lunedì 23 aprile 2012

DELTA SPIRIT


Delta Spirit Delta Spirit
[
Rounder  
2012]
www.deltaspirit.net
 File Under: synth-rock, pop-folk
di Nicola Gervasini (06/04/2012)

Per voi è facile: vi fate un giro on-line, cercate uno streaming disponibile, trovate un paio di video su youtube, e magari vi basta un ascolto veloce per capire se un disco fa o non fa per voi. E non c'è recensione del guru della critica musicale di turno che possa convincervi ad insistere con l'ascolto, magari per scoprire quelle sfumature che la prima volta non è possibile cogliere. Avrete già deciso di passare ad altro prima che quella musica possa diventare vostra, sia fisicamente (acquistandola), che emotivamente. Ma mettetevi nei panni del vostro povero recensore, che mai diventerà un guru (quelli esistevano solo trent'anni fa, quando la gente si doveva fidare per necessità), ma ha (o, più correttamente, "si prende") la responsabilità di dare una giustificazione di un rifiuto che non sia un semplice "non mi piace". Che cosa deve inventarsi il vostro fu "imbrattacarte", oggi "intasatore di banda web", per spiegarvi perché questo secondo album dei Delta Spirit è, a conti fatti e ascolti ripetuti, un inenarrabile flop.

Ci ha riflettuto molto il pover uomo, ha ascoltato queste canzoni più volte, in macchina, a casa sullo stereo, in cuffia nell'ipod, in cucina mentre pelava le patate, sul computer mentre scrive queste righe, ma non solo non ha trovato il senso di questa svolta stilistica, ma neppure ne ha compreso appieno la funzione. E sì che il vostro aveva addirittura nominato il loro disco precedente (History From Below) tra i Top 10 albums del 2010, per cui partiva ben disposto verso questa attesa opera terza, ma davvero non ci siamo. La scelta è quella di allinearsi al generale ritorno agli anni 80, e arrivano buon ultimi ormai (Okkervil River, Paul Weller, Bright Eyes, Mark Lanegan, fermatemi perché posso tirare la fine della recensione solo con questo elenco), ma se è possibile con idee ancora più confuse sull'argomento dell'analogo disastroso tentativo dei Felice Brothers (vi rimando alla recensione di Celebration, Florida), perché il sound magniloquente di Tear It Up o il pasticcio new wave (un'onda che da loro arriva in ritardo di quarant'anni circa) di Money Saves davvero non trovano giustificazione se non nel voler esibire la propria versatilità.

In questi casi il recensore, sfiancato dall'interminabile e stancante muro di suoni a casaccio che regna più o meno per tutto l'album, prova a dirigersi verso la scrittura, nel tentativo di salvare il salvabile, e qui, raschiando la patina di orpelli inutili, affiorano perlomeno Idaho o Into The Darkness, e in generale una capacità di raccontare i disagi del proprio essere artista che segna comunque un punto a loro favore. Troppo poco però, il fallimento è tutto nel non essere riusciti a costruire un suono "loro", che li possa identificare tra i tanti, perché comunque non è certo questa l'essenza dei Delta Spirit, neanche di quelli che vorranno essere in futuro se proprio la vena freak-folk degli esordi gli sta così stretta. Altrimenti una buona retromarcia è caldamente consigliata. 

giovedì 12 aprile 2012

SHEARWATER - Animal Joy


Shearwater
Animal Joy
[
Sub Pop
2012]

www.shearwatermusic.com
www.subpop.com

File Under: : indie rock

di Nicola Gervasini (01/03/2012)

Strade diverse, ma percorse con lo stesso passo: è questo il destino che lega Will Sheff e Jonathan Meiburg. L'addio di quest'ultimo al mondo degli Okkervil River (per anni ne è stato attivo collaboratore) sembra ormai definitivo, la sua creatura marina Shearwater ha raccolto sufficienti consensi per continuare da sola, grazie ad una trilogia dedicata proprio all'acqua che ha avuto in Rook il suo apice e nel precedente The Golden Archipelago il suo più stanco canto del cigno. E così, come l'amico Will, Jonathan ha sentito la necessità di cambiare, mossa non facile per uno con una vocalità così caratterizzante come la sua, condannato com'è ad evocare immagini senza poter urlare rabbia. Ma se l'animale non può cambiare voce, perlomeno può cambiare il manto (e magari anche etichetta, passando alla più scafata Sub Pop), e laddove gli Okkervil River hanno svoltato negli anni dieci tenendo testa al synth-sound revival che abbiamo nelle orecchie al momento anche grazie a Lanegan e tanti altri, Meiburg prova una solo apparentemente improbabile via rock che sta facendo storcere non poco il naso a chi li apprezzava per la loro misura e modestia.

L'anima di Animal Joy è tutta nel titolo e nelle unghie della copertina, nell'animale che abita nella grancassa del batterista Thor Harris, una bestia che sbraita con passo pesante e fa rimbombare la pareti con un "big drum sound" d'altritempi che imperversa anche quando magari il ritmo si fa dark e ipnotico (ma quanto sarebbero piaciute ai Cure di Faith e Pornography le gotiche Dread Sovereign e la lunga Insolence?), ma anche nella gioia di riscoprire la propria componente selvaggia, evidenziata dai testi sempre alla ricerca delle contraddizioni della civilizzazione e di quanto natura, animali e uomo siano dolorosamente in simbiosi. Meiburg vince la sua partita esattamente come il compare, non arrivando forse al capolavoro della band, ma impostando una svolta stilistica credibile, che ha tutta l'aria di poter essere duratura. E lo fa non perdendo nulla del suo fascino, intatto quando trova le melodie perfette (You As You Were o Star Of The Age), quando cerca l'immediatezza di una pop-song (Breaking The Yearlings, ma anche la title-track), o quando si ferma a meditare come solo lui sa fare (Believing Makes It Easy).

Si può notare che, come spesso succede alle opere di transizione, c'è ancora qualche sbavatura da aggiustare, magari l'indiavolato ritmo di Immacolate che va troppo oltre le loro possibilità, o la pestata di Harris non così necessaria in Open Your Houses, e in generale una parte centrale che non tiene la stessa tensione degli estremi, ma nel complesso la battaglia pare vinta. Ora c'è però la guerra contro il loro stesso pubblico, che non è detto che sia pronto a perdonare l'unica mossa intelligente che potevano fare. D'altronde questi anni dieci stanno finalmente cominciando ad avere una connotazione stilistica lontana dal mito dell'artista indipendente, musicalmente scarno e solitario degli anni zero, e gli Shearwater vogliono esserci quando finalmente capiremo dove stiamo approdando.



martedì 10 aprile 2012

ANDRE WILLIAMS - Hoods And Shades

Andre Williams
Hoods and Shades
[Bloodshot Records 2012]

www.bloodshotrecords.com


File Under: blues-folk, punk-soul

di Nicola Gervasini (16/03/2012)


Attenzione! Questo è un disco di serie B, fatto da un artista di serie B, anche se con un produttore di serie A (Don Was). E pure la copertina, con quella grafica da locandina di filmaccio anni 70, è da serie B. Ma siccome su queste pagine siamo da sempre rispettosi verso le serie minori, dove a volte lo spettacolo è più genuino che nella trita e ritrita serie A, allora torniamo volentieri a fare visita alle lande di Andre Williams (lo avevamo incontrato nel 2006 per l'album Aphrodisiac). Personaggio minore di quelli che piace molto riesumare di questi tempi, famoso per aver scritto già negli anni cinquanta una hit come Bacon Fat (la rifece anche Willy DeVille tra i tanti), Williams resta molto meno noto per la sua discografia, iniziata seriamente in tarda età.

I cinefili per un disco come Hoods And Shades userebbero il termine "scult", vale a dire un'opera fatta di talmente poco da risultare per questo memorabile. I critici invece per lui coniarono il termine blues-punk, quasi a voler giustificare quell'aria da fai da te dei quattro quarti che regna nei suoi dischi, esattamente come capita anche in questo caso. Il disco è presto spiegato: nove giri di folk-blues che John Lee Hooker masticava già 50 anni fa senza troppo pensarci, retti dalla sua chitarra acustica e una batteria fracassona (dono di Jim White), una chitarra elettrica che fraseggia e ricama in lontananza, come se fosse stata registrata in un'altra stanza (è quella di Dennis Coffey, un monumento della Motown), il basso distratto di Jim Diamond dai Dirtbombs e lui che perlopiù parla imitando a volte Lee Hooker, oppure impostando tutto su tinte più soul.

La prima volta, in A Good Day To Feel Bad, il giochino diverte, ma già nella lunga title-track si fa leggermente ripetitivo e fine a sé stesso. Proprio come i film di serie B, che magari iniziano promettendo una grande storia, ma poi non mantengono per mancanza di una valida sceneggiatura. E così se l'iniziale Dirt piace per quel senso di indolenza alla JJ Cale, i dolori vengono quando il nostro gioca a fare il James Brown rurale (I've Got Money On My Mind) senza averne però il ritmo adeguato. Passano così boogie di seconda mano (Jaw Dropper), delta-blues acustici da barrelhouse (Hu-matic Man) e sentiti omaggi a miti della black music (Swamp Dogg's Hot Spot). Soluzioni accattivanti e banalità macroscopiche convivono pressoché in ogni traccia, e nulla può un Don Was impegnato a rendere tutto credibilmente vintage. Alla fine quello che vince è il fascino del personaggio e della sua voce, e quell'aria di uno che ha troppe storie da raccontare per non valer la pena di ascoltarlo. Proprio come quei film polizieschi degli anni 70, le cui scene di azione erano troppo avvincenti per perdersele, magari solo per il fatto che il plot non stava in piedi o gli attori erano incapaci di avere più di tre espressioni diverse.

giovedì 5 aprile 2012

GRACE WOODROOFE - Always Want


GRACE WOODROOFE

ALWAYS WANT

(Modular)

***

E’ una storia tutta da raccontare quella di questo Always Want, album di esordio di Grace Woodroofe, giovane chanteuse australiana. Scoperta e fortemente sponsorizzata dall’attore Heath ledger (quello di Brokeback Mountain per intenderci), è stata poi presa sotto la giurisdizione artistica di Ben Harper, che le ha dato la possibilità di aprire i suoi concerti nonostante fosse una perfetta sconosciuta. La gestazione di Always Want è stata lunga, circa quattro anni passati da quando Grace aveva già registrato questi brani in Australia in una chiave più folk, fino a quando Ben Harper negli Stati Uniti ha ribaltato tutto ancora una volta, donando al disco un’affascinante chiave dark. I riferimenti sono quelli di Marissa Nadler e Anais Mitchell per la componente folk, ma più chiaramente si guarda alla PJ Harvey di sempre, sia nella sua anima più rock che in quella più nera alla Nick Cave di alcuni suoi album. Il disco si barcamena tra alt-rock e folk etereo, come quello messo in mostra dal singolo I’ve Handled Myself Wrong, brano irresistibile accompagnato da un video che la vede navigare alla deriva su una barca che pare quella di Caronte, fino ad episodi più decisi come la ruvida Bear. Harper contribuisce quasi solo con la sua voce, limitando al minimo gli interventi con la chitarra, quasi a non disturbare il clima soffuso dell’album, che trova la sua forza nelle tristi confessioni di una ragazza alla ricerca di un proprio ruolo nella vita (i mille personaggi interpretati in Transformer), e che cerca la ricetta per maturare nelle parole che le scrisse il padre, che le spiegava che nella vita sarebbe passata attraverso paura, rabbia e profonda depressione, e che l’accettazione di tutti questi stati sarebbe arrivata solo molto dopo nel tempo (il tutto è nella bellissimo folk di H.). Album breve (31 minuti), forse spesso troppo compiaciuto nel suo minimalismo e nei toni tragici (la pianistica Oh My God o la marcia funebre di Nocturnal), Always Want è comunque un bell’esordio di una artista ancora legata a dei modelli precisi. Restiamo in attesa di vedere se nel futuro saprà divenire lei modello di se stessa.

Nicola Gervasini

lunedì 2 aprile 2012

BEN KWELLER - Go Fly A Kite


BEN KWELLER

GO FLY A KITE

Noise Rec.

***

Nel decennio del rock indipendente e nascosto nei meandri della rete, Ben Kweller è stato uno dei pochi artisti che ha potuto vantarsi di essere entrato nella Billboard americana con ben 4 tra i suoi sette album. Non che abbia molto senso notarlo ormai, visti i volumi ridotti che bastano per entrare in top 100, ma è evidente che la formula del suo roots-pop-rock è risultata spesso vincente. Sarà che le sue canzoni sono spesso brevi, hanno un ritornello sempre molto radio-friendly, nonostante le sue restino produzioni di genere costruite secondo le nuove regole dell’artigianato rock. Go Fly A Kite arriva tre anni dopo Changing Horses, non certo per rivoluzionare la sua carriera o imporre chissà quali svolte, quanto per confermare il suo inconfondibile stile. Al massimo si può notare come l’iniziale Mean To Me macini un insolito arena-rock di grana grossissima, ma già con Out The Door si rientra nei ranghi con una pop-song che potrebbe appartenere ad un Paul McCartney in gita americana (e quando si arriva a Gossip la somiglianza con la vocalità di Sir Paul diventa anche più evidente). Amante della instant-melody, Kweller riesce comunque sempre a dare l’impressione di essere anche un buon autore, persino quando riesce a trasformare un pop adolescenziale come Jealous Girl in una jingle-jangle song degna del Freedy Johnston degli anni migliori, o nell’irresistibile pop-folk alla Byrds di Full Circe. Non tutto funziona, Free è monotona e sfrutta un giro armonico abusatissimo, mentre i cambi di tempo di Justify Me non funzionano a dovere. Tutto bene invece quando si abbandonano i canti e ci si rilassa con ballatone da accendino come The Rainbow o I Miss You, o quando si accelera con il power-pop di Time Will Save The Day. Il fine di far cantare la gente è talmente dichiarato che nel booklet non ci sono solo i testi, ma pure gli accordi, nel caso vogliate suonare queste canzoni in spiaggia con gli amici. Non sono i classici che chiunque conosce da anni, ma fanno tutte finta di esserlo.

Nicola Gervasini

mercoledì 28 marzo 2012

MIAMI & THE GROOVERS - Good Things



Miami & The Groovers
Good Things
[Miami & The Groovers 2012]

www.miami-groovers.com
www.myspace.com/miamiandthegroovers

File Under: blue collar rock, bar-bands

di Nicola Gervasini (09/03/2012)



Non si usano più i bollini sui cd, peccato, perché questo Good Things avrebbe bisogno di una premessa fin dalla copertina. Nessun Parental Advisory per liriche esplicite, tranquilli, i versi di Lorenzo Semprini parlano di una vita dura, ma lo fanno con parole semplici e politically correct. Ne tanto meno nessuna dichiarazione di chissà quante copie vendute, i Miami & The Groovers sanno già chi è e quant'è il loro pubblico. Perchè chi li conosce sa che il posto migliore dove comprare un loro cd è ad un loro concerto, magari in quel meeting di Rimini chiamato Glory Days che da anni (quest'anno sono 14) disturba i ciellini con urla di gioia e di rivalsa. Ecco, isolate le ultime due parole, "gioia" e "rivalsa", e avete tutta l'essenza del blue-collar rock che Semprini e soci suonano con devozione quasi accademica. Da qui il bollino che manca, qualcosa come Intellectuals Advisory: Epic Lyrics, un avvertimento che tenga lontano chi non è mai entrato nell'etica/epica di - per dirla con le loro stesse parole - "storie di persone che non vogliono arrendersi (No Surrender) e vogliono continuare a camminare (Born To Run o Walk Like A Man, a seconda della fretta) e sognare (la Promised Landovviamente) nonostante siano stati presi a pugni dalla vita" (come The Wrestler insomma).

La 'Bruce Springsteen Way Of Life' dunque, certo, sempre lui, macigno pesante che grava chissà perché in Emilia Romagna più che altrove, faro di una generazione di appassionati italiani che trova nei Miami & The Groovers la local band perfetta per dar vita alla feste rock di provincia, piccoli bonsai dei concerti del Boss, dove vige un'unica regola: scatenarsi, dimenticare il presente, sognare un futuro. Non c'è spazio per fare i critici musicali in tutto ciò, Good Things regala quello che promette, anche se stavolta i Groovers ci hanno messo davvero qualcosa di più. Innanzitutto chitarre elettriche che suonano credibili (complimenti a Beppe Ardito e a chi l'ha registrato), come raramente in Italia siamo abituati a sentire, spesso più sulla scia di Del Fuegos e Replacements che della E-Street Band. Poi qualche brano che, nella sua assoluta prevedibilità di genere, comincia a far capire che più di dieci anni on the road stanno facendo di Semprini un frontman sempre più plausibile e magari più attento a cercare di essere anche "autore" (ci riesce in molti casi, da Always The Same al bel duetto con Riccardo Maffoni in Walkin'All Alone).

Il resto però è festa rock (The Last Rock And Roll Band, We're Still Alive), quella in cui magari non fai troppo caso ai particolari e a qualche giro strasentito (On A Night Train, Burning Ground). Il vero pregio di Good Things è quello di essere stato pensato e registrato per essere un'opera con vita propria, e non come semplice bigino per ripassare le canzoni prima del solito bagno di sudore che i Miami & The Groovers garantiscono in ogni palco che calcano. Se continuano così, sono pronti per un nuovo bollino: "Listen Without Prejudice"



lunedì 26 marzo 2012

BAND OF SKULLS - Sweet Sour

Band of Skulls
Sweet Sour
[
Electric Blues Recordings/ Vagrant
2012]

www.myspace.com/bandofskulls
www.vagrant.com


File Under: hard-blues, alt-rock

di Nicola Gervasini (20/02/2012)

Piccolo fenomeno di successo commerciale venuto su dal nulla nel 2009 con il disco d'esordio Baby Darling Doll Face Honey (il singolo I Know What I Am, una sorta di Seven Nation Army veduta e ricorretta, è finito anche nel videogames Guitar Hero per farvi capire), i Band Of Skulls ci hanno messo quasi tre anni ha partorire Sweet Sour, il seguito di una nuova epopea nata in Inghilterra a suon di vecchi riff di classic-hard rock e melodie eteree da new-indie-rock. Immaginate dunque un misto tra White Stripes, Black Mountain, Heartless Bastards, e se provate ad immaginare la melodia di Bruises sorretta da un tappeto folk invece che da queste sventagliate hard, non sarebbe difficile pensare al brano come appartenenete al repertorio dei Fleet Foxes.

Sta tutto nella contraddizione tra canzoni da new-folk e la struttura da power-trio alla Cream (o diremmo più i Mountain, per arrivare anche ai Black Keys magari), basata sulla chitarra di Russell Marsden e la vocalità sognante della bassista Emma Richardson, la sorpresa musicale dei Band Of Skulls, ma questo secondo capitolo evidenzia che il trio (completato dal batterista Matt Hayward) ha buone cartucce da sparare anche in termini di scrittura. Piace la complessità della title-track che apre il disco, incanta la melodia folk di Lay My Head Down, magari si nota che Jack White avrebbe fatto di meglio con l'hard-blues del singolo The Devil Takes Care Of His Own, mentre quando gestiscono una melodia quasi-pop in Wanderlust riescono ad evidenziare tutto il loro bagaglio artistico.

L'album trova nelle prime sei tracce i suoi momenti migliori, perchè da Navigate (troppo lunga e monotona) in poi il ritmo cala, ci si ritrova con qualche episodio che proprio non decolla (You're Not Pretty But You Got it Going On oHometowns) e bisogna aspettare l'incipit zeppelinaino di Lies per ritrovare l'adrenalina giusta, anche se non proprio un brano memorabilissimo. Chiude bene il disco la vaporosa Close To Nowhere, a conferma di un ottimo potenziale ancora tutto da sviscerare. Potrebbe essere proprio la discontinuità di questo Sweet Sour una buona ragione per non perderli mai di vista, magari ignorando quanto il loro nome venga amplificato da quel poco che rimane del marketing discografico, che spinge sempre per inserirli nelle colonne sonore dei telefilm (le vere radio degli anni 2000?).


giovedì 22 marzo 2012

CHUCK PROPHET - Temple Beautiful

Chuck Prophet
Temple Beautiful
[
Yep Roc
2012]

www.chuckprophet.com
www.yeproc.com


File Under: garage-rock, roots-rock

di Nicola Gervasini (23/02/2012)

In occasione dell'uscita di Let Freedom Ring Chuck Prophet aveva fatto notare che i suoi dischi solisti vendevano sempre meno e non beneficiavano di adeguata distribuzione. Per cui, visto che a seguirlo sono i soliti pochiaficionados, ora si sente libero di produrre la musica che gli piace, quando gli piace. Si comprende così la piega scanzonata, diciamo pure scazzata, presa da questo Temple Beautiful, disco che fin dal primo ascolto sembra quasi più il parto di una improvvisata session da cantina. D'altronde Prophet sa che la sua discografia non ha fatto storia come la sua carriera con i Green On Red, e poche enciclopedie del rock si ricorderebbero di quanto album comeBalinese Dancer o Homemade Blood abbiano riscritto i codici del roots-rock negli anni 90. Poco male, il nostro sembra accontentarsi del ruolo di sparring-partner di Alejandro Escovedo e altri eroi minori che si servono delle sue sei corde, mentre per la nuova sortita solista stavolta si è divertito a confezionare una sorta di concept album dedicato a San Francisco e ai suoi eroi passati ("un disco nato a San Francisco, fatto da uno di San Francisco che parla di San Francisco" lo definisce lui stesso).

Ma ancora più divertente è il metodo scelto per promuovere il disco in città, visto che sul suo sito potrete trovare le informazioni di come partecipare al Temple Beautiful San Francisco Bus Tour, con una vera guida turistica che vi commenterà le vie di Frisco al suono della banda di Chuck che intratterrà tutti con 90 minuti di musica (con ospiti a sorpresa). Visiterete così una delle più belle città del mondo sentendo le storie di miti del baseball locali in Willie Mays is Up at Bat (e la somiglianza del disco con i due album dei Baseball Project di Steve Wynn e Peter Buck era già evidente prima di arrivare a questo brano), omaggi al simbolo dell'orgoglio gay della città Harvey Milk (White Night Big City) o al mitico Imperatore Norton (Emperor Norton in the Last Year of His Life), un folle della città che nel 1959 si autoproclamò Imperatore degli Stati Uniti (arrivando pure a decretare lo scioglimento del Consiglio di Stato) tra l'ilarità della stampa, ma, a sorpresa, con un seguito talmente largo da divenire un simbolo del populismo ante-litteram.

Musicalmente l'album omaggia i tempi del garage-rock della West Coast, e la presenza di Rob Loney, mitica voce dei Flamin' Groovies, in una title-track che pare un pezzo dei Ramones, non è assolutamente un caso. Probabilmente rispetto ai due precedenti lavori Chuck perde un po' di vista le buone regole del songwriter e lascia troppo spazio all'improvvisazione, anche se in alcuni casi c'è di che esaltarsi (Castro Halloween sta già mietendo parecchi consensi in rete). Al di là del grande interesse dei testi, Temple Beautiful non è il suo album migliore, eppure è già quello che sta avendo più successo: a volte basta davvero solo trovare l'idea giusta.


martedì 20 marzo 2012

Booka And The Flaming Geckos - The Not So Meaningful Songs In The Life Of Jeremy Fink

Booka And The Flaming Geckos
The Not So Meaningful Songs...
(Loudhouse 2012)

desert music, country-bluegrass


E chi l'ha mai detto che la musica roots non possa anche svolgere funzioni da ambient-music? Abituati a considerare il suono rurale non certo come "musica da aeroporti" (per dirla alla Brian Eno), si rimane spiazzati quando si ascolta un prodotto come The Not So Meaningful Songs In The Life Of Jeremy Fink, cd di una fantomatica formazione chiamata Booka and The Flaming Geckos. Che altro non sono se non la creazione di Booka Michel, specialista in percussioni e conga sentito spesso ad accompagnare Butch Hancock o eroi "minori" come Troy Campbell, Paul Metsa e David Olney, il quale nel 2009 ha dato vita a questa strana formazione per confezionare una colonna sonora di un film indipendente (Baghdad Texas, del regista David H. Hickey ). Un connubio riuscito, visto che il combo replica ancora con un'altra soundtrack, stavolta per un progetto cinematografico non ancora annunciato nelle sale. Sono spezzoni di "Piedmont Blues, Civil War-era music, Bluegrass, Folk e Acid Western" suonati da nomi a noi ben noti come la bella steel-guitarist Cindy Cashdollar, il fido bassista di Joe Ely Glenn Fukanaga, il violinista e mandolinista degli Asleep At The Wheel Dennis Ludiker e la chitarra di Kenny Franklin (anche lui sentito con Ely e Lloyd Maines). Una bella jam session di grandi professionisti della musica di frontiera insomma, che pur nella sua non irrinunciabilità fin dal concepimento, mancava nei vostri scafali.
(Nicola Gervasini)

www.loudhousemusic.com

domenica 18 marzo 2012

BOCA CHICA


Boca Chica
Get Out Of Sin City
(Boca Chica 2011)

indie-country


Chi siano Hallie Pritts e la sua affollata (7 i componenti) creatura artistica chiamataBoca Chica lo avevamo detto presentando il precedente lavoro Lace Up Your Workbooks. Ragazza amante dello stile dimesso da pura indie-culture anni 2000, della strumentazione di marca roots (banjo, pedal steel guitars, acustiche, wurlitzer e l'ormai tragicamente immancabile ukulele gli orpelli che regnano nei suoi dischi), la Pritts prosegue con questo Get Out Of Sin City il percorso intrapreso nel 2005, inserendo rispetto ai lavori precedenti toni più scanzonati e una nuova vena "poppish" che fa sì che sia impossibile non fischiettare la baldanzosa Sin City o muovere il piedino quando cinguetta Dear Audrine. Dieci brani che scivolano via senza problemi e troppi clamori, tra qualche cover di amici outsiders (la coinvolgente You're The Blues di Nik Westman), una Aretha Franklin portata in gita in campagna con l'evergreen Do Right Woman, cowboy-songs con fiati mariachi (Long Range Guns) o deliziosi schizzi folk (Marlene). Tutto molto carino e orecchiabile, anche se cominciamo a pensare che l'ostinata modestia di questi artisti rappresenti un freno non indifferente alla possibilità di uscire dal mondo dell'auto-gestione.
(Nicola Gervasini)


bocachica.bandcamp.com

giovedì 15 marzo 2012

MARK LANEGAN BAND - Blues Funeral


Mark Lanegan Band
Blues Funeral
[
4AD/ Self
2012]

www.marklanegan.com
www.4ad.com


File Under: techno blues

di Nicola Gervasini (13/02/2012)

Partiamo dal classico pelo nell'uovo: Mark Lanegan alla svolta synth-80 stavolta arriva tardi, quasi in affanno, diremmo pure in maniera scontata. Basta anche non uscire dal nostro orto legato alle radici per renderci conto che il sound tutto tastiere, drum machines e suoni nitidi e iperventilati sta inondando i lavori di tanti artisti (Okkervil River, Bon Iver …), ma se considerassimo anche il mondo musicale che generalmente non passa sulle nostre pagine per identità di genere, allora risulterebbe ancor più evidente come l'80-like sia l'hype del momento. E - aggiungiamo - non è certo di questo Blues Funeral la scoperta che se al mood freddo e robotico di un sintetizzatore si oppone una voce calda e profonda il risultato può essere esteticamente grandioso, visto che il maestro Leonard Cohen insegnava la materia già quando il giovane Lanegan ancora sbraitava in una cantina di Seattle.

Questo per dire che Blues Funeral non inizia e finisce nulla, semplicemente si butta in una operazione degna del David Bowie che fu, dove l'artista superiore al volgo profano continua a guardarsi intorno con adeguata modestia invece di trincerarsi nel proprio rassicurante genio personale. Prevedibile anche questo, quasi quanto prospettare nel futuro di Lanegan un ritorno al rock roccioso proto-grunge degli Screaming Trees (magari addirittura una reunion…), visto che già alcuni episodi di questo album (Riot In My House, Quiver Syndrome) indicano che la strada riporta in quel punto. Quelli più classic-rock sono però i punti deboli di questo ennesimo suo buon album, quasi a dire che il nostro a furia di giocare al folksinger (qui continua a farlo in Deep Black Vanishing Train) ha perso un po' l'abitudine a duellare con le chitarre elettriche. I tanto chiacchierati arrangiamenti techno-pop invece finiscono per risultare più o meno riusciti, perché ad una base che chiunque potrebbe ricreare in casa anche con un Bontempi ben programmato (Tiny Grain Of Truth e Harborview Hospital), si oppone sempre un artista e un autore ancora capace di fare la differenza (Gray Goes Black su tutte), sempre più consapevole di avere nella voce l'arma migliore, e per questo sempre più propenso ad usarla come strumento principale.

Basta anche sentirlo ruggire tout est noir mon amour in The Gravedigger's Song per vibrare di piacere, e persino quando lui crede di provocarci con una dance-song degna dei Pet Shop Boys (Ode To Sad Disco) alla fine riesce solo a risultare intrigante come al solito. Non bastano dunque questi suoni ad ammazzare il blues che è in lui, che qui vive sempre alla grande nelle corde della lungaBleeding Muddy Water o in Phantasmagoria Blues, brani come ne sono stati scritti già mille, che Lanegan però nobilita con la sua lugubre recitazione. I grandi artisti sono quelli che, quando magari l'ispirazione non è al top, sanno copiare meglio dagli altri: lo sapevamo già, Lanegan ce lo sta soltanto confermando.


KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...