lunedì 28 maggio 2012

FATHER JOHN MISTY


FATHER JOHN MISTY

FEAR FUN

Bella Union

***1/2


Trattasi di una eccezione alla regola: se nel rock l’unione di grandi talenti ha sempre sortito risultati inferiori alla somma dei due fattori, ecco che invece il mondo indie può bearsi della buona riuscita dell’atteso progetto a nome Father John Misty. Lo scontro qui è tra titani di genere: da una parte il padrone di casa, quel J. Tillman che dal 2003 produce dischi da sottobosco spesso portati su un palmo di mano dalla critica specializzata (su tutti forse Vacilando Territory Blues del 2009), trovando magari anche il tempo di fare il batterista dei pluridecorati Fleet Foxes (ma l’esperienza pare essere stata definitivamente accantonata). Dall’altra parte c’è invece il produttore, lo stesso Jonathan Wilson che l’anno scorso ha strabiliato con al sua West Coast music riletta in chiave freak-folk del bellissimo album Gentle Spirit, album dal mood all’antica riportato fedelmente anche in questi solchi. Ne è uscito Fear Fun, convincente patchwork di tutte queste esperienze, quelle di folk minimale (Funtimes in Babylon), i muri vocali alla Beach Boys/Fleet Foxes (Nancy From Now On, O I Long To Feel Your Arms Around Me), le pesanti e ipnotiche cavalcate percussive (Hollywood Forever Cemetery Sings), ma anche ballate folk classiche (la bellissima I’m Writing A Novel o Tee Pees 1-12 e Misty’s Nightmares 1 And 2, quasi un country-rock d’altritempi) e orchestrazioni elaborate (Now I’m Learning To Love The War). In alcuni casi sembra di sentire il Bonnie Prince Billy più variegato di Beware (This is Sally Hatchet potrebbe tranquillamente essere un suo brano), con un bagaglio pieno di omaggi agli eroi del passato che regala risultati addirittura vicini a certe soluzioni vintage alla Ray LaMontagne (Well, You Can Do It Without Me). Concentrato non solo a scrivere brani ma anche a scegliere la giusta veste con cui presentarli al pubblico, Tillman realizza così la sua opera più accessibile, dove per la prima volta episodi come Everyman Needs A Companion riescono subito a farsi memorizzare e richiedono una coralità e una partecipazione che contrasta lo spirito solitario e depresso dei testi dell’autore. Perchè poi la presentazione del disco parla del solito parto dell’artista che non si abitua al mondo, ma stavolta il risultato è solare e pieno di vita, pure quando le liriche calcano la mano sulla malinconia. E sta proprio in questa salutare contraddizione il lato più positivo di questo progetto.
Nicola Gervasini

giovedì 24 maggio 2012

GABRIEL & THE HOUNDS


GABRIEL & THE HOUNDS

KISS FULL OF TEETH

Communion Records

**

Bisogna stare attenti a muoversi nel mondo del folk indipendente di questi anni: troppi prodotti, troppi artisti bravi a presentarsi come piccoli geni ma incapaci poi di avere vera sostanza dietro il loro atteggiamento modè. Poi ci sono le vie di mezzo come questo Gabriel Levine, esordiente con il nickname di Gabriel & The Hounds, già annunciato dal doveroso hype via web per via delle prestigiose collaborazioni di cui Kiss Full Of Teeth si pregia. I National innanzitutto, che gli hanno anche messo a disposizione gli studios per sgrezzare quanto lui aveva già registrato nel garage di casa, e poi Sufjan Stevens, Bjork, i Beirut e tanti altri nomi di altri mondi musicali, tutti vogliosi di esserci per la nascita del nuovo Bon Iver. Perché il tentativo di ricalcare le orme (sopravvalutate?) di quest’ultimo sono evidenti, nella registrazione lo-fi cercata anche quando il sound è infarcito di sovraregistrazioni e orchestrazioni, quasi avesse voluto creare il Pet Sounds del mondo indie, tra violini e fiati maestosi. Il risultato a livello di impatto è alterno ma in ogni caso sufficientemente professionale e suggestivo, quello che invece a ben sentire ancora non convince è se poi tanta mobilitazione di geni valesse la pena per un pugno di canzoni che non sempre riescono a farsi ricordare. Ci riesce certo What Good Would That Do?, che posta in apertura fa ben sperare, magari il giro alla Lou Reed di The World Unfolds, ma in altri casi come Lovely Thief o When We Die in South America è difficile capire la necessità di tanti fronzoli e barocchismi per ballate che avrebbero fatto centro anche in veste scarna e acustica. Problema che nel finale diventa evidente, quando addirittura si fa fatica a cercare la canzone Who Will Fall On Knees? in mezzo a tanti strumenti. Non parliamo certo di una bocciatura, Levine ha del suo da dire, anche se la sua vocalità soffocata alla M Ward a volte pare essere un freno non indifferente per futuri sviluppi, ma probabilmente in questo primo passo era troppo concentrato nel sembrare qualcun altro, e se avrà il carattere giusto per correre con le sue gambe non è detto che un giorno non scopriremo quale ottimo autore per questi anni dieci si cela dietro queste canzoni. Per ora invece ci teniamo in disparte alle lodi del mondo indie che pioveranno a catinelle su questi nuovo enfant prodige, proprio perché con le stesse idee Sufjan Stevens ha fatto lavori di ben altro spessore, con la promessa comunque che torneremo a seguirlo. Sempre che qualcuno nel frattempo lo abbia davvero convinto che basta così…
Nicola Gervasini

martedì 22 maggio 2012

SEA OF BEES


SEA OF BEES

ORANGEFARBEN

Heavenly Records

***

Si cela una piccolo icona della indie-music come Jules (all’anagrafe Julie Ann Bee) dietro la sigla Sea Of Bees, una ragazza di Sacramento dall’aria dimessa che potrebbe tranquillamente apparire come la commessa del vostro supermercato di fiducia, quasi una (non) veste da star voluta per far concentrare tutti solo sulla sua musica. Orangefarben è il secondo capitolo di questa oscura saga, e se con The Bee Eee Pee del 2009 si era ancora nel recinto del fai da te discografico, qui la ragazza comincia davvero a far sentire il proprio talento. Undici brani che il critico Robin Hilton di NPR ha definito “la versione femminile degli Sparklehorse”, ma che noi invece sentiamo più come una coda alla nuova tradizione di muse femminili degli anni 2000 come Feist o Joan As A Police Woman e persino Brandi Carline nelle sue soluzioni più tradizionalmente rootsy-rock. In più però anche un piglio pop-rock che manca alle colleghe, come si evince fin dall’iniziale Broke, che ha un bella base da mainstream rock tutt’altro che eterea. E’ con Take che tra acustiche e violoncelli che si comincia a scendere negli inferi delle suggestioni, ma già Gone riporta tutto in una chiave folk-pop quasi alla Suzanne Vega anni 80. Jules suona praticamente tutti gli strumenti, persino la batteria, aiutata dal produttore John Baccigaluppi, e a dispetto della sua immagine oltremodo timida, nei testi apre il suo cuore per raccontare il dolore della fine di un rapporto, lasciando poche parole ai titoli (tutti composti da una sola singola parola come era di moda fare negli anni 90) e molte alle sue storie. Il disco tiene un bel ritmo anche nel proseguo (molto belli gli intrecci di chitarra di Teeth) fino al fisiologico calo, (il trittico More, Give e Smile allenta troppo la tensione dell’inizio). I titoli ermetici nascondo poi una sorpresa, visto che Leaving altro non è che una azzeccata cover di Leaving On A Jet Plane di John Denver (con batteria elettronica), canzone dell’addio per antonomasia, e poi l’album si riprende con la veloce e arrabbiata Girl e la più sofferta Alien. Piacevole e pieno di buone canzoni, Orangefarben è una bella sorpresa a cui manca solo il supporto di un team professionale in fase di registrazione. Se mai vincerà la sua ritrosia ai contatti umani e deciderà di affidarsi a collaborazioni proficue, la ragazza potrebbe riservare piacevoli sviluppi.
Nicola Gervasini

domenica 20 maggio 2012



 
 
 Justin Townes EarleNothing's Gonna Change The Way You Feel About Me Now
[
Bloodshot  
2012]
www.justintownesearle.com

 File Under: songwriter, country-soul
di Nicola Gervasini (26/03/2012)

Non so…c'è che forse dopo sei anni e cinque album ho finalmente colto cosa non va in Justin Townes Earle. Perché, c'era qualcosa che non andava? Diranno i fans accaniti. Che sono tanti oltretutto, e qui so e di andare controcorrente, perché questo figlio d'arte ha mietuto consensi ben al di là dell'orticello angusto e vetusto della country-roots-folk-oldstyle music che produce. E allora uno si chiede perché mai tra i nuovi ascoltatori "lui sì" e "altri no", visto che è difficile pensare a qualcosa di più "classic" e adult-oriented della sua musica. E soprattutto noi, che su queste pagine la sua musica la mastichiamo quotidianamente, recensione dopo recensione abbiamo sempre evidenziato che il ragazzo ci sa fare, "è bravo", ma…appunto…c'è sempre un ma e un non so.Nothing's Gonna Change The Way You Feel About Me Now, oltre a rispondere ai nostri dubbi fin dal titolo (sarò maligno, ma mi suona come un se qualunque cosa io faccia non vi farà cambiare idea, allora beccatevi ancora sta minestra riscaldata!), ci aiuta anche a finire la frase. Ma. Non so.

E allora ecco cosa c'è: c'è che Justin Townes Earle è freddo. Tranquilli, forse la colpa è di quelli della mia generazione, nati vedendo il padre sputare sangue e sudore su ogni nota che ha prodotto, o quel Townes Van Zandt, di cui lui porta pure il nome, piangere per ogni parola scritta, e non ci fa piacere sapere che la loro tradizione viene poi ripresa da uno che canta ogni singola canzone con compostezza e precisione, ma anche con un trasporto pari allo zero. Pare uno che registra le canzoni pensando che alla fine della session di registrazione deve correre al bar a farsi l'aperitivo con gli amici. Non so. Poi magari mi viene anche da pensare positivo, e realizzo che, grazie a lui, a nuove piccole schiere di giovani ascoltatori arrivano i fiati soul di Look The Other Way, o un bell'honky-tonk blues da balera come Baby's Got A Bad Idea. Insomma, si studiano l'ABC del buon american-songwriter. E me lo vedo il giovane strafottente che mi fa notare che Lyle Lovett fa lo stesso identico disco da anni, e se vogliamo con maggior impostazione e freddezza (e aggiungiamoci che è pure più brutto) ma…appunto…non so…Lovett quando swinga pigramente ti fa sentire a casa al caldo, Justin quando country-jazzeggia con stile in Lower East Side ti lascia in maniche corte in mezzo ad una strada.

Manca il cuore in mano che sanguina, mancano le palle, manca l'anima. Ci sono invece i suoni molto black-oriented creati dal produttore Skylar Wilson (la nerissima Memphis in The Rain è guardacaso uno dei brani più interessanti), il bel violino di Amanda Shires (che dona profondità alla piatta Won't Be The Last Time). Non so, forse sono io che mi sbaglio, sono io che penso che un artista al quinto album dovrebbe essere ancora nella fase in cui ribalta le sue canzoni con cattiveria, sperimentando e magari anche sbagliando. Non so, sarà che per me il rock and roll, inteso come filosofia di far musica, è un'altra cosa rispetto a questo compitino. Queste probabilmente sono le altre storie...

domenica 13 maggio 2012


 
 Bonnie Raitt Slipstream
[
Redwing/ Proper  
2012]
www.bonnieraitt.com


 File Under: blues rock
di Nicola Gervasini (30/04/2012)

Durante un recente concerto a Milano, John Hiatt ha attribuito a Bonnie Raitt il merito di aver finanziato l'università della sua prole grazie alla stra-venduta cover di Little Thing Called Love. E non è certo lui l'unico artista che deve alla brava Bonnie la soddisfazione di aver visto il proprio nome in una classifica di Billboard. Eppure non è stata davvero solo questa la funzione nella storia del rock di questa timida blues-girl dai capelli rossi, nata come una delle primissime chitarriste blues bianche e forte di uno stile riconoscibile che finirà per assorbire tutta la lezione di Lowell George. Fu prima l'innamoramento per la canzone d'autore, e poi una fruttuosa sequenza di titoli annacquati con certo pop da radio FM che hanno fatto di lei un personaggio amato, ma pur sempre considerato secondario dai più, una brava a mettere in bella forma quelle opere che sarebbero rimaste nel retrobottega se proposte nella versione originale.

Dopo aver tentato una improbabile svolta sperimentale con Fundamental nel 1997 (matrimonio artistico con il produttore Mitchell Froom), Bonnie già da tre album sbarca il lunario facendo bene quello che meglio sa fare, senza più cedimenti a suoni plastificati, ma senza neppure particolari slanci creativi. Non fa eccezione neppure questoSlipstream, che, se non altro, rispetto ai precedenti Silver Lining e Souls Alike ha il merito di azzeccare quasi tutte le scelte di repertorio e suonare più fresco grazie alla sapiente produzione di Joe Henry. E se forse ben due riletture tratte da Time Out Of Mind di Bob Dylan paiono una esagerata genuflessione al mito (meglio il blues Million Milescomunque, rispetto ad una Standing On The Doorway che forse necessitava più pathos), se magari di If You Fail Me Now bastava lo splendido botta e risposta tra lo stesso Henry e Loudon Wainwright III di quattro anni fa, risultano interessanti la pianistica God Only Knows o la leggera Right Down The Line di Gerry Rafferty.

Il resto è tutto appannaggio del suo team compositivo, coadiuvato da Randall Bramblett (che tira fuori dal cilindro lo scoppiettante inizio di Used To Rule The World e qualche buon blues di marca come Down To You e Ain't Gonna Let You Go) e dall'ex NRBQ Al Anderson (ma i suoi contributi appaiono i meno incisivi, con una Split Decision che ormai sa davvero troppo di Little Feat ultima maniera). Forse alla fine il brano più memorabile resta la semplice e delicataMarriage Made In Hollywood, un bel testo di Paul Brady che la Raitt interpreta con il garbo che ce l'ha fatta amare tanto tempo fa. Nessun brano autografo e un composto e distaccato impegno in fase di registrazione, se vi accontentate è tutto quello che la Raitt può ancora dare nel 2012. Basta, ma non avanza.

martedì 1 maggio 2012

LEE RANALDO



Lee Ranaldo Between The Times and The Tides
[
Matador/ Self 
2012]
www.sonicyouth.com/symu/lee
www.matadorrecords.com
 File Under: alternative-rock, indie-rock
di Nicola Gervasini (16/04/2012)

La mente va al 1994, quando uscì Experimental Jet Set, Trash & No Star, e non pochi salutarono il brano di apertura Winner's Blues (un semplice blues acustico con registrazione al livello demo) come una definitiva apertura dei Sonic Youth al mondo della canzone tradizionale, l'ultima tappa di quel passaggio al mainstream paventato dai vecchi fans ai tempi della loro forma per una major nel 1990. Oggi, 2012, sappiamo come è andata la storia, la variazione stilistica della band newyorkese si fermò a quell'episodio, e ad oggi la band ha continuato a proporre il suo rock alternativo con una coerenza stilistica invidiabile vista la longevità (30 anni esatti, praticamente i Rolling Stones della scena alternativa). Eppure sia il disco dello scorso anno di Thurston Moore (Demolished Thoughs), sia il rilancio del compare Lee Ranaldo con questo Between The Times and The Tides, sembrano indicare che la voglia di approdare ad una forma-canzone classica che non sia schiava dell'obbligo di apparire "alternativi" e sperimentali, fosse tutt'altro che solo una tentazione.

Ranaldo non è nuovo ad uscite soliste, ma la distanza concettuale che intercorre tra queste dieci canzoni che richiamano alla mente i R.E.M. di metà anni 80 e gli abbozzi sperimentali di From Here To Infinity del 1987 è abissale. Il riferimento più chiaro potrebbe essere il Bob Mould delle prime sortite soliste, quando appunto scoprì le gioie della mainstream-song dopo gli anni focosi degli Husker Du, ma anche certe quadrature di Steve Wynn. Viene forse da pensare con malizia che sia Moore che Ranaldo volessero scrivere queste canzoni molto prima, ma che l'impossibilità di snaturare il marchio Sonic Youth abbia fatto desistere i due e continuare sulle loro consuete strade.

Il rovescio della medaglia c'è, ed è la constatazione che se sul terreno del noise-rock loro restano i maestri indiscussi, alle prese con le trame elettro-acustiche che spesso strizzano l'occhio ai Wilco (e non solo per la riconoscibilissima presenza della chitarra di Nels Cline nella stupenda Xtina As I Knew Her) e a molto indie-rock moderno, Ranaldo finisce per essere solamente "uno buono", e se questo fosse il disco di un esordiente (potrebbe esserlo, i riferimenti sono vecchi, ma il risultato è decisamente attuale), lo saluteremmo con la stessa enfasi riservata ad un Kurt Vile o altri nuovi piccoli eroi del mondo rock sotterraneo. Qui Ranaldo esibisce una buona prova d'autore (Strandedaddirittura rasenta il folk), barcamenandosi tra episodi in stile gioventù sonica (Waiting On A Dream) semplicemente spogliati dal loro tipico rumorismo, dimostrando comunque una grande esperienza nella costruzione anche di brani più complessi (Fire Island). Benvenuto tra i "normali" Mr Ranaldo. 

lunedì 23 aprile 2012

DELTA SPIRIT


Delta Spirit Delta Spirit
[
Rounder  
2012]
www.deltaspirit.net
 File Under: synth-rock, pop-folk
di Nicola Gervasini (06/04/2012)

Per voi è facile: vi fate un giro on-line, cercate uno streaming disponibile, trovate un paio di video su youtube, e magari vi basta un ascolto veloce per capire se un disco fa o non fa per voi. E non c'è recensione del guru della critica musicale di turno che possa convincervi ad insistere con l'ascolto, magari per scoprire quelle sfumature che la prima volta non è possibile cogliere. Avrete già deciso di passare ad altro prima che quella musica possa diventare vostra, sia fisicamente (acquistandola), che emotivamente. Ma mettetevi nei panni del vostro povero recensore, che mai diventerà un guru (quelli esistevano solo trent'anni fa, quando la gente si doveva fidare per necessità), ma ha (o, più correttamente, "si prende") la responsabilità di dare una giustificazione di un rifiuto che non sia un semplice "non mi piace". Che cosa deve inventarsi il vostro fu "imbrattacarte", oggi "intasatore di banda web", per spiegarvi perché questo secondo album dei Delta Spirit è, a conti fatti e ascolti ripetuti, un inenarrabile flop.

Ci ha riflettuto molto il pover uomo, ha ascoltato queste canzoni più volte, in macchina, a casa sullo stereo, in cuffia nell'ipod, in cucina mentre pelava le patate, sul computer mentre scrive queste righe, ma non solo non ha trovato il senso di questa svolta stilistica, ma neppure ne ha compreso appieno la funzione. E sì che il vostro aveva addirittura nominato il loro disco precedente (History From Below) tra i Top 10 albums del 2010, per cui partiva ben disposto verso questa attesa opera terza, ma davvero non ci siamo. La scelta è quella di allinearsi al generale ritorno agli anni 80, e arrivano buon ultimi ormai (Okkervil River, Paul Weller, Bright Eyes, Mark Lanegan, fermatemi perché posso tirare la fine della recensione solo con questo elenco), ma se è possibile con idee ancora più confuse sull'argomento dell'analogo disastroso tentativo dei Felice Brothers (vi rimando alla recensione di Celebration, Florida), perché il sound magniloquente di Tear It Up o il pasticcio new wave (un'onda che da loro arriva in ritardo di quarant'anni circa) di Money Saves davvero non trovano giustificazione se non nel voler esibire la propria versatilità.

In questi casi il recensore, sfiancato dall'interminabile e stancante muro di suoni a casaccio che regna più o meno per tutto l'album, prova a dirigersi verso la scrittura, nel tentativo di salvare il salvabile, e qui, raschiando la patina di orpelli inutili, affiorano perlomeno Idaho o Into The Darkness, e in generale una capacità di raccontare i disagi del proprio essere artista che segna comunque un punto a loro favore. Troppo poco però, il fallimento è tutto nel non essere riusciti a costruire un suono "loro", che li possa identificare tra i tanti, perché comunque non è certo questa l'essenza dei Delta Spirit, neanche di quelli che vorranno essere in futuro se proprio la vena freak-folk degli esordi gli sta così stretta. Altrimenti una buona retromarcia è caldamente consigliata. 

giovedì 12 aprile 2012

SHEARWATER - Animal Joy


Shearwater
Animal Joy
[
Sub Pop
2012]

www.shearwatermusic.com
www.subpop.com

File Under: : indie rock

di Nicola Gervasini (01/03/2012)

Strade diverse, ma percorse con lo stesso passo: è questo il destino che lega Will Sheff e Jonathan Meiburg. L'addio di quest'ultimo al mondo degli Okkervil River (per anni ne è stato attivo collaboratore) sembra ormai definitivo, la sua creatura marina Shearwater ha raccolto sufficienti consensi per continuare da sola, grazie ad una trilogia dedicata proprio all'acqua che ha avuto in Rook il suo apice e nel precedente The Golden Archipelago il suo più stanco canto del cigno. E così, come l'amico Will, Jonathan ha sentito la necessità di cambiare, mossa non facile per uno con una vocalità così caratterizzante come la sua, condannato com'è ad evocare immagini senza poter urlare rabbia. Ma se l'animale non può cambiare voce, perlomeno può cambiare il manto (e magari anche etichetta, passando alla più scafata Sub Pop), e laddove gli Okkervil River hanno svoltato negli anni dieci tenendo testa al synth-sound revival che abbiamo nelle orecchie al momento anche grazie a Lanegan e tanti altri, Meiburg prova una solo apparentemente improbabile via rock che sta facendo storcere non poco il naso a chi li apprezzava per la loro misura e modestia.

L'anima di Animal Joy è tutta nel titolo e nelle unghie della copertina, nell'animale che abita nella grancassa del batterista Thor Harris, una bestia che sbraita con passo pesante e fa rimbombare la pareti con un "big drum sound" d'altritempi che imperversa anche quando magari il ritmo si fa dark e ipnotico (ma quanto sarebbero piaciute ai Cure di Faith e Pornography le gotiche Dread Sovereign e la lunga Insolence?), ma anche nella gioia di riscoprire la propria componente selvaggia, evidenziata dai testi sempre alla ricerca delle contraddizioni della civilizzazione e di quanto natura, animali e uomo siano dolorosamente in simbiosi. Meiburg vince la sua partita esattamente come il compare, non arrivando forse al capolavoro della band, ma impostando una svolta stilistica credibile, che ha tutta l'aria di poter essere duratura. E lo fa non perdendo nulla del suo fascino, intatto quando trova le melodie perfette (You As You Were o Star Of The Age), quando cerca l'immediatezza di una pop-song (Breaking The Yearlings, ma anche la title-track), o quando si ferma a meditare come solo lui sa fare (Believing Makes It Easy).

Si può notare che, come spesso succede alle opere di transizione, c'è ancora qualche sbavatura da aggiustare, magari l'indiavolato ritmo di Immacolate che va troppo oltre le loro possibilità, o la pestata di Harris non così necessaria in Open Your Houses, e in generale una parte centrale che non tiene la stessa tensione degli estremi, ma nel complesso la battaglia pare vinta. Ora c'è però la guerra contro il loro stesso pubblico, che non è detto che sia pronto a perdonare l'unica mossa intelligente che potevano fare. D'altronde questi anni dieci stanno finalmente cominciando ad avere una connotazione stilistica lontana dal mito dell'artista indipendente, musicalmente scarno e solitario degli anni zero, e gli Shearwater vogliono esserci quando finalmente capiremo dove stiamo approdando.



martedì 10 aprile 2012

ANDRE WILLIAMS - Hoods And Shades

Andre Williams
Hoods and Shades
[Bloodshot Records 2012]

www.bloodshotrecords.com


File Under: blues-folk, punk-soul

di Nicola Gervasini (16/03/2012)


Attenzione! Questo è un disco di serie B, fatto da un artista di serie B, anche se con un produttore di serie A (Don Was). E pure la copertina, con quella grafica da locandina di filmaccio anni 70, è da serie B. Ma siccome su queste pagine siamo da sempre rispettosi verso le serie minori, dove a volte lo spettacolo è più genuino che nella trita e ritrita serie A, allora torniamo volentieri a fare visita alle lande di Andre Williams (lo avevamo incontrato nel 2006 per l'album Aphrodisiac). Personaggio minore di quelli che piace molto riesumare di questi tempi, famoso per aver scritto già negli anni cinquanta una hit come Bacon Fat (la rifece anche Willy DeVille tra i tanti), Williams resta molto meno noto per la sua discografia, iniziata seriamente in tarda età.

I cinefili per un disco come Hoods And Shades userebbero il termine "scult", vale a dire un'opera fatta di talmente poco da risultare per questo memorabile. I critici invece per lui coniarono il termine blues-punk, quasi a voler giustificare quell'aria da fai da te dei quattro quarti che regna nei suoi dischi, esattamente come capita anche in questo caso. Il disco è presto spiegato: nove giri di folk-blues che John Lee Hooker masticava già 50 anni fa senza troppo pensarci, retti dalla sua chitarra acustica e una batteria fracassona (dono di Jim White), una chitarra elettrica che fraseggia e ricama in lontananza, come se fosse stata registrata in un'altra stanza (è quella di Dennis Coffey, un monumento della Motown), il basso distratto di Jim Diamond dai Dirtbombs e lui che perlopiù parla imitando a volte Lee Hooker, oppure impostando tutto su tinte più soul.

La prima volta, in A Good Day To Feel Bad, il giochino diverte, ma già nella lunga title-track si fa leggermente ripetitivo e fine a sé stesso. Proprio come i film di serie B, che magari iniziano promettendo una grande storia, ma poi non mantengono per mancanza di una valida sceneggiatura. E così se l'iniziale Dirt piace per quel senso di indolenza alla JJ Cale, i dolori vengono quando il nostro gioca a fare il James Brown rurale (I've Got Money On My Mind) senza averne però il ritmo adeguato. Passano così boogie di seconda mano (Jaw Dropper), delta-blues acustici da barrelhouse (Hu-matic Man) e sentiti omaggi a miti della black music (Swamp Dogg's Hot Spot). Soluzioni accattivanti e banalità macroscopiche convivono pressoché in ogni traccia, e nulla può un Don Was impegnato a rendere tutto credibilmente vintage. Alla fine quello che vince è il fascino del personaggio e della sua voce, e quell'aria di uno che ha troppe storie da raccontare per non valer la pena di ascoltarlo. Proprio come quei film polizieschi degli anni 70, le cui scene di azione erano troppo avvincenti per perdersele, magari solo per il fatto che il plot non stava in piedi o gli attori erano incapaci di avere più di tre espressioni diverse.

giovedì 5 aprile 2012

GRACE WOODROOFE - Always Want


GRACE WOODROOFE

ALWAYS WANT

(Modular)

***

E’ una storia tutta da raccontare quella di questo Always Want, album di esordio di Grace Woodroofe, giovane chanteuse australiana. Scoperta e fortemente sponsorizzata dall’attore Heath ledger (quello di Brokeback Mountain per intenderci), è stata poi presa sotto la giurisdizione artistica di Ben Harper, che le ha dato la possibilità di aprire i suoi concerti nonostante fosse una perfetta sconosciuta. La gestazione di Always Want è stata lunga, circa quattro anni passati da quando Grace aveva già registrato questi brani in Australia in una chiave più folk, fino a quando Ben Harper negli Stati Uniti ha ribaltato tutto ancora una volta, donando al disco un’affascinante chiave dark. I riferimenti sono quelli di Marissa Nadler e Anais Mitchell per la componente folk, ma più chiaramente si guarda alla PJ Harvey di sempre, sia nella sua anima più rock che in quella più nera alla Nick Cave di alcuni suoi album. Il disco si barcamena tra alt-rock e folk etereo, come quello messo in mostra dal singolo I’ve Handled Myself Wrong, brano irresistibile accompagnato da un video che la vede navigare alla deriva su una barca che pare quella di Caronte, fino ad episodi più decisi come la ruvida Bear. Harper contribuisce quasi solo con la sua voce, limitando al minimo gli interventi con la chitarra, quasi a non disturbare il clima soffuso dell’album, che trova la sua forza nelle tristi confessioni di una ragazza alla ricerca di un proprio ruolo nella vita (i mille personaggi interpretati in Transformer), e che cerca la ricetta per maturare nelle parole che le scrisse il padre, che le spiegava che nella vita sarebbe passata attraverso paura, rabbia e profonda depressione, e che l’accettazione di tutti questi stati sarebbe arrivata solo molto dopo nel tempo (il tutto è nella bellissimo folk di H.). Album breve (31 minuti), forse spesso troppo compiaciuto nel suo minimalismo e nei toni tragici (la pianistica Oh My God o la marcia funebre di Nocturnal), Always Want è comunque un bell’esordio di una artista ancora legata a dei modelli precisi. Restiamo in attesa di vedere se nel futuro saprà divenire lei modello di se stessa.

Nicola Gervasini

lunedì 2 aprile 2012

BEN KWELLER - Go Fly A Kite


BEN KWELLER

GO FLY A KITE

Noise Rec.

***

Nel decennio del rock indipendente e nascosto nei meandri della rete, Ben Kweller è stato uno dei pochi artisti che ha potuto vantarsi di essere entrato nella Billboard americana con ben 4 tra i suoi sette album. Non che abbia molto senso notarlo ormai, visti i volumi ridotti che bastano per entrare in top 100, ma è evidente che la formula del suo roots-pop-rock è risultata spesso vincente. Sarà che le sue canzoni sono spesso brevi, hanno un ritornello sempre molto radio-friendly, nonostante le sue restino produzioni di genere costruite secondo le nuove regole dell’artigianato rock. Go Fly A Kite arriva tre anni dopo Changing Horses, non certo per rivoluzionare la sua carriera o imporre chissà quali svolte, quanto per confermare il suo inconfondibile stile. Al massimo si può notare come l’iniziale Mean To Me macini un insolito arena-rock di grana grossissima, ma già con Out The Door si rientra nei ranghi con una pop-song che potrebbe appartenere ad un Paul McCartney in gita americana (e quando si arriva a Gossip la somiglianza con la vocalità di Sir Paul diventa anche più evidente). Amante della instant-melody, Kweller riesce comunque sempre a dare l’impressione di essere anche un buon autore, persino quando riesce a trasformare un pop adolescenziale come Jealous Girl in una jingle-jangle song degna del Freedy Johnston degli anni migliori, o nell’irresistibile pop-folk alla Byrds di Full Circe. Non tutto funziona, Free è monotona e sfrutta un giro armonico abusatissimo, mentre i cambi di tempo di Justify Me non funzionano a dovere. Tutto bene invece quando si abbandonano i canti e ci si rilassa con ballatone da accendino come The Rainbow o I Miss You, o quando si accelera con il power-pop di Time Will Save The Day. Il fine di far cantare la gente è talmente dichiarato che nel booklet non ci sono solo i testi, ma pure gli accordi, nel caso vogliate suonare queste canzoni in spiaggia con gli amici. Non sono i classici che chiunque conosce da anni, ma fanno tutte finta di esserlo.

Nicola Gervasini

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...