martedì 1 novembre 2016

FELICE BROTHERS

Felice Brothers
Life in the Dark
(2016, Yep Roc Records)
File Under: Still searchin’ for the Ghost of Tom Joad

Sullo stato dell’arte dei Felice Brothers in questa metà degli anni dieci vi rimanderei al sunto di carriera fatto in occasione del precedente album Favorite Waitress del 2014. Anche solo per ribadire che il corso intrapreso dalla band con quell’album pare essere quello definitivo, ben confermato dal nuovo Life In The Dark. La sbornia modernista del 2012 è dunque sotterrata e dimenticata: non esiste più un mercato da conquistare, e forse neanche più un mondo artistico da riscrivere, e allora perché non chiudersi in un garage affittato per l’occasione nella Hudson Valley, trasformandolo in uno studio di registrazione grazie a confezioni di uova, proprio come si faceva artigianalmente “ai vecchi tempi”. Ian Felice, assecondato da una nuova line-up ormai consolidata intorno al fratello James, sempre inchiodato sulla sua fisarmonica, il bassista Josh "Christmas Clapton" Rawson, il violinista Greg Farley e il batterista David Estabrook, continua un suo viaggio personale nella tradizione americana, ponendosi forse come la formazione attualmente più vicina alla lezione purista della Band di Robbie Robertson, pur con le debite distanze. Realizzato con il gusto dell’improvvisazione e di un rural-sound iper-conservatore, Life In The Dark è un piccolo viaggio nelle contraddizioni dell’America moderna, lette con taglio tra il cinico e il sarcastico. Prima parte dedicata a brani brevi: il singolo posto in apertura Aerosol Ball è accompagnato da un video fatto da spezzoni di filmini su come si divertivano grandi (con una svestita pin-up vintage) e piccini (giochi di strada di bambini) in America anni fa, ed è un brano che si barcamena tra l’ironico (Every tooth in Duluth is Baby Ruth-proof) e il nostalgico con grande maestria. Sul duello fisarmonica-violino è basata anche la successiva Jack At The Asylum, mentre è con la title-track che si ha il primo acuto del disco, ballatona roots di risaputa ma pur sempre efficace fattura, così come anche la più difficoltosa Triumph ’73 che la segue. Con Plunder arriva il primo azzardo elettrico, con la chitarra di Ian che si lancia in un assolo volutamente stonato, momento quasi rock che si chiude nel minuto e mezzo strumentale di Sally. Il disco prende il volo nell’ipotetico lato b: tre brani che mostrano tutta la grandezza di songwriting di Ian, prima con una Diamond Bell che sembra essere spuntata dalle sessions di Desire di Dylan, lungo racconto di frontiera che anticipa la line-dance di Dancing on the Wing. Finale in tono mesto con Sell The House, storia di miseria di cent’anni fa ancora buona per raccontare un presente basato su un futuro per nulla roseo. L’ America dei Felice Brothers è in fondo ancora la stessa raccontata da Furore di Steinbeck, una continua lunga ricerca di una felicità sottratta dagli eventi e da una società che da terra promessa sta sempre più diventando l’inferno da cui fuggire.


Nicola Gervasini

venerdì 28 ottobre 2016

IGGY POP

Iggy Pop
Post Pop Depression
(Loma Vista, 2016)
File Under:  Post Bowie Depression

La dannazione eterna dell’Iguana Iggy Pop è sempre stata quella di essere un animale da palcoscenico, forse davvero uno dei più grandi intrattenitori da palco della storia, ma di non essersi mai trovato veramente a suo agio all’interno di uno studio di registrazione. La buona riuscita dei suoi album, fin dagli esordi con gli Stooges, è sempre dipesa dai collaboratori e produttori scelti, ed è per questo che la sua discografia è così varia nell’essere anche un continuo susseguirsi di alti e bassi, perché da solo il nome di Iggy Pop suona a garanzia di concerti perfetti, ma assolutamente non di dischi perfetti. Perfino le sue opere migliori dipendono comunque dalla firma in sede di produzione, sia il Bowie di The Idiot o il Malcolm Burn che operò pesantemente su American Caesar (che resta forse ad oggi la sua opera più completa), o il Don Was che gli fece fare un convincente viaggio nel mainstream con Brick By Brick. Non sorprende quindi che nonostante venisse da una serie di avventure per nulla memorabili (Skull Ring o i tentativi di riciclarsi chansonnier alla francese di Preliminaires) o perlomeno discutibili (le due reunion con gli Stooges, anche se il secondo capitolo già pareva più convincente), Pop sforni a sorpresa uno dei suoi lavori migliori di sempre ricorrendo ad una stretta collaborazione. Post Pop Depression è il titolo perfetto per un disco confezionato più da che con Josh Homme, mente musicale purtroppo oggi nota a tutti per i fatti tragici di Parigi 2015, ma pur sempre una delle migliori eredità lasciate dal rock degli anni novanta, quando già con i suoi Kyuss dimostrava un acume artistico non comune. E non sorprende sentire che in questi nove brani la presenza di Homme è sì evidente (come anche quella degli altri membri della band Dean Fertita e Matt Helders degli Arctic Monkeys), ma alla fine tutti gli episodi suonano come dei brani di Iggy Pop al 100%. Niente pseudo-punk o scimmiottamenti del passato, i 9 brani mirano al sodo curando testi e arrangiamenti (con uno stile che ricorda parecchio il John Cale meno intellettualoide di metà anni settanta, vedi Gardenia), e finendo ad apparire come il testamento del Pop di fine carriera, il suo Blackstar sfornato fortunatamente senza bisogno di doverci anche lasciare. Poco importa che qua e là ci siano rimandi a cose già fatte (American Valhalla è la China Girl del 2000?), ritmi già sentiti (Chocolate Drops pare rubare il giro nientemeno che ad Another Brick in the Wall dei Pink Floyd) e qualche furbata delle sue (Vulture), quando però Sunday o la conclusiva Paraguay già suonano come dei nuovi classici. E dopo la scomparsa di Bowie e Reed, potrebbe davvero essere uno dei pochi in grado di sfornarne ancora.


Nicola Gervasini

sabato 22 ottobre 2016

NADA SURF

Nada Surf
You Know Who You Are
(Barsuk Records, 2016)
File Under:  Back to schooldays

Negli anni ottanta usavamo il termine “college rock” per band come i Nada Surf, oggi non ho ben idea se nei college americani continui la tradizione di carbonara diffusione della musica indipendente, o se l’indie anni 2000 è diventato talmente la norma da non poter più trovare un denominatore comunque nella musica ascoltata dagli studenti americani. In ogni caso i newyorkesi Nada Surf, band nata nella seconda metà degli anni 90 quando ormai già il college rock veniva chiamato alternative rock, se non già indie-rock, stanno cominciando a diventare dei veri veterani del genere. Parliamo di qualcosa che sta dalle parti del suono dei primi R.E.M., con chitarre che sanno di Byrds e California anni 60 e impasti vocali che invece guardano ai Beach Boys. Matthew Caws (voce e chitarra), Ira Elliot (batteria), Doug Gillard (chitarra) e Daniel Lorca (basso) fanno parte di quella generazione di musicisti refrattari ai cambi d’epoca e a nuove logiche di mercato (che forse semplicemente si traducono in una totale assenza di un mercato gestito per questo  tipo di produzioni). Per questo l’unica sorpresa che si ha nell’ascoltare You Know Who You Are, loro ottavo album, è quella di quanto questi quattro ragazzi ancora sappiano confezionare perle di old-pop californiano unendo ingredienti risaputissimi, eppure trovando un tocco personale che sta pian piano diventando un piccolo marchio di fabbrica. Faranno meno scena di altre band per orecchie meno allenate, ma chi ha nel cuore certe costruzioni di sopraffino power-pop troverà quasi geniali brani come Cold To See Clear, un muro di chitarre e voci decisamente anni 90 che suona ancora fresco, come anche le aperture alt-country alla Jayhwaks più poppettari di Believe You’re Mine,o  il bel rock urbano di Friend Hospital che pare il risultato di una session tra Johnny Marr e Jesse Malin (che potrebbe anche essere l’autore anche della title-track volendo). Il disco in genere ha una quadratura decisamente listener-friendly, quasi un tocco radiofonico nel suo indugiare più del loro solito su melodie (rinforzate anche dalle voci di Ken Stringfellow e Dan Wilson dei Semisonic), persino quando il ritmo accelera come in New Bird o quando si lambisce il jingle-jangle rock in una Out Of Dark impreziosita dai fiati o in una quasi easy-listening Rushing. Animal invece sembra un brano di un qualsiasi cantautore di Austin, con acustiche ed elettriche che inseguono la musica roots. Un cambio di rotta che testimonia ed elegge i  Nada Surf a ultimi paladini di underground-rock che fa tesoro di lezioni inglesi e americane in egual misura, una sorta di incrocio finale di tutta la storia del rock indipendente, quello che cerca la canzone e non la sperimentazione fine a sé stessa, e spesso la trova ancora. E in un era in cui escono miriadi di dischi dove le canzoni con la C maiuscola sono al massimo 2 o 3 se va bene, comincia ad essere un merito non da poco. Per nostalgici, ma anche per chi ancora crede in un futuro di questo rock essenziale.


Nicola Gervasini

mercoledì 12 ottobre 2016

DAVID BOWIE IS

Sarebbe stato facile allestire una mostra come David Bowie Is all’indomani della sua improvvisa morte, avvenuta il 10 gennaio scorso. L’agiografia del personaggio, spinta molto oltre il mero discorso artistico, è evidente, quasi da esaltazione postuma, ma l’esposizione (in scena al MAMbo di Bologna ancora fino al 13 novembre 2016) è stata in verità ideata nel 2013 da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh, e, ad oggi, è già transitata in altre otto città mondiali. Il concept è semplice ed efficace: non potendo rappresentare al meglio la sua musica, si è scelto di illustrare “lo stile Bowie”, rivisitato attraverso una pittoresca storia dei suo abiti di scena e dei tanti personaggi interpretati dal signor David Jones (questo il suo vero nome ) sul palco, in televisione e al cinema. Per quest’ultimo è presente una vera e propria riproduzione di sala cinematografica con in onda spezzoni dai suoi film più famosi, dall’Uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg a The Prestige di Cristopher Nolan, teatro compreso. Più che i musicisti,  a parlare di lui in questa mostra sono soprattutto gli stilisti che lo hanno vestito, e che con lui hanno contribuito a creare un vasto catalogo di icone rock, imitate da mille artisti in ogni epoca. Il pregio della rassegna è proprio quello di introdurre qualunque visitatore (anche chi non ne conosce approfonditamente storia e musica) nel mondo di un entusiasta e instancabile creatore d’arte e idee. Bowie ha fatto di tutto e tutto sempre bene, sbagliando a volte, ma riuscendo poi sempre ad arrivare dove voleva. Il ritratto che ne esce  è quello di un uomo assolutamente non manipolabile, una spugna di mille influenze che nessuno è stato in grado di strizzare senza la sua consapevole direzione. Ha venduto anche tanto, ma sempre come ha voluto lui, con il vestito che aveva in mente, e con il suono preciso che cercava in quel momento. Particolare enfasi la mostra pone sugli esordi, sull’era Ziggy Stardust e sull’esilio berlinese, in un tripudio multimediatico di video, musica, abiti e reperti storici come testi scritti a mano, i synth utilizzati da Brian Eno, e tante altre curiosità che tengono impegnati per due ore buone senza mai avere la sensazione di vuoto. Ad esaltare l’unico grande artista che ha dimostrato che la forma conta quanto il contenuto.


Nicola Gervasini

mercoledì 5 ottobre 2016

ANDRE WILLIAMS

Abbiamo già parlato in passato di Andre Williams su queste pagine, ma è bene ricapitolare. Ottant'anni da compiere il prossimo 1 novembre, Williams conobbe una brevissima stagione di successi tra il 1955 e il 1957, quando finì in classifica con brani come Bacon Fat, Jail Bait o Greasy Chicken, piccoli classici su cui hanno studiato generazioni di artisti a New Orleans, da Dr. John fino a Willy DeVille. Poi però la sua storia parla di un unico ritorno discografico nel 1966 (il brano era Cadillac Jack), e quindi l'oblio. Negli anni Ottanta, finiti anche i soldi delle royalties per aver messo la penna nel successo Shake Your Tailfeather (cantata, tra i tanti, anche da Ray Charles nel film The Blues Brothers), Williams fece vita da barbone, alcoolizzato, drogato, e come tanti altri suoi coetanei, dimenticato da un era in cui la sua musica non poteva essere più di moda. 

Benedetti furono gli anni Novanta e un certo rilancio del gusto blues e del soul old-style, se è vero che dal 1990 ad oggi Williams ha ripreso a pubblicare con regolarità. Della freschezza blues-pop di gioventù resta ben poco, con una voce affaticata e usata quasi sempre più per parlare che per cantare, Williams ha abbracciato uno stile di blues infernale che ben si adatta alle sue esigue possibilità. Da recuperare anche le sue collaborazioni con i Sadies (Red Dirt del 1999 e Night & Day del 2012). Di Hoods and Shades nel 2012 avevamo parlato storcendo un po' il naso, ma sebbene oggi nel mondo new soul si possa trovare molto di meglio in termini di black music, questo I Wanna Go Back to Detroit City riesce a tratti ad attirare l'attenzione. Lo fa recuperando spirito, suoni e temi di una città ormai ridotta in macerie e povertà a seguito di un decadimento industriale che ha radici profonde e lontane, ma che proprio grazie alla forte rabbia da sfogare dei suoi cittadini, ha rappresentato da sempre un polo musicale importante e volto sempre ad una musica sporca ed energica, sia nel blues e nel soul (è nata qui la Motown Records), che nel rock classico (pensate a Bob Seger e Grand Funk Railroad), fino ad arrivare agli Stooges di Iggy Pop e agli MC5. 

La title-track iniziale è una sorta di programmatico annuncio di amore per il clima malsano della città, ma nel disco è davvero notevole l'ideale seguito di Detroit (I'm So Glad I Stayed), che in poco più di quattro minuti riassume anche ironicamente (Sono un Democratico con attitudini repubblicane declama l'incipit del brano) tutto il perché dell'amore/odio per una realtà ormai degna di un film apocalittico. Ben prodotto da Matthew Smith, il disco si avvale della esperta chitarra di Dennis Coffey, vecchio house-guitarist della Motown, che con il suo tocco infonde il giusto ritmo funky a brani come Times o al giro rock di What Now?. A volte si gira a vuoto (Mississippi Sue, o l'inutile strumentale finale) o dilata troppo brani come Hall Of Fame, più di cinque minuti di ironico e tagliente spoken sulle nomination del rock storico, mentre altrove si va sul sicuro con vecchi giri blues (Meet Me At The Graveyard e I Don't Like You No More). Comunque consigliato.

martedì 27 settembre 2016

MICHAEL KIWANUKA

Michael Kiwanuka 
Love & Hate
[
Interscope/Polydor 
2016]
www.michaelkiwanuka.com File Under: new soul 2.0

di Nicola Gervasini (01/08/2016)
Si potrebbe dire che il capitolo secondo di Michael Kiwanuka potrebbe anche equivalere all'inizio dell'era "New Soul 2.0". Che è come dire che il recupero del vecchio soul avvenuto negli anni zero passa ad una nuova fase, che non è non sarà mai "nuovo", ma semplicemente riadattamento revivalistico di un altro tipo di vecchio. Il giovane artista londinese aveva già fatto parlare di sé con l'esordio Home Again del 2012, disco che ha anche venduto bene, ma che non ha avuto seguito per ben quattro anni, fino a questo Love & Hate. Anni spesi bene insieme al produttore Danger Mouse, forse uno dei pochi rimasti sulla piazza capace di coniugare modernità e vendibilità con la qualità.

E se al suo esordio Kiwanuka era sembrato solo uno dei tanti nuovi adepti del culto del soul classico con una insana passione per lo smooth-soul alla Smokey Robinson, qui si comincia già a sentire un autore e un artista un gradino sopra la media. Basterebbero anche soltanto i dieci minuti di apertura di Cold Little heart, emozionante crescendo in chiave soul barocca che riesce in un colpo solo a sintetizzare tutta la black music classica con l'indie-folk degli anni 2000. L'album ha una intensità e una qualità di scrittura davvero notevole, e forse il passo in più che manca è l'introduzione di un po' più di ritmo, una spruzzata funky che gioverebbe ancor maggiormente al suo cocktail, visto che il singolo orgogliosamente antirazzista Black Man in a White World rinverdisce i fasti polemici di Marvin Gaye e Curtis Mayfield, ma non basta a dare vigore all'insieme. In ogni caso dal punto di vista emotivo il disco non ha quasi mai punti morti, e gli omaggi al Philly Sound di Falling e della title-track si imprimono nella mente fin dal primo ascolto.

Da notare anche un deciso miglioramento nell'uso della voce, che dall'attenta e precisa maniera del primo album, sta assumendo un tono personale e riconoscibile. Tra i suoni volutamente retrò di One More Night(niente che non abbia già fatto Lenny Kravitz negli anni novanta in ogni caso), ballate pianistiche un po' furbe che cercano il sound di Bill Withers (I'll Never Love) si giunge al convincente wall of sound di Rule The World, dove cori, violini e un memorabile assolo finale del chitarrista Miles James regalano uno dei momenti più epici del disco. Finale con la lunga Father's Child (anche qui con sezione d'archi strabordante) e una The Final Frame che fa l'occhiolino a Easy dei Commodores di Lionel Richie, giusto per chiudere il cerchio delle influenze più evidenti.

Ottima conferma di un artista che sta dalla parte di quelli che riscrivono con intelligenza e vero talento.

martedì 13 settembre 2016

RED HOT CHILI PEPPERS

Il percorso dei Red Hot Chili Peppers somiglia sempre più a quello dei R.E.M.: anni ottanta fatti di solida gavetta undergound, anni novanta fatti di successi e grandi vendite, anni duemila caratterizzati da una lenta ma inesorabile perdita di creatività e mordente. Michael Stipe e soci hanno avuto il coraggio di fermarsi (per sempre?), Anthony Kiedis, Flea e compagni invece tengono duro, e dopo l’insuccesso dello spento I’m With You del 2011, con The Getaway (Warner Bros.) provano a dare un senso al loro futuro. Archiviato dopo 25 anni il produttore Rick Rubin, i quattro si sono affidati al modernista Danger Mouse per un disco che fin da subito sa di “adesso proviamo a fare qualcosa di diverso”. Missione riuscita a metà, perché se è vero che il disco è sicuramente il più interessante dai tempi di Californication, manca però l’obiettivo di definire una nuova direzione, finendo a riproporre schemi risaputi scontentando tutti. C’è il funky (la quasi disco Go Robot ad esempio), ma non è travolgente come un tempo, c’è il pop (The Longest Wave) ma non è più così vendibile, ci sono ancora rari sprazzi di rock (Detroit), e c’è anche altro (l’accoppiata inziale The Getaway/Dark Necessities mette insieme un po’ tutte le loro anime) che sa forse di esperimenti del momento. Il presente li vede ancora degni di attenzione, ma sul loro futuro restano ancora parecchie nubi nere.


Nicola Gervasini

giovedì 1 settembre 2016

ZUCCHERO

I quotidiani italiani continuano imperterriti a chiamarlo ”blues”, ma sappiamo bene che ciò che Zucchero propone ormai da più di 30 anni è Pop italiano, appena sporcato di un Soul certo non originalissimo. Non c’è una sua canzone che non sia, se non proprio plagiata, perlomeno “ispirata” da altro brano, sia esso un classico della Black Music o uno qualsiasi dei tanti brani presi in prestito da Joe Cocker; eppure il nuovo album Black Cat (Universal) merita una riflessione. Se perfino Bob Dylan o i Led Zeppelin rubavano a tutti per rendere oro quello che prima era argento, Zucchero finisce sempre per offrire un prodotto per certi versi superiore alla media italiana. Magari non nei testi, ancora legati a quell’infantile bisogno di liberazione sessuale e trasgressione anti-clericale che è tipico del mondo emiliano, o capaci di rime quantomeno discutibili (Ora fai come fanno i raga. E credi d'essere Lady Gaga), quanto nella produzione di suoni e melodie che sono ormai un vero e proprio marchio di fabbrica. Facile quando hai Mark Knopfler in session e tre produttori come Don Was, T-Bone Burnett e Brendan O’Brien, che per chi mastica musica americana sono come dire il massimo possibile, ma resta il fatto che la farina del suo sacco si riconosce sempre, e che i suoi album insegnano a tutti la nobile e ormai ovunque perduta arte di cercare la perfezione senza perdere feeling e groove.

Nicola Gervasini

mercoledì 17 agosto 2016

DUSTY SPRINGFIELD

Dusty Springfield 
Come for a Dream: The U.K. Sessions 1970-1971
[Real Gone/ IRD 2015]

www.realgonemusic.com
File Under: Lost gems
di Nicola Gervasini (27/02/2016)
La storia raccontata da Come for a Dream- The U.K. Sessions 1970-1971, pubblicazione d'archivio di Dusty Springfield, è quella di politiche discografiche oggi ormai non più esistenti e immaginabili. Nel 2016 si registra e si pubblica tutto, in qualunque modo o canale. Nel 1970 invece una grande etichetta come l'Atlantic poteva anche permettersi di impegnare una nuova gallina dalle uova d'oro come la Springfield, fresca del successo di album come "Dusty in Memphis" e "From Dusty With Love", in una lunga serie di session, rigettando però gli album presentati. La storia dice infatti che la sua carriera fu pesantemente segnata dalla pausa imposta dalla grande major, che solo nel 1972 pubblicò l'album "See All Her Faces", unendo brani provenienti da diverse sessions e pubblicandolo solo in Inghilterra, condannando così il disco all'insuccesso e all'oblio.

Già lo scorso anno era uscito Faithful, album presentato dalla Springfield nel 1971, ma mai pubblicato, e per più di vent'anni erroneamente ritenuto perduto in un incendio. Ora questa nuova raccolta cerca di fare ulteriore ordine, pubblicando interamente le incisioni realizzate a Londra in un lungo arco di tempo che va dall'8 giugno del 1970 al 19 novembre 1971. Alcuni di questi brani erano già stati recuperati dalle pubblicazioni successive, altri vennero poi manipolati come bonus track di alcune raccolte e riedizioni in cd, ma molti risultavano ad oggi ancora inediti. Regina del soul bianco per una breve stagione, la Springfield nel 1970 portava avanti quella sua visione "poppish" della musica nera che ancora oggi (come allora) ha molte adepte (pensate a Joss Stone ad esempio). Ma quando per gli studi si aggirano produttori come Tom Dowd, Jerry Wexler o Arif Mardin si ha la garanzia che non tutto si risolverà in un pop levigato e insulso. Prendete ad esempio la cover di I Wasn't Born To Follow, immancabile passaggio attraverso il songbook di Carole King, dove alla doverosa estetizzazione della melodia fa da contraltare una slide-guitar decisamente southern-oriented, segno di una decisa apertura ai nuovi sound imperanti nei primi anni settanta.

La linea però appare non chiara proprio per i troppi interessi dimostrati e i troppi produttori coinvolti, non sempre allineati sulla strada da intraprendere. E così per una sentita ma decisamente pomposa versione di Yesterday When i Was Young di Charles Aznavour, abbiamo una delle tante versioni esistenti di A Song For You di Leon Russell, per passare alla musica brasiliana con Come For A Dream, un brano di Antonio Carlos Jobim. E si può immaginare quindi che il pubblico potesse essere confuso da una artista che passava dall'easy-soul in stile Supremes di Girls It Ain't Easy a pezzi fortemente rock-oriented come Crumbs Off The Table (scritta da Scherrie Payne, sorella minore della più nota Freda, e che successivamente sarà lead singer di una edizione post Diana Ross proprio delle Supremes).

Qualche eccesso di eleganza, ma anche classe a profusione: la raccolta evidenzia una valida interprete che stava già perdendo il treno per confermare il successo, ma che forse è stata archiviata troppo in fretta da un'industria che ai tempi non ammetteva passi falsi.

martedì 19 luglio 2016

DIRK HAMILTON

Dirk Hamilton 
Touch and Go
[Acoustic Rock/ IRD 2016
]
www.dirkhamilton.com
 File Under: beautiful losers are still alive
di Nicola Gervasini (28/06/2016)
Facciamo un discorso un po' scomodo: ci siamo mai chiesti "noi che ascoltiamo quelli che nessuno ascolta" se poi sia davvero solo un ingiustizia che gente come Willie Nile, Steve Forbert o Elliott Murphy (giusto per citare "losers" noti a tutti i nostri fedeli lettori) abbiano dovuto faticare per portare avanti le proprie carriere, vissute all'ombra del mondo discografico che conta (ma un'occasione per tutti c'è comunque stata)? Era davvero tutto oro che cola nel fango di un ingiusto oblio? Prendiamo il caso Dirk Hamilton: esordi su major, primi album bene, con cura negli arrangiamenti, "pensati". I suoi primi 4 album restano da avere, non si discute. Ma poi? L'apartheid discografico degli anni 80, la salvezza trovata in Italia grazie a Franco Ratti e la sua Appaloosa Records, e un ripresa discografica che fino ad oggi forse solo con l'ottimo Sufferupachuckle del 1996 ha veramente ritrovato lo smalto e la brillantezza dei primi anni.

Colpa solo del fatto che è stato dimenticato ed emarginato dunque se i suoi dischi hanno sempre lamentato grosse pecche produttive ed evidenti cali di ispirazione? In fondo, a ben vedere, a lui una nuova Billboard on the Moon non è più uscita. O non è forse vero che Hamilton, come anche i suoi colleghi, si sia un po' arreso all'evidenza di una grande carriera naufragata sul nascere, contando però sul suo piccolo ma duraturo zoccolo di fans ai quali basta anche solo il fatto che si faccia vivo, per sentirsi parte di una setta carbonara per pochi adepti. Sono proprio loro i primi a non richiedergli nuovi slanci creativi, ad accontentarsi sempre in nome dell'epica della resistenza del Loser contro i cattivoni dell'industria discografica. Arriviamo dunque a Touch and Go: la bella notizia per i fans è che si tratta senza dubbio del suo miglior disco da 20 anni a questa parte, appunto da quel Sufferupachuckle di cui pare fin da subito l'ideale seguito per suoni, stile e tipo di canzoni.

La brutta notizia è nella frase precedente: Hamilton si è solo impegnato di più in fase realizzativa, ha selezionato bene le canzoni, ma non c'è ancora nulla qui che possa cambiare la sua storia, né tanto meno rilanciarlo. Ma, quel che è peggio, neppur incuriosire troppo le nuove generazioni di cantautori e i loro pochi giovani seguaci. Quello che sentiamo è ancora quel suo essere un po' un Van Morrison più ironico e stralunato, che mischia folk, soul e ogni tanto qualche ritmo caraibico. Mix vecchio, ma sempre godibile quando serve a tirar fuori pezzi come Head On The Neck o ballate soulful come la title-track, o quando finalmente si risente la sua penna ritrovare la vena satirica che più gli era congeniale (Build A Submarine).

Prodotto praticamente in presa diretta, live in studio da Rob Laufer (artista solista più conosciuto come chitarrista per Fiona Apple, Frank Black e versione recente dei Cheap Trick), Touch and Go è un disco che merita attenzione brano per brano (non ne abbiamo lo spazio qui ora…), e lo si può salutare anche come un gradito ritorno alla forma. Ma contate che sto sempre rivolgendomi solo a voi che già del buon vecchio Dirk conoscete vita e miracoli.

mercoledì 13 luglio 2016

RONNIE SPECTOR

Ronnie Spector 
English Heart
[Caroline/ Universal 2016
]
www.ronniespector.com
 File Under: Be My Popsinger

di Nicola Gervasini (02/06/2016)
Non deve essere stato facile per Ronnie Spector diventare un'icona del pop e un simbolo di un'era, senza che poi davvero qualcuno abbia mai creduto nel suo talento. Veronica Yvette Bennett deve il suo mito ad una serie di fortunati singoli con le Ronettes (Be My Baby e Baby I Love You i più celebri), e al fatto di essere poi diventata Ronnie Spector quando ha sposato il deus ex machina di tanto successo, il tumultuoso produttore Phil Spector. La loro storia fa gara con quella tra Ike e Tina Turner per numero di soprusi e vessazioni, ma mentre Tina ha comunque saputo gestire il suo talento anche da sola, Ronnie si è persa un po' nel nulla. L'unico tentativo di darle una propria carriera strutturata è stato l'album Siren del 1980, per il quale le assemblarono una band in linea con i tempi composta da membri dei Mink Deville, degli Heartbreakers di Johnny Thunders e dei Dead Boys, e nel quale affrontava anche un brano dei Ramones a ringraziamento per aver rimandato in classifica una nuova versione della sua Baby I Love You (Joey Ramone produrrà poi un suo EP del 1999).

Da allora solo tre album, quasi sempre improntati ad un revival esclusivamente dedicato ai nostalgici. Esattamente quello che fa anche questo English Heart, piccolo bigino di pop britannico degli anni 60, in cui Ronnie canta ancora alla grande con la sua voce inconfondibile, e la produzione trova un discreto compromesso tra suoni vintage e gusto moderno. Dove però, ancora una volta, la Spector conferma di essere interprete poco capace di rigenerarsi, intenta come la troviamo ad affrontare brani che avrebbe cantato anche 50 anni fa allo stesso modo. L'operazione ricorda molto quella di Bettye LaVette del 2010 (Interpretations: The British Rock Songbook), e lo spunto d'interesse nella scelta dei brani arriva dalla versione al femminile di un brano minorissimo e dimenticato dei primi Rolling Stones (I'd Much Rather Be With the Girls, firmata nel 1964 dal solo Keith Richards con il produttore Andrew Loog Oldham proprio per darla a Ronnie, che però non la registrò). E' qui il senso di molte scelte, cioè far rivivere brani meno noti di grandi nomi: dal catalogo Beatles ad esempio pesca e I'll Follow The Sun, scritta da Paul McCartney a sedici anni, e pubblicata come riempitivo di BeatlesFOR SALE, mentre Because è una b-side dei Dave Clark Five.

Quando va su terreni più celebri, lo fa a volte con arrangiamenti coraggiosi (Tired Of Waiting dei Kinks), con grande trasporto e sentimento (l'ottima versione di How Can You Mend A Broken Heart dei Bee Gees) o con semplice rispetto (Don't Let The Sun Catch You Crying dei Gerry And The Pacemakers). Per il resto la scaletta prevede anche Girl Don't Come di Sandie Shaw, You've Got Your Troubles dei Fortunes, Tell Her No dal primo album degli Zombies, Don't let me Be Misunderstood degli Animals e Oh Me Oh My (I'm A Fool For You Baby)di Lulu. Godibile e ben fatto, quanto assolutamente inutile e ricattatorio: provateci voi a dire che non vi piace senza incappare in peccato di vilipendio verso tutto ciò che ha plasmato la canzone pop che più amate.

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...