Nicola Gervasini
sabato 8 giugno 2013
BACKMASKING...un po' di storia
giovedì 6 giugno 2013
JIMI HENDRIX ...again
Nicola Gervasini
giovedì 30 maggio 2013
SEMI-TWANG
The Why and the What For
(Semi-Twang 2013)
ricordi di gioventù
Il nome del gruppo magari no, ma la loro storia la conoscete già, è sempre quella, la stessa di tante altre band come Del Fuegos, Del Lords o Rave-ups. Accadde infatti che alla fine degli anni 80 le major discografiche rastrellarono i pub alla ricerca di gruppi che riportassero il rock da strada nelle classifiche. Di quell'esercito i Semi-Twang sono forse i più dimenticati anche dagli appassionati. Venivano da Milwaukee, e il loro unico disco del 1988 (Salty Tears, ancora reperibile nel mondo dell'usato online) finì presto tra i "forati" in offerta speciale. Il leader John Sieger lo definì "un alt-country album realizzato nel paradiso dei sintetizzatori", e questa basta per capire l'impossibilità ad emergere. Nel 2011 però gli ex ragazzi, nel frattempo tornati alla loro vita ordinaria, hanno deciso di riprovarci, se non altro per passione, incidendo a distanza di quasi quindici anni il secondo album Wages of Sin, con così tanto divertimento da bissare subito con il nuovo The Why and the What For. Liberi da produttori imposti e big-drum sound mal digeriti, i Semi-Twang odierni suonano un roots-rock dai sapori antichi e confezionato secondo manuale, sospeso tra ballatone alla Green On Red (The More She Gets The More She Wants), echi del Dylan elettrico (52 Jokers), tributi agli Stones di vario voltaggio (Contents Under Pressure, Miss Watson) e perfino soul-ballad sgangherate (You love Everybody). Proprio quest'ultima, se accompagnata al pensiero di quanto meglio facciano oggigiorno i JJ Grey & Mofro con lo stesso sound, indica bene la dimensione un po' casereccia del disco, onesto e genuino, ma non sufficiente a scatenare una loro riscoperta.
(Nicola Gervasini)
www.semi-twang.com
lunedì 27 maggio 2013
CHARLES BRADLEY
Charles Bradley
Victim Of Love
[Daptone 2013]
www.thecharlesbradley.com
File Under: non è mai troppo tardi per il soul
di Nicola Gervasini (06/05/2013)La vicenda di Charles Bradley, "l'aquila urlante del soul" come l'hanno definito i critici americani, ve l'abbiamo già raccontata in occasione del suo primo album (No Time For Dreaming del 2011), ed è stata anche ben descritta in un film del 2012 reperibile anche in DVD (Charles Bradley: Soul of America del regista Poull Brien). 65 anni, ma discograficamente nato solo negli ultimi tre, Bradley ha trascorso una vita ad inseguire un'esistenza normale (vagabondo e cuoco le sue occupazioni principali), passando attraverso un paio di ricoveri che lo hanno visto molto vicino alla morte e il sogno di poter emulare il mito nato nel 1962, quando la sorella lo portò ad un concerto di James Brown che ne ha segnato l'esistenza. Tanto che il suo primo disco, al di là delle curiosità nate dalle particolari note biografiche, ci aveva lasciato perplessi proprio per l'eccessiva dipendenza dal Brown-pensiero, ma con Victim Of Love il nostro sembra invece aggiustare il tiro, mostrando anche - per quanto possa suonare paradossale dirlo parlando di uno over-sessanta - una evidente maturazione nel songwriting.
Accade che Bradley ha saputo meglio sfruttare l'apporto dei musicisti di casa Daptone, sempre guidati dal produttore Thomas "TNT" Brenneck, e soprattutto ha ampliato il range di influenze musicali, abbandonando il James Brown degli anni sessanta per spostarsi con passione nel decennio successivo, abbracciando in pieno l'era della Black Exploitation di Al Green (Let Love Stand A Chance), Isaac Hayes (la splendida Love Bug Blues), Curtis Mayfield (Confusion e Where Do We Go From Here?) , Booker T. & the M.G.'s (Dusty Blue). E dopo i toni pessimistici delle tante (e troppe) ballads del suo primo album, Bradley prova anche a lasciarsi andare a sentimentalismi (l'acustica Victim Of Love) e al puro gusto della vita (You Put The Flame On It), dove anche la tristezza di Crying in the Chapel (ballatona tutta fiati e arpeggi melodici alla Otis Redding) finisce per essere pretesto di gioia.
Resta il fatto che nonostante il generale miglioramento, continua a non esistere una "canzone alla Charles Bradley", e fin qui il peccato pare veniale in quest'era di personalità musicali derivate, ma lui però continua a dare l'impressione del fan che ha voluto provarci "per vedere l'effetto che fa" ad essere dall'altra parte del microfono. E la produzione sempre precisa e calligrafica del team della Deptone non riesce comunque a nascondere i toni da absolute beginner del soul tipici del personaggio. Come dire che Victim Of Love è un buon prodotto di un principiante di professione.
lunedì 20 maggio 2013
GUY FORSYTH
The Freedom To Fail
(Blue Corn music 2012)
gospel rock
Il disco è uscito a fine 2012, ma troviamo doveroso recuperare e segnalarvi questo notevole sforzo di Guy Forsyth. Chitarrista e armonicista esperto, richiesto session-man, Forsyth è un personaggio tutto da riscoprire, sia con gli album della sua Guy Forsyth Band (attivi fin dal 1995) che con la band di pre-war blues degli Asylum Street Spankers con cui ha spesso girato e collaborato. Buona occasione è The Freedom To Fail, ottimo prodotto intinto di blues (l'iniziale Red Dirt), gospel (la work-song tradizionale Sink'em Low) e roccioso rock americano di marca sudista (The Hard Way, con un testo che omaggia direttamente Tom Waits, Bob Marley, Jimmy Page e Bob Dylan, che il nostro si diverte ad immaginare come solitari suonatori notturni). Forsyth fa tutto da solo, aiutato solo da una sezione ritmica ligia ai suoi dettami (Jeff Botta e Nina Singh) e da una serie di interventi di amici, tra cui va notato quello di Jon Dee Graham nella coinvolgente Should Have Been Raining. Cinquanta minuti scarsi di musica e un livello che, dopo lo scoppiettante inizio, cala leggermente solo quando il nostro cerca le variazioni sul tema come Can't Stop Dancing, un esperimento jazzy-style alla Bocephus King che diverte senza però esaltare troppo, o ballate come Balance che evidenziano la sua non troppo incisiva vocalità o Thank You For My Hands che pare una cosuccia (sempre in odore di gospel-music) fin troppo elementare rispetto al resto. Ma nel finale il disco riprende quota, a partire dalla poppish Played Again fino al bel finale di Home To Me. Alla voce dischi minori, The Freedom To Fail appare come opera maggiore.
(Nicola Gervasini)
sabato 18 maggio 2013
LISA RICHARDS
Lisa Richards
Beating Of The Sun
(Lisa Richards 2012)
folk-songs for the soul
Continua a vivere un po' nelle retrovie Lisa Richards, cantautrice che avevamo scoperto a fine 2006 con l'album Mad Mad Love. Il suo è un mondo un po' a parte, fatto di buoni sentimenti, "musica per l'anima" come ama definirla sul suo sito, dove sviluppa anche un intensa attività di lezioni di canto, songwriting e musica. Folksinger di stampo classico, decisamente simile alla prima Laura Marling per timbro di voce e soluzioni musicali (anche se la Richards può vantare di essere sulla piazza da più tempo), la nostra si ripropone con Beating of The Sun, un disco che davvero consigliamo agli amanti della canzone d'autore femminile. Rispetto a Mad Mad Love l'album è decisamente più conservatore negli arrangiamenti, abbandona gli inserti di elettronica e le cover di facile consumo del precedente e punta tutto su una serie di canzoni autografe molto forti dal punto di vista compositivo, che toccano toni drammatici (First Sin e Into Gravesparlano di Olocausto) come più scanzonati (Open) con egual misurata compostezza. Manca forse quel quid in più a livello di produzione (il polistrumentista Jeff May si tiene sempre sul classico nella scelta degli strumenti) perché la sua musica possa far rumore in mezzo al mare di produzioni simili che assillano le nostre cassette della posta, ma è indubbio che brani come la title-track, Painful Game, l'epico finale di Save Me o il quasi blues di Old Crow sono la dimostrazione di una artista capace e da non perdere di vista.(Nicola Gervasini)
Beating Of The Sun
(Lisa Richards 2012)
folk-songs for the soul
Continua a vivere un po' nelle retrovie Lisa Richards, cantautrice che avevamo scoperto a fine 2006 con l'album Mad Mad Love. Il suo è un mondo un po' a parte, fatto di buoni sentimenti, "musica per l'anima" come ama definirla sul suo sito, dove sviluppa anche un intensa attività di lezioni di canto, songwriting e musica. Folksinger di stampo classico, decisamente simile alla prima Laura Marling per timbro di voce e soluzioni musicali (anche se la Richards può vantare di essere sulla piazza da più tempo), la nostra si ripropone con Beating of The Sun, un disco che davvero consigliamo agli amanti della canzone d'autore femminile. Rispetto a Mad Mad Love l'album è decisamente più conservatore negli arrangiamenti, abbandona gli inserti di elettronica e le cover di facile consumo del precedente e punta tutto su una serie di canzoni autografe molto forti dal punto di vista compositivo, che toccano toni drammatici (First Sin e Into Gravesparlano di Olocausto) come più scanzonati (Open) con egual misurata compostezza. Manca forse quel quid in più a livello di produzione (il polistrumentista Jeff May si tiene sempre sul classico nella scelta degli strumenti) perché la sua musica possa far rumore in mezzo al mare di produzioni simili che assillano le nostre cassette della posta, ma è indubbio che brani come la title-track, Painful Game, l'epico finale di Save Me o il quasi blues di Old Crow sono la dimostrazione di una artista capace e da non perdere di vista.(Nicola Gervasini)
giovedì 16 maggio 2013
ARCHIE ROACH
Into The Bloodstream (Liberation Music 2012) |
(Nicola Gervasini) www.archieroach.com.au |
lunedì 13 maggio 2013
JJ GREY & MOFRO
[Alligator 2013] www.jjgrey.com di Nicola Gervasini (22/04/2013) |
Di come JJ Grey e i suoi Mofro siano destinati a rimanere una cult-band per appassionati abbiamo già discusso in occasione del devastante live Brighter Days del 2011. Restava però da sciogliere il dubbio su quanto la loro formula, fatta di roots-rock da jam-band post anni novanta e "quintalate" di soul e funky music anni settanta, potesse reggere sulla distanza nei lavori in studio. Dubbio instillato da un disco (Georgia Warhorse del 2010 ) che era parso più stanco, più prevedibile, o semplicemente minore rispetto all'accoppiata Country Ghetto/Orange Blossom che li aveva definitivamente lanciati nei nostri ascolti. Tanto che anche loro si sono presi una bella pausa di tre anni prima di ripartire con un nuovo disco, e la grande vittoria che This River ottiene fin dai primi ascolti è proprio quella di riuscire a confermare come buona una ricetta ormai consolidata, recuperando freschezza e capacità di azzeccare anche grandi brani.
Insomma, il primo grande merito dei JJ Grey & Mofro è stato quello di resistere, di non farsi prendere dalla frenesia di tentare improbabili evoluzioni verso chissà che cosa, di non aver partecipato all'80-revival imperante nel sound di questi ultimi due anni, solamente per trovare nuovi stimoli. Hanno invece proposto la solita minestra, solo che questa volta non sa di brodaglia riscaldata, ma è una leccornia fresca di giornata, fin dalle note mai così black di Your Lady, She's Lady e alle soul ballad Somebody Else e Tame A Wild One. Difficile quindi trovare differenze con il passato, se non forse un ulteriore passo verso la musica nera che li fa abbracciare con convinzione ritmi puramente funky (provate a pensare a Florabama in mano a Prince e capirete), tanto che il ritmo diventa spesso preponderante sulla canzone (Harps & Drums è 99% groove applicato ad un testo ridotto all'osso, come da manuale del maestro James Brown, che un pezzo del genere lo avrebbe tirato anche per venti minuti senza problemi).
Da qui l'utilizzo sempre più invadente della sezione fiati, il non curarsi poi troppo se certe melodie paiono già sentite in qualche disco di Solomon Burke (This River) e l'accento posto sulle lunghe soul-ballad come la splendida Write a Letter che rappresentano poi il punto forte dei loro concerti. Ciò che conta è che un giro strasentito come quello che sorregge Standing On The Edge risulta sempre convincente se ci si mette una gran voce e una band che suona in studio con la stessa verve dimostrata dal vivo (il finale sa di jam a briglia sciolta da chiusura di concerto). Inutile stare troppo a sottilizzare: JJ Grey scrive buone canzoni, canta sempre meglio con il passare del tempo e riesce a mantenere viva la vitalità della sua band: era esattamente questo che chiedevamo a This River. Fare di più non è mai stato compito suo.
Insomma, il primo grande merito dei JJ Grey & Mofro è stato quello di resistere, di non farsi prendere dalla frenesia di tentare improbabili evoluzioni verso chissà che cosa, di non aver partecipato all'80-revival imperante nel sound di questi ultimi due anni, solamente per trovare nuovi stimoli. Hanno invece proposto la solita minestra, solo che questa volta non sa di brodaglia riscaldata, ma è una leccornia fresca di giornata, fin dalle note mai così black di Your Lady, She's Lady e alle soul ballad Somebody Else e Tame A Wild One. Difficile quindi trovare differenze con il passato, se non forse un ulteriore passo verso la musica nera che li fa abbracciare con convinzione ritmi puramente funky (provate a pensare a Florabama in mano a Prince e capirete), tanto che il ritmo diventa spesso preponderante sulla canzone (Harps & Drums è 99% groove applicato ad un testo ridotto all'osso, come da manuale del maestro James Brown, che un pezzo del genere lo avrebbe tirato anche per venti minuti senza problemi).
Da qui l'utilizzo sempre più invadente della sezione fiati, il non curarsi poi troppo se certe melodie paiono già sentite in qualche disco di Solomon Burke (This River) e l'accento posto sulle lunghe soul-ballad come la splendida Write a Letter che rappresentano poi il punto forte dei loro concerti. Ciò che conta è che un giro strasentito come quello che sorregge Standing On The Edge risulta sempre convincente se ci si mette una gran voce e una band che suona in studio con la stessa verve dimostrata dal vivo (il finale sa di jam a briglia sciolta da chiusura di concerto). Inutile stare troppo a sottilizzare: JJ Grey scrive buone canzoni, canta sempre meglio con il passare del tempo e riesce a mantenere viva la vitalità della sua band: era esattamente questo che chiedevamo a This River. Fare di più non è mai stato compito suo.
lunedì 6 maggio 2013
FRIGHTENED RABBIT
FRIGHTENED RABBIT
PEDESTRIAN VERSE
Atlantic
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Nicola
Gervasini
sabato 4 maggio 2013
DENISON WITMER
DENISON
WITMER
DENISON
WITMER
Asthmatic Kitty Records
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Nicola
Gervasini
giovedì 2 maggio 2013
BIG WRECK
BIG
WRECK
ALBATROSS
Anthem/Zoe
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Nicola Gervasini
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