mercoledì 6 febbraio 2013

RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER - LITTLE DEATH SHAKER


RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER
LITTLE DEATH SHAKER
Asthmatic Kitty Records
***1/2
E avanti un altro. Non si placa la moda tutta anni 2000 del frontman che si fa crescere una lunga barba da eremita e si veste di nuovi panni in puro indie-style (copertina da manuale in questo senso…). Stavolta tocca a Raymond Raposa, leader (se non unico one-man band) dei Castanets (anche qui la moda 2000 dell’eterno dubbio “ma è un gruppo o una persona sola?” lo ha colto fin dal suo esordio del 2003), che cambia nome e fonda i Raymond Byron and the White Freighter , nickname probabilmente estemporaneo nato per dare paternità ad una manciata di brani che sembravano essere fuori contesto rispetto alla sua solita produzione.  Little Death Shaker è un bell’insieme di dark-songs lente e spesso alquanto elettriche nel sound, qualcosa che più che dall’indie-folk degli anni 2000 va a pescare nell’underground degli anni precedenti, prendendo un po’ a prestito la strascicata elettricità di Jason Molina e certa poesia da blues distorto dei Gun Club. Tra country obliqui (Don’t That Lake , Just Shine, con un toy-piano decisamente alla Neil Young), folk disturbati (Turnpike Bedsheet) e brani rauchi basati su una chitarra elettrica iper-amplificata (Allegiance), l’album evidenza buona ispirazione e una penna spesso notevole (ad esempio l’ottima Some Of My Friends, riflessione sulle false amicizie di superficie che popolano la nostra esistenza, con un testo che non lesina battute di spirito come “alcuni miei amici sono gelosi l’uno del manager dell’altro”). La lezione da folk intimista (se non proprio “depresso”) affiora più nella parte centrale, con l’intensa Whipporwill, cantata con voce rotta e impreziosita da una crescente sezione fiati. Quello che più si apprezza di Little Death Shaker è che proprio nella sua monolitica assenza di ritmo, non è comunque avaro di soluzioni e strumenti, con alcuni importanti interventi come quello di Matthew Houck alias Phosphorescent che ingentilisce l’incedere oscuro di Some Kind OF Fool e Meridian,MS., oppure la soffice voce di Talia Gordon  che ridona nuova linfa alla bella You’re Not Standing Like You Used To di Kate Wolf (l’altra cover presente è You’ll Never Surf Again del folksinger Dan Reeder). Talvolta si esagera, come in una State Line che pare registrata negli inferi in compagnia di un giovane Nick Cave e che risulta un po’ faticosa, ma sono particolari. Disco intrigante per la sua tetra veste sonora,  Little Death Shaker è opera da suonare rigorosamente di notte, stando però bene attenti che i vicini siano già in sonno profondo. Potreste essere causa dei loro incubi.
Nicola Gervasini

lunedì 4 febbraio 2013

SACRI CUORI - Rosario


Sacri Cuori Rosario
[Decor Records/Interbang 
2012]
www.sacricuori.com

 File Under: Lido's Rock

di Nicola Gervasini (14/01/2013)
Partiamo dai convenevoli da recensione: Sacri Cuori è una sigla che cela le personalità di Antonio Gramentieri (chitarre) Francesco Checco Giampaoli (basso) Christian Ravaglioli (tastiere e fiati) e Diego Sapignoli (batteria), più altri collaboratori estemporanei ((Denis Valentini e Enrico Mao Bocchini), hanno già realizzato un album nel 2010 (Douglas and Dawn) e da almeno due anni sono una delle backing-band preferite da artisti dai nomi (per noi) altisonanti come Dan Stuart (compreso il progetto degli Slummers), Hugo Race Fatalists, Richard Buckner e altri. Da qualche mese stanno facendo molto rumore grazie a Rosario, il loro secondo album, registrato tra Richmond e Hollywood con uno stuolo di ospiti da sogno. Ora passiamo a quello che non vorremmo essere costretti a dirvi perché tanto ve lo hanno già detto tutti: non vorremmo ad esempio farvi passare questi quasi 60 minuti di musica per "la versione italiana dei Calexico", nonostante si tratti di un disco principalmente strumentale, nonostante la capacità evocativa di questi brani conservi lo stesso taglio cinematografico della band di Joey Burns (ascoltate Fortuna ad esempio), nonostante il medesimo amore per le melodie di frontiera e il suono del deserto. E aggiungiamoci nonostante la presenza di John Convertino a dare la benedizione al tutto.

Gramentieri e soci sono evidentemente nati masticando roots-music e film di Quentin Tarantino (che tranquillamente avrebbe potuto usare brani come El Gone o El Conte per commentare la sua ultima fatica Django), ma Rosario si spinge oltre, in un orizzonte sconfinato che persino gli stessi Calexico ultimamente sembra facciano fatica a vedere. E cioè in una concezione nuova di musica a 360 gradi, dove le definizioni e gli steccati stilistici svaniscono in arditi mix culturali e dove gli elementi "americani" convivono perfettamente con quelli europei (Quattro Passi sa di tema da commedia italiana), dove la musica dei circhi dei Balcani (Sipario!) viene portata in Romagna (Lido) attraverso danze gioiose (Teresita, sorta di versione virata a liscio di Tequila) o tristi passeggiate da mare in inverno (Out Of Grace). Album da ascoltare preferibilmente sollecitati da un degno contraltare visivo (un tramonto, un quadro, una strada, il vostro partner, scegliete voi…), Rosario scorre senza intoppi, trovando varietà nella sua unitarietà sonora, con brani che via via tengono alta la tensione (Sundown, Rosa), si fanno minacciosi (Steamer), giocosi (Lee-show) o rilassati (Where We Left).

A questo suggestivo pastiche di generi (ma non "di genere") partecipano divertiti musicisti come David Hidalgo, Jim Keltner, Marc Ribot, l'ex Long Ryders Stephen McCarthy e una Isobel Campbell che dona voce alla sognante Silver Dollar che apre il disco, ma se la lista dona prestigio all'operazione, non deve far sfuggire la bravura dei padroni di casa. Non "italiani che fanno gli americani", nemmeno "italiani che vanno in America", ma musicisti di un mondo musicale che sta diventando sempre più vasto, dove nulla più si può inventare, ma tanto ancora c'è da incontrare, scoprire, conoscere e interiorizzare.


    

martedì 29 gennaio 2013

RACHEL SAGE - Haunted By You

Rachel Sage Haunted By You
[MPress records 
2012]
www.sageandsequins.com

 File Under: morbid romantic

di Nicola Gervasini (04/01/2013)
Un profilo che non passa inosservato quello della newyorkese Rachael Sage, forse nemmeno a sé stessa visto come ama metterlo in evidenza nelle foto e nella copertina di Haunted By You, decimo album di una lunga ma anche abbastanza oscura carriera. Rachael è nata artisticamente nei primi anni 90 (Morbid Romantic, esordio programmatico fin dal titolo, è del 1995), tempi in cui questo modo etereo di fare canzone al femminile era un'assoluta novità e Tori Amos raccoglieva più di lei i frutti della lezione del decennio 80 di Kate Bush. Lei è un personaggio eccentrico e affascinante, decisamente all'avanguardia a suo tempo, ma sfortunatamente rimasta senza dischi da poter esibire come pietre miliari.

Haunted By You segue l'incerto e debole Delancey Street, recuperando sicuramente una maggiore consapevolezza d'autrice (notevole in questo senso la title-track). Se Invisible Light pare un inizio un po' leggerino (ma verrà riproposta nel finale in versione più convincente), Abby Would You Wait (impreziosita dall'intervento vocale di Seth Glier) pare subito trovare il perfetto equilibrio tra testo e melodia, mentre California dimostra che forse anche le giovani folksinger alla Anais Mitchell devono molto alla sua generazione di chanteuse. L'album conserva comunque la tipica eleganza delle sue produzioni, con grande sfoggio di archi (The Sequin Song deve molto al violino di Jacob Lawson), del suo immancabile pianoforte (in grande evidenza in Performance Art, tour de force con un testo notevole fin dall'originale incipt "Oggi è il primo giorno del resto della mia morte") e il solito stuolo di session-man e amici che popola da sempre i suoi dischi.

Si trovano le voci di Dar Williams e della procace Lucy Woodward, si sprecano le chitarre d'oro di James Mastro,David Immergluck dei Counting Crows, Mark Bosch (Ian Hunter Band) e addirittura del redivivo Shane Fontayne (Lone Justice e Springsteen era Human Touch) per un disco dove le sei corde restano comunque sempre relegate sullo sfondo per paura di rovinare il pathos di brani come Ready (dove Fontayne comunque prova a gettare elettricità nelle acque chete di un sound levigatissimo) o Confession. Inevitabile il paragone più che con la Tori Amos già citata, con la Regina Spektor più stilosa o con la Sarah McLachlan più evocativa. Album interessante ma decisamente troppo lungo e senza variazioni sul tema, Haunted By You conferma la Sage come personaggio incapace di dire quella parola in più che zittisca tutti. E di fatto, intorno a lei, sentiamo un gran vociare di giovani e talentuose artiste che fanno decisamente più rumore. Ed è un peccato, perché è del silenzio che avrebbe bisogno Haunted By You per esprimersi al meglio.


     

mercoledì 23 gennaio 2013

GRAHAM PARKER & THE RUMOUR - Three Chords Good

   
 Graham Parker & The RumourThree Chords Good
[
Primary Wave 
2012]
www.grahamparker.net

 File Under: Do you remember when we were the new boys? 

di Nicola Gervasini (03/12/2012)

Non facciamo troppo gli schizzinosi, l'idea di una reunion dei Rumour ci piace e, anzi, arriva forse troppo tardi e magari sarebbe stata auspicabile già a fine anni Novanta, quando collaborando con i Figgs (che ancora oggi lo seguono comunque come gruppo spalla nella torunee) Graham Parker aveva in qualche modo ritrovato la voglia di un pub-rock più secco e stradaiolo. Nel 2012 invece il tempo è passato, le pance e i capelli bianchi sono aumentati (sorvoliamo sulla oscena copertina, ma GP ci ha abituato a simili obbrobri), ma i "ragazzi" hanno avuto voglia e energia di riprovarci a 32 anni di distanza da The Up Escalator del 1980, ultimo capitolo della storica saga. A dire il vero più o meno tutti i componenti della band hanno poi continuato a collaborare e a suonare nei dischi di Parker nel corso degli anni, ma mai tutti contemporaneamente.

Felici di quindi di ritrovare in un colpo solo le chitarre di Brinsley Schwarz e Martin Belmont, il battito di Steve Goulding, il basso di Andrew Bodnar e le tastiere nervose di Bob Andrews, ma saremmo stati ancora più felici seThree Chords Good avesse rappresentato un nuovo cambio di rotta. Invece quello che subito pare evidente è che sono davvero troppo poche le differenze in termini di sound tra questo album e tutta la produzione di Mister GP dal 1990 ad oggi, con quel sound elettro-acustico leggero e smussato che aveva già cominciato a stancare con il precedente (e debolissimo) Imaginary Television. Intendiamoci, il livello è buono e la band prova a ritrovare i ritmi di un tempo (il pub-reagge dell'inziale Snake Oil Capital Of the World, che, ahinoi, non è la nuova Hey Lord, Don't Ask Me Question) e sapori rock persi negli anni (Live In Shadows). Ma nulla qui ricorda anche solo lontanamente quel rock nervoso e adrenalinico sciorinato in album come Stick To Me e Squeezing Out The Sparks.

Siamo dunque al solito tran-tran parkeriano, sempre piacevole e lodevole quando la penna funziona (Arlington's Busy), ma anche sotto questo aspetto il nostro beniamino sembra aver perso un po' della capacità di scrivere la canzone giusta per ogni momento. Si apprezzano le sue classiche ballate (Long Emotional Ride e forse ancor di piùStop Cryin About The Rain), ma si sbadiglia anche un poco quando GP innesta il pilota automatico con brani come She Rocks Me o Old Soul. La sensazione è che se ci sono i Rumour, proprio non si sentono, se non in innocuo rock-blues come A Lie Gets Halfway 'Round the World (tour de force che finisce con un Parker con fiatone che dichiara "mi sono rotto una mano, meno male che ne ho due"), nel bar-rock di Coathangers (dove finalmente si sente un vero assolo di Schwarz) o magari nel tentativo di trovare una nuova Watch The Moon Come Down (qui si chiama The Moon Was Low). Resta la classe, la simpatia, le parole taglienti e sagaci, qualche buona canzone da aggiungere al suo songbook migliore (la title-track, la nostalgica Last Bookstore In Town) e la speranza che dal vivo sappiano tirar fuori qualcosa di meglio.

    

lunedì 21 gennaio 2013

MELISSA JAMES - DAY DAWNS

 
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Melissa James Day Dawns 
[Melissa James & Ross Lorraine  2012]
 


 File Under: Obsessed with Aretha

"Abbiamo un sacco di nuove cantanti ossessionate da Aretha, un sacco di nuove swingers che vorrebbero solo essere lei" cantava Graham Parker nel 1996, e a più di quindici album possiamo ben dire che quella che era una tendenza dell'allora crescente mondo del nuovo r&b, è ormai diventata una consuetudine nella nostra epoca di new-soul revival. Melissa Jamesè solo una delle tante, una ragazzina di Londra che con il proprio album d'esordio Day Dawns (uscito già prima dell'estate) cerca disperatamente il soul della Franklin che fu. Tentativo nobile, anche se, non potendo contare su una voce di egual potenza, finisce forse più per trovare la delicatezza della Roberta Flack prima-era. Tredici canzoni che inseguono suoni soul classici fatti di fiati-hammond e chitarre gentili (Don't You Keep Yourself Down), melodie che sembrano rubate da un inedito songbook di Carole King (Little Caged Bird), duetti da ufficio marketing Motown con il vocalist Kevin Leo (Sing), slow-songs strappalacrime alla Otis Redding (I Need You Here), blues acustici (Don't Ever Let Nobody), passaggi jazzy (You Make Me Feel Good o I Get Along Without You Very Well) fino a tocchi d'autore alla Joan Armatrading (I Miss You). Nulla nasce per caso qui, la scolaretta ha studiato bene i classici ed esegue tutto con certosina precisione fin dal geometrico songwriting dei suoi brani. Manca forse non tanto la personalità, ma il colpo di genio che la sappia far risaltare (il produttore Joe Leach è solo un buon mestierante da studio), ma per essere la sua prima volta c'è sostanza su cui investire. Sempre che la black-music non si stanchi di questo (insperato fino a pochi anni fa) ritorno al passato.
(Nicola Gervasini)

www.melissa-james.com


venerdì 18 gennaio 2013

CHARLIE MARS - BLACKBERRY LIGHT

Charlie Mars 
Blackberry Light 
(Thirty Tigers 2012)
 looking for a hit
Per le cronache mondane Charlie Mars è soprattutto lo sconosciuto e misterioso boyfriend di Mary Louis Parker, la Nancy Botwin del telefilm Weeds. Poi il fatto che sia anche un musicista ha alimentato solo curiosità di qualche testata giornalistica. Charlie invece è sulla breccia da tanti anni, fin da quando nel 1992 la sua band seguiva il più noto country-hit-makers Jack Ingram. Dal 1997 ha poi dato il via ad una carriera solista all'insegna del nuovo root-pop alla Jack Johnson o Josh Rouse. Prodotto dal fido amico e chitarrista Billy Harvey (al mixer comunque l'espertissimo Tchad Blake),Blackberry Light è un disco che potrebbe avere anche i numeri per capitalizzare l'insperata attenzione attribuitagli dai media. Si tratta di dieci delicati brani country-folk con qualche melodia leggermente edulcorata per un pubblico pop, e soprattutto una scelta di arrangiamenti di batteria decisamente radiofonica (troppo a volte). E così brani che in macchina fanno il loro mestiere con gran dignità come Let The Meter Run, Back Of The Room o la stessa title-track, finiscono poi a risultare un po' evanescenti alla prova di uno stereo serio e di un ascolto approfondito. Non che il ragazzo non abbia talento: c'è una bella voce e i brani sono finemente costruiti (Picture of an Island ad esempio attira l'attenzione più di altre), solo sembra evidente quale sia il suo target di pubblico.
(Nicola Gervasini)
www.charliemars.com
   

mercoledì 16 gennaio 2013

WEST END MOTEL - ONLY TIME CAN TELL


WEST END MOTEL

ONLY TIME CAN TELL

Ada/West End Motel

***

I West End Motel sono un side-project di Brent Hinds,  leader della band heavy-metal Mastodon, non certo il genere che trovate spesso su queste pagine. Se ce ne occupiamo è perché, come spesso accade ai “metallari” in libera uscita, Hinds nel 2011 ha dato vita ad una creatura esterna alla band (insieme al vecchio compagno di scuola Tom Cheshire) solo per poter dare sfogo ad alcune sue passioni musicali che ce lo avvicinano non poco (lui cita Chet Atkins e soprattutto Brian Setzer degli Stray Cats, ma i riferimenti potrebbero essere fuorvianti rispetto alla musica prodotta). L’anno scorso pubblicò un doppio ep inventandosi due sigle a seconda dello stile (l’altra era i Fiend Without A Face), ma ora con questo seppur breve Only Time Can Tell pare voler fare le cose più seriamente. Basta anche solo ascoltare la variopinta tavolozza di stili contenuti nella Burn It Down che apre le danze, sorta di versione rock (con finale quasi latino, con tanto fiati) cantato sopra le righe come se avessero registrato Paul Weller durante una sbronza. Con El Myr addirittura si potrebbero tirare in ballo i Clash innamorati del dub di Sly & Robbie del periodo Sandinista, Whitch Is Dead riesce invece ad unire la sgangheratezza di un certo freak-folk odierno (vengono in mente i Port O’Brien) con una sezione fiati decisamente seventies. Interessante If Only I Had Tomorrow, che segue certi arpeggi ipnotici dei Dinosaur Jr meno elettrici (ma con un cantato che paga qualche tributo a Bob Mould). Schemi e riff più da classic-rock per Bite, rockettone facile facile che serve ad introdurre a una Forgiveness che porta il disco sui Balcani e i suoi ritmi. Una title-track confusa in suoni e acidi e una ubriaca Valentine chiudono un disco a cui manca una direzione precisa fin dal suo concepimento. Una confusione in cui potreste perdervi come trovare subito insperati motivi di eccitazione, probabilmente anche solo dipendenti dal momento in cui decidete di dargli un ascolto.
Nicola Gervasini

lunedì 14 gennaio 2013

ADRIAN CRAWLEY - I SEE THREE BIRDS FLYING


ADRIAN CRAWLEY

I SEE THREE BIRDS FLYING

Chemikal Underground Records

***

Personaggio ben poco chiacchierato da noi il folk-singer Adrian Crawley, paladino irlandese della canzone indie fin dal 1999, anno del suo debutto. Rimasto nel circuito di casa per lo spazio dei primi tre album, il suo nome ha cominciato ad essere notato nel 2005, quando un Ryan Adams sempre in vena di stupire lo citò come il suo artista preferito del momento. Logico quindi che Long Distance Swimmer del 2007 sia stato consigliato e applaudito un po’ di da tutti, attenzioni poi confermate anche per il successivo Season of the Sparks, che forse pagava proprio lo scotto di essere l’album di un artista atteso al varco. Invece Crawley continua ad avere l’aria di chi non ha nessuna intenzione di uscire dal suo seminato e pensare in grande, e anche per il suo sesto album I See Three Birds Flying prosegue sulla strada di una canzone dark-folk che deve tantissimo a Bill Callahan/Smog, e non solo per l’effettiva somiglianza della voce. Prodotto da Stephen Shannon, a sua volta artista irlandese molto apprezzato nel mondo dell’elettronica con i suoi  Halfset , I See Three Birds Flying è il classico disco notturno, pieno di elaborati arrangiamenti di archi (Lady Lazarus, o una September Wine che gioca con arrangiamenti alla Nick Drake) e tastiere, ma quasi totalmente privo di battiti di batteria. In un contesto così scarno è logico che a far la differenza sono dunque le canzoni, e sul terreno Crawley lavora ormai con sicurezza e mestiere, talmente consapevole da scrivere una canzone come The Saddest Song, storia di un autore in cerca della canzone triste perfetta. E così il gioco nella prima parte regge bene, tra una Red River Maples che evoca lo stile che ha portato alla ribalta John Grant e una Alice Among The Pines che ben inizia la serie. A volte forse Crawley esagera nel cercare il tocco evocativo (Juliet I’m In Flames, From Champions Avenue to Misery Hill) perdendo un po’ di vista la canzone, e se proprio dobbiamo trovare ragioni al fatto che dopo 13 anni di carriera il suo nome sia rimasto sostanzialmente nel limbo, c’è il fatto che la sua proposta appare come tutt’altro che originale, oltretutto in un momento in cui questo tipo di cantautorato sembra essere arrivato un po’ al capolinea e anche le produzioni minori sembrano sempre più riscoprire arte e piacere di arrangiamenti più magniloquenti. Sono comunque peccati di un artista che esibisce un voluto understatement, che fa di I See Three Birds Flying un bell’incontro che non cambierà comunque la vostra vita.
Nicola Gervasini

giovedì 10 gennaio 2013

THE OLD CEREMONY- FAIRYTALES AND OTHER FORMS OF SUICIDE


THE OLD CEREMONY

FAIRYTALES AND OTHER FORMS OF SUICIDE

Yep Roc Records

***

Non è certo un titolo accomodante quello del nuovo album degli Old Ceremony. Fairytales and Other Forms of Suicide, potrebbe anche essere il nome di un libro, di un film o di un semplice articolo, o appunto di un album di un artista inglese come Django Haskins, uno che non ha fatto lo scrittore solo perché la chitarra un giorno ha vinto la guerra contro la penna. Il suo ensamble (sono in cinque con il tastierista Mark Simonsen, il violinista Gabriele Pelli, basso e batteria di Jeff Crawford e Dan Hall) è sulla piazza da otto anni, e questo è il loro quinto lavoro, uno sforzo produttivo non indifferente che cerca di bissare il buon ritorno di pubblico e critiche avuto tempo fa con Our One Mistake (finì tra i 100 top records del 2006 della rivista Paste). Il loro modello stilistico è alquanto moderno: una voce decisamente british, una struttura decisamente americana (basta sentire Sink Or Swim, brano che sembra rubato ad un certo Steve Wynn più roots-oriented), un songwriting spesso fuori dagli schemi che richiama molto gli Avett Brothers odierni o molte cose dei Mountain Goats. Il disco gioca molto sull’alternanza tra momenti più freak-oriented (la bella title-track o Catbird Blues) con altri decisamente più convenzionali (la love-song acustica Elsinore o il finale alla Hothouse Flowers di Feet Touch The Ground). Ma l’accento comunque è messo sui testi, piccole storie tra il personale (Day That I Was Born) e un evidente amore per la letteratura americana (Beebe Arkansas, brano che insegue non poco i Mumford & Sons nello stile), spesso derivate dai tanti frammenti di piccola letteratura pubblicati da Haskins in un blog che porta il nome della band. E di fatto la sensazione è che spesso Haskins abbia più personalità come autore che come musicista, dove alle buone idee (Star By Star ma soprattutto lo strano psycho-rock di Middle Child) o a buone canzoni (Royal We) non fa sempre da contraltare la presenza di elementi di decisa definizione del proprio stile. Un male minore questo nel mondo della musica indipendente, e se i riferimenti evidenziati in questa recensione sono quelli che al momento vi stanno emozionando, Fairytales and Other Forms of Suicide potrebbe essere il disco giusto da ricercare tra i tanti presenti sul mercato.
Nicola Gervasini

martedì 8 gennaio 2013

BENJAMIN GIBBARD - FORMER LIVES


BENJAMIN GIBBARD

FORMER LIVES

Barsuk records

***1/2


Non è tanto per questioni di apertura mentale ai diversi generi che popolano l’universo rock, ma quanto che davvero per gli appassionati di musica americana non è mai stato facilissimo avvicinarsi al mondo di Benjamin Gibbard (che per l’occasione si presenta con il nome per intero) e dei suoi Death Cab for Cutie. Per molti poi la sua presenza nella propria discografia non è iniziata nel lontano 1997 con l’esordio della band, ma nel 2009 con il progetto One Fast Move Or I’m Gone, scritto a due mani con Jay Farrar dei Son Volt, una colonna sonora di un documentario su Jack Kerouac sfuggita di mano tanto da diventare un bellissimo album folk.  L’album Codes and Keys dei Death Cab for Cutie, disco tutto tastiere e poche chitarre uscito nel 2011, aveva contribuito ad allontanare molti di quelli che ne avevano apprezzato la vena classica. Former Lives, primo album a suo nome della sua lunga carriera (aveva già comunque fatto produzioni in proprio con lo strano nickname di ¡All-Time Quarterback! una decina di anni fa) sembra quindi fatto apposta per loro, un disco che pura americana sporcata di pop che rinuncia completamente alle intenzioni alternative e sperimentali della band per rifugiarsi in semplice folk-songs e numeri di sopraffino classic-pop. Quasi che, visto anche l’effettivo scarso successo di Codes and Keys, Benjamin abbia deciso di dare un colpo al cerchio e uno alla botte creandosi due distinte carriere per due distinte utenze. In questo senso la leggerezza dell’iniziale Dream Song pare quasi una dichiarazione d’intenti, così come il bel jingle-jangle rock di Teardop Windows (pare un vecchio pezzo dei Long Ryders) o lo scherzetto pop di Bigger Than Love. E’ in brani come la dolce Lily o Lady Adelaide che la sua formazione folk viene allo scoperto, quella che poi gli permette di giocare con stili come il tex-mex di Something's Rattling (Cowpoke), il wall of sound beatlesiano di Duncan, Where Have You Gone? (invierà le royalties a George Harrison?) o il brit-pop alla Pulp di Oh, Woe. Gibbard ha inoltre approfittato di essere l’unico padrone di casa per sviluppare testi più intimisti del solito, dove la difficile relazione con l’attrice Zooey Deschanel, i suoi ricordi di tifoso di baseball e tante altre storie legate alla sua vita scorrono come un piccolo film. Quello che latita forse è un pizzico di personalità in più, se è vero che ad esempio Broken Yolk in Western Sky è sì un ottimo brano roots-rock, ma se ci avessero detto che si tratta del nuovo singolo di Ryan Adams non avremmo dubitato della veridicità dell’informazione. Per il resto un piccolo gioiellino di easy-roots che molti di voi potranno apprezzare.
Nicola Gervasini

sabato 5 gennaio 2013

MARK EITZEL - DON’T BE A STRANGER


MARK EITZEL

DON’T BE A STRANGER

Merge

***

Sembrava un po’ un caso perso Mark Eitzel. Non perché l’artista stia producendo materiale scadente, quanto perché negli anni novanta aveva fatto intuire ben più interessanti sviluppi per il suo soffuso rock alternativo, soprattutto quando all’indomani della fine della bella epopea degli American Music Club, aveva dato alle stampe un bellissimo disco come 60 Watt Silver Lining. Il seguito però non è stato altrettanto entusiasmante, vuoi perché Mark ha prodotto troppo e troppo disordinatamente, vuoi perché il suo stile “lumacoso” non ha mai trovato  lo sviluppo necessario per risolvere l’inevitabile effetto noia. Don't Be A Stranger  arriva dopo l’involuto Klamath del 2009, e soprattutto dopo la tanto attesa (ma in fin dei conti deludente) reunion degli American Music Club del 2008 (l’album era The Golden Age), e in qualche modo ritrova un Eitzel invecchiato nella verve (è reduce anche da una lunga degenza post-infarto) e nella voce, ma con ancora molto da insegnare sul piano del songwriting (basterebbe anche solo la dark-story di I Love You But You're Dead a mangiarsi intere schiere di giovani cantautori). Stilisticamente l’album ripercorre le sue solite coordinate, alternandosi tra episodi di oscuro folk acustico (The Bill Is Due o la teatrale Costumed Characters Face Dangers While at the Workplace) ad eleganti e romantiche love-songs come All My Love, suonate con quel gusto quasi lounge-jazz che lo ha sempre contraddistinto. Prodotto da Sheldon Gomberg (Ron Sexsmith, Ben Harper, Rickie Lee Jones) e impreziosito dalla presenza di  Pete Thomas, mitico batterista degli Attractions di Costello, Don't Be A Stranger  gode di una quantità elevata di materiale ispirato, ma finisce (come spesso succede ai dischi di Eitzel) per ripetere all’infinito una formula che va bene solo se ascoltate il disco la sera tardi nel silenzio della notte. Inevitabile dunque che il ritmo vada scemando nella seconda parte, con qualche caduta di tono (la troppo strascicata Lament for Bobo The Clown) e qualche brano che necessitava magari più attenzione (You’re Waiting) che ci impedisce di gridare al grande ritorno. Più che altro perché il confronto con il passato resta uno scoglio difficile da sorpassare, e lo sa bene anche lui che nei primi versi di The Bill Is Due dichiara Chi ha bisogno del passato? Si attacca alla tua scarpa, tu cerchi di scrollarlo, ma è il prezzo da pagare. 
Nicola Gervasini

KURT VILE

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