nel 2006 ben due sue canzoni finirono in un episodio di Grey’s Anatomy. Era sconosciuto allora (se non per una curiosa partecipazione ad un talent show televisivo in una imitazione di Andrew Strong dei Commitments), non è conosciutissimo oggi se non in patria, eppure per lui è già tempo di live-record antologico. Ben venga, perché Live At Bangor Abbey ci permette di scoprire un cantautore di stampo american-rock tradizionale davvero valido, per quanto non originalissimo. Per darvi coordinate classiche siamo dalle parti di un Willie Nile quando ha velleità d’autore (come ad esempio nell’ultimo album If I Was a River), un Michael McDermott quando s’innamora, momenti di folk-riflessivo alla John Gorka (Be My Daughter, Two Shades Of Hope)  o parecchie affinità ha con il James Maddock  più recente. L’album assembla il meglio di due serate in cui Foy Vance è stato accompagnato da un intera orchestra d’archi oltre che dalla sua band, e questo rappresenta davvero un’opportunità speciale per una produzione indipendente. Il suono infatti è pieno, gli archi fanno davvero il loro mestiere nel l’estetizzare un pugno di valide canzoni, e Vance, conscio della grande occasione, canta con forza e trasporto. Qualcuno magari lamenterà l’assenza di un taglio più rock, il fatto che praticamente tutti i brani mantengano un tono epico-romantico (Regarding Your Lover ad esempio gira  dalle parti di David Gray),  ma è innegabile che il disco abbia un impatto emotivo davvero suggestivo e una registrazione talmente perfetta che lascia qualche dubbio sul fatto che ci siano state o no qualche sovra-registrazione di studio (il pubblico normalmente si sente solo a fine brano). C’è anche uno dei brani finiti in Grey’s Anatomy (Homebird, numero solo voce e chitarra), momenti di sentita partecipazione del pubblico (il coro e battimani finale di Guiding Light), per il resto la scaletta offre davvero il meglio della sua produzione e costituisce un punto di partenza ideale per poterlo seguire. Vi basta avere ancora un cuore-rock che pulsa sul lato romantico della strada, lasciarvi andare alla grandeur in melassa di brani come Feel For Me o You And I, dimenticarvi il rock da barricata, e questo album vi entrerà nel cuore.

Nicola Gervasini

KURT VILE

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