lunedì 29 dicembre 2025

The Who

 

The Who

Who Are You (Super Deluxe Edition)

Universal Music

****

 

Per gli amanti di quell’esoterismo rock che vorrebbe ad esempio Paul McCartney essere morto da quasi 60 anni (e quello che vediamo sarebbe un abile sosia), la copertina dell’album Who Are You degli Who prediceva misteriosamente la morte del batterista Keith Moon (avvenuta circa un mese dopo la pubblicazione del disco), ritraendolo seduto su una sedia con la scritta “da non portare via”. Per i più realisti invece fu solo che il fotografo trovò casualmente una sedia che fosse adatta a nascondergli la pancia da cirrotico. La curiosità serve per capire molto di quell’album e del materiale offerto da questa lussuosa edizione. Who Are You, ottavo disco degli Who uscito nel 1978, è nel tempo diventato un classico della band, pare secondo solo a Who's Next come album più venduto della loro storia, dato curioso per un disco considerato da molti alquanto deludente (anzi, quando uscì, fu anche piuttosto massacrato per la sua sovrabbondanza di archi e tastiere).

Di certo quindi ai tempi non si ipotizzava che l’album potesse invece reggere il confronto con il tempo, e oggi viene addirittura celebrato con una mastodontico box di 7 cd e un blue-ray, e, giusto perché il feticismo degli appassionati non rimanga deluso, è possibile anche reperire un cofanetto deluxe di 4 LP, un'edizione ridotta di 2 CD, una edizione limitata in vinile colorato e pure una “half speed”.

I numeri da sciorinare sono di 71 brani inediti, un libro di 100 pagine, con un programma che prevede il disco originale rimasterizzato da Jon Astley, i mix originali registrati da Glyn Johns nelle prime disastrose session per l’album (alcuni rimaneggiati da Steven Wilson), con incidenti di ogni sorta e livelli di litigiosità oltre la soglia del vivibile che interruppero i lavori per più di un anno. Il vero grosso problema era che lo stato di salute e attenzione mentale di Keith Moon rendeva impossibile programmare session fruttuose. Il resto del menu infatti vede ulteriori session e demo, la maggior parte gestiti dal bassista John Entwistle, che si arrabattò non poco per portare avanti un progetto che pareva ormai irrimediabilmente arenato.

Il quarto CD infatti ci offre le prove studio del 1977, quando la band riuscì finalmente a concentrarsi negli studi di Shepperton, stesso luogo dove vennero poi gestite le prove per il tour successivo, che sono documentate nel quinto CD, e che vedono ormai già l’ex Faces Kenney Jones alla batteria. Chiudono due CD che documentano le esibizioni live del tour americano del 1979, vera chicca del box, visto che mancava nella loro discografia ufficiale un report dettagliato di quel periodo. Il blue-ray invece vede intervenire sui brani nuovamente Steven Wilson, ormai specialista in re-mix di classici del rock britannico.

Come si vede, un’operazione ben confezionata che unisce la necessità di storicizzare il lunghissimo e travagliato iter produttivo di un album comunque valido, con l’interessante recupero di materiale live che, trattandosi di una delle migliori band da palco della storia, sapete bene quanto sia sempre benvenuta, oltre a quella ossessiva esigenza di rimettere mano ai mix di registrazioni del passato che caratterizza le ristampe “deluxe” di questi anni (e qui non nascondo un certo scetticismo sull’opportunità di simili operazioni). Dando per scontato che gli amanti degli Who abbiano già una copia del disco in casa, l’edizione si giustifica comunque con molto materiale inedito di grande interesse.

Nicola Gervasini

domenica 21 dicembre 2025

Neko Case

 

Neko Case

Neon Grey Midnight Green

Anti-, 2025

File Under: Musician's life

Ammetto subito in apertura di recensione di avere un certo rapporto conflittuale con la musica, e in generale la carriera, di Neko Case. Cantautrice di matrice country all’esordio (ma prima c’erano state le esperienze con le punk-band Cub e Meow), la Case si è via via allontanata dalla grammatica classicista esibita nel 1997 in The Virginian, arrivando a produrre dischi davvero belli, quanto anche stimolanti dal punto di vista delle soluzioni nuove, come  Blacklisted o Fox Confessor Brings the Flood, ma dal controverso Middle Cyclone del 2009 (n verità il suo album più venduto) in poi ha secondo me faticato a trovare il giusto equilibrio tra classico e moderno. Se la parallela carriera con la band dei New Pornographers in qualche modo doveva servire a darle sfogo in ambiti più indie-pop (e nel campo la sigla ha prodotto album interessantissimi), i suoi album solisti The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You del 2013 e Hell-on del 2018 avevano lasciato la sensazione di grandi idee confuse.

Il fatto che poi abbia pubblicato poi poco a suo nome (questo Neon Grey Midnight Green è solo l’ottavo album in quasi trent’anni di carriera, non comprendendo i live e la retrospettiva di Wild Creatures pubblicata nel 2022), fa capire come l’artista non abbia la sua storia solista come interesse principale. In ogni caso Neon Grey Midnight Green è sicuramente un buon disco, ed appare subito più a fuoco dei suoi predecessori, pur confermando sempre quelle sbavature che lasciano perplessi.  Che possono essere esprimenti vocali senza troppo senso come Tomboy Gold, ma anche ottimi brani come Wreck, un mid-tempo roots in stile Kathleen Edwards, che viene però sommerso da fiati e archi non del tutto necessari.  D’altronde la lista di session-men coinvolti conta più di 30 musicisti, con qualche nome importante come Steve Berlin, John Convertino o Sebastian Steinberg dei mai dimenticati Soul Coughing, numeri grossi per un disco che infatti la Case ha definito “una lettera d’amore per i musicisti e la loro vita”.

La sensazione di grande riunione di famiglia regna un po’ sovrana, come se su ogni brano in tanti, a volte troppi, abbiano voluto lasciare per forza un segno, appesantendo un disco che, se leggermente prosciugato, avrebbe avuto tutti i numeri (leggasi: le canzoni giuste) per essere visto come un suo grande ritorno. In ogni caso anche Louise, Rusty Mountain e la stessa title-track entrano di diritto nel novero della sua miglior produzione, e questa è la buona notizia, perché comunque recuperano una essenzialità nella scrittura che si era un po’ persa nella voglia di strabiliare a tutti i costi sciorinata negli ultimi anni. Accontentiamoci così quindi, Neon Grey Midnight Green è un album consigliabile nonostante le sue esagerazioni, e ci restituisce in buona forma una autrice su cui avevamo davvero puntato molto ormai vent’ani fa.   

 

Nicola Gervasini

mercoledì 17 dicembre 2025

Nero Kane

 Nero Kane

For the Love, the Death and the Poetry

(Subsound Records, 2025)

File Under: Black Mass

Ci sarebbe da dividere la presentazione di For the Love, the Death and the Poetry, il nuovo album di Nero Kane, in due parti: una rivolta a chi già conosce i suoi precedenti lavori, una invece rivolta a chi ancora non ha incontrato la sua musica. Per i primi consiglierei di partire dal titolo e dalle tre parole chiave, Amore, Morte, Poesia, perché poi il suo “psych dark folk” (questa è la descrizione che si trova subito online, indicativa, ma non esaustiva, del suo stile) è effettivamente animato da un continuo rapportare amore e morte, e da un atteggiamento (e un suono) decisamente etereo che sa di poesia ancora prima di leggere poi i versi delle sue canzoni.

Per i secondi invece direi di partire dalle conferme rispetto ai 3 album precedenti, innanzitutto della partner in crime Samantha Stella, al solito presente sia come musicista, vocalist e autrice (e pure promoter aggiungerei), e dalla conferma di Matt Bordin come unico terzo musicista e co-produttore dell’album. Il che fa subito capire che For the Love, the Death and the Poetry persegue, fin dalla quasi a campana a morto suonata dal piano nell’iniziale As An Angel’s Voice, la strada di realizzare colonne sonore per quella sorta di messa laica che sono i loro concerti, dove gli effetti della chitarra di Nero e le tastiere di Samantha compongono lo stesso muro di suoni oscuri qui riproposti. 

E se il primo brano mostra tutto il loro background intriso di dark-music anni Ottanta, già la chitarra immersa in echi morriconiani ed evocativi tocchi di slide alla 16 Horsepower della successiva My Pain Will Come Back To You, riporta in evidenza invece la cultura di musica americana di Kane, che qui si cimenta in una ballata epica che si sarebbe potuta tranquillamente proporre al Johnny Cash degli American Recordings. Sta in questo contrasto la particolarità, e direi tranquillamente unicità, della proposta di Nero Kane, che sicuramente gioca molto sul fattore “atmosfera”, come dimostrano lo strumentale Unto Thee On Lord e seguente Land Of Nothing, cantata da Samantha Stella in pure “Nico-style”. Ma c’è comunque spazio per il Kane songwriter, come nella dolente ballata acustica Mountain Of Sin, puro folk d’altri tempi, o per le soluzioni anche più dark-prog di The World Heedless Of Our Pain (ai Dead Can Dance sarebbe piaciuta molto), che spiega anche perché il set live del duo Kane-Stella sia molto apprezzato anche in ambiti europei del mondo del prog/dark  metal, nonostante la mancanza di molti segni distintivi del genere nella loro proposta, 

Il disco, anche nel suo seguito con Receive My Tears, There Is No End e Untile The Light Of Heaven Comes (credo che i titoli bastino per spiegare e far immaginare il mood dei brani), non porta comunque particolari stravolgimenti nella loro musica, se non una continua maturazione di una idea che resta intrigante, anche se non per tutti (se cercate l’energia positiva del rock è forse meglio girare alla larga da questi paraggi), e che conferma Nero Kane come uno dei nomi che possiamo davvero pretendere di esportare anche fuori dai nostri confini.


lunedì 15 dicembre 2025

Mirador

 

Mirador

Mirador

Universal

**1/2

 

C’è da anni una profonda discussione tra i fans del rock “old style” riguardo i Greta Van Fleet. Le opinioni sulla band spaziano tra gli estremi di “Meri plagiari/pataccari dei Led Zeppelin” a “La dimostrazione vivente che il rock non morirà mai”, e sta a voi decidere in quale punto della linea posizionare la vostra opinione. Tra l’altro è lo stesso tipo di diatriba che ha accolto i loro contemporanei di casa nostra Måneskin, e anche qui lascio ad altre occasioni la discussione sulle debite distanze da porre tra i due gruppi.

In ogni caso, su una cosa è possibile concordare tutti riguardo ai Greta Van Fleet, e cioè che hanno studiato bene i classici, e sicuramente li sanno suonare con quella dovuta maestria che gli ha garantito un grande successo, anche tra le giovani generazioni. Per cui c’è poco da storcere il naso per questo side-project chiamato Mirador del loro chitarrista Jake Kiszka, che ha unito le forze con Chris Turpin degli Ida Mae, interessante duo di folk-blues elettrico sponsorizzato da Ethan Johns qualche anno fa.

Qui si respira aria da nuovo hard-blues bidimensionale alla White Stripes o Black Keys prima maniera direi, con “riffoni” subito in bella mostra fin dall’iniziale Feels Like Gold, e con una sezione ritmica, formata dai session-men Mikey Sorbello e Nick Pini, che picchia e pulsa come richiesto dal genere. Oppure altra ispirazione viene dalla frequentazione di Turpin con Marcus King, visto che lo strascicato blues Roving Blade gira da quelle parti, o forse ancor più li avvicina ai Gov’t Mule.

Il problema è che, esaurite le presentazioni sul “da dove veniamo”, la band si arena poi nel resto del disco su un “cosa facciamo” che sa davvero troppo di déjà vu per noi vecchi frequentatori del genere. E, più che altro, il duo non risolve il dilemma se essere una semplice hard-blues-band da bassifondi, o una possibile proposta da magniloquente “Style rock di Virgin Radio”, con tutto il dovuto rispetto per la loro programmazione.

Anche la ballatona acustica Must I Go Bound, con tanto di echi di Irish music, o una Dream Seller sommersa da archi sintetizzati, sanno un po’ di vecchio FM Rock, mentre il doveroso “momento alla Zeppelin” di Fortunes’ Fate, ricorda quanto il disco assomigli alla collaborazione di metà anni 90 tra Jimmy Page e David Coverdale. Produce Dave Cobb, ma il suo tocco solitamente al servizio di artisti del nuovo country (Chris Stapleton, Jamey Johnson, Colter Wall,...) si sente poco. In ogni caso se cercate chitarre e riff di un tempo, tra slide-guitars sferraglianti (Blood and Custard, Heels of The Hunt), qualche deviazione pseudo-grunge quasi alla Soundgarden (Ten Thousand More To Ride), e epiche e sofferte ballatone (Skyway Drifter), qui c’è un edibile pane per i vostri denti.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 5 dicembre 2025

Pete Droge

 

Pete Droge

Fade Away Blue

Puzzle Tree Records

°°°1/2

Nel delirio collettivo da super-vendite della scena di Seattle degli anni Novanta, pochi oggi si ricordano anche di un piccolo sotto-fenomeno che con grande fantasia potremmo definire “il cantautorato grunge”. In sé la definizione non dice nulla, se non che ad un certo punto bastava suonare in qualche club di Seattle per essere definito tale, come è successo ad esempio a Terry Lee Hale, ma successivamente il termine “grunge” fu appioppato anche a Jeff Buckley o al canadese Hayden. E soprattutto a Pete Droge, autore che nel 1994 pubblicò un album per l’American Recordings di George Drakoulias (Necktie Second) che girò parecchio tra la fanbase dei Pearl jam, vuoi perché prodotto da Brendan O’Brien e sponsorizzato dallo stesso Mike Mcready, vuoi perché Droge aveva condiviso anni di gavetta con molti eroi di Seattle. Ebbe il suo “warholiano quarto d’ora di notorietà” con il singolo If You Don't Love Me (I'll Kill Myself), che appariva anche nella colonna sonora del film Scemo & Più Scemo, ma finita la festa a Seattle, è rimasto relegato ad una lunga carriera da outsider, in cui nemmeno l’effimera superband dei Thorns nel 2003 (un trio formato con Matthew Sweet e Shawn Mullins) riuscì a riportarlo nel mirino di qualche grande etichetta.

Eppure, lui con pochi mezzi ha continuato a scrivere le sue canzoni, che hanno con tutta evidenza Tom Petty nel motore, e forse anche nella carrozzeria. Per cui non c’è nessun “ritorno” da annunciare per questo Fade Away Blue, quanto però l’opportunità di trovare un vecchio amico in buona forma, e soprattutto impegnato in un personalissimo album la cui importanza è sottolineata anche dalla cura spesa in sede di produzione e registrazione. A testimonianza abbiamo anche la lista di musicisti coinvolti, gente come Greg Leisz, Jay Bellerose, Rusty Anderson, il pianista Lee Pardini (Dawes, Chris Stapleton), nomi di session-men di lusso che dovrebbero risvegliare qualche buon ricordo nei nostri lettori. Le dieci canzoni che compongono l’album sono invece quanto di più intimo e personale abbia mai scritto, fin dall'apertura di You Called Me kid dedicata al da poco scomparso padre, ma anche in Song for Barbara Ann e Skeleton Crew non mancano gli elementi autobiografici. Musicalmente è un album riuscito nella sua semplicità elettro-acustica, nel presentarlo Droge ha citato la filosofia del “Three chords and the truth” e vi ha tenuto fede. Ma è evidentemente la ricetta giusta, perché senza suscitare particolari clamori, questo Fade Away Blue potrebbe diventare il suo disco migliore dopo i primi due, che dalla loro parte in più avevano forse solo il fatto di aver anche scritto una piccola riga della storia della musica americana, mentre qui si scrivono molti paragrafi della sua vita.

 

Nicola Gervasini

lunedì 1 dicembre 2025

BANGLES

 

The Bangles

Watching the Sky: The Bangles Box Set

Chery reed

°°°1/2

Tempo di valorizzazione del catalogo anche in casa Bangles, il quartetto “all-girls” formato da Vicki Peterson, Susanna Hoffs, Debbi Peterson e l’ex Runaways Michael Steele. Watching the Sky: The Bangles Box Set riunisce i primi 3 album della band, con un quarto cd che riprende il loro EP del 1982, qualche singolo come il loro vero e proprio esordio del 1981 (Getting Out of Hand), la poderosa cover di Hazy Shade of Winter di Simon & Garfunkel presente nella colonna sonora del film Less Than Zero, e forse troppi remix o extended version dei singoli più noti.

Occasione buona, comunque, per ricordare una band nata nel contesto del Paisley Underground di Los Angeles, con complice amicizia con gruppi come Dream Syndicate, Rain Parade e Three O'Clock, un’unione di anime e intenti celebrata col supergruppo Rainy Day nel 1983, e ancora, nel 2019, nell’album a quattro mani 3 x 4. Complice l’interesse che una band al femminile suscitò in un decennio così attento all’immagine come gli anni Ottanta (e l’affannosa ricerca delle nuove Go-Go’s), la storia musicale delle Bangles racconta di un gruppo di amiche sinceramente innamorate di una musica fatta di chitarre e rimandi al sixty-sound dei Byrds, che era stata un po’ forzata a diventare una pop-band da video musicali.

Riascoltiamo comunque con piacere All Over the Place del 1984, che si fece apprezzare per la freschezza del suono tutto chitarre e per le due cover, Live, un brano del 1967 dei Merry-Go Round, e il loro primo singolo di un certo richiamo, Going Down to Liverpool, una cover di Katrina and The Waves scritta dal loro chitarrista Kimberly Rew (un ex Soft Boys con Robyn Hitchcock, giusto per confermare la matrice del loro suono). Il best-seller però fu Different Light del 1986, quasi 4 milioni di copie vendute nel mondo grazie a tre singoli ancora oggi super-noti, ma significativamente anche gli unici tre brani non autografi del disco, a parte la solita cover di alto livello per ribadire le loro origini artistiche (in questo caso una pregevole September Gurls dei Big Star).

Ma pareva ovvio che le pur irresistibili Manic Monday (uno “scarto” di Prince), Walk Like An Egyptian (scritta da Liam Sternberg, archivista della Stiff Records), e If She Knew What She Wants (opera di Jules Shear, che ricordiamo poi negli anni Novanta come presentatrice degli Unplugged di MTV), erano scelte che sapevano molto di imposta strategia marketing per far di loro delle star del pop. In particolare, Susanna Hoffs tentò a anche una carriera cinematografica (interpretò una ben poco memorabile commedia balneare diretta da sua madre), che tardò la pubblicazione del più coraggioso Everything, uscito nel 1988 per la prima volta lanciato da due singoli di loro pugno (In Your Room e Eternal Flame), che conquistarono complimenti dalla critica, ma un successo decisamente più contenuto. Fine della storia per quanto riguarda il Box, anche perché il seguito, carriere soliste a parte, vede solo due dignitosi album pubblicati nel 2003 e 2011, e tanti tour nostalgici, tutt’ora in corso.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 28 novembre 2025

Tift Merritt

 

Tift Merritt

Time And Patience/Tambourine (Vinyl Reissue)

One Riot Music

***/****

La scorsa estate Andrew Bird ha suonato alcune date in Italia (una al Castello Sforzesco di Milano) facendosi accompagnare da Tift Merritt, e il poco clamore per l’avvenimento ci conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto poco conosciute siano le cantautrici americane nel nostro paese. Il discorso è sempre lo stesso, la Merritt in Italia da sola potrebbe al massimo riempire i locali, in USA è comunque un nome di primo livello nella scena del cantautorato di stampo country-roots. Per provare a farla riscoprire potrebbe essere utile approfittare di questa operazione della One Riot Music, che ristampa in vinile (potete scegliere tra versione “Gold Flare” o Translucent Red”) Tambourine, il suo secondo album del 2005 che la impose sulla scena (con tanto di nomination ai Grammy Awards per il miglior album country dell’anno), con una nuova raccolta di demo e inediti intitolata Time and Patience. La seconda pubblicazione è sottotitolata “Tambourine Kitchen Recordings”, ed è una raccolta con scaletta molto diversa da quella uscita nel 2005 col titolo Home Is Loud. Le due nuove edizioni sono vendute separatamente, ma assieme fanno capire quanto pesò il lavoro del produttore George Drakoulias sulla versione finale di Tambourine, complice una band di studio che vedeva chitarristi di primo livello come Mike Campbell degli Heartbreakers e Neal Casal, a cui, tra l’altro, è dedicata la ristampa.

Col senno di poi sappiamo che il suono decisamente “tompettyano” del disco, che le portò ovvi paragoni con Stevie Nicks, non era esattamente la sua marca stilistica più personale, che infatti nei dischi successivi si attestò su un cantautorato a metà tra l’eleganza melodica di Carole King e il country evoluto di Emmylou Harris, con un piglio decisamente meno votato al rock e a quelle chitarre che in Tambourine suonavano così forti e vigorose.

Interessante comunque anche ascoltare Time And Patience, con i 6 demo casalinghi che mostrano che brani come Plainest Thing e Still Pretending erano nati con uno spirito decisamente più intimo, mentre la raccolta prevede qualche traccia registrata live (ottima, ad esempio, 4th Street Windowsill con i fiati), e nel finale offre un vero e proprio inedito delle session del disco, la rockeggiante e tirata Last Day I Knew What To Do. Tambourine apparì fin dall’inizio come il risultato del lavoro di un team e non di una singola artista, ma questa nuova raccolta dimostra la validità di queste canzoni anche nella loro versione più nuda e cruda. Il che non toglie meriti ad un disco che a distanza di vent’anni suona ancora benissimo, con quel suono esplosivo e cristallino tipico di qualsiasi produzione di Drakoulias fin dai suoi gloriosi anni 90 (Jayhawks, Black Crowes, Maria McKee,…).

Nicola Gervasini

mercoledì 26 novembre 2025

The Bravo Maestros

 

The Bravo Maestros - Keep It Simple, Stupid!

Vina Records - 2025

Se lavorate nel mondo dell’informatica, l’espressione Keep It Simple, Stupid! che dà il nome al primo album dei Bravo Maestros vi sarà familiare, magari con l’acronimo KISS, ed è una sorta di regola base dello sviluppo software che invita a considerare l’intuitività e la “user friendliness” (come si dice in gergo) dell’interfaccia sviluppata. Come dire, non basta che funzioni, deve anche essere facile da capire e usare. Trasportata in ambito rock non sorprende dunque che la proposta di questi ragazzi si traduca in un rock semplice e diretto, “Rock e cassa dritta a 160 bpm” per dirla con la loro stessa definizione, tipica di un trio chitarra-basso-batteria formato da Matteo Buranello, Davide Diomede e Luca Buranello.

Keep It Simple, Stupid! è una raccolta dii 11 brani che paiono registrati nel 1979, che sanno di Jam e Pop Group nel DNA, ma che non disdegnano di guardare anche al punk anni Novanta dei Green Day se vogliamo, tutto suonato con una attitudine “live” e “garage” che vi sarà facile immaginare. Vi basterà anche solo ascoltare il singolo Jungle Jingle che apre il disco per riservare al disco un passaggio in macchina a tutto volume, perché qui c’è energia, chitarre, e tanto power-pop d’annata, anche finemente scritto, come nel caso di The Love Conspiracy. La voce di Matteo Brunello è adatta al genere, giustamente un po’ stridula ma in grado di cesellare bene le melodie, perché poi alla fine brani anche polemici come Out of the Game o la letteraria When the Black Night Falls (con tanto di citazione di versi in spagnolo di Federico Garcia Lorca) sono innanzitutto dei pezzi che cercano la cantabilità e l’immediatezza.

I testi, come nel pezzo più rock and roll del disco (Pest), sono disincantati e aspri come richiede comunque il genere, anche se c’è spazio per parlare di amori (Lost) e addirittura di citare i classici del rock con una Lucy Sin Diamantes che, su un giro alla London Calling dei Clash, omaggia i Beatles di Lucy in the Sky With Diamonds. Particolarmente interessante il finale di Los Amigos, più o meno quello che potrebbero suonare gli Oasis se fossero stati una band di bassifondi di Londra nel 1966, tra echi di Kinks e primi Pretty Things. 40 minuti scarsi senza sosta, senza magari troppe variazioni sul tema, ma con una ottima padronanza di tutto l’armamentario di quei riff classici che hanno alimentato anche la scena degli anni ‘80 con band come Chesterfield Kings o Fleshtones. Sono forse in ritardo d 40 anni, ma che escano ancora dischi con questo sapore di puro rock da cantina consola non poco.

Voto: 7

Nicola Gervasini

lunedì 17 novembre 2025

Emma Swift

 

Emma Swift

The Resurrection Game

(2025, Tiny Ghost Records)

File Under: Sophisticated Lady

Il rock non è più materiale da bruciare solo in anni giovanili, e così non pare troppo strano che l’australiana Emma Swift pubblichi il suo vero album d’esordio a 44 anni. Intendiamoci, The Resurrection Game non è la sua primissima pubblicazione, perché dopo anni passati in terra natia come speaker radiofonica, già nel 2014 Emma si era recata a Nashville per registrare un Ep omonimo di 6 brani, e nel 2020 aveva dato alle stampe un cover-record interamente dedicato a Bob Dylan (tappa obbligata per molti, ma solitamente a carriera avanzata), genialmente intitolato Blonde On The Tracks. Ma questo è il primo vero album di materiale autografo, e c’era una certa curiosità nel cercare di immaginarsi quale stile avrebbe abbracciato.

E anche qui tutto sommato la particolarità è che il disco pare davvero uno di quei momenti di riflessione e introspezione personale che di solito capitano agli artisti dopo un lungo percorso artistico, quasi che Emma stia ripercorrendo le più comuni fasi creative al contrario, partendo dall’album in cui racconta la fatica di ritrovarsi, senza averci mai cantato prima di quando si era persa. Si tratta davvero di una raccolta di canzoni che parlano di resurrezione, dalla depressione e da una mancanza di fiducia in sé stessa. Il compagno Robyn Htchcock è stato giustamente tenuto fuori da questo percorso così personale, anche perché lo stile da sontuoso chamber-folk di questi brani non è certo nelle sue corde, ma va notato che il merchandising collegato all’album e al tour mantiene il loro gattone grigio Ringo come icona e testimonial, lo stesso felino che già abbiamo visto nelle recenti copertine dei dischi di Robyn.

Registrato con un quartetto di musicisti che offre una base asciutta e priva di qualsiasi virtuosismo (Juan Solorzano alla chitarra, Spencer Cullum alla pedal steel e Dominic Billet alle percussioni), The Resurrection Game poggia tutto il suo impianto sonoro sulle orchestrazioni pensate dal tastierista e produttore Jordan Lehning, figlio d’arte (suo padre Kyle Lehning è un vecchio produttore e session man della scena country di Nashville, lo trovate nei dischi migliori di Waylon Jennings degli anni Settanta ad esempio) che ha condiviso con Emma la passione per l’arte dell’arrangiamento d’archi in puro stile Lee Hazlewood o Harry Nilsson, anche se lo spleen oscuro che permea queste canzoni potrebbe anche far tirare in ballo Scott Walker.

Ne esce un album affascinante e ben scritto, con brani davvero notevoli come Nothing and Forever, No Happy Endings e How To be Small, ma forse ancora troppo monolitico nel proprio concept produttivo, e paradossalmente aveva dimostrato più versatilità alle prese con il mondo di Dylan, che con il suo personale. Ma se amate i dischi di Angel Olsen, per dire un nome in qualche modo assimilabile, o ancor più avete amato l’album Ramona di Grace Cummings lo scorso anno, potrete trovare in questo mondo sofferto e sognante il vostro terreno naturale. Resta la sensazione che possa sviluppare ancora meglio certe idee e intuizioni da autrice per nulla alle prime armi, per cui per ora diamole la fiducia che comunque merita.

 

Nicola Gervasini

venerdì 14 novembre 2025

Cangolla

 Cangolla – Iter

Vina Records - 2025



Si dice spesso che il rock abbia perso la capacità di palare del contemporaneo, e che la maggior parte degli artisti si sono chiusi in uno sterile continuo racconto di sé stessi per non dover affrontare una realtà ormai troppo terrificante anche per essere raccontata in una canzone. Eppure nei bassifondi ancora si muovono artisti che provano a veicolare le problematiche più grandi in versi, e tra questi ci sembra il caso di segnalare i Cangolla, un progetto creato anni fa da Emanuele Calì che si è trasformato in vera propria band con il trasferimento a Berlino. Iter è un disco che nasce innanzitutto dalla rielaborazione dei testi presenti in una graphic novel, Viaticus, scritta da Calì con il disegnatore Giacomo Della Maria, ed è stato registrato nel corso di due anni di lavoro nella città tedesca, assorbendone tutte le atmosfere e sonorità.

Registrato da una formazione a 4 che comprende anche la chitarra di Marco Papa e la sezione ritmica di Yerko Ursic e Felipe Melo, l’album offre nove brani che musicalmente spaziano nella storia del rock berlinese, con testi principalmente in inglese e un suono chitarristico saldamente ancorato ad un mondo post-rock che può ricordare, ad esempio, i dischi anni 80 dei Fall. L’apertura del disco con Morning Star e Iter tracciano infatti subito la linea stilistica, con tempi sincopati, chitarre acide, e il tono declamatorio di Calì mentre affronta testi che parlano di viaggi esoterici o sofferte dichiarazioni di resistenza immerse nei riverberi delle due chitarre

In Erdelose Pflanze inglese e tedesco si mischiano in una lenta e catatonica ballata per evocare un legame con la terra distrutto dall’inquinamento moderno, mentre le immagini marine di Frantic Movement ci immergono in un crescendo di chitarre distorte e quasi al limite dello stoner-rock. Calm Waves invece gioca ancora una volta con le lingue, inserendo stavolta termini francesi per descrivere uno stato mentale che passa dalla calma alla tensione con grande facilità, mentre la veemente The Puppeteer interrompe il clima ipnotico dell’album per raccontare di burattinaie e manipolazioni (il testo è stato scritto dalla poetessa Maria Grazia Tonetto). Con Pupilla Digitale l’album continua il suo viaggio europeo approdando all’italiano, in un brano che ancora una volta continua l’esplosione di rabbia del precedente per descrivere l’incubo tecnologico dei tempi moderni. Il clima onirico della prima parte dell’album torna in Zenobius I, 16, un viaggio nel tempo, con persino citazioni in greco antico, che introduce al tour de force linguistico della conclusiva Dicotomias, dove gli opposti che si confrontano nel testo parlano due lingue completamente diverse (spagnolo nella prima parte, siciliano nel finale). Se musicalmente il disco è ancorato a stili più che collaudati nel passato, l’album piace soprattutto per la capacità di Calì di trovare la lingua più adatta per esprimere la sensazione del brano, sia essa, di rabbia o di disagio


VOTO 7

Nicola Gervasini. 


lunedì 10 novembre 2025

Joan Shelley

 Joan Shelley

Real Warmth

(2025, No Quarter)

File Under: “holding my dear friends and drinking wine”


Se c’è un aspetto che rende sempre interessante seguire e scrivere di musica, è quello di seguire un artista fin dagli esordi, raccontandone quindi nel corso degli anni le evoluzioni e la crescita artistica in diretta.  Ad esempio, seguo da tempo le gesta di Joan Shelley, folksinger americana attiva dal 2010, perché, anche nei suoi esordi da indipendente, ha sempre dimostrato di poter dare qualcosa in più ad un genere spesso relegato nella propria nicchia di utenza.

Quello di trasportare la grammatica del brit-folk classico anche oltreoceano, immergendola nei sapori del folk e del country americano, è una operazione che non nasce certo con lei, ma sicuramente il suo album Like the River Loves the Sea del 2019, arrivato dopo che Jeff Tweedy l’aveva sponsorizzata e aiutata nell’opera precedente, è stata una milestone fondamentale in questo processo, che in questi anni, tra l’altro, ha parlato molto spesso al femminile. Dopo la conferma di The Spur del 2022, arriva oggi questo Real Warmth a consacrarla tra i nomi più importanti (e ormai sono tanti) del cantautorato femminile odierno. 

Le registrazioni del nuovo disco sono tornate in patria, in Michigan, dopo le trasferte (persino islandesii) dei precedenti lavori, dove con il compagno e chitarrista Nathan Salsburg, e la vicinanza della figlia, ha trovato nuova ispirazione. E la collaborazione di amici e colleghi a noi ben noti come Doug Paisley o Ben Whiteley (bassista dei The Weather Station, anche produttore dell’album) testimonia quanto il suo nome sia ormai considerato tutt’altro che quello di una outsider.

Dal punto di vista compativo questi nuovi 13 brani segnano poi un ulteriore ampliamento del suo spettro di riferimenti, che tornano ad essere più statunitensi, con l’aggiunta di qualche sapore jazz (sentite il sax di Karen Ng in On The Gold and The Silver) o country (Who Do You Want Checking in on You). Insomma, la lezione di Joni Mitchell resta sempre dietro l’angolo per tutte queste nuove regine della canzone elettro-acustica, ma la Shelley, come altre colleghe, ha ben chiaro come far valere la propria personalità, anche nei testi sempre molto personali e originali, che sanno essere poetici e gentili, ma anche crudi quando esprime la propria veemente protesta verso un mondo difficile da comprendere (The Orchard). 

Ma è un caso, perché ovunque spira aria di famiglia e idea di comunità (Everybody, ma anche nell’iniziale e programmatica Here in The High and Low), ed è forse proprio questo confronto tra la propria dimensione casalinga, così pacifica e piena d’amore, e l’orrore che regna nel mondo, che ammanta il disco di una inquietudine evidente per un futuro tutt’altro che chiaro (Heaven Knows, Give It Up, It’s Too Much). Sono canzoni da scoprire una ad una, e da ascoltare come al solito nel vostro silenzio, se avete la fortuna di trovarne ancora uno in questo volgare chiasso in cui un disco sussurrato come Real Warmth faticherà a farsi sentire.

Nicola Gervasini


lunedì 3 novembre 2025

Jake Winstrom

 

Jake Winstrom

RAZZMATAZZ!

(2025, Jake Winstrom)

File Under: Canceling the noise

Jake Winstrom viene dal Tennessee, e, nonostante l’aria da eterno ragazzino, è già giunto al terzo album, ma Il suo nome era già circolato nel lontano 2008, quando a capo della band dei Tenderhooks, fece una gran bella impressione al Bonnaroo Festival, anche se il loro unico album Vidalia non fu granché segnalato e l’esperienza finì presto. Rimessosi “on the road” nel 2018 con l’esordio Scared Away The Song e il seguito del 2020 intitolato Circles, l’artista si è preso una nuova lunga pausa prima di pubblicare questo RAZZMATAZZ!, e l’impressione è che forse potrebbe essere la volta buona di farsi notare. Proposta non facile la sua, perché se da una parte predilige cimentarsi in bani di soffice chamber-pop acustico che guardano a Paul Simon come schema classico, passando però attraverso un piglio più “indie” alla Elilott Smith (in Can I Get A Ride, ma anche nell’apertura di Exhausted, lo ricorda molto), dall’altra la sua formazione di rockettaro affiora ogni tanto quando chiama a raccolta il batterista Matt Honkonen a dare vigore alle sue canzoni (sentite ad esempio la ruvida e quasi “blue-collar” One More For The Moon).

Di certo è la sua voce molto particolare, pulita e melodica, sospesa tra la teatralità di un Rufus Wainwright e una tonalità che mi ricorda, per chi se li rammenta, cantautori come Pierce Pettis o Tom McRae, o volendo andare ancora più indietro, citerei anche Marshall Crenshaw. D’altronde nella foto promozionale allegata al comunicato stampa lo vediamo in un negozio di dischi con il cd di Grace di Jeff Buckley sullo sfondo a fare da santino, ma volendo potremmo ritenere tali anche i visibili bestsellers dei Fleetwood Mac e dei Supertramp, visto che la vena melodica di certo non gli manca.

Il disco è scritto e prodotto con il collaboratore Jason Binnick, multistrumentista di solito attivo nel mondo delle colone sonore cinematografiche, e con lui Winstrom ha saputo maneggiare i ferri del mestiere sia quando si getta nell’indie-folk intimista di This Blue Note, sia quando fa sfogare la sua Rickenbacker nel Jingle-Jangle rock di Don’t Make the Rules, o quando prova a riempire gli spazi con le tante chitarre elettriche di Jaws Of Life. In Freelancing on a Pheromone richiama quasi il cantautorato rock di Pete Droge degli anni 90, ma in ogni caso è nelle ballate acustiche come Molotov o Canceling The Noise che pare dare il meglio, ed è così che infatti la dolce Lucys Luck chiude un album molto piacevole che aggiunge un nuovo nome da ricordare alla folta (ma sempre apprezzata nei nostri lidi) schiera di cantautori americani.

 

Nicola Gervasini

venerdì 31 ottobre 2025

Mike Reid & Joe Henry

 

Mike Reid & Joe Henry

Life and Time

(2025, Thirty Tigers)

File Under: No Country for Old Men

La curiosità che salta subito all’occhio, leggendo le note biografiche del settantottenne Mike Reid, è il suo passato da giocatore professionista di Football Americano, quando ha militato in NFL per 5 anni nei Cincinnati Bengals, interrotti solo da un irrimediabile infortunio al ginocchio nel 1974. Da allora Reid è diventato una figura da backstage del mondo del country, con non poche hit scritte per conto terzi (soprattutto per le star di Nashville Ronnie Milsap e Larry Gatlin), fino al grande successo di I Can't Make You Love Me (co-scritta con Allen Shamblin), bestseller di Bonnie Raitt nel 1991. La sua carriera discografica personale, infatti, inizia solo in quell’anno, quando la Columbia gli dà fiducia sulla scorta di quella hit miliardaria (l’album Luck of the Draw di Bonnie Raitt è arrivato a vendere fino a 7 milioni di copie). I due album pubblicati nel 1991 e 1992 non vendono però quanto preventivato, e così il nostro venne scaricato dalla major, e da allora ha pubblicato solo un del tutto ignorato terzo capitolo nel 2012.

Singolare anche scoprire che, dopo un lungo periodo di ritiro, il nostro, abbia conosciuto Joe Henry durante uno dei mitici” Songwriting Camp” organizzati ogni estate a Nashville da Rodney Crowell, quando le migliori penne della città si incontrano per 3 giorni scrivendo canzoni in puro spirito di collaborazione. I due si sono piaciuti, e dicono di aver scritto almeno 30 canzoni, di cui 12 sono quelle scelte per questo Life and Time (altre sono già state prenotate da Shelby Lynne per un suo prossimo album, ci anticipa Henry). Disco bello e atipico per entrambi, con un coraggioso ribaltamento di ruoli che vede Reid prendersi carico di tutte le parti vocali e della scrittura delle musiche, e Henry che scrive tutti i testi e produce.  Da notare anche il processo in questo senso, visto che Reid ha registrato in casa tutti i demo per voce e piano, e Henry ha inviato ad una schiera di fidati musicisti i nastri per sovraincidere gli interventi degli altri strumenti. Di fatto quindi nessuno dei musicisti si è mai incontrato, e tutti si sono auto-registrati in casa, con la sola eccezione di Jay Bellerose e la stessa Bonnie Raitt, che hanno registrato la loro parte in un vero studio di registrazione.

Tecnicamente per cui il gran lavoro di un Henry in ripresa da una bruttissima malattia è stato una sorta di taglia/incolla, per un risultato decisamente riuscito che sa di esibizione corale e dal vivo. L’effetto finale non è dissimile dalle produzioni di Henry degli ultimi quindici anni, con brani fatti di suoni intensi e molti silenzi, giochi ad incastro tra chitarre acustiche e pianoforti, e tanto, tanto “mestiere” da parte di entrambi. E, se vogliamo, questo rappresenta il pregio, ma anche il difetto dell’album, che suona come un continuo flusso di parole e suoni, senza ritmo, e con melodie solo accennate, che solo la grande maestria dei due padroni di casa evita di far deragliare nella noia. Per contro il pugno di canzoni, che Reid ha cantato davvero bene e con gran trasporto, confermano comunque Henry come uno dei migliori songwriter in circolazione, e il consiglio è di seguire brani come History o Weather Rose nel silenzio e con i testi alla mano per apprezzare appieno un disco non per tutti.

 

Nicola Gervasini

giovedì 23 ottobre 2025

Ryan Davis & The Roadhouse Band

 

Ryan Davis & The Roadhouse Band - New Threats From the Soul

2025, Tough Love Records/ Goodfellas

 

Sette brani con minutaggi che vanno dai circa sei ai quasi dodici minuti sono un dato abituale per un album di progressive rock, non certo per il secondo sforzo discografico di un cantautore di stampo country americano. E invece Ryan Davis, ex componente degli State Champion e originario di Louisville in Kentucky, dopo che già si era fatto notare nel 2023 con l’album di esordio Dancing On the Edge, ha voglia di sorprendere con un disco dall’inusuale struttura, assemblando per l’occasione una band (chiamata - senza troppa fantasia in questo caso - Roadhouse Band) di ben 7 elementi in cui non manca nulla, dagli strumenti cardine di un qualsiasi disco country come il violino o la pedal steel, ad elementi più modernisti come synth e qualche software di programmazione.

A questi si aggiungono più di 15 ospiti, tra cui spicca quasi come nume tutelare un Will Oldham (aka Bonnie Prince Billy) ai cori, e forse proprio da lui sarebbe utile partire per spiegarvi questo New Threats From the Soul. Perché se la title-track in apertura viaggia su canoni che potreste aspettarvi da un Chris Stapleton, già il mid-tempo Monte Carlo/No Limits mostra la sua stessa passione nel rileggere la tradizione nashvilliana con amore e originalità, con cambi di ritmo e melodia continui ad evitare la monotonia. Il trucco di Davis, che sfoggia un vocione d’ordinanza per il genere (in verità più simile a quello di Bill Callahan che ad un qualsiasi seguace di Johnny Cash come intonazione) è tutto nei testi, verbosi, a tratti apparentemente astrusi, e alquanto articolati di immagini spesso sospese tra l’ironico e l’intimista, un mondo mentale tutto da scoprire che costituisce uno degli elementi chiave per capire queste lunghe canzoni, con l’episodio più prolisso (Mutilation Springs, a cui fa seguito più tardi Mutilation Falls, e insieme fanno più di 20 minuti di canzone) che quasi ricorda certe cavalcate verbali di Mark Kozelek / Sun Kil Moon.

A volte, come nel caso dell’incedere classicissimo dell’ottima Better If You Make Me, unisce tradizione con un cantato volutamente sgraziato e meno impostato, o come nel lento racconto di Simple Joy, immerso in pedal steel e batterie elettroniche, quasi a ribadire che la tradizione deve essere per lui un pentagramma su cui scrivere la propria visione personale di una country-song. Chiude sulla stessa linea Crass Shadows (At Walden Pawn), tra rumori e suoni di strumenti giocattolo e un songwriting mai banale. Non è un disco facile New Threats From the Soul, non siamo a livelli di tour de force di un disco degli Swans, ma poco ci manca insomma, ma lo consiglio anche al di fuori della cerchia di fans di musica americana per originalità e ampio raggio di ispirazioni.

 

VOTO: 7,5

Nicola Gervasini

mercoledì 15 ottobre 2025

The Reds, Pinks & Purples

 

The Reds, Pinks & Purples

The Past Is A Garden I Never Fed

(2025, Fire Records)

File Under: british sadness

Glenn Donaldson è uno di quei personaggi un po’ strambi, ma creativamente vulcanici, che rende unica San Francisco e la sua scena musicale. Attivo fin dagli anni Novanta in tanti progetti (tra i vari, citiamo The Art Museums, Skygreen Leopards, Painted Shrines), dal 2019 ha ormai definito un suo suono con i The Reds, Pinks & Purples (nome considerabile come un nickname da solista), nonostante il primo brano di questo The Past Is A Garden I Never Fed, già nono album della sigla, chiosi ironicamente che The World Doesn't Need Another Band. Uno stile figlio di molteplici influenze della scena indipendente classica, e nel suo caso vengono infatti spesso citati Guided by Voices o i Television Personalities, ma in generale, come dimostra qui I Only Ever Wanted To See You Fail, ispirato da qualsiasi band abbia abbracciato un suono fatto di chitarre Jangle-pop e atmosfere un po’ plumbee da dream-pop.

Qualcuno lo mette nel calderone dello “shoegaze”, ed è vero che ogni tanto, come nel già citato primo brano, o in Richard In The Age Of The Corporation, si concede qualche timido muro di chitarre riverberate in puro stile di genere, ma alla fine Donaldson è solo uno dei tanti tessitori di fini trame pop, più britanniche che statunitensi nel DNA, compreso quel tono un po’ da crooner che tanto piace tanto agli inglesi, sciorinato ad esempio in A Figure On The Stairs. Al solito curato molto nella confezione, The Past Is A Garden I Never Fed è un disco che nasce da una cernita di più di 200 brani scritti in questi anni Venti da Donaldson, molti dei quali già pubblicati singolarmente dal suo sito, un fiume in piena che lo porta magari a non essere originalissimo nelle soluzioni anche in fase di scrittura, ma sicuramente a volare sempre su ottimi livelli.

I suoi mid-tempo come You're Never Safe From Yourself o Slow Torture Of An Hourly Wage (quanto piacerebbe questa ai War On Drugs!) sono figli degli Smiths o degli Housemartins (quell’armonica un po’ alla Reverends Revenge…), se proprio vogliamo andare indietro nel tempo, ma lo spleen malinconico di una Trouble Don’t Last discende dal Brit-pop alla Pulp di metà anni Novanta, e l’incremento di elettricità introdotto in My Toxic Friend ricorda tantissimo Evan Dando e i suoi Lemonheads. E ovviamente non può mancare il passaggio tutto Rickenbacker alla Roger McGuinn di Marty As A Youth (ma con tastiera alla Cure), pezzi suadenti alla Richard Hawley (What's The Worst Thing You Heard?), e un amaro finale acustico che assicura che There Must Be A Pill for This. Disco godibilissimo di uno dei tanti moderni artigiani di musica che garantiscono che, se non c’è ormai più troppo spazio per nuove grandi rivoluzioni musicali, ne resterà sempre abbastanza per nuove ottime canzoni.

 

Nicola Gervasini

venerdì 10 ottobre 2025

Hayes Carll

 Hayes Carll

We’re Only Human

(2025, Hwy 87 Records)

File Under: Making Amends


Prima o poi arriva un momento nella vita di un uomo in cui ci si auto-rivolge qualche pensiero

motivante, in cui si riguarda agli errori del passato e si fanno buoni propositi sul futuro, o in cui

si decide cosa veramente conta, e quale, delle innumerevoli voci che ci parlano, seguire. Non è

facilissimo per molti, ma sicuramente un artista ha un modo ideale per farlo attraverso la sua

opera. Ed è così che anche per un musicista come Hayes Carll, ormai sulla strada del

cantautorato americano da più di vent’anni, pare ovvio arrivare a scrivere un disco come We’re

Only Human, chiaramente un album rivolto prima di tutto a se stesso, prima ancora che ad un

pubblico. E non parliamo neanche di un album “intimo”, nel senso di confessione di una

“another side“ di se stessi (per dirla alla Dylan), ma proprio di una sorta di lunga predica auto-

rivolta, e quindi per forza di cose autoreferenziale.

Bisognoso di una disperata ricerca di risposte, Carll usa il veicolo di una religiosità laica mai

direttamente espressa, con temi ricorrenti come la ricerca di un perdono o di una grazia (ad

esempio in Make Amends), che sono cari al cattolicesimo americano, ma che rimangono

comunque sospesi ad un livello di riflessione personale. Il titolo infatti parla di umanità, parla a

se stesso usando però un plurale, anche quando nella title-track ricorda che nel mondo si

parlano seimila lingue, ma per dire tutti le stesse cose. E così il disco cerca la pace, interiore

(What I Will Be), o anche quella donata da un uccellino che canta visto dalla veranda di casa

(Stay Here a While, scritta con MC Taylor, aka Hiss Golden Messenger).

Di fatto la condizione di Hayes è la stessa di molti di noi, con una modernità che ci pare fuori

controllo o fuori logica, cantata in Progress of Man (Bitcoin and Cattle), o con la ricerca di

contatti umani affini che non siano solo virtuali di Good People (Thank Me). Nato alla scuola di

songwriting di John Prine e Loudon Wainwright III, Carll non evita ogni tanto qualche tono

ironico o sarcastico (High), ma il clima è decisamente più serio dei suoi standard abituali, e in

casi come I Got Away with It, anche abbastanza drammatico. C’è comunque gran spazio per la

speranza (One Day), e per una riconciliazione finale con il mondo, resa in un pezzo cantato a

più voci come May I Never (una idea simile alla chiusura che fece Nick Cave del disco Murder

Ballads), dove Carll chiama a raccolta alcuni amici a noi ben noti come Ray Wylie Hubbard,

Shovels & Rope, Darrell Scott, Nicole Atkins e Gordy Quist e Ed Jurdi dei The Band of Heathens.

Disco formalmente ineccepibile, prettamente acustico ma con anche molti interventi esterni

(compresi i fiati), We’re Only Human è un album intenso e importantissimo per il suo percorso

di crescita, che conferma però i pregi e difetti che da sempre ha caratterizzato la sua

produzione, con quel vago “accontentarsi” di soluzioni semplici e raffinate, quanto un po’ ovvie,

che impedisce un po’ di caratterizzarlo e identificarlo con uno stile tutto suo subito

riconoscibile.

Nicola Gervasini

mercoledì 1 ottobre 2025

Swans

 

Swans – Birthing

2025 - Mute/Young God

115 minuti, solo 7 brani, quasi tutti con minutaggi al di sopra dei dieci minuti. Affrontare un disco degli Swans è un atto di coraggio, o, se siete degli adepti, di pura fedeltà. Con una carriera ormai lunghissima sotto varie spoglie, il leader Michael Gira ha ormai da qualche anno preso questa china nei tempi delle canzoni, quasi in voluta controtendenza con un mondo discografico che ci sta riportando alle “2 minute songs” e al singolo come formato standard. Sarà che Michel Gira noi ormai ce lo immaginammo come una sorta di guru spirituale che vive al di sopra della realtà, e perciò al riparo da qualsiasi tipo di idea di convenienza, ma forse poi non è troppo così. Perché poi, come era già successo negli ottimi The Glowing Man del 2016 o Leaving Meaning del 2019 (e forse in modalità più confusa nel più recente The Beggar del 2023), in tutto questo tempo che si prende (o ci ruba, a seconda di come la vogliate vedere), gli Swans non sono affatto avari di soluzioni musicali più che accessibili, che si diversificano anche nel corso dello stesso brano, e che non hanno nulla a che vedere con la complessità delle strutture del prog (i minutaggi porterebbero a pensarlo), quanto ancor più con un bel mix di soluzioni più legate al mondo alternativo degli anni ottanta.

The Healers apre l’album con dieci minuti di atmosfere da musica gotica e spaventa un po’, e se non lo conoscessimo già, probabilmente ci chiederemmo ”ma davvero intende fare 115 minuti così?”. Ma lo sappiamo, la risposta è no, visto che lo stesso brano si sviluppa in un declamatorio tour de force con momenti di elettricità noise. E struttura simile ha I Am a Tower, che si tramuta in una sorta di sua versione riveduta e corretta di Heroes di David Bowie (la canzone non è quella, ma ritmo e chitarre si), o dell’etereo canto di rinascita di Birthing, con il suo finale di minacciosi colpi di batteria. L’unico brano con durata diciamo “normale” (quasi sette minuti) sta nel mezzo, quasi a separare le acque di un mare di note con un brano che sa di new wave anni 80, tra voci e mille tastiere (e soprattutto, se leggete i credits, scoprirete che quasi tutti e sette i membri della band sono impegnati anche nella produzione di loops, oltre che a suonare i rispettivi strumenti).

Il disco riprende poi con i toni da apocalisse di Guardian Spirit, i cambi di ritmo di The Merge (che si chiude con una sognante ballad acustica), e con la finale (Rope) Away, divisa in due sezioni distinte.  Lo schema dei brani, infatti, è sempre quello di una lunga inquietante intro, con uno sviluppo a canzone che rassicura l’ascoltatore. Gioco che funziona, perché nonostante la loro prolissità, i pezzi riescono a tenere alta la tensione e quel senso di “sentiamo che succede ora”. Difficile dire poi che ruolo abbia all’interno della sua sterminata discografia, considerando anche altri progetti come, ad esempio, gli Angels Of Light, ma sicuramente Birthing vede una band ormai consolidata (da tempo ormai il fulcro sono le chitarre di Kristof Hahn e Norman Westberg, ma vanno anche notati gli interventi del polistrumentista Larry Mullins e del batterista Phil Puleo), che sempre più registra album come fossero delle lunghe esibizioni live libere da ogni schema.

 

VOTO: 7,5

Nicola Gervasini

martedì 30 settembre 2025

ALEX G

 Alex G – Headlights

RCA, 2025

L’americano Alexander Giannascoli, in arte Alex G, potremmo considerarlo uno dei migliori rappresentanti

della “Bandcamp Generation”, cioè quegli artisti che hanno beneficiato delle libertà auto-imprenditoriale

offerta della nota piattaforma di streaming, per farsi notare e passare quindi ad una carriera sotto la

protezione di una etichetta discografica. Ben 4 album pubblicati in maniera indipendente tra il 2011 e il

2012 hanno infatti dato vita ad una carriera che oggi arriva, con questo Headlights, al sesto capitolo

ufficiale (e quindi decimo, comprendendo anche i 4 album di cui sopra).

Ma qui possiamo dire che si apre un nuovo capitolo, perché da Label importanti, ma comunque da

sottobosco, come la Orchid Tapes o la Domino, si passa ad una major come la RCA, e in questi casi la

domanda tipica del fan è sempre la stessa, chiedersi se questo abbia cambiato qualcosa nella sua qualità. La

risposta è implicitamente data dal fatto che Alex G non cambia squadra e le modalità di produzione rispetto

al precedente album God Save the Animals (2022), confermando alla co-produzione Jacob Portrait, bassista

della Unknown Mortal Orchestra, e suonando come suo solito praticamente tutti gli strumenti (sezione

d’archi a parte), lasciando spazio alla sua storica band d’accompagnamento nei tour (Samuel Acchione,

John Heywood e Tom Kelly), solo nell’ultima traccia (Logan Hotel), quasi a voler ribadire la piena continuità

con la sua storia e il suo giro di amicizie e collaborazioni.

In ogni caso il salto di qualità in termini di distribuzione, e la possibilità di lavorare in un vero studio di

registrazione, non ha cambiato la ricetta tipica delle sue canzoni, sempre in bilico tra folk classico e un

atteggiamento indie che guarda a Elliott Smith nello stile, e magari anche a personaggi meno noti che tanto

hanno fatto per la scena indie di 20 anni fa come Langhorne Slim o M.Ward. Manca forse nel menu un

piatto atipico, un qualcosa che si discosti veramente dalla sua collaudata routine (oggi diremmo qualcosa

che sia fuori dalla sua “comfort zone”), confermata anche negli abituali testi abbastanza onirici e visionari di

brani come Oranges, Afterlife o June Guitar, quasi che, ora che ormai ha attirato l’attenzione, Alex G non

vuole sbagliare e non si prende troppi rischi. Ne esce uno album discreto, con brani sicuramente

accattivanti come Real Thing o Louisiana, ma che mi sa che ancora lo terrà un po’ nelle retrovie di una

scena odierna troppo affollata per impressionarsi troppo per questi brani.

VOTO: 6,5

Nicola Gervasini

lunedì 29 settembre 2025

Jeff Buckley - Nightmares by the sea

 

Chissà quante volte una donna si è chiesta cosa diavolo passasse nella testa di Jeff Buckley, probabilmente abbastanza perché lui provasse per una volta a mettersi nei loro panni nell’enigmatico testo di Nightmares By The Sea. Testo scritto infatti dal punto di una Lei che cerca di immaginare “i pensieri in bottiglia dei giovani uomini arrabbiati” e ne viene affascinata, quanto anche intimorita. Un testo in sé oscuro e romantico al tempo stesso, persino ironico quando lei definisce il proprio amato “rube”, uno slang che in italiano tradurremmo liberamente come “burino”. Il brano è presente sia nella versione prodotta da Verlaine, sia nel mix originale nel secondo CD, e se la prima ha tutto il sapore di chitarre oscure e minacciose del suo produttore, la seconda, con il suo suono più lo-fi è più “live” e diretto, assume un tono decisamente meno teso. In ogni caso è sicuramente uno dei brani del disco che mantiene un taglio e un “mood” più in continuità con quello di Grace, con una interpretazione vocale molto “di pancia” e poco virtuosistica che lo rende uno dei brani che preferisco della raccolta.

 

Nicola Gervasini


pubblicata su Kalporz  https://www.kalporz.com/2025/08/my-sweetheart-the-drunk-lalbum-postumo-di-jeff-buckley/

lunedì 15 settembre 2025

Andrea Van Cleef

 

Andrea Van Cleef

Greetings From Slaughter Creek

(2025, Rivertale Production)

File Under: Live in USA

 

Poco più di un anno fa vi segnalavamo con convinzione l’album Horse Latitudes di Andrea Van Cleef come il punto di arrivo di una maturazione dell’artista bresciano, che ormai da anni ospitiamo sulle nostre pagine con le sue uscite. Credo che ad un anno di distanza Andrea possa essere soddisfatto delle tante reazioni positive suscitate da un disco che unisce tradizione americana e quella tendenza al suono dark che spesso caratterizza la visione italiana della musica d’oltreoceano, tanto che ora Van Cleef si permette di pubblicare un disco dal vivo, oggetto divenuto più raro nel moderno mondo discografico rispetto ad un tempo (ci sarebbe da fare un lungo ragionamento al proposito, ma sarà per un’altra occasione).

Ma l’opportunità di immortalare una speciale serata di un breve tour americano, scaturito proprio dal riconoscimento anche internazionale ricevuto dal disco, pare troppo ghiotta. Soprattutto perché Andrea ha avuto modo di ritrovare alcuni collaboratori dei suoi precedenti dischi, primo fra tutti il produttore Rick Del Castillo, che già aveva collaborato a Horse Latitudes, anche mettendo a disposizione i propri studi di registrazione in Texas, ma anche la cantautrice Patricia Vonne (sorella del regista Robert Rodriguez), che già aveva duettato con Van Cleef nel suo album Tropic From Nowhere.

L’esibizione è avvenuta negli stessi studi di Del Castillo, gli Smilin’ Castle Studio di Kyle, e ha coinvolto qualche session man reclutato in loco come Mike Zeoli (batterista dei Chingòn, in cui suona lo stesso Rodriquez), Stefano Intelisano (fisarmonicista già incontrato nei dischi di David Grissom e Fabrizio Poggi), e il chitarrista Matthew Smith, che affianca Simon Grazioli, suo abituale collaboratore. Il disco ha quindi il clima da esibizione da piccolo club, con un evidente dialogo intimo ed emotivo tra musicisti e pubblico in sala, e soprattutto finisce ad essere quasi una raccolta di versioni acustiche (quasi un “Unplugged” di altri tempi quindi) delle canzoni migliori dei suoi album.

The Day You Tried To Kill Me ad esempio viene dal lontano Sundog del 2012, mentre da Tropic of Nowhere del 2018 si ripescano Wrong Side of a Gun, già in origine cantata con Patricia Vonne, e Friday, e da Safari Station del 2021 arriva You Can’t Hide Your Love Away. Per il resto è la scaletta presa da Horse Latitudes a comporre il grosso dello show, che si chiude però con un brano che potremmo anche prendere a simbolo di stile e ispirazione di Van Cleef come il classico Big River di Johnny Cash. L’esibizione è ispirata e ben registrata, e sicuramente valeva la pena pubblicarla, visto che suonare in un bel posto, con il pubblico giusto, e soprattutto con un bel suono da poter registrare, pare essere diventato un lusso per troppi artisti indipendenti.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 5 settembre 2025

Federico Sirianni

 

Federico Sirianni

La Promessa della Felicità

(Squilibri, 2025)

File Under: “Mentre guardiamo la Luna”

E’ ormai un veterano della canzone d’autore di scuola genovese Federico Sirianni, fin da quando fu premiato al Premio Tenco nel 1993 come miglior esordiente, e con una carriera solista portata avanti parallelamente ad altri progetti (Molotov Orchestra). La title-track di questo La Promessa della Felicità, che mette in musica una poesia di Max Ponte, era già finita nella cinquina finale del Tenco dello scorso anno, e ora esce finalmente un album frutto di una stretta e già collaudata collaborazione con il violinista Michele Gazich. Album molto curato sia nella confezione (con i bei dipinti di Romina di Forti a commento), che nella produzione (ottimi i suoni di archi e chitarre acustiche), La Promessa della Felicità è un sofferto viaggio di dieci brani nei mali della modernità, letti attraverso pensieri, sentimenti, storie e riferimenti storici (Okinawa) sempre molto liricamente elaborati. Sirianni è autore molto attento alle parole infatti, spesso abbondanti di immagini e attenzione ai particolari, uno stile letterario che Gazich riesce bene a incanalare in arrangiamenti eleganti. Altro riferimento artistico evidente resta quello di Leonard Cohen, e non solo perché nella iniziale Nel Fuoco suona il suo batterista Rafa Gayol, ma per la sua capacità di farsi occhio critico e coinvolto sui mali del mondo (Dalla Finestra). Tanti i collaboratori coinvolti (da citare tra i tanti le onnipresenti Veronica Perego al contrabbasso e Valeria Quarta alla voce) in un disco fieramente e intensamente folk (L’Ora Bella), che cerca comunque di aprire le melodie anche ad altri orizzonti (gli echi orientali di Il Vento Di Domani). Imperdibile per chi segue la canzone d’autore nostrana.

Nicola Gervasini

sabato 30 agosto 2025

MATTHEW DUNN

 

Matthew Dunn

Love Raiders

Cosmic Range Records

 

Ogni era discografica ha le sue esigenze, e se negli anni novanta l‘entusiasmo per il formato CD ci ha portato moltissimi album che duravano anche più di un’ora, senza essere per questo considerati doppi, oggi in era Streaming le durate medie si sono drasticamente ridotte, tanto da non capire più troppo la differenza tra album ed EP. E poi ci sono quelli che non ci badano affatto, come Matthew Dunn, artista canadese che fino a pochi anni fa si firmava mettendo un “DOC” tra nome e cognome (e sarebbe curioso sapere come mai ha deciso di abbandonare il soprannome), e che vanta ormai più di vent’anni di fiera carriera discografica indipendente.

Di lui si era sentito parlare soprattutto nel 2023 con l’album Fantastic Light, che si era guadagnato ottime recensioni, e che riuniva una serie di collaboratori che a sorpresa scompaiono in questo torrenziale Love Raiders, eccezion fatta per il Dinosaur Jr. J Mascis, che qui porta in dote la sua abituale elettricità nella rauca Tally Ho!. Suonato e co-prodotto con l’amico Asher Gould-Murtagh, l’album è un classico doppio da 22 canzoni, in cui i due buttano nel calderone influenze di ogni tipo. Dotato di una voce portata a giocare su tonalità alte, con qualche sofferta inflessione un po’ alla Jesse Malin, Dunn suona quasi tutto, giocando anche non poco con le tastiere e sintetizzatori di vecchia data (It’s Over), e comunque non perdendo le proprie radici da vero songwriter di scuola canadese (le trame acustiche di Flower Maiden, uno dei brani più significativi della raccolta, non dispiacerebbero neanche a Bruce Cockburn).

Ma l’artista ha puntato soprattutto sulla varietà, giocando con il rock sia alternativo che radiofonico, ponendo subito in seconda posizione di scaletta la lunga e acida cavalcata chitarristica alla Neil Young  di Algonquin, passando per qualche trama blues (Hideway), echi di jingle-jangle byrdsiani (Sad Masquerade), e giocando anche molto con un certo pop di Costelliana memoria (Forbidden Life). Insomma c’è tanto, inutile dire “a volte troppo”, visto che avendo spazio a volontà da riempire, si permette qualche passaggio strumentale un po’ fine a sé stesso (Rain Rain Rain, che era anche il titolo del suo penultimo album), dando la sensazione di aver approfittato dell’attenzione suscitata dal suo disco precedente per svuotare un po’ i cassetti di tante idee rimaste irrealizzate e accantonate nel tempo. Resta comunque un tour de force affascinante e neanche troppo stancante, grazie alla pluralità di toni e generi, anche se resta quella patina da produzione casalinga che forse penalizza un po’ il risultato finale.

Nicola Gervasini

lunedì 11 agosto 2025

Matteo Nativo

 Matteo Nativo

Orione

RadiciMusic Records

File Under: Blues per un matrimonio

Matteo Nativo è un virtuoso chitarrista toscano attivo da più di 30 anni, ma che curiosamente solo a 52 anni arriva a pubblicare il suo album d’esordio. Orione è raccolta di sette brani inediti, spesso scritti con la collaborazione di Michele Mingrone, e due cover di Tom Waits che in qualche modo targano fin da subito la sua proposta, basata su un impianto blues, ma con un approccio decisamente più cantautoriale. E oltretutto il suo stile chitarristico, basato spesso sulla tecnica del fingerpicking (si dice allievo di Leo Kottke e si sente), pare essere lontano dall’abituale mondo musicale di Waits. Le due cover sono in verità due traduzioni in italiano, operazione sempre rischiosa ma direi più che riuscita, sia quando le parole sono le sue (una ottima Clap Hands), sia quando invece la traduzione arriva da un'altra valida cantautrice toscana come Silvia Conti (che poi offre i cori in tre brani del disco). I brani inediti variano molto sui temi, partendo con toni più che personali raccontando prima la dolorosa separazione dalla moglie (Che Ora è?), ma successivamente anche una dedica alla stessa in occasione di una diagnosi di una malattia (Ovunque tu sarai), in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo nella storia del loro amore. Altrove si parla di guerra (Oradur), rinascite personali (Ultima stella del Mattino) e si piangono amici scomparsi (Orione), con toni da blues sofferto, ma con l’eccezione della scanzonata e divertente Fantasma, e del fugace amore con una improvvisata fan dopo un concerto di Un’altra Come Te. Suonato in trio con Fabrizio Morganti e Lorenzo Forti alla sezione ritmica e qualche ospite a corredo, il disco è prodotto con l’esperto Gianfilippo Boni.

Nicola Gervasini

martedì 5 agosto 2025

Piero Ciampi

 

Piero Ciampi

Siamo in Cattive Acque

(Squilibri, 2025)

File Under: Ritrovamenti

Non basterebbero dieci pagine per raccontare e descrivere l’opera di Piero Ciampi, se già non la conoscete, ma è ovvio che prima ancora di introdurvi a questa bellissima operazione discografica di Squlibri, vi rimando all’ascolto perlomeno dei suoi 4 album pubblicati tra il 1963 e 1976. Pochi, per un autore che in vita ha avuto tanti estimatori ma pochi successi (e spesso grazie ad interpretazioni altrui, soprattutto di vocalist femminili come, tra le altre, Gigliola Cinquetti, Carmen Villani o Dalida), ma il ritrovamento di un suo appunto per un ipotetico disco intitolato Siamo in Cattive Acque, ha portato a riunire in un doppio CD 21 versioni alternative di brani già noti, e ben 11 inediti assoluti. CD saggiamente divisi tra versioni comunque fatte e finite, e demo e abbozzi teoricamente non pubblicabili (definiti “Le Incompiute”), ma di sicuro valore storico. Più che altro perché molti brani come Sul Porto di Livorno o Confiteor tracciano una storica genesi di quello che sarà il bellissimo album Ho Scoperto che Esisto Anch’Io pubblicato da Nada nel 1973, interamente scritto per lei (già nei demo cantati da lui, come Sono Seconda, Ciampi parla al femminile infatti). La confezione ha uno splendido libretto dove ogni brano viene descritto minuziosamente, una ricerca curata da Enrico De Angelis davvero encomiabile. Piero Ciampi, morto in solitudine nel 1980, resta un autore non facile, la cui memoria è tenuta viva più dagli addetti ai lavori che da un pubblico che certo oggi faticherebbe ad apprezzare molte di queste canzoni, e forse per questo Siamo in Cattive Acque è  ancora più importante da scoprire.

Nicola Gervasini

giovedì 31 luglio 2025

TY SEGALL

 

Ty Segall – Possession

2025 – Drag City

Prima o poi la tentazione di fare un disco “normale” viene a tutti, anche ai più sregolati e imprevedibili artisti. E perché no in fondo, Picasso d’altronde sapeva benissimo dipingere in stile figurativo, e nel cinema persino un autore riconoscibilissimo come David Lynch ha fatto Una storia Vera, film bellissimo, ma che usciva dal suo percorso stilistico, e che probabilmente avrebbe potuto girare anche un altro regista. E così il genio e sregolatezza di Ty Segall, pur non smentendo la sua proverbiale tendenza ad una mole produttiva difficile da seguire con attenzione (Possession arriva dopo che nel 2024 aveva già prodotto due album), per una volta prova a buttare anima e talento in dieci brani che per qualcuno potrebbero sembrare addirittura (“che orrore!”) “mainstream”, o semplicemente ancora legati ad una vecchia idea di “classic rock” che ignora (ma non del tutto) la sua abituale verve da eroe indie.

Ho sempre pensato che, in qualche modo, queste opere siano una sorta di risposta a qualche detrattore che avanza il sospetto che tanta sregolata originalità non sia altro che un modo per mascherare l’incapacità di fare le cose come le fanno tutti, e credo che Segall abbia registrato questi pezzi un po’ con questo pensiero, quasi anche a voler fieramente dimostrare che quello di rimanere un personaggio da undeground carbonaro, per appassionati di weird-folk, non è un condanna, quanto una sua precisa scelta. Quello che magari non si aspettava è che Possession sta paradossalmente piacendo a tutti, e che il fatto di aver fatto un album che può benissimo funzionare anche come musica da viaggio in macchina (secondo “orrore!”) non solo non gli sta facendo perdere l’affezionata fan-base, ma sta conquistando qualche adepto fino ad oggi scettico nei suoi confronti.

Possession di fatto è un bel disco, con chitarre e fiati in gran spolvero, ma soprattutto un largo uso di cori, il che fin dall’iniziale Shoplifter fa ricordare davvero le migliori opere di Todd Rundgren, sospese tra perizia tecnica da one-man band di studio, piglio da rocker, e melodie vocali molto elaborate e spesso decisamente radiofoniche e pop. Ci sono variazioni sul tema (gli archi di Buildings, l’aura da prog quasi alla Steven Wilson di Hotel), ma fondamentalmente Possession è un disco che, fin dalla title-track scritta dal collaboratore Matt Yoka, (bello anche il video), si fa apprezzare per avere dalla sua parte un pugno di buonissime canzoni, da Skirts of Heaven con le sue chitarre in evidenza, alle conclusive Alive e Another California Song, fino al primo singolo Fantastic Tomb. Sono certo che Segall tornerà a offrire produzioni fuori dagli schemi, ma anche questa sua versione “public-friendly” non ci dispiace affatto.

Nicola Gervasini

lunedì 21 luglio 2025

Ivan Francesco Ballerini

 

 

Ivan Francesco Ballerini

La guerra è finita

RadiciMusic Records

File Under:  War is not the answer

 

Impossibile rimanere impassibili davanti a questi tempi di guerra nel mondo, soprattutto se si è un sensibile cantautore, ma le canzoni di La guerra è finita, quarto album di Ivan Francesco Ballerini sono nate anche prima degli scenari più noti nei nostri giorni, quasi a dire che la speranza di pace è qualcosa che non ha bisogno di una guerra per sentire il bisogno di esprimersi. Autore toscano di impostazione classicamente folk, Ballerini ha iniziato a pubblicare album solo dal 2019 con l’esordio di Cavallo Pazzo, e si presenta ora con quello che potremmo quasi definire un concept album, sebbene il filo conduttore che lega i brani sia il tema e non i protagonisti. Che sono il soldato che al fronte scrive all’amata della title-track (con la bella voce di Lisa Buralli a supporto), oppure la studentessa che spera di poter finire gli studi nonostante i bombardamenti (Tra Bombe e Distruzione). Altrove Ballerini si ispira alla letteratura (Linea d’Ombra ovviamente si rifà a Joseph Conrad, mentre Vestire di Parole ad un racconto di Primo Levi), o semplicemente parla di amore di coppia (Tra le dita e Perché Mai) o universale (Sulle Pietre del Mondo) come unica arma contro i conflitti dell’umanità. Chiude (così come apriva in un breve strumentale) il brano Il Mondo Aspetta Te, brano in cui un artigiano si mette al lavoro per ricostruire il tutto a guerra finita, un chiaro messaggio di speranza finale per un album che comunque non assume mai toni troppo cupi o pessimistici, nonostante il tema trattato. Nell’album suonano molti musicisti, con particolare peso della chitarra e degli arrangiamenti di Giancarlo Capo. In mezzo a tante voci bellicose in ogni parte dl globo, serve ancora che il folk faccia la parte di un grido che sia sempre ostinatamente per la pace.

Nicola Gervasini

 

martedì 15 luglio 2025

Lavinia Blackwall

 


 Lavinia Blackwall

The Making

(The Barne Society, 2025)

File Under: What She Did On Her Holidays

Nel fenomeno di rinascita e riscoperta del folk britannico negli anni 2000, gli scozzesi Trembling Bells hanno giocato un ruolo importante. Cinque album pubblicati tra il 2008 e il 2018, in cui hanno rimescolato le carte del genere, più un EP e un disco in collaborazione con Bonnie Prince Billy (The Marble Downs del 2012), che testimoniava proprio la stretta parentela tra l’indie-folk di questi decenni e la musica tradizionale di marca Fairport Convention e dintorni. Nel 2018 però la vocalist della band, Lavinia Blackwall, ha annunciato di lasciare la band, di fatto sciogliendola (ad oggi infatti la sigla pare aver chiuso i battenti), e varando così una carriera solista con l’album Muggington Lane End del 2020. Ci sono voluti cinque anni per avere The Making, il secondo album, anni difficili e dolorosi di ritirata riflessione e introspezione, grazie ai quali ha prodotto quello che pare proprio uno di quei dischi che cambiano le sorti di una carriera. La Blackwall, infatti, aiutata del produttore Marco Rea, ha lavorato per lungo tempo su 10 brani che assorbono come una spugna moltissime influenze e diverse sonorità, pur non abbandonando il proprio stile, che ovviamene le porta paragoni con Sandy Danny o Jacqui McShee dei Pentangle.

E se l’iniziale Keep Me Away From The Dark è ancorata ad uno stile classico, l’arioso mid-tempo di The Damage We Have Done riesce a far confluire in un colpo solo un incedere alla Byrds con una melodia da dischi di Kate e Anna McGarrigle. Ma l’album gioca di varietà con la piano-ballad Scarlett Fever (qui sì che aleggia lo spirito della Denny), coi fiati che giocano sulla melodia di My Hopes Are Mine (dove torna sulle ragioni della fine dei Trembling Bells, aiutata tra l’altro dalla voce di “Miss Moonlight Shadow” Maggie Reilly), o l’incedere brit-pop di Morning To Remember (lei stessa cita i Kinks come influenza, ma io direi quasi più i Blur più classici). La Blackwall non rinuncia mai al suo vocalizzo alto e impostato (The Making), mostrando però le proprie doti e possibilità vocali con parsimonia, e sempre con rispetto al tema della canzone (bravissima nell’emotivamente sofferte We All Get Lost e The Art of Leaving, tra i brani più memorabili della raccolta).

Il finale non perde colpi con The Will To Be Wild e una eterea e riflessiva Sisters In Line in cui tornano protagonisti i fiati di Ross McRae e Richard Merchant. Dopo un esordio in cui aveva forse voluto metterci troppo, Lavinia Blackwall centra il bersaglio con un album che non perde semplicità nonostante gli arrangiamenti ben studiati, e soprattutto con dieci brani che spiegano perché si possa ancora essere moderni partendo dalla tradizione.

Nicola Gervasini

Robert Forster

 

Robert Forster

Strawberries

(2025, Tapete Records)

File Under : Strawberries fields forever

Tra i sopravvissuti all’incredibile e forse irripetibile calderone di grandi artisti usciti dalla scena australiana di fine anni settanta, l’ex Go.Betweens Robert Forster è forse uno di quelli più in credito con la fortuna (ma questa ormai è una banalità anche ricordarlo trattandosi di personaggi così di nicchia), ma anche uno di quelli che ancora sta tenendo un ritmo discografico qualitativamente altissimo. Se non conoscete la sua carriera solista, iniziata nel 1990 ancora in parallelo all’attività della band, recuperate lo splendido The Evangelist del 2008, ma in ogni caso anche i titoli più recenti valgono la pena. Questo Strawberries in particolare esce a poca distanza da The Candle and the Flame, disco piuttosto sofferto segnato dalla contemporanea morte della madre e dalla diagnosi di una grave malattia alla moglie Karin Bäumler, cercando però con tutta evidenza di esserne il capitolo di ritorno alla vita.

Ne esce di fatto un disco completamente diverso, non voglio dire “allegro” perché comunque questi racconti letterari, apparentemente meno autobiografici, sono pregni di disagi di varia natura, ma sicuramente positivo nel reagire alle avversità della vita. Ne è testimonianza anche il video che accompagna la title-track, che vede lui e una rigenerata moglie duettare nella loro cucina in una splendida pop-song, con tanto di fiati e citazioni dei Lovin Spoonful, video che testimonia la semplicità del personaggio e del suo messaggio artistico, ma anche la complessità delle sue trame da pop-rock d’altri tempi.  Ma è tutto il disco che vola altissimo fin dalla strana storia d’amore di Tell’It Back To Me, e passando per un numero da pub-rock degno del miglior Nick Lowe come Good To Cry, a quel lungo e splendido tour de force di folk-pop all’australiana (siamo in zona Paul Kelly quasi) che è Breakfast on The Train, Forster sembra aver trovato con questo disco (solo 8 brani, ma bastano) la chiusura del cerchio di una lunga carriera.

Nella seconda parte si viaggia un po’ più sul sicuro con brani che tornano a citare non poco il passato, come l’intro pianistica alla John Cale di Such A Shame, o come nelle atmosfere da rock anni 70 di All Of The Time. Ma è nel finale di Diamonds che le carte vengono rimescolate, introducendo un sax quasi free-jazz in un brano che ha ben altro spirito rispetto al clima più scanzonato del brano precedente (Foolish I Know), nel quale quasi veste i panni dell’elegante jazz-crooner. Un gran bel finale per un disco vario e alquanto ispirato, e soprattutto capace di usare l’ironia (leggetevi il testo di Foolish I Know) per tagliare quella soffocante patina di dolore che aveva reso non facilissimo da digerire il suo album precedente. E solo i grandi artisti hanno la capacità di cambiare registro rimanendo comunque sé stessi,  e di non perdere mai le proprie radici musicali fatte di pane e Kinks, ma da saperle riscrivere senza mai apparire sterilmente citazionista.

 

Nicola Gervasini

THE HIVES

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