giovedì 9 marzo 2017

MICHAEL CHAPMAN

Michael Chapman 
50
[Paradise of Bachelors/ Goodfellas 
2017]
www.michaelchapman.co.uk
File Under: I'm afraid of Americans 

di Nicola Gervasini (26/01/2017)
Nel 1973, all'indomani di due album acclamati dalla critica come nuove pietre miliari del cantautorato di marca brit-folk, il britannico Allan Taylor volò negli Stati Uniti per registrare The American Album, un disco concepito a Nashville con musicisti locali. Inutile dire che l'esito di consensi in patria fu disastroso, e che il povero Taylor dovette ritornare sui suoi passi tradizionali in gran fretta. Era quello un disco non perfetto forse, ma davvero lungimirante, perché da molto tempo la stessa strada pare essere battuta anche da molti suoi esimi colleghi. Pensate al Richard Thompson di Electric che si fa produrre sempre a Nashville da Buddy Miller, o pensiamo da oggi anche a questo 50 di Michael Chapman (il riferimento è agli anni di carriera da poco raggiunti).

Uno che nelle interviste, presentando il disco proprio come il personale "American Album", afferma che "da sempre ogni musicista inglese sogna di registrare in America con musicisti americani, esattamente come ogni americano vorrebbe fare un disco ad Abbey Road". 50 in verità è stato registrato in Inghilterra, ma ad aiutarlo in veste di produttore e musicista è stato il giovane yankee-folker Steve Gunn, che gli ha messo a disposizione una band di validi e giovani artisti della propria etichetta. Un tocco di vitalità per un vecchio folker dimenticato un po' da tutti, nonostante l'accoppiata di album Rainmaker (1969) e Fully Qualified Survivor (1970) sia dalle parti del capolavoro, e nonostante tutta la sua produzione degli anni Settanta sia assolutamente da riscoprire e alquanto vicina alla filosofia di John Martyn in termini di commistione di tradizione e suoni e melodie rock. Per chi volesse scoprire quanto sia stato un chitarrista acustico di primissimo livello possiamo consigliare il precedente Fish del 2015 (interamente strumentale) o la raccolta Trainsong: Guitar Compositions 1967-2010 che già segnalammo su queste pagine qualche anno fa.

Ma per chi oggi si esalta tanto per l'avvento di Ryley Walker (noi per primi, come potete evincere dai nostri Poll 2016) o dello stesso Steve Gunn, è obbligatorio provare ad ascoltare questo nuovo album. Composto da brani nuovissimi e da qualche ripescaggio dei suoi vecchi album rinfrescato per l'occasione, il disco offre un sound elettro-acustico che esalta alla perfezione la tecnica di Chapman, ma anche la sua voce, che col tempo ha acquisito ancora più profondità. L'intenzione è quella di dare una visione dell'America di oggi vista da oltremanica, dove anche un brano pessimista e apocalittico come Memphis In Winter (già pubblicato nel 1999 nell'album The Twisted Road) torna di straordinaria attualità, oppure la spietata analisi dei disastri della finanza di Money Trouble. Qui l'America che Trump vorrebbe salvare chiudendosi a riccio nella propria autarchia è una bomba già esplosa economicamente nel 2008, che nessuna amministrazione, buona o cattiva che sia, potrà salvare dal declino.

Una visione velata dello stesso ironico cinismo e sarcastico pessimismo del giovane Dylan che lui stesso cita apertamente nell'apertura di A Spanish Incident (Ramon and Durango). Felici che 50 riporti in auge un artista che ha ancora molto da insegnare; per sapere se poi ha davvero ragione su tutto, ne riparliamo magari fra quattro anni.

lunedì 6 marzo 2017

CARL BROEMEL

Carl Broemel 
4th of July
[
Stocks in Asia/ Goodfellas 
2017]
www.carlbroemel.com
File Under: My Morning Pedal Steel

di Nicola Gervasini (24/01/2017)
Il futuro dei My Morning Jacket è tutto da scrivere, con un Jim James impegnato a far decollare una carriera solista che non decolla, e una produzione ormai saltuaria che continua a scontentare un po' tutti. Aggregato alla band nel 2005 per riempire ulteriormente il suono dell'album Z, ormai lontano ultimo titolo davvero consigliabile del combo di Louisville, Carl Broemel è stato anche protagonista nei tre dischi successivi (Evil Urges del 2008, Circuital del 2011 e The Waterfall del 2015), garantendo al sound della band di non perdersi completamente nei modernismi cercati da James, grazie alle sue inconfondibili chitarre acustiche e pedal-steel.

Broemel nel frattempo si è mosso anche per conto suo, pubblicando già nel 2010 un album solista che dava seguito al suo esordio del 2004, pubblicato quando ancora militava in band minori come gli Old Pike. Ma è con questo 4th of July che in qualche modo cerca di rassicurare tutti sul fatto che finché c'è lui, i My Morning Jacket non perderanno mai quell'anima "roots" che tanto pesava nei loro esordi. Il disco infatti riunisce le anime di folk tradizionale (Sleepy Lagoon), gli sperimentalismi del gruppo (la lunga title-track) e una ispirazione da indie-folker (Snowflake) in un colpo solo. Interessante, se non fosse che al momento sull'argomento esistono "competitors" ben più incisivi come Ryley Walker o Steve Gunn, giusto per citarne due. Ma è indubbio che il disco serva a riconciliarsi anche con il mondo di Jim James, echeggiato e, se vogliamo, anche proprio imitato, nella bella ballata Landing Gear, che altro non è che il brano che tanto vorremmo risentire dai My Morning Jacket.

Nulla è perduto però, si sa che prima o poi gli artisti tornano sui loro passi, se scoprono che il loro peregrinare in cerca di nuove inspirazioni non sta portando a nulla. E questo 4th of July sarà qui per questo, a ricordare che magari si può ripartire anche da una "simple-silly-song" come In The Dark o anche solo dallo strumentale acustico tutto fingerpicking di Crawlspace per ricostruire quel fantastico "wall of sound" di Americana e psichedelìa varia che avevamo apprezzato ai tempi del monumentale live Okonokos del 2006, dove Broemel fungeva addirittura anche da sassofonista. Qui il sassofono lo tira fuori dalla custodia solo nella finale Best Of, un brano che ci riporta ai tempi di Al Stewart grazie ad un ritornello tenuamente "poppish" e un sound sinuoso e quasi radiofonico. Non basta a fare di 4th of July un disco davvero importante, ma è sufficiente per passare 40 minuti in compagnia di un ottimo musicista.

mercoledì 1 marzo 2017

DR JOHN

Autori Vari 
The Musical Mojo of Dr. John. Celebrating 
Mac and His Music
[Verve/ Universal 2016]

www.nitetripper.com

 File Under: The Night Tripper Celebration

di Nicola Gervasini (12/01/2017)


Il ritmo magari non è più quello di un tempo, ma in epoca di crepuscolo del classic-rock la moda dei tribute-records non sembra conoscere crisi. Il prode Malcolm John "Mac" Rebennack, a voi tutti noto come Dr John (nonostante lui a inizio carriera avrebbe volute essere ricordato come The Night Tripper), ancora non aveva goduto di un simile onore, e visto che nessuno sembrava muoversi in tal senso, si è auto-organizzato un concerto autocelebrativo. Peccato non certo veniale per un artista ormai fondamentale per la musica di New Orleans e non solo, ammesso alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2011, e ancora artisticamente vivissimo, se è vero che in questi anni dieci ha prodotto titoli belli e moderni come Tribal (2010) e Locked Down (2012).

Più che di tributo quindi, possiamo parlare di riepilogo di una eredità che resterà sempre imponente. Prodotto e sponsorizzato dal CEO della sua agenzia artistica Keith Wortman (la Blackbird, a cui è stata affidata anche l'organizzazione del mega-tour EVENTO per i 40 anni di The Last Waltz della Band, in partenza proprio in questi giorni), il prodotto prevede due cd e il DVD (o BlueRay se preferite) della serata. Star dell'occasione sono un rispettoso Bruce Springsteen, che duetta con il Dottore in Right Place Wrong Time, un John Fogerty che paga il suo forte debito con la musica del Delta in New Orleans, ma anche altri personaggi della musica roots che hanno impreziosito il menu con splendide (complimenti alla Blow Wind Blow di Jason Isbell), o comunque azzeccate (Back by the River di Ryan Bingham) interpretazioni.

Per il resto la parata prevede un sacco di amici di sempre (i vari componenti della famiglia Neville, George Porter Jr, Irma Thomas, Big Chief Monk Boudreaux, Terence Blanchard e altri), evidenti ammiratori della sua arte come Chuck Leavell, Anders Osborne, Warren Haynes o i Widespread Panic, o presenze sempre gradite come la gran voce di Mavis Staples. Singolare però che la chiusura del concerto John abbia voluto Sarah Morrow, una giovane e avvenente trombonista che lo segue nei suoi due più riconosciuti classici, Such a Night e I Walked on Guilded Splinters. Facile che immaginiate quindi il livello alto della serata, a noi solo il compito di confermare che la registrazione è degna dell'artista "tributato" e soprattutto non si respira mai quell'aria di fastidiosa dovuta presenza per ragioni contrattuali che spesso attanaglia molti tribute-record REGISTRATIin studio.

Per il resto non sto neanche più a dire che spero il disco serva ad incuriosire qualcuno a riscoprire il catalogo del Dottore, uno che ha avuto in carriera alti imponenti e bassi comunque sempre accettabili: so benissimo che voi che comprerete questo album già conoscete le sue canzoni, mentre per i neofiti magari consiglio prima una buona ed esaustiva raccolta. Che il Voodoo ce lo conservi.

:: La scaletta

DISC 1
Right Place Wrong Time - Dr. John and Bruce Springsteen )
Blow Wind Blow - Jason Isbell
My Indian Red - Cyril Neville
Somebody Changed the Lock - Anders Osborne and Bill Kreutzmann
Please Send Me Someone to Love - Dr. John, Aaron Neville and Charles Neville
Junko Partner - George Porter Jr. and Zigaboo Modeliste
Since I Fell for You - Irma Thomas
Stack-A-Lee - Tab Benoit
Life - Allen Toussaint
Street People - Shannon McNally
Goodnight Irene - Dave Malone
Big Chief - Big Chief Monk Boudreaux

DISC 2
Familiar Reality - Widespread Panic
You Lie - Warren Haynes
Traveling Mood - Chuck Leavell
Back by the River - Ryan Bingham
Let's Make a Better World - John Boutté
Lay My Burden Down - Mavis Staples
New Orleans - John Fogerty
COME RAIN ORCome Shine - Dr. John and Terence Blanchard
I Walk on Guilded Splinters - Dr. John and Sarah Morrow
Such a Night - Dr. John and Sarah Morrow

sabato 25 febbraio 2017

JOHN GORKA

John Gorka 
Before Beginning: The Unreleased I Know 

[Blue Chalk/Red House/IRD 2016]
www.johngorka.com
File Under: The Old New Nashville
di Nicola Gervasini (06/01/2017)
John Gorka non è mai stato troppo amato dai cultori di musica americana italiani, comprese forse anche le nostre pagine. I suoi toni pacati, di scuola James Taylor, lo hanno portato spesso, forse troppo spesso, a produzioni eleganti e formalmente ineccepibili, quanto anche leggermente fredde, quando non proprio noiose. A 30 anni circa dal suo esordio, i meriti del suo songwriting sono comunque riconosciuti, probabilmente perché la presenza di qualche valido seguace la si registra anche negli ultimi anni (uno su tutti: Amos Lee). Alla sua discografia è mancato sicuramente il breakthrough-record da portare nel cuore, persino negli anni 90, quando il suo nome comunque girava spesso tra gli adepti del folk, ma se dovessi consigliare una partenza per neofiti indicherei Out of The Valley del 1994 come l'album della maturità.

I suoi esordi con I Know del 1987 e il più celebrato Land of The Bottom Line del 1990 soffrivano ancora di una produzione un po'troppo studiata e più pop-oriented, la stessa che ritroviamo ad esempio nei dischi di Suzanne Vega e Shawn Colvin del periodo. Ma su I Know ora ci svelano un segreto: quello che già conosciamo fu la ri-registrazione di un album in verità già confezionato a Nashville con il produttore Jim Rooney (collaboratore stretto di Nanci Griffith, John Prine e Townes VanZandt), e pronto alla pubblicazione già nel 1985. E basta ascoltare questo Before Beginning: The Unreleased I Know[Nashville, 1985] per capire cosa è successo: il disco, registrato con uno stuolo di scafati session-men di Nashville, e impreziosito dalle voci di Shawn Colvin e Lucy Kaplansky, ha un bellissimo suono elettro-acustico che nel 1985 rappresentava davvero una rivoluzione, quanto però esattamente l'antitesi di quello che la country-music stava proponendo in quegli anni, in cui anche artisti come Emmylou Harris o Willie Nelson avevano provato ad aggiornare il proprio suono.

Per cui è logico pensare che per l'esordio, datato poi 1987, la casa discografica pretendesse suoni più moderni. Anche perché nel 1985 il mercato di queste canzoni era ancora relegato al solo giro della country-music, ma nel 1986 uscirono tutti in una volta gli esordi di Lyle Lovett, Steve Earle e Dwight Yoakam, e già l'anno successivo il mercato si era aperto ad un pubblico più rock-oriented. I Know, in questa prima versione, ha invece un suono molto variopinto, con fiati (nella title-track), violini (Out Of My Mind), sonorità che richiamano addirittura il New-York sound del Billy Joel di fine anni settanta (Downtown Tonight), oltre che un pugno delle sue inconfondibili ballate acustiche, tra cui spicca la splendida Geza's Wailing Ways. Viene quasi da pensare che probabilmente anche il resto della sua carriera sarebbe potuta essere leggermente diversa se I Know fosse uscito così, con questo sound già maturo, e che potremmo anche vedere come precursore del lato più soft e intimo del Ryan Adams che verrà. Invece Gorka sarà instradato verso lidi più auto-condiscendenti e di compromesso, facendo della semplicità una virtù invero non sempre così vincente.

Lo consiglio a chi non è mai andato troppo d'accordo con la sua produzione, ci troverete lo stesso artista leggero e sensibile di oggi, ma con tante idee in testa in più.

martedì 21 febbraio 2017

ROLLING STONES

Vederli invecchiare con dignità: è questo il sogno nascosto di ogni fan dei Rolling Stones. Magari seduti sulla più classica delle sedie a dondolo, in veranda, intonando vecchi blues con il poco fiato rimasto in gola. Le cose non stanno andando esattamente così: di fiato i quattro baldi vecchietti ne hanno ancora da vendere, ed è per questo che, anche se hanno ormai smesso da più di dieci anni di produrre nuove canzoni, ancora non sono finiti i faraonici greatest-hits tour a uso e consumo delle grandi masse. Ma le sedie sulla veranda non dondolano a vuoto: per tre giorni, alla fine del 2015, i quattro le hanno occupate per registrare nei British Grove Studios (il proprietario è Mark Knopfler) un piccolo revival-set di pezzi blues, e hanno pubblicato il tutto senza aggiunte nel nuovo album Blue And Lonesome (Polydor). Il rischio di una baracconata di fine carriera era alto, magari con una kermesse di ospiti inutili e una scaletta fatta di classici abusati e iper-noti.  Invece i quattro si sono fatti aiutare solo dagli amici più fidati (il produttore è sempre Don Was, e come al solito ci sono Darryl Jones al basso e Chuck Leavell al piano), e da un Eric Clapton presente giusto perché stava registrando nello studio accanto, e pareva brutto non invitarlo. E la scaletta è fatta di pezzi per veri intenditori del settore, con brani di Willie Dixon (ben due a chiusura del tutto, tra cui una devastante I Can’t Quit You Baby), Magic Sam (All Of Your Love, una delle sorprese migliori dell’album), Little Walter (I Gotta Go e Hate To See You Go), Memphis Slim (sua la title-track) e altri. Che sono poi quelle stesse canzoni che il giovanissimo Jagger portava sotto braccio nella stazione di Dartford quel  fatidico giorno del 1960, quando incontrò nuovamente il vecchio compagno di scuola Keith Richards, e insieme decisero di fondare una band per poterle suonare. Un cerchio che si chiude, ma più che altro una sentita e genuina rimpatriata tra musicisti ormai votati al freddo professionismo dei tour di rappresentanza, ma che sotto sotto restano prima di tutto dei grandi amatori della musica del diavolo. Certo, stavolta mancherà il singolo che finirà nelle pubblicità dei telefoni (come accadde con Streets Of Love nel 2005), ma chissà mai che anche Just Your Fool di Buddy Johnson, e soprattutto Ride’em Down di Eddie Taylor, possano raggiungere qualche giovane, anche grazie al video della seconda, che vede protagonista una irriverente e scatenata Kristen Stewart. Da notare anche come sia l’album che più evidenza la grandezza di Mick Jagger come perfomer di genere, vero mattatore con voce e armonica, felice di realizzare finalmente quel  disco che aveva pensato nel 1992 con i Red Devils, ma che mai vide luce. Keith Richards invece si mette al servizio della band, rinunciando persino a cantare almeno un brano come d’abitudine: sarà che il blues chiede disciplina e rispetto dei ruoli, sarà che questo è da sempre il vero schema vincente dei Rolling Stones.

Nicola Gervasini

giovedì 12 gennaio 2017

GREG LAKE

Se ne è andato lo scorso 7 dicembre a 69 anni Greg Lake, bassista del gruppo progressive più discusso degli anni settanta, nonché una della poche eccezioni al luogo comune del bassista silenzioso e fuori dalle luci della ribalta. Nella chimica degli Emerson, Lake & Palmer, se Keith Emerson era la funambolica star, lui era il vero motore creativo, o se non altro l’unico in grado di scrivere grandi canzoni oltre che complicate partiture, come dimostrò con Lucky Man o From The Beginning. Ma prima degli ELP lui aveva già volato altissimo nella prima incarnazione dei King Crimson, in cui militò giusto in tempo per lasciare lo zampino in capolavori come Epitaph. Sciolti gli ELP, negli anni ottanta la sua carriera deragliò, prima con un paio di tentativi solisti al limite dell’hard rock con il chitarrista Gary Moore, poi con gli improbabili tentativi di reunion (prima gli Emerson, Lake and Powell, poi l’infelice comeback della formazione originale negli anni novanta), vivendo di revival-tour e ingaggi da session-man di lusso. Nel gennaio del 2016 il prestigioso Conservatorio Nicolini di Piacenza gli ha assegnato una Laurea Honoris Causa per il talento compositivo, unico autore rock ad ottenerla insieme a Peter Hammill, e non è detto che due mesi dopo il nemico/amico Emerson, uno che per tutta una vita ha cercato il riconoscimento del mondo classico, non sia morto anche un po’ roso dall’invidia.
Nicola Gervasini


venerdì 6 gennaio 2017

AMANDA BERGMAN

Amanda Bergman 
Docks
[
Ingrid/ Goodfellas 
2016]
www.amandabergman.se
 File Under: Coming from the cold

di Nicola Gervasini (14/12/2016)
Non deve essere facile chiamarsi Bergman in Svezia, e pretendere di essere facilmente riconosciuta. Per fortuna di Amanda il suo ambito non è il cinema, regno delle due maggiori icone artistiche del popolo svedese (Ingrid e Ingmar), bensì la musica, ma è significativo che anche lei per i suoi primi passi avesse scelto vari nickname (Hajen, Jaw Lesson), fino ad adottare il nome d'arte di Idiot Wind per le prime prove discografiche, nome la cui derivazione spero di non dover spiegare proprio su queste pagine. Le connessioni dylaniane non finiscono qui, visto che Amanda è stata moglie di Kristian Matsson, meglio noto come The Tallest Man on Earth, uno che con i dylanismi ci ha campato fin da sempre.

Dal 2013 però Amanda ha intrapreso una doppia nuova carriera: da un lato la band degli Amason (che in Svezia godono anche di buone vendite), dall'altro l'avventura a proprio nome, che dopo un paio di singoli, trova il suo completo esordio con questo Docks. Dove il riferimento non è certo Dylan, quanto il più classico folk etereo di marca scandinava alla Emiliana Torrini o Sophie Zelmani, per tirare in ballo voci femminili alquanto simili, o alla Josè Gonzalez, per trovare un riferimento musicale ancora più adatto. Potere ai silenzi, ai tempi lenti, ai suoni elettroacustici, al sussurrato e al solito pizzico di elettronica: la Bergman utilizza l'intero campionario dell'indie-folk degli ultimi anni, come anche la batteria martellante di Flickering Lightsche tanto ricorda il drumming di molte canzoni dei War on Drugs. E' questo il primo sussulto di ritmo e di melodie anche alquanto pop (il brano è l'ultima collaborazione registrata con l'ex marito Matsson), dopo che la sequenza di brani inziali cerca atmosfera (Golden, Taxis) o autorialità (Falcons, Questions) con mestiere ma sempre troppi sussulti.

Dosato tra sensazioni maloniche tipiche della scena scandinava (Sirens) e momenti di folk più leggero e scanzonato alla SuzanneVEGA (Windshield), il disco si ascolta con piacere, anche se i brani fanno una certa fatica ad imprimersi nella mente, come se sul tutto si fosse posata una patina impenetrabile di freddezza. Il modo di cantare della Bergman è matematico, senza tentennamenti, come se le emozioni raccontate nei testi venissero ripulite prima di arrivare alle nostre orecchie, e questo è il difetto più evidente di Docks. Forse proprio nella bonus track Desolation si lascia finalmente un po' andare, ma proprio la collocazione quasi nascosta della canzone rende bene chiaro che un po' quasi se ne vergogna.

Interessante, ma a questo punto della ormai lunga e autorevole storia del folk nordeuropeo, servirebbe qualche slancio creativo in più per uscire allo scoperto.

mercoledì 28 dicembre 2016

GIORGIA

Il luogo comune che perseguita Giorgia da tanti anni è quello di una grande vocalist che ha scelto spesso produzioni al di sotto delle sue qualità. Non è sempre stato vero, ma anche Oronero (Microphonica),  suo decimo album di inediti in 22 anni circa di carriera, sembra voler confermare il suo status di artista sempre in bilico tra il mondo della canzone italiana più facile e quello dell’innegabile autorialità delle sue canzoni. Questione di uomini giusti forse (ancora una volta fa tutto Michele Canova Iorfida, collaboratore stretto di Tiziano Ferro e Jovanotti), ma anche questi 15 brani fanno capire che sebbene ci sia della vera sostanza dietro il fatto di avere una gran voce e saperla pure usare bene, ancora troppe volte gli arrangiamenti cercano la via più scontata e modaiola. Provo ad esempio immaginare ottimi brani come Posso Farcela, Tolto e Dato, o la stessa Oronero,  con una band che vada oltre lo schema batteria elettronica/piano/tastiere maestose, e un po’ di rammarico rimane. O magari immaginare Regina di Notte  con un taglio gospel alla Nessun Dolore di Lucio Battisti, invece sentirla immersa in battiti e trattamenti vocali elettronici da discoteca. Nessuno si aspetta che Giorgia si metta a fare album da chanteuse naïf alla Nada, ma da quella che potremmo con gran rispetto considerare la Mina degli anni 2000, qualche prova di coraggio in più sarebbe ora di pretenderla.

Nicola Gervasini

mercoledì 14 dicembre 2016

MACY GRAY

Macy Gray Stripped
[Chesky/ IRD 2016]
www.macygray.com

 File Under: strange fruit

di Nicola Gervasini (21/11/2016)
Non è certo una nostra abitudine parlare di Macy Gray su queste pagine. Non per spocchia nei confronti di una delle più talentuose black-singers degli anni 2000, quanto per coerenza di genere trattato. Decidiamo di farlo ora, nell'occasione della pubblicazione di Stripped, suo decimo album, perché spesso qui dentro abbiamo notato quanto la musica americana delle radici e jazz siano spesso vicini, e mi viene in mente un personaggio come Joe Henry, come esempio di chi ha saputo fare bene in entrambi i campi. Stripped è già stato presentato come "l'album jazz" di Macy Gray, quasi fosse una rottura con il suo passato, quando lei stessa va citando da sempre Billie Holiday quale modello di vita e artistico.

Semplicemente, dopo il clamoroso botto fatto nel 1999 con l'album d'esordio On How Life Is (dieci milioni di copie vendute), il suo successo è andato via via scemando, complice anche una sua scelta musicale spesso troppo "alta" per i gusti dei giovani, ma ancora troppo lontana dai gusti dei vecchi amanti di jazz e classic rock, che certe concessioni al pop mica le perdonano. Stripped salta il fossato e si schiera fieramente per la tradizione, grazie ad un quartetto jazz da club formato da Ari Hoening alla batteria, Daryl Johns al basso, la dolce chitarra di Russell Malone e il trombettista decisamente "alla Chet Baker" Wallace Roney, e ad una registrazione effettuata in due serate in una chiesa sconsacrata di Brooklyn, quasi fosse un suo personale Trinity Session alla Cowboy Junkies.

Il feeling è da "buona la prima", ma precisione e dettagli sono quelli da registrazione in studio, e questo rende l'album formalmente impeccabile, anche se forse privo di quell'improvvisazione che si richiederebbe ad un vero album jazz. Il menu è vario: ci sono pezzi del suo passato riletti in chiave jazzy come la superhit I Try, o Sweet Baby, She Ain't Right For You, The First Time e Slowly, accanto a composizioni nuove come l'ottima Annabelle che apre il disco, e brani come The Heart o Lucy, dove si sente quanto siano nati appositamente per il progetto. Non potevano mancare le cover, e se con Redemption Song di Bob Marley è impossibile sbagliare in qualunque chiave la si rilegga, curiosa invece e la trasformazione da club di Nothing Else Matters dei Metallica, solito gioco alla "famola strano" che in qualche modo funziona (lei aveva già affrontato il brano nell'album Covered del 2012).

In ogni caso il disco è piacevole, e anche i vecchi brani della Gray reggono bene, quasi che lei abbia voluto dimostrare che un artista si esprime con un proprio stile particolare e personale, ma per farlo bene deve avere le basi e il background classico (una lezione per le giovani leve che non hanno né background, né stile personale). In fondo anche Picasso ha dipinto quadri di figurativo, e pur non essendo famoso per quelli, non è detto che non siano validi. Consigliato per serate d'atmosfera.

lunedì 5 dicembre 2016

LEONARD COHEN

Leonard Cohen
You Want It Darker
(2016, Columbia Records)
File Under: it’s a good day to die

“Sono pronto, Mio Signore” recita il chorus di You Want It Darker.  E senza ovviamente augurarci che sia vero, stavolta però un po’ c’è da credere alla propria auto-profezia di morte dell’ultraottantenne Leonard Cohen. Ma magari, e lo speriamo, è solo un altro dei suoi scherzi. Già una volta ci aveva gabbato, quando nel 2004 aveva pubblicato in gran fretta Dear Heather, quasi un’opera lasciata incompiuta per mancanza di futuro, con un clima generale da triste commiato che faceva pensare ad un canto del cigno non troppo glorioso, visto che il disco è indubbiamente il suo peggiore ad oggi. Invece Leonard è rimasto vivo e vegeto, e con You Want It Darker completa una ideale trilogia del rapporto con la morte iniziata nel 2012 con Old Ideas e proseguita con Popular Problems del 2014. Che ci siano anche qui grandi testi e brani memorabili non è una sorpresa (semmai nel 2004 lo fu trovarne troppo pochi), e neppure che l’appuntamento con la morte sia descritto attraverso una religiosità tutta sua (Treaty). Non cambiano nemmeno le melodie, ormai costruite intorno alla sua voce sempre più bassa e cavernosa, ma la novità, purtroppo forse un po’ tardiva, è quella di avere finalmente un produttore degno del suo nome. E pensare che ce l’aveva in casa uno in grado di mettere in piedi una strumentazione e un suono che non sembrasse quello di un piano-bar da matrimonio (più che con Patrick Leonard, che nei due lavori precedenti già aveva migliorato di molto le cose, me la prendo con le scellerate produzioni di Sharon Robinson). Posso capire che Cohen fosse un po’ restio a contattare grandi produttori, visto che quando lo fece con Phil Spector, non finì tanto bene (anche se sarebbe ora di dire che Death Of A Ladies’ Man aveva un suono forse troppo pieno rispetto al quasi vuoto a cui i suoi fan erano abituati con i suoi primi quattro album, ma di certo non era una schifezza), ma forse poteva anche pensarci prima. In ogni caso il figlio Adam non fa niente di particolare: un coro lì (On The Level), un bell’incipit di chitarra a seguire l’emozionante lettera di commiato di Leaving The Table, un organo a segnare If I Didn’t Have your love, un violino tzigano che duetta con un mandolino e un wurlitzer in Traveling Light. Adam non ha bisogno di strabiliare, solo attua sul padre una cura che ci era già piaciuta in occasione del suo ultimo album We Go Home del 2014 (recuperatelo che ne vale la pena). Ma visto che la scrittura del padre è davvero sempre più oscura e lenta, lui almeno gioca sulla varietà, inventandosi un bellissimo coro muto a far da tappeto a It Seemed the Better Way invece della solita anonima tastiera. Leonard da parte sua ci mette sentimento (Steer Your Way si regge sulla sua recitazione) e una penna che non ha mai perso colpi (anzi, Bob Dylan in una intervista lo ha omaggiato come grande costruttore di melodie, dichiarando tra l’altro di apprezzare molto anche la sua produzione più tarda). E’ vero,  lo volevamo ancora più oscuro, e ci ha accontentato. Ma la prossima volta lo vogliamo ancora più vivo.

Nicola Gervasini

giovedì 1 dicembre 2016

RACHEL YAMAGATA

Rachel Yamagata
Tightrope Walker
(2016, Frankenfish records)
File Under:
Non nascondo una certa delusione per come si sta sviluppando la carriera di Rachel Yamagata. Oggi non è facile per nessuno fare il salto di qualità, ma lei nel 2008 era proprio lì, sulla punta del trampolino, pronta a tuffarsi non tanto in un mare di vendite, quanto però ad entrare nel club dei nomi di punta del nuovo indie-folk statunitense. Allora il suo secondo album Elephants...Teeth Sinking into Heart era piaciuto, conteneva alcuni pezzi di livello superiore misti ad altri più indecisi, ma complici anche le buone frequentazioni del periodo con Ryan Adams, Conor Oberst, Ben Arthur e Ray Lamontagne, il suo sembrava un nome da segnarsi nella prima pagina delle proprie future whishlist. Invece da allora è uscito solo un disco secco e poco significativo come Chesapeake, oltre a pubblicazioni autoprodotte e vendute tramite il suo sito, e anche lei è rimasta impantanata nella difficile vita del musicista fuori-mercato. Tightrope Walker arriva con l’evidente intento di recuperare un po’ di terreno: è un disco lungamente pensato (due anni di gestazione), puntigliosamente prodotto, e cerca fin dalle prime note alla Joe Henry della title-track di sembrare importante e autoriale, anche nel senso più spocchioso del termine. Arrangiamenti barocchi e pesanti anche per l’episodio di dark-elettronica di Nobody, episodio in cui la Yamagata fa l’occhiolino alla PJ Harvey degli anni 90, mentre EZ Target fa incetta di rumori e si poggia su un minaccioso giro di mandolino alla 16 Horsepower , e Over affoga una melodia da pop anni 90 in un mare di effetti. Proprio quando si è indecisi se accettare o no questa sua nuova versione da Black-Vamp, il disco cambia registro, si apre ad arrangiamenti più classic-rock, con una Let Me Be Your Girl che sembra rubata ad un disco di Joss Stone, con i suoi fiati e i suoi cinguettii soul-rock. Break Apart gioca la carta dello smooth-jazz moderno, I’m Going Back rigira il mazzo con una orchestrazione da colonna sonora e una piano-ballad che non può far pensare a certi successi di Adele, Rainsong tiene basso il ritmo con una dolce e tetra ballata che ricorda molto certi ispirati momenti dei Walkabouts. E infine Black Sheep viaggia ancora nell’oscurità ma con sonorità più acustiche, ed è solo con la finale Money Fame Thunder che la Yamagata finalmente non perde di vista la canzone, anche se una batteria pesante da new wave primi anni ottanta continua ad invadere un po’ le frequenze. Ci avete capito qualcosa su cosa vi aspetta? Immagino di no. Qui sta il problema: è brava la Yamagata, ma Tightrope Walker confonde alquanto le idee su cosa e chi voglia diventare da grande, e visto l’ingente sforzo produttivo profuso e le troppe idee spese, ha tutta l’aria di poter essere la sua occasione persa.

Nicola Gervasini

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...