mercoledì 13 luglio 2016

RONNIE SPECTOR

Ronnie Spector 
English Heart
[Caroline/ Universal 2016
]
www.ronniespector.com
 File Under: Be My Popsinger

di Nicola Gervasini (02/06/2016)
Non deve essere stato facile per Ronnie Spector diventare un'icona del pop e un simbolo di un'era, senza che poi davvero qualcuno abbia mai creduto nel suo talento. Veronica Yvette Bennett deve il suo mito ad una serie di fortunati singoli con le Ronettes (Be My Baby e Baby I Love You i più celebri), e al fatto di essere poi diventata Ronnie Spector quando ha sposato il deus ex machina di tanto successo, il tumultuoso produttore Phil Spector. La loro storia fa gara con quella tra Ike e Tina Turner per numero di soprusi e vessazioni, ma mentre Tina ha comunque saputo gestire il suo talento anche da sola, Ronnie si è persa un po' nel nulla. L'unico tentativo di darle una propria carriera strutturata è stato l'album Siren del 1980, per il quale le assemblarono una band in linea con i tempi composta da membri dei Mink Deville, degli Heartbreakers di Johnny Thunders e dei Dead Boys, e nel quale affrontava anche un brano dei Ramones a ringraziamento per aver rimandato in classifica una nuova versione della sua Baby I Love You (Joey Ramone produrrà poi un suo EP del 1999).

Da allora solo tre album, quasi sempre improntati ad un revival esclusivamente dedicato ai nostalgici. Esattamente quello che fa anche questo English Heart, piccolo bigino di pop britannico degli anni 60, in cui Ronnie canta ancora alla grande con la sua voce inconfondibile, e la produzione trova un discreto compromesso tra suoni vintage e gusto moderno. Dove però, ancora una volta, la Spector conferma di essere interprete poco capace di rigenerarsi, intenta come la troviamo ad affrontare brani che avrebbe cantato anche 50 anni fa allo stesso modo. L'operazione ricorda molto quella di Bettye LaVette del 2010 (Interpretations: The British Rock Songbook), e lo spunto d'interesse nella scelta dei brani arriva dalla versione al femminile di un brano minorissimo e dimenticato dei primi Rolling Stones (I'd Much Rather Be With the Girls, firmata nel 1964 dal solo Keith Richards con il produttore Andrew Loog Oldham proprio per darla a Ronnie, che però non la registrò). E' qui il senso di molte scelte, cioè far rivivere brani meno noti di grandi nomi: dal catalogo Beatles ad esempio pesca e I'll Follow The Sun, scritta da Paul McCartney a sedici anni, e pubblicata come riempitivo di BeatlesFOR SALE, mentre Because è una b-side dei Dave Clark Five.

Quando va su terreni più celebri, lo fa a volte con arrangiamenti coraggiosi (Tired Of Waiting dei Kinks), con grande trasporto e sentimento (l'ottima versione di How Can You Mend A Broken Heart dei Bee Gees) o con semplice rispetto (Don't Let The Sun Catch You Crying dei Gerry And The Pacemakers). Per il resto la scaletta prevede anche Girl Don't Come di Sandie Shaw, You've Got Your Troubles dei Fortunes, Tell Her No dal primo album degli Zombies, Don't let me Be Misunderstood degli Animals e Oh Me Oh My (I'm A Fool For You Baby)di Lulu. Godibile e ben fatto, quanto assolutamente inutile e ricattatorio: provateci voi a dire che non vi piace senza incappare in peccato di vilipendio verso tutto ciò che ha plasmato la canzone pop che più amate.

giovedì 23 giugno 2016

JOHN DOE

John Doe 
Westerner
[Cool Rock Record/ Goodfellas 2016
]
www.theejohndoe.com
 File Under: soundtracks for an imaginary western

di Nicola Gervasini (24/05/2016)
John Doe fa parte della storia del Rock. Non esiste lista di album fondamentali, redatta da qualsiasi rivista di qualsivoglia inclinazione (roots-oriented, brit-oriented, mainstream-oriented, indie-oriented, metal-oriented), che non si ricordi perlomeno di Los Angeles degli X, se non anche di altri titoli della storica sigla creata con la compagna di allora Exene Cervenka e altri fidi amici. Ben più oscura invece, poco conosciuta, se non proprio sottovalutata, è stata la sua carriera solista. Forse anche perché nel 1990, dopo un esordio ben finanziato dalla Geffen in cui prendeva subito le distanze dal punk californiano da cui proveniva a favore di un Heartland rock anche piuttosto convenzionale (Meet John Doe), ha passato un decennio incerto e nell'ombra prima di trovare il ritmo giusto in questi anni 2000.

Forever Hasn't Happened Yet (2005); A Year in the Wilderness (2007) e Keeper (2011), perlomeno, sono titoli che vi consiglio caldamente di recuperare se vi eravate distratti, connubi perfetti tra tradizione e pura arte del songwriting, realizzati spesso con piglio produttivo anche coraggioso. Meno importanti invece le concessioni al mondo più commerciale dell'Americana, come la poco memorabile reunion dei KnittersDEL 2005 Ol'avventura nel country tradizionale in compagnia dei Sadies del 2009. The Westerner, titolo rubato ad un vecchio film western del 1940 con Gary Cooper, segue la linea artistica dei suoi più illustri predecessori, e ne conferma i tanti pregi, nonostante anche per lui comincia forse a farsi largo un certo appagamento e la pericolosa tentazione di vivacchiare su un tran-tran volto solo a conservare lo zoccolo duro dei suoi fans, senza però più tentare di conquistarne di nuovi. Nulla di male, in fondo molti suoi esimi colleghi sono approdati alla routine prima di lui, e questi 34 minuti veloci e mai noiosi comunque soddisfano sapientemente qualunque attesa di base nei suoi confronti.

Profondamente influenzato dalla produzione di Howe Gelb e dai panorami dell'Arizona, l'album è ispirato e infine dedicato allo scrittore/sceneggiatore Michael Blake, noto per aver scritto Balla Coi Lupi di Kevin Costner, che Doe ha seguito nei suoi ultimi giorni di vita, incamerando le storie delle sue mille battaglie legali e artistiche a difesa dei Nativi americani. I brani sono un mix di blues desertificati (Get On Board, My Darling, Blue Skies), ballate di frontiera (Sunlight, le splendide e programmatiche Alone in Arizona e The Other Shoe) momenti di riflessione (Little Help, Sweet Reward, Rising Sun) o zoppicanti rock da balera (Go Baby Go, con la voce di Debbie Harry a supporto, Drink Of Water). Classe infinita e esperienza da vendere, questo offre il John Doe del 2016, che non promette più pagine buone per la storia del rock forse, ma continua a scrivere uno di quei romanzi che vorresti non finisse mai, anche quando ha in fondo già detto tutto.

giovedì 28 aprile 2016

BLACK MOUNTAIN

Si è fatto un gran parlare dei canadesi Black Mountain sul finire degli anni zero. Tre album alquanto acclamati (Black Mountain del 2005, In The Future del 2008 e Wilderness Heart del 2010) proponevano un mix decisamente vintage fatto di hard-riffs sospesi tra Black Sabbath e Led Zeppelin, momenti da brit-prog anni 70, uniti ad un certo gusto indie moderno (soprattutto grazie alla sognante voce di Amber Webber) e, in qualche caso, un vago ma non fastidioso pop-appeal.  Il risultato non era forse per tutti i palati, eppure venne apprezzato anche da differenti parrocchie di fans. Si è dovuto aspettare ben sei anni per ascoltare IV (Jagjaguwar), titolo anche questo zeppeliniano che consolida il valore della band, con l’aggiunta di qualche elemento di elettronica e sintetizzatori che sposta il baricentro di riferimento verso certo Aor sinfonico alla Rush o Styx (non suoni per forza come un’offesa). Basta ascoltare Florian Saucer Attack, forte di un giro di tastiera che potrebbe appartenere ai Depeche Mode, chitarre da garage band post-punk, e un cantato da eroina New Wave alla Kate Bush. Un bel paciugo direte voi, o anche il solito frappè di stili shakerati in un unico cocktail per incapacità di crearsene uno proprio. Eppure IV, con l’inserimento di tastiere che sanno addirittura di dark anni ottanta (You Can Dream), sta in piedi da solo, e ci rassicura anche un po’ sul fatto che sì, la golden age del rock and roll è cosa ormai lontana, ma grazie a band come i Black Mountain, siamo ancora distanti dall’arrivo dell’asteroide che estinguerà i dinosauri del rock e i loro giovani discendenti. Non si tratta più di genio dunque, ma del buon know-how di saper far suonare un pezzo come Constellations come se mimassero una ipotetica svolta hard dei Fleetwood Mac, o di far sembrare il lentone tutto archi e synth Line Them All Up una ipotetica versione di The Power of Love dei Frankie Goes To Hollywood cantata da Tori Amos. Riferimenti, ruberie, mezzi plagi (il tappeto di tastiere di The Chain non l’avevamo già sentito in un disco dei Pink Floyd?): quello dei Black Mountain è un processo di riciclo creativo in linea con i nostri tempi, in cui tutto quello che pare ormai inutile e sorpassato, si rigenera in una nuova unione. Non è forse tutta qui l’essenza del rock moderno?

Nicola Gervasini

THAO & THE GET DOWN STAY DOWN

THAO & THE GET DOWN STAY DOWN
A MAN ALIVE
Ribbon Music
***
La storia dei Thao & the Get Down Stay Down affonda le sue radici in California, dove Thao Nguyen, vocalist di origine orientale, imbastisce una band fin dagli anni dell’università (studiava sociologia). Da quei tempi sono passati tanti anni, qualche compagno si è perso per strada (ora la il trio è completato da Adam Thompson e Charlie Glenn), hanno realizzato sei album (a partire da Like the Linen del 2005), sono stati coinvolti in tante collaborazioni (con Mirah, Portland Cello Project),e hanno vantato presenze di rango nei propri album (We The Common del 2003 vedeva la collaborazione di Joanna Newsom). A Man Alive arriva dopo una pausa di quasi tre anni, iniziata dopo la pubblicazione del curioso Ep The Feeling Kind, in cui coverizzavano brani dei Troggs, Yo La Tengo e Melanie. E magari da qui possiamo partire per spiegare la loro musica, visto che i tre nomi citati potrebbero rappresentare mondi apparentemente inconciliabili, eppure tutti volti ad un’idea di pop fuori dagli schemi. Thao Nguyen è infatti una adepta di quel mondo femminile che rifugge la via semplice per la canzone pop, ma viaggia sempre sopra le righe (anche nell’uso della voce), non ha paura di osare, e soprattutto di rischiare di non trovare sempre la via giusta. A Man Alive ne è l’esempio più chiaro, con la sua serie di inafferrabili brani in cui si può riconoscere di tutto, da Kate Bush a Pj Harvey, da Siouxsie & The Banshees a Laura Nyro. Pop e rock, indie-pop e dark-music, folk e alternative rock, persino un certo ritmo funk alla Talking Heads, e tante analogie con la musica di Saint Vincent: dal rumorismo di Nobody Dies al pop di Departure, A Man Alive è un lavoro intrigante ma difficile da svezzare, che necessita molti ascolti, ma non è detto che poi davvero arrivi dove vorrebbe. Come dire che spesso le indubbie doti artistiche della Nguyen si perdono in un mare di troppe idee, troppi ritmi diversi, e nella indecisione se voler essere la nuova Bjork o la nuova Debbie Harry, finendo però per non essere ancora pienamente sé stessa. In ogni caso se la stravaganza è in cima alla lista delle conditio sine qua non perché un disco vi interessi, A Man Alive è sicuramente un album che fa per voi, complice anche la sregolata produzione di Merrill Garbus, musicista del duo di musica pop d’avanguardia Tune-Yards.

Nicola Gervasini

lunedì 4 aprile 2016

PRINCE


Abituato a fare le cose sempre in grande, Roger Nelson, in arte Prince, se ne è invece andato nel piccolo dell’ascensore di casa sua. Se ultimamente i mass media lo avevano un po’ trascurato, è bastata la sua morte improvvisa per scoprire come molti colleghi continuavano invece a riconoscerlo come uno dei più completi e talentuosi performer che abbiano mai calcato palco. Ammissioni di manifesta superiorità sono arrivate da ogni dove, da mostri sacri come Mick Jagger o Elton John, da esimi colleghi di black music come Stevie Wonder, o dalle popstar del momento (Lady Gaga, Beyoncè). Ma anche da mondi apparentemente lontani, come i vari artisti dell’undeground anni 80 che ne hanno sottolineato l’influenza, nonostante la sua appartenenza a quello show-business che loro stessi combattevano a suon di chitarre (tra i tanti, Bob Mould degli Husker Du e Paul Westerberg dei Replacements), o persino dal rock americano (Bruce Springsteen, ma anche molti nomi del mondo country). Eppure in vita, a dispetto di quel suo machismo sessuale poco finemente esibito in ogni posa e testo di canzone, Prince è stata rockstar timida e schiva, e sommessamente ci ha lasciato senza il botto finale, con la triste e poco affascinante storia di una banale overdose di antidolorifici. Nessuno sarà mai come lui, perfetto in tutto: cantante, ballerino, compositore, strumentista (suonava di tutto, ma in particolar modo resta un favoloso chitarrista), showman, e infine anche imprenditore di sé stesso. La sua tanto desiderata emancipazione dalle major e il suo non concedere nulla alle nuove piattaforme social lo avevano un po’ isolato dal mondo, e i suoi ultimi dischi (quattro solo negli ultimi due anni) erano diventati appuntamento fisso solo per i fans più stretti. Eppure per chi ancora aveva voglia di seguirlo, le sorprese e i momenti di grande musica non sono mai mancati. La sua folle corsa all’iper-produzione probabilmente genererà una quantità di inediti ancora per tanti anni a venire, ma il meglio forse lo conosciamo già, fosse anche solo quella sua produzione degli anni 80 che ha profondamente segnato e cambiato la Funky Music. Album come Purple Rain o Parade restano inarrivabili, eppure suonano ancora lontani dalla perfezione e dall’adrenalina esibita sul palco. Per ricordarlo dunque meglio riguardarsi il film/concerto di Sign Of The Times, la sua vera grande eredità per il futuro.

Nicola Gervasini

venerdì 1 aprile 2016

XIXA



XIXA
Bloodline
[Glitterhouse/ Goodfellas 2016]
www.xixamusic.com
File Under: desert in cumbia
di Nicola Gervasini (23/03/2016)


"XIXA are psychedelic. XIXA are cumbia. But, most of all, XIXA are rock 'n roll". La frase che caratterizza la cartella stampa del gruppo gioca non poco a creare confusione su una nuovissima e fantomatica sigla, i XIXA (da scrivere sempre tutto maiuscolo), sestetto per nulla di primo pelo proveniente da Tucson. Brian Lopez and Gabriel Sullivan, infatti, fanno parte della moderna formazione allargata dei Giant Sand, mentre Jason Urman (tastiere) Geoffrey Hidalgo (basso), Efren Cruz Chavez (percussioni) e il batterista Winston Watson hanno già tutti lunghi curriculum da session-man in vari ambiti (Chavez, a detta di Lopez, era talmente immerso nel mondo della musica latina, da non sapere nemmeno chi fossero i Led Zeppelin, Watson invece ha suonato con Bob Dylan e Alice Cooper).

Già titolari di un EP (Shift and Shadow), i XIXA possono essere considerati un tardivo quanto efficace prodotto di quel mondo musicale che ruota intorno a Howe Gelb, a cui fanno inevitabilmente riferimento con il loro mix di musiche latine e soluzioni rock. Impossibile dire qualcosa di nuovo in materia dopo anni di Giant Sand, Calexico, e in alcuni casi ci metterei pure i Los Lobos, che certi esperimenti di contaminazione li hanno provati prima di tutti. I XIXA provano ad esordire battendo la strada di mettere un po' di tutto nel calderone (anche elementi di musica araba in World Go Away e in una Down From The Sky che pare davvero un brano del Robert Plant in vena di musica d'oriente alla Kashmir), giocando molto sulle atmosfere e sulle ossessività percussiva della cumbia, a cui fanno ritmicamente riferimento nella maggior parte dei brani. Rock e psichedelìa effettivamente ci sono, ad esempio nel pasticcio di Pressures of Mankind, mix di rumorismo, tastiere da pop anni 60 e indiavolati ritmi latini che ammalia, ma lascia anche perplessi.

Se da un parte il combo ha un evidente savoir faire su come trattare il genere e eventualmente anche scardinarne la grammatica di base (Vampiro e Killer sono gli esempi più riusciti), quello che manca però è un frontman con una voce che non vada al di là di un soffocato e roco clone del modo di cantare di Howe Gelb. Come dire che ci sono i suoni, le idee, mancano però le canzoni e qualcuno che sappia farle arrivare al cuore dell'ascoltatore. Per questo i XIXA falliscono un po' nel distaccarsi completamente dal mondo da cui provengono, finendo per ambire al massimo ad essere quello che gli Autumn Defense di Pat Sansone sono rispetto ai Wilco: un validissimo, per quanto accessorio, side-project delle maestranze.

giovedì 31 marzo 2016

KEITH EMERSON

Ci sono musicisti che hanno incarnato un’idea del far musica ben precisa, e per questo sono discussi, amati o odiati senza mezze misure. Keith Emerson era uno di questi:  idolatrato da chiunque consideri la tecnica e lo studio la conditio sine qua non di una qualsiasi produzione discografica, odiato invece da chiunque abbia abbracciato la filosofia che il rock è prima di tutto improvvisazione e istinto. Eppure, quando il 10 marzo scorso ci ha lasciato, Emerson ha ricevuto gli onori delle armi anche da chi non lo ha mai amato. Giusto riconoscimento per il tastierista per eccellenza del mondo del progressive inglese, prima con i Nice, quando si permetteva impunemente di far convivere Bach e Dylan nello stesso brano, poi con la miliardaria esperienza degli Emerson, Lake & Palmer. Il suo mito nacque per l’assolo di moog che chiude Lucky Man del loro primo album, da un lato perfetta rappresentazione di come anche una bella folk-ballad potesse essere terreno fertile per il suo stile barocco e ridondante, per i detrattori il primo esempio di “perfetto assolo che nulla c’entra con la canzone” (la storia dice che effettivamente lui lo registrò controvoglia, solo per poter giustificare il fatto che un brano così anti-prog apparisse sul disco del trio). Eppure la sua eredità è tutta in quel minuto finale, in quell’idea che classica, rock, folk e jazz  fossero in fondo un unico mezzo per arrivare al fine: il musicista. Una teoria che ha portato avanti con coerenza fino alle estreme conseguenze, sparandosi un colpo in testa nel momento in cui ha scoperto di non poter più esibirsi per una malattia alla mano destra. Emerson aveva una intelligenza nello sperimentare suoni e nuove soluzioni indubbiamente fuori dal comune, ed è singolare, quanto ironico per un artista poco avvezzo all’essenziale come lui, che nelle accademie di musica gli allievi imparino il giro base del blues sulla sua partitura di Hony Tonk Train Blues, unico suo singolo solista di successo (in Italia fu sigla di Odeon, noto programma di RaiDue), e perfetta esecuzione di un vecchio brano del 1927. Dopo l’era d’oro del prog non ritrovò più l’occasione giusta per le sue scorribande, se non per la memorabile soundtrack di Inferno di Dario Argento nel 1980. Ed è da qui che varrebbe la pena partire per riscoprirlo.

Nicola Gervasini

lunedì 14 marzo 2016

MOUNT MORIAH

MOUNT MORIAH
HOW TO DANCE
Merge records
***1/2

Per i credenti  dire Monte Moriah significa indicare l’idea di sacrificio, inteso come estremo atto di cieca fede e dichiarazione di vera devozione. E’ su quel monte che si consumò il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, e anche Noè scelse il luogo per i propri sacrificio a Dio. Nome impegnativo quindi per una roots-band del North Carolina che già da qualche anno si sta facendo notare grazie alla bella voce della vocalist Heather McEntire, una che sul comodino tiene sicuramente un santino di Natalie Merchant e nutre la sua band (ufficialmente Jenks Miller alle chitarre e Casey Toll al basso, mentre alla batteria  c’è in questa occasione Terry Lonergan che non è ufficialmente ritenuto della band) con dischi dei Jayhawks e dei Whiskeytown a giudicare dal suono che pesca a piene mani nel mondo alternative-country anni novanta. Già il precedente album Miracle Temple era piaciuto molto nel mondo Americana, ma qui con questo How To Dance direi che ci siamo in quanto a maturazione. Sebbene privi di una marca particolare nel suono, e, se vogliamo, anche nel modo di cantare della McEntire, i Mount Moriah sanno coniugare perfettamente un sound pieno e ben costruito (per quanto autoprodotto), con una serie di brani accattivanti e ben dosati tra momenti riflessivi (Baby Blue) e momenti più elettrici come Cardinal Cross, con un sound un po’ distorto quasi più vicino al Paisley Undeground o a certi momenti un po’ distorti dei Cowboy Junkies. Album breve (37 minuti per dieci canzoni), How to Dance dopo l’efficace inizio di Calvander e Precita, trova il suo zenith in Higher Mind, un brano che piacerebbe molto all’ultima sempre più sofferta Lucinda Williams, e che si segnala soprattutto per il bel testo ancora un a volta pieno di riferimenti biblici sul tema della penitenza. E non è l’unico momento importante, visto che il finale con la title-track e la lunga Little Bear ancora confermano quanto la band possa ancora dare di più. Forse è tardi per dire qualcosa di veramente nuovo suonando una musica che ha trovato una sua definizione più di vent’anni fa, ma non è mai troppo tardi per farla vivere ancora in buoni dischi.

Nicola Gervasini

lunedì 7 marzo 2016

LUCINDA WILLIAMS

Pochi nomi hanno pesato sulla canzone americana degli ultimi vent’anni come quello di Lucinda Williams. Tutte le nuove generazioni di cantautrici (e non solo) la seguono, la imitano, e la cercano in ogni canzone. Negli anni scorsi ha insegnato come trasformare la canzone country in qualcosa di moderno e slegato dai rigidi cliché del genere, tanto da essere ormai apprezzata anche da un pubblico che certo non vede in Nashville una Mecca di riferimento. Oggi invece si permette album come il nuovo The Ghosts Of Highway 20 (Highway 20), più che una semplice raccolta di canzoni, una lunghissima carrellata di american stories, spesso dolorose e sofferte, come da sempre è il suo marchio di fabbrica lirico. Impreziosito dalla presenza della chitarra di Bill Frisell, il nuovo disco è una sorta di libro di testo su come si fa a raccontare vicende umane in musica, forse ostico e estenuante per orecchie poco allenate (brani molto lunghi e con pochi momenti di svago, tra cui anche una riuscita cover di Factory di Bruce Springsteen), ma sicuramente di uno spessore difficilmente raggiungibile dalle sue tante scolare. I brani sono legati da un’ideale percorso geografico che ne fa quasi un concept-album volto a spiare le miserie umane nelle case private di città in città. Se non la conoscete, non è forse questo il disco giusto per iniziare, ma sicuramente dovrà essere il vostro punto di arrivo.

Nicola Gervasini

giovedì 3 marzo 2016

DAN STUART


Dan Stuart with Twin Tones
Marlowe's Revenge
[Cadiz music/ Audioglobe 2016]
www.marlowebillings.com
File Under: Messico e nuvole

di Nicola Gervasini (01/03/2016)


I vecchi fans dei Green On Red non si scaldino troppo: i "golden years" di Dan Stuart restano inesorabilmente lontani. Il tocco personale, la capacità di scrivere la canzone perfetta, quei tesi ironici e taglienti come lame: quello che lo ha reso uno dei personaggi cardine di tutta la musica sotterranea americana degli agli ottanta si è perso tra l'inevitabile calo d'ispirazione e un lungo forzato esilio messicano. E se vogliamo, anche la voce tesa e catramata di un tempo aggredisce molto meno le orecchie dell'ascoltatore. Eppure il nostro eroe si è finalmente svegliato dal suo lungo letargo ed è tornato ormai da qualche anno a rimangiare la polvere della strada rock, con qualche acciacco, ma con un innegabile rediviva passione.

Nel 2012 il comeback con The Deliverance of Marlowe Billings, titolo che giocava sul nickname assunto da lui stesso e sul titolo di un suo libro (definito da Dan Stuart come "un insieme di parole e merda"), dove aiutato dal nucleo dell'estemporaneo gruppo degli Slummers, aveva confezionato un disco ancora incerto, ma già comunque vivo e sofferto. Marlowe's Revenge, titolo che subito si pone come ideale seguito, è però già un'altra storia. Registrato in Messico con l'aiuto dei Twin Tones (band strumentale simile ai Sonido Gallo Negro o agli stessi italiani Sacri Cuori) , il nuovo album sembra uscire dal pantano emozionale del suo predecessore e mira più al sodo, fin dalla rocciosa Hola Guapa che apre le danze, o la tesa Elena, che pare un brano del Nikki Sudden dei tempi d'oro. Last Blue Day ci riporta invece alle pigre e sofferte ballate di un tempo, giusta introduzione ai sei minuti di Soy Un Hombre, maestosa ballata elettrica, cattiva nei toni, ma non certo nel testo da amore disperato in multilingua. E il tono del disco resta decisamente elettrico, anche nelle successive The Whores Above e All Over You. Clima da Green On Red in vacanza messicana invece per Name Hog, brano dove finalmente ritroviamo la sua perfidia lirica, stavolta rivolta contro i mille principianti che oggi hanno la possibilità di registrare milioni di dischi inutili credendosi chissà chi.

Un brano forse fin troppo accidioso e presuntuoso (una traduzione libera potrebbe suonare così: "Ti sto ascoltando, hai qualcosa da dire? Anche se fai un disco un giorno sì e un giorno no, resti solo un porco nome, e sappiamo tutti che è vero. Stasera stai giocando a fare Dylan o Waterloo?"), ma se ai tempi d'oro Dan si permetteva invettive contro i colleghi blasonati (ne ricordo una davvero feroce contro il Micheal Stipe diLosing My Religion), figuriamoci come si deve sentire oggi dove il suo nome spesso e volentieri finisce sommerso in cartelloni popolati da una larga schiera di dilettanti allo sbaraglio. Più confusa l'altra lunga ballata Zipolote, anche se anche qui il testo fa a pezzi la giungla umana della West Coast, tra hippies nudi fuori dal tempo e allucinati surfisti che vengono da Seattle. "Non chiedetemi cosa vuol dire vivere una buona vita, ho perso così tanti anni ad affilare il coltello" canta nella conclusiva The Knife, sorta di canto conciliatorio in cui Dan sembra voler infine abbracciare il suo pubblico fedele dopo tante lotte.

Siamo felici per lui e per noi che lo riascoltiamo così in forma, anche se resta la nostalgia di quando era veramente, ma veramente incazzato.

giovedì 25 febbraio 2016

BELLA HARDY






Bella Hardy
With the Dawn
[Noe Records 2015]
www.bellahardy.com
File Under: Visionary Folk

Di Nicola Garvasini (09/04/2015)


E' giunto il tempo anche per noi di conoscere Bella Hardy, giovane e promettente (se si può definire così un'artista giunta al settimo disco in nove anni di carriera) folksinger inglese. Il nome è il suo originale (Bella è solo il diminutivo di Arabella), e viene da Edale, sperduta località dispersa nel bel mezzo dell'Inghilterra, uno di quei posti che, solo a vederne le foto nel web, ti chiedi che altro può fare una ragazza in quelle lande verdi e solitarie se non suonare della folk music con la chitarra. Trentun anni, una laurea in letteratura e un master in musicologia nel curriculum, e una carriera musicale iniziata nel 2007 con l'album Night Visiting, fino ai tanti riconoscimenti avuti per la raccolta di traditionals rielaborati e riarrangiati (Battleplan) pubblicata nel 2013.


La BBC nel 2014 l'ha nominata "Artist of The Year", che qualsiasi cosa voglia dire, è nomination che prepara bene il campo all'uscita di questo With The Dawn, il disco che dovrebbe farla conoscere anche al di fuori del Regno Unito. La Hardy è figlia minore della tradizione brit-folk, ma fa tesoro nelle sue produzioni di tutta la riverniciatura al genere operata dal mondo indie-folk degli anni 2000. E lo fa in maniera sufficientemente personale, con un album basilarmente acustico, eppure parecchio arrangiato (produce Ben Seal), con largo uso di fiati e percussioni. Il disco parte con un tono classico, con brani come The Only Thing To Do o First Light Of The Morning che riportano alla mente i dischi migliori di Kate and Anna McGarrigle, mentre il maestoso e minaccioso arrangiamento di The Darkening of The Day regala forse il momento più alto della raccolta. Nella parte centrale il disco si fa più lento e sperimentale, in brani originali che strizzano l'occhio ai tradizionali di genere come Jolly Good Luck to the Girl That Loves A Soldier, brano che potremmo immaginare come il risultato di una session tra Joan Baez e gli Espers, o You Don't Have to Change (But You Have To Choose), anche questa parecchio elaborata nei suoni.


Tra voglie sperimentali (Another Whisky Song) e bisogno di tradizione (Time Wanders On), i trentasei minuti dell'album scorrono senza intoppi, sempre che ovviamente amiate il genere e ultimamente abbiate trovato interessanti nomi come Meg Baird o le Unthanks. Molto bella anche la piano-song finale (ironicamente intitolata And We Begin), anche se ancora aleggia una certa compostezza di maniera che non fa gridare al miracolo. Bella Hardy è solo una nuova talentuosa adepta di un mondo musicale che non accenna a scomparire neanche dopo decenni di vita, ma con le Unthanks già in calo di ossigeno dopo il deludente Mount The Air di quest'anno, potrebbe anche essere la nuova principessa ereditaria di un trono ormai vacante da tanto tempo.


KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...