Andrea Cassese
La minoranza
[Seltz Recordz 2019]
File Under: Canzoni dal lungomare
facebook.com/SeltzRecordz
di Nicola Gervasini
Non saprei più bene indicare il confine tra canzone d’autore e canzone indie in Italia, ma potrebbe non avere troppa importanza quando ci si trova in mano un prodotto di grande qualità come questo La Minoranza di Andrea Cassese. Undici brani che cercano la ballata soffice, prettamente acustica nell’anima, ma ben elaborata negli arrangiamenti. Canzoni che trovano il cantautore napoletano ulteriormente maturato rispetto al suo esordio Oltre gli specchi del 2015, con testi che parlano delle sue origini (Lungomare) così come della difficoltà a mantenere rapporti sentimentali nel tempo (Candele) o riflessioni sul valore delle parole nei moderni social (Potere di Abuso). Il tono si fa più rauco solo in Prospettiva Bidimensionale, dove si nota la presenza di Cesare Basile alla voce e basso, un brano sulla perdita della memoria storica che porta alla bella e decisamente “Battistiana” title-track, discorso sull’omologazione anticipato dall’inno alla speranza “nonostante tutto” di Non Luogo. Speranza che quindi si trasforma in una sospensione di tutto in Nell’Attesa, ispirata da una frase del Nanni Moretti di Ecce Bombo, seguita da una Meritocrazia che riflette su come il significato di certe parole perda la propria valenza positiva nel momento in cui si scontra con la fredda realtà di un mondo che ragiona solo per schemi economici. La cavalcata quasi country-western di La forma dell’Immagine omaggia invece l’arte pittorica di Giorgio Morandi, mentre si finisce con ISL (acronimo di International Sign Language, riflessione sul linguaggio) e Tic, che chiude il cerchio del disco con il profumo di mare che aveva aperto il tutto. Consigliato.
sabato 29 giugno 2019
giovedì 27 giugno 2019
GOLD MASS
![Transitions [Explicit]](https://m.media-amazon.com/images/I/91gCr8miKQL._SS500_.jpg)
Spotify: https://open.spotify.com/album/3gnVvtPWJEI50pRNoySYyJ
iTunes: https://music.apple.com/gb/album/1463399441
YouTube: https://www.youtube.com/watch…
Amazon music: https://www.amazon.co.uk/dp/B07RW4JB4W
GOLD MASS store will be available soon on
http://www.goldmassmusic.com/
http://www.goldmassmusic.com/
Mi trovo sempre più spesso a sentire album sia italiani che stranieri (penso al recente Apparat di cui mi sono anche occupato) definibili come "elettronica", termine ormai con confini non più troppo definibili. E' vero che all'elettronica ricorrono gran parte delle produzioni indipendenti, forse anche per questioni di budget, ma anche perchè comunque il suono è di moda, e notavo ancor più particolaramente nel mondo cantautorato femminile. Il pericolo di un certo appiattimento musicale può anche essere reale, ma alla fine c'è sempre un fatto che fa la differenza: le canzoni. Transitions, album di esordio di Gold Mass ad esempio, è un album che aggiunge parecchia sostanza ad un sound elettronico al 100%, laddove in verità il poliedrico Alessandro Baris ha suonato anche batterie, bassi e chitarre per colorare il suono delle tastiere di Emanuela Ligarò, la padrona di casa. Ma se da una parte il risultato è di prim'ordine anche perchè registrato otto la supervisione del produttore Paul Savage (Mogwai, Arab Strap, Franz Ferdinand), dall'altra Gold Mass ci mette una serie di brani in cui fa risaltare la sua voce, ma anche un'ottima costruzione melodica che mi fa quasi pensare ad una Joan As Police Woman più elettronica. Ho apprezzato in particolar modo Awakenings, Happiness in A Way o la sensuale Sentimentally Performed, ma il disco regge bene fino al finale pianistico di Mayday senza sbavature.
giovedì 20 giugno 2019
VINNIE JONEZ BAND
Non so se qualcuno si ricorda ancora che l'attore Vinnie Jones, reso celebre al cinema dal regista Guy Ritchie con Lock & Stock e Snatch e oggi ormai affermato caratterista in tanti film e serie tv, fu calciatore nella Premier League (giocò anche nel Chelsea) e nazionale gallese, ma sicuramente se lo ricordano i romani della Vinnie Jonez Band, talmente loro fan da dedicargli il nome di una band. Ho ascoltato il loro nuovo Ep Più Calmo Di Te, il secondo dopo l'esordio in inglese Supernothing e l'album Nessuna cortesia all’uscita che ha sancito il passaggio all'italiano. Scelta controcorrente visto il sound al limite dello stoner rock della band, un muro del suono di chitarre (e qui anche un synth spesso in evidenza) che siamo abituati a sentire più da band anglofone, e che forse riporta in qualche modo ai tempi dei Timoria e degli Afterhours. La voce di Gianluca Sacchi infatti resta nell'amalgama del suono nonostante la voglia di porre più l'accento sui testi, mentre la chitarra di Marco Cleva e la sezione ritmica di Francesco Fiacchi e Andrea Ilardi ricreano una atmosfera cupa da primi anni 90 (Lagertha - dedicata alla protagonista della serie Vikings - e Il Paese Respira), con qualche accelerazione di rito (Fango). Consigliato sia agli amanti della musica italiana, sia a quelli amanti di quell'hard anni 90 che in fondo non è mai passato di moda veramente.
Nicola Gervasini
Nicola Gervasini
domenica 9 giugno 2019
ORVILLE PECK
Pony [Sub Pop 2019] orvillepeck.com di Nicola Gervasini (22/04/2019) |
Per anni i critici musicali si sono scervellati per capire in che direzione stava andando il rock (intenso nel senso più largo) e a cercare la “Next Big Thing” che avrebbe rimescolato nuovamente le carte. Oggi questa discussione pare non avere più senso, e quello che nessuno aveva previsto è che la presunta continua progressione ed evoluzione del rock sarebbe morta a causa della fine di un mercato che alimenti questa crescita, più che per vero esaurimento di idee. Per questo penso che solo venti anni fa un personaggio come Orville Peck sarebbe stato pompato con copertine, proclami e discussioni sulla veridicità del personaggio, mentre oggi pare poter essere solo un curioso nuovo arrivato, tirato fuori dal cilindro di una Sub Pop alla continua ricerca di una nuova identità.
Impossibile infatti non rimanere attirati dai video che rappresentano questo disco di esordio chiamato Pony, dove vediamo un cowboy mascherato non da fuorilegge con il canonico polveroso fazzoletto sulla bocca, ma con una sorta di maschera da Zorro con aggiunta di stilose e ben poco rudi frange. Ma è la musica che colpisce, con le sue mille influenze, in cui l’outlaw-country passa quasi in secondo piano. Il video di Turn To Hate gioca col mito del pub con tanto di toro meccanico, ma attraverso un brano infarcito di chitarre da underground anni 80 a metà tra i primi REM e Lloyd Cole (ricordato tanto anche nel modo di cantare), ma già Dead Of The Night e Big Sky si spostano in uno strip-club/bordello in mezzo al deserto con armonie che potrebbero appartenere al Chris Isaak più autunnale. Il cowboy-swing di Roses Are Falling sembra invece un brano dell’Elvis Presley più rilassato, Take You Back una cavalcata del West tra fischi e spari morriconiani e racconti gothic alla Johnny Cash. Quello che rende intrigante la sua proposta è quel taglio un po’ notturno delle sue canzoni, tanto che in fondo una Nothing Fades Like A Night non sarebbe stata male su un vecchio disco dei Tindersticks, Buffalo Run potrebbe essere una cover di un vecchio brano dei Thin White Rope, eQueen Of The Rodeo il risultato di un viaggio americano di Morrissey. Anche se altrove si viaggia su rassicuranti stilemi da puro country-rock radiofonico (Winds Change), o si gioca con old-songs uscite da finte radio gracchianti (Kansas, esperimento che potrebbe anche ricordare le canzoni dalla cabina telefonica del Neil Young di A Letter Home).
In sostanza un disco ben fatto (con uno stuolo di ancora poco noti amici), con canzoni scritte con maestrìa anche se mai davvero memorabili, e un artista che vuole restare misterioso (di lui sappiamo che è canadese) probabilmente più per giocare a un marketing casereccio, che non so quanto possa ancora funzionare. Il vantaggio, come dicevo, è che ci siamo liberati dall’arduo compito di proclamare se Orville Peck sia bluff o sostanza, se il futuro della country music passa da qui, o sia solo un patetico buffone venuto a cercar fortuna mescolando a caso un po’ di cose sentite alla radio di Nashville e nei dischi anni 80 di suo padre. Vi lasciamo questa responsabilità, godendoci quello che in fondo è solo un più che discreto e piacevole disco, che vi consigliamo senza urlare troppo.
giovedì 6 giugno 2019
TODD SNIDER
Cash Cabin Sessions, Vol.3 [Aimless Records/ Goodfellas 2019] toddsnider.net di Nicola Gervasini (04/04/2019) |
Non avevo trattato benissimo Todd Snider nella recensione dell’ultimo album Eastside Bulldog, contestandogli una troppa fiducia nella nostra disponibilità a prendere per buoni prodotti improvvisati e poco curati. Se negli anni Novanta aveva indubbiamente portato un po’ di freschezza alla scena cantautoriale americana grazie al recupero della vena satirica del suo padrino spirituale John Prine, non si può dire che nel nuovo secolo Snider sia riuscito a ritagliarsi un ruolo di punta, nonostante qualche disco comunque godibile come The Devil You Know ormai datato 2006. Tutti noi abbiamo piacere a farci prendere un po’ in giro dalle sue invettive, ma in cambio chiediamo sostanza, per cui accettiamo che anche questa volta lui confonda le idee con un titolo (Cash Cabin Sessions, Vol. 3) che sa più di volume di inediti in stile Bootleg Sessions dylaniane piuttosto che il vero e proprio nuovo album in studio, quale è a conti fatti.
Il disco, infatti, gioca ad essere una finta raccolta di demo per un album ancora da produrre, con l’intento di ritrovare la qualità del suo songwriting in una atmosfera ridotta all’osso di chitarre acustiche, banjo e qualche percussione. Risultato only for hard fans anche questa volta purtroppo, ma almeno qui torna il piacere di godere di una penna troppe volte sacrificata da produzioni non all’altezza. Snider punta tutto su arrangiamenti semplici ma efficaci, che rendono brani come la bella Like A Force of Nature (duetto con Jason Isbell) uno dei migliori episodi ascoltati dal suo lato negli ultimi anni, ma per il resto il clima è sempre quello di un lavoro estemporaneo fatto da un artista che continua ad accontentarsi troppo. In ogni caso ci si diverte col numero comico alla Loudon Wainwright III The Blue on Banjo, con le sue classiche filippiche sociali (Talking Reality Television Blues) e qualche buona canzone da vero folksinger (Framed, Working on a Song e Just Like Overnight).
Anche le dediche musicali toccano il cuore con i sentiti omaggi di The Ghost of Johnny Cash e Cowboy Jack Clement's Waltz, la storia del roadie di Elvis Presley raccontata in Watering Flowers in the Rain, fino al divertente blues finale di A Timeless Response to Current Events. Il clima è quello di un concerto acustico in un club per pochi intimi, ma qualche buona stoccata registrata in economia non basterà a riportarlo in cima ai nostri pensieri, relegando Cash Cabin Sessions, Vol. 3 a diventare l'ennesimo titolo non troppo significativo della sua discografia. Ma avremo la pazienza di attendere che un giorno abbia di nuovo voglia di sorprendere
Il disco, infatti, gioca ad essere una finta raccolta di demo per un album ancora da produrre, con l’intento di ritrovare la qualità del suo songwriting in una atmosfera ridotta all’osso di chitarre acustiche, banjo e qualche percussione. Risultato only for hard fans anche questa volta purtroppo, ma almeno qui torna il piacere di godere di una penna troppe volte sacrificata da produzioni non all’altezza. Snider punta tutto su arrangiamenti semplici ma efficaci, che rendono brani come la bella Like A Force of Nature (duetto con Jason Isbell) uno dei migliori episodi ascoltati dal suo lato negli ultimi anni, ma per il resto il clima è sempre quello di un lavoro estemporaneo fatto da un artista che continua ad accontentarsi troppo. In ogni caso ci si diverte col numero comico alla Loudon Wainwright III The Blue on Banjo, con le sue classiche filippiche sociali (Talking Reality Television Blues) e qualche buona canzone da vero folksinger (Framed, Working on a Song e Just Like Overnight).
Anche le dediche musicali toccano il cuore con i sentiti omaggi di The Ghost of Johnny Cash e Cowboy Jack Clement's Waltz, la storia del roadie di Elvis Presley raccontata in Watering Flowers in the Rain, fino al divertente blues finale di A Timeless Response to Current Events. Il clima è quello di un concerto acustico in un club per pochi intimi, ma qualche buona stoccata registrata in economia non basterà a riportarlo in cima ai nostri pensieri, relegando Cash Cabin Sessions, Vol. 3 a diventare l'ennesimo titolo non troppo significativo della sua discografia. Ma avremo la pazienza di attendere che un giorno abbia di nuovo voglia di sorprendere
lunedì 3 giugno 2019
JIM JONES
CollectiV [MaSonic/ Goodfellas 2019] righteousmind.co.uk di Nicola Gervasini (29/03/2019) |
Sembra ieri, ma sono passati quasi dieci anni da quando su queste pagine web vi consigliavamo una cospicua dose di adrenalina rock con l’album Burning Your House Down della Jim Jones Revue. Vi parlavamo di una sorta di connubio tra Little Richard e gli MC5, e per qualche tempo ci eravamo lasciati andare ad applaudire un sound fatto puramente di vigore e rabbia, ribadito anche nell’album successivo The Savage Heart del 2012. Da allora Jim Jones, che in gioventù fu leader dei Thee Hypnotics, ha poi camminato da solo, ma fondamentalmente senza mutare troppo il suo abito rock. Ha messo su una nuova band (The Righteous Mind, composti da Gavin Jay al basso, Mal Troon alla chitarra, Matt Millership alle tastiere e Andy Marvell alla batteria), ha coinvolto qualche amico come Ray “Sonic”” Hanson e Phil Smith dei Thee Hypnotics, le vocalist Sister Cookie e Vesna Petresin e Paul Ronney-Angel degli Urban Voodoo Machine, e ha pubblicato il secondo album della sigla (il primo era Super Natural del 2017), continuando a riproporre il suo garage-rock rauco e selvaggio.
Stavolta con qualche variazione sul tema, e con non poche strizzate d’occhio a Nick Cave con i suoi Bad Seeds (Meth Church, Going There Anyway e Dark Secrets hanno il suo suono), ma con qualche esperimento in più (il trip acido di O Genie per esempio). Ma a farla da padrone sono sempre le chitarre sporchissime che animano i riff di Attack of The Killer Brainz o una iniziale Sex Robot che tanto ricorda gli australiani Beasts of Bourbon (come anche il rock and roll finale di Shazam, caratterizzato da un sax in puro stile Stooges/Fun House), mentre il piano pulsante che aveva caratterizzato i dischi della Revue fa di nuovo capolino in Satan Got His Heart Set On You. Il tutto con un fare giocoso e ironico, che lo porta magari a strafare un po’ quando rende iper-sguaiata una ballata soul come I Found A Love (provate ad immaginare un Solomon Burke ubriaco), e certamente anche la continua ricerca dei riff old-style non porta nulla che non si sia già sentito in una qualsiasi cantina di un rocker old-style (Out Align).
Ma è evidente che a Jones interessa urlare, rendere tutto storto con lo stesso piglio con il quale Captain Beefheart faceva a pezzi gli schemi del blues, o tenere tutto sopra le righe come il Tom Waits più gigione ed estremo. Non so quanto possa ancora avere senso nel 2019 un disco come CollectiV, se non ricordare alle nuove generazioni, sempre meno innamorate della purezza del rock, quanta potenza può avere il suono rude di una chitarra fintamente scordata e di quanto l’urlo possa essere considerato una parte integrante di una canzone. Essenziale più nello stile che nella sua importanza storica, CollectiV è un album consigliato per dare una scossa al torpore depressivo del rock di questi anni dieci.
Stavolta con qualche variazione sul tema, e con non poche strizzate d’occhio a Nick Cave con i suoi Bad Seeds (Meth Church, Going There Anyway e Dark Secrets hanno il suo suono), ma con qualche esperimento in più (il trip acido di O Genie per esempio). Ma a farla da padrone sono sempre le chitarre sporchissime che animano i riff di Attack of The Killer Brainz o una iniziale Sex Robot che tanto ricorda gli australiani Beasts of Bourbon (come anche il rock and roll finale di Shazam, caratterizzato da un sax in puro stile Stooges/Fun House), mentre il piano pulsante che aveva caratterizzato i dischi della Revue fa di nuovo capolino in Satan Got His Heart Set On You. Il tutto con un fare giocoso e ironico, che lo porta magari a strafare un po’ quando rende iper-sguaiata una ballata soul come I Found A Love (provate ad immaginare un Solomon Burke ubriaco), e certamente anche la continua ricerca dei riff old-style non porta nulla che non si sia già sentito in una qualsiasi cantina di un rocker old-style (Out Align).
Ma è evidente che a Jones interessa urlare, rendere tutto storto con lo stesso piglio con il quale Captain Beefheart faceva a pezzi gli schemi del blues, o tenere tutto sopra le righe come il Tom Waits più gigione ed estremo. Non so quanto possa ancora avere senso nel 2019 un disco come CollectiV, se non ricordare alle nuove generazioni, sempre meno innamorate della purezza del rock, quanta potenza può avere il suono rude di una chitarra fintamente scordata e di quanto l’urlo possa essere considerato una parte integrante di una canzone. Essenziale più nello stile che nella sua importanza storica, CollectiV è un album consigliato per dare una scossa al torpore depressivo del rock di questi anni dieci.
domenica 2 giugno 2019
DISTORSONIC

Non chiedetemi di definire esattamente che genere facciano i Distorsonic, diciamo che siamo lì dalle parti della musica di avanguardia, ma forse non basta a rendere l'idea. Sono un progetto che Maurizio Iorio ha creato più di vent'anni fa come una sorta di side-project, ma questo Twisted Playgrounds è solo il terzo album. Iorio è un veterano della scena musicale italiana, e qui ha dato vita ad un disco fatto solo con il suo basso e la batteria di Stefano Falcone.
Provate ad ascoltarlo qui e poi immaginiamoci quale tipo di film potrebbe avere una simile colonna sonora
https://soundcloud.com/
venerdì 31 maggio 2019
WILLIAM THE CONQUEROR
Bleeding on the Soundtrack [Loose/ Goodfellas 2019] williamtheconqueror.net di Nicola Gervasini (19/03/2019) |
Sul finire del 2017 vi avevamo segnalato un album purtroppo passato abbastanza inosservato nelle classifiche di fine anno (ma chi arriva ultimo, tra l’altro non atteso, si sa che resta fuori). Era Proud Disturber Of The Peace dei William The Conqueror, nickname di rilevanza storica usato dallo scozzese Ruarri Joseph per chiamare il trio formato con Naomi Holmes e Harry Harding, un album di stralunati indie-folk alla Sixto Rodriguez (che veniva anche rivisitato), che dimostrava grande fantasia di scrittura e di arrangiamenti. Con veemenza dunque vi ricordiamo quel disco anche in occasione del suo atteso seguito, soprattutto perché se partiste da Bleeding on the Soundtrack (evidente storpiatura del Blood on the Tracks di dylaniana memoria) non sapreste mai cosa vi siete persi quasi due anni fa.
Questa volta Joseph, che non era certo un esordiente della scena, lavora di esperienza su un disco decisamente più elettrico, e se vogliamo più radiofonico e mainstream. E non poteva essere altrimenti con Ethan Johns in cabina di regia, l’uomo che tramite i dischi di Ryan Adams ha spesso reso la roots-music buona per tutti i palati, operazione che con ormai navigata esperienza ripete anche in questa occasione. L’album infatti evita i toni più cupi e straziati del predecessore cercando una più melodica espressione della propria sofferenza. L’incedere dell’iniziale Path Of The Crow è infatti quello di una rock-band americana degli anni 90, mentre Thank Me Later è uno scanzonato swing-folk alla Graham Parker, e con Madness On The Linesi vira improvvisamente verso un rock urbano alla Mink DeVille caratterizzato da un pulsante giro di basso. L’album trova il suo punto forte in The Burden una splendida lunga ballata alla Glen Hansard, mentre la title-track si risolve in un pigro blues abbastanza scontato, e con Looking For The Cure si prova addirittura un numero alla War on Drugs, a dimostrazione di una palese ricerca del disco che appaghi le tendenze di questi anni.
Più canonicamente roots-rock è Curse Of Friends con la sua slide-guitar in evidenza, mentre la ballata Be so Kind si colloca tra il Dylan di Day of The Locusts e Neil Young. C’è tempo per la cavalcata quasi southern-blues di Sensitive Side e per il finale di Within Your Spell per chiudere un disco che purtroppo spersonalizza molto quanto sentito nell’album precedente, a favore però di una immediatezza rock che non sentivamo da tempo in questo tipo di produzioni. Non so quanto questo bigino dell’Ethan Johns-pensiero possa trovare migliore fortuna, in qualche modo lo auguro ad una band che risulta valida, ma che ha fatto un passo indietro di almeno quindici anni per cercare di farsi notare, con una standardizzazione del proprio sound che suona un po’ come una resa.
Questa volta Joseph, che non era certo un esordiente della scena, lavora di esperienza su un disco decisamente più elettrico, e se vogliamo più radiofonico e mainstream. E non poteva essere altrimenti con Ethan Johns in cabina di regia, l’uomo che tramite i dischi di Ryan Adams ha spesso reso la roots-music buona per tutti i palati, operazione che con ormai navigata esperienza ripete anche in questa occasione. L’album infatti evita i toni più cupi e straziati del predecessore cercando una più melodica espressione della propria sofferenza. L’incedere dell’iniziale Path Of The Crow è infatti quello di una rock-band americana degli anni 90, mentre Thank Me Later è uno scanzonato swing-folk alla Graham Parker, e con Madness On The Linesi vira improvvisamente verso un rock urbano alla Mink DeVille caratterizzato da un pulsante giro di basso. L’album trova il suo punto forte in The Burden una splendida lunga ballata alla Glen Hansard, mentre la title-track si risolve in un pigro blues abbastanza scontato, e con Looking For The Cure si prova addirittura un numero alla War on Drugs, a dimostrazione di una palese ricerca del disco che appaghi le tendenze di questi anni.
Più canonicamente roots-rock è Curse Of Friends con la sua slide-guitar in evidenza, mentre la ballata Be so Kind si colloca tra il Dylan di Day of The Locusts e Neil Young. C’è tempo per la cavalcata quasi southern-blues di Sensitive Side e per il finale di Within Your Spell per chiudere un disco che purtroppo spersonalizza molto quanto sentito nell’album precedente, a favore però di una immediatezza rock che non sentivamo da tempo in questo tipo di produzioni. Non so quanto questo bigino dell’Ethan Johns-pensiero possa trovare migliore fortuna, in qualche modo lo auguro ad una band che risulta valida, ma che ha fatto un passo indietro di almeno quindici anni per cercare di farsi notare, con una standardizzazione del proprio sound che suona un po’ come una resa.
giovedì 30 maggio 2019
JOE JACKSON - LIVE IN MILANO 2019
40 anni di carriera paiono tanti
anche a Joe Jackson stesso, eppure il suo viso ormai scavato li racconta tutti.
E ce li ha raccontati anche a Milano la sera del 22 marzo in un Teatro Dal
Verme sold out (“e grazie anche per
40 anni di sold out” è appunto l’ultimo saluto che Joe rivolge al pubblico prima
di andarsene), tempio milanese che si conferma come luogo ideale per i concerti
sia per comodità che per l’acustica pressoché perfetta. Jackson non è certo
uomo da lasciarsi andare a troppi sentimentalismi, ma per il tour che accompagna
l’uscita di un disco complesso e per nulla consolatorio come Fool ha scelto di fare un excursus nel
passato, con canzoni scelte in ogni decennio della sua carriera. Ovviamente con
pesi diversi, se è vero che gli anni novanta, passati principalmente a cercare
una sintesi tra pop e musica sinfonica (e non abbiamo mai capito se poi sia
stato soddisfatto dei risultati ottenuti), finiscono relegati a due estratti
dall’album Laughter and Lust del 1991
(la vivace Stranger Than Fiction e
l’intensa piano-ballad Drowning),
mentre i suoi primi anni finiscono a farla da padrone. Jackson si presenta con
la band che ha suonato nell’ultimo album, con il fido Graham Maby al basso, il poliedrico
chitarrista Teddy Kumpel e il funambolico Doug Yowell alla batteria (uno
spettacolo nello spettacolo), e presenta uno show studiato al minimo dettaglio.
I brani nuovi (Fool, Big Black Cloud,
Fabulously Absolute e una Alchemy
che apre e chiude lo show) reggono bene il confronto con i classici e questa è
stata la sorpresa più gradita, ma la conferma che per lui il rock non è mai
morto è sentire quanta forza ha ancora da spendere sui brani dell’era pub-rock
come One More Time, Got The Time, Sunday
Papers e l’immancabile Is She Really
Going Out with Him? (tutte da Look Sharp del 1979) o I’M The Man. A parte una Real
Men per la quale si inventa un inserto reggae/dub, le versioni sono tutto
sommato fedeli agli originali, tanto che per il bis di Steppin’ Out è lo stesso Jackson a scherzarci su: "Sono famoso
per stravolgere le mie canzoni dal vivo, perché è divertente, ma stavolta
faremo un esperimento: rifaremo Steppin’Out esattamente come è sul disco, dove
suonavo quasi tutto io.” E per farlo si è presentato con la drum machine
originale usata allora, un Korg Rhythm 55 KR del 1979 che lui stesso ha
definito un vero pezzo da museo. Peccato che nel revival generale si sia
dimenticato di album importanti come Beat
Crazy, Big World o Blaze Of Glory,
toccando Body And Soul solo per la
hit You Can’t Get What You Want (Till You
Know What You Want), cercando di rappresentare anche la sua carriera
recente ripescando Ode To Joy da Look
Forward (2015) e Citizen Sane e Wasted Time da Rain (2006). Per
quest’ultimo album Jackson dichiara che avrebbe voluto scrivere anche una
title-track, ma non avendolo fatto, la ruba ai Beatles, eseguendo la loro Rain con grande fedeltà, così come decisamente
rispettosa è la King Of The World
degli Steely Dan offerta per ribadire quanto il duo Fagen-Becker siano i suoi
autori preferiti. Sebbene fosse studiato in ogni suo arrangiamento e racconto,
il concerto è parso caldo e sentito, a discapito della sua proverbiale ma
immeritata fama di artista freddo e cervellotico. Non perdetelo se potete.
Nicola Gervasini
mercoledì 29 maggio 2019
ROBERT FORSTER
Inferno [Tapete Records/ Audioglobe 2019] robertforster.net di Nicola Gervasini (06/03/2019) |
Esiste un tocco tutto australiano nel maneggiare il rock e il pop tradizionale, magari impercettibile per il grande pubblico che pensa che i Bee Gees potevano tranquillamente essere scambiati per una pop-band britannica, gli Ac/Dc per una rock and roll band dei bassifondi di Londra, e magari Nick Cave come uno dei prodotti del punk newyorkese degli anni settanta. Ma l’Aussie Rock da sempre vive sull’idea che il rock è una cosa sporca, e non solo per la sciamannata rockstar-way-of-life spesso adottata dai suoi protagonisti, ma anche per il tipico dirty-sound che le chitarre hanno in quelle “land down under”. Un sudore intriso di sabbia cola da sempre nei solchi di tanti dischi di quella terra, evidente sia quando la musica è volutamente rauca e figlia della cultura del garage-rock come poteva essere quella degli Hoodoo Gurus, ma persino nelle sue espressioni più commerciabili come i Midnight Oil.
In questo scenario si muove da anni Robert Forster, uno che negli anni 80 con i Go-Betweens ha forse perso qualche treno importante per raggiungere il successo con una formazione in grado di scrivere indie-pop-songs dal mai sfruttato potenziale commerciale. Chiusa la storia della band proprio quando l’album 16 Lovers Lane li portava finalmente nelle classifiche inglesi (a causa anche della fine della relazione con la batterista Lindy Morrison), Forster ha faticato non poco a trovare la propria dimensione, prima con una carriera solista negli anni 90 che non riuscì farlo uscire dal mondo indipendente, poi con una reunion dei Go-Betweens interrotta proprio sul più bello dalla morte del compare Grant McLennan. Era il 2006, e da allora con soli due ottimi album (The Evangelist del 2008 e Songs to Play del 2015), Forster è riuscito nella grande impresa non solo di non farsi dimenticare, ma addirittura di farsi attendere con una certa trepidazione dal mondo di appassionati che lo stanno riscoprendo.
Inferno, terzo capitolo di questa rinascita, non mancherà di confermarlo come un personaggio di punta del rock indipendente, perché è il disco oscuro e caparbiamente sporco che ancora ci aspettiamo da un cult-artist della terra dei canguri. Forster ha registrato l’album a Brisbane durante giornate di caldo infernale, da qui il titolo sia del disco, sia della canzone Inferno (Brisbane In Summer) che funge anche da singolo, grazie al suo baldanzoso incedere alla Blur, ma ha fatto poi rimixare tutto nello studiato grigiore di Berlino da Victor Van Vugt. Nove canzoni in 35 minuti, caratterizzate da un sound elettro-acustico dove è il violino di Karin Bäumler a fare da elemento disturbatore. Robert trova il tempo per profonde riflessioni al pianoforte (One Bird In The Sky), parafrasi dei testi di W. B. Yeats (Crazy Jane On The Day Of Judgement), dichiarazioni di indipendenza artistica (I don’t Need No Fame canta nel secondo brano) o di beata solitudine (The Morning), fino a punti della situazione esistenziali (Life Has Turn The Page). Non mancano nemmeno quei suoi pop stralunati alla Robyn Hitchcock (Remain) o alla John Cale (I’ll Look After You).
Inferno è il piccolo gioiellino che facciamo bene ad aspettare con trepidazione, perché è un trattato di quella fine arte di scrivere canzoni all’australiana che non ci stancherà mai.
In questo scenario si muove da anni Robert Forster, uno che negli anni 80 con i Go-Betweens ha forse perso qualche treno importante per raggiungere il successo con una formazione in grado di scrivere indie-pop-songs dal mai sfruttato potenziale commerciale. Chiusa la storia della band proprio quando l’album 16 Lovers Lane li portava finalmente nelle classifiche inglesi (a causa anche della fine della relazione con la batterista Lindy Morrison), Forster ha faticato non poco a trovare la propria dimensione, prima con una carriera solista negli anni 90 che non riuscì farlo uscire dal mondo indipendente, poi con una reunion dei Go-Betweens interrotta proprio sul più bello dalla morte del compare Grant McLennan. Era il 2006, e da allora con soli due ottimi album (The Evangelist del 2008 e Songs to Play del 2015), Forster è riuscito nella grande impresa non solo di non farsi dimenticare, ma addirittura di farsi attendere con una certa trepidazione dal mondo di appassionati che lo stanno riscoprendo.
Inferno, terzo capitolo di questa rinascita, non mancherà di confermarlo come un personaggio di punta del rock indipendente, perché è il disco oscuro e caparbiamente sporco che ancora ci aspettiamo da un cult-artist della terra dei canguri. Forster ha registrato l’album a Brisbane durante giornate di caldo infernale, da qui il titolo sia del disco, sia della canzone Inferno (Brisbane In Summer) che funge anche da singolo, grazie al suo baldanzoso incedere alla Blur, ma ha fatto poi rimixare tutto nello studiato grigiore di Berlino da Victor Van Vugt. Nove canzoni in 35 minuti, caratterizzate da un sound elettro-acustico dove è il violino di Karin Bäumler a fare da elemento disturbatore. Robert trova il tempo per profonde riflessioni al pianoforte (One Bird In The Sky), parafrasi dei testi di W. B. Yeats (Crazy Jane On The Day Of Judgement), dichiarazioni di indipendenza artistica (I don’t Need No Fame canta nel secondo brano) o di beata solitudine (The Morning), fino a punti della situazione esistenziali (Life Has Turn The Page). Non mancano nemmeno quei suoi pop stralunati alla Robyn Hitchcock (Remain) o alla John Cale (I’ll Look After You).
Inferno è il piccolo gioiellino che facciamo bene ad aspettare con trepidazione, perché è un trattato di quella fine arte di scrivere canzoni all’australiana che non ci stancherà mai.
martedì 28 maggio 2019
THREELAKES AND THE FLATLAND EAGLES
di Nicola Gervasini
I Threelakes and the Flatland Eagles, nome che racchiude varie “keywords” del mondo musicale americano, sono una band fondata dal modenese Luca Righi nel 2012 con Giorgio Borgatti, Paolo Polacchini, Lorenza Cattalani e Riccardo Ross.Golden Days è il loro secondo album dopo War Tales del 2013, ma nel frattempo sono usciti anche altri progetti live e album collaborativi con alcune artiste americane come Antonette Goroch e Olivia Mancini o con l’italiano Phill Reynolds. Dopo la bella partenza riflessiva con The Storm, Golden Days si rivela subito come un disco di rock americano muscolare e chitarristico, anche se il singoloBrothers (con un video girato in fabbrica che più blue-collar di così non si può) ha un nonsoché di Smiths nel suono. Poi però arrivano il giro tipicamente Jersey-sound di Ambition, o il mid-tempo rock di Remedy a riportare ogni cosa oltreoceano. Il tutto completato da suoni da rock-band anni 80 alla Green On Red, anche nei brani più lenti come Ask Something New, che rinverdisce il ricordo delle connessioni tra Dan Stuart e le tastiere di Chris Cacavas, oppure riff springsteeniani (Carol), o brani che paiono usciti da un disco dei sottoboschi degli anni 80 (Heaven's Cell). Se avete nostalgia di sonorità a metà tra il Paisley Underground e gli Heartbreakers, se non proprio alla Lloyd Cole & The Commotions (Placesme li ricorda molto), Golden Days è il disco giusto, fatto di quel famoso “sudore” di cui tanto parlavamo in quegli anni, ma anche di canzoni scritte come si deve, come la bella title-track che chiude il disco.
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