lunedì 10 marzo 2014

FLESHTONES


  
 The Fleshtones Wheel of Talent
[
Yep Roc/ Audioglobe 2014]
www.yeproc.com/artists/the-fleshtones

 File Under: fun fun fun

di Nicola Gervasini (27/01/2014)
The road goes on forever, and the party never end cantava anni fa Robert Earl Keen (o Joe Ely, o gli Highwaymen, a seconda di quale versione possedete). E adesso cosa c'entra Keen con i Fleshtones? Direte voi. Nulla, ma la frase mi è rimbombata in testa durante i 33 minuti di ascolto del nuovo album Wheel Of Talent. Perché forse non ve ne sarete accorti, ma una delle band più scoppiettanti degli anni ottanta, una delle poche che riusciva ad essere talmente underground da risultare completamente ignorata anche nei propri anni d'oro, non ha mai smesso di pubblicare dischi e calcare i palchi delle più scalcagnate bettole del globo (anche in Italia si ricorda qualche loro passaggio in anni recenti). Per loro infatti la festa non è mai finita. E non stiamo parlando di quella festa che è la vita nonostante tutto come la intendeva il Keen (contando che il protagonista della sua canzone alla fine moriva su una sedia elettrica), ma della festa vera, quella che si fa nelle cantine tra fiumi di birra, ragazzi stonati d'alcool e fanciulle urlanti (e non vado oltre con i particolari).

Perché Peter Zaremba e soci sono un po' come Hiroo Onoda, quel giapponese che ha passato 30 anni nella giungla a combattere perché nessuno aveva pensato ad avvertirlo che la guerra era finita. Loro è dal 1976 che fanno party-music sixty-style incuranti di quello che gli accade intorno. Probabile che ogni tanto abbiano messo anche fuori la testa, ma è certo che l'abbiano ritirata dicendo "passami un'altra birra va…". Non stiamo poi a sottilizzare sul fatto che cantare oggi un brano che s'intitola Remember The Ramones ha la stessa portata di modernità di una reunion dei Sex Pistols: puro revival, mera rivisitazione di un'emozione già vissuta. Si dice di non rifare mai una vacanza se è stata particolarmente memorabile, pena un'inevitabile delusione, ma i Fleshtones se ne fregano. Forse non saranno più quelli di trent'anni fa, ma - perdonate se sbraco nell'italiano - cazzo se pompano! 13 brani da due minuti e poco più (e a volte anche poco meno, come nella micidiale What You're Talking About), e un campionario di chitarre fuzz, coretti, fiati, violini, Farfisa sparati al cielo, urla sconsiderate e qualche lezione ancora da impartire (trovate la differenza tra Roofarama e un qualsiasi brano del Black Joe Lewis più recente).

Il disco è vario e anche ben scritto (How To Say Goodbye è pure una bella ballata roots), ci si diverte parecchio (Veo La Luz sa proprio di presa per il culo) e alla fine si è già pronti per un altro giro. "Ci siamo divertiti un sacco, e per un fan del rock and roll questo è un sogno che si avvera. D'altronde, chi altri può suonare questa musica se non noi?" ha dichiarato Zaremba presentando il disco. Già, chi altri? Gli Strypes potrebbero essere la risposta. Se solo avranno il coraggio e l'umiltà di prendersi Wheel Of Talent e prendere appunti in religioso silenzio.

venerdì 7 marzo 2014

LINCOLN DURHAM

LINCOLN DURHAM
EXODUS OF THE DEEMED UNRIGHTEOUS
Droog / Rayburn
***1/2
Proporre un nuovo nome in ambito blues e dintorni non è mai facile. L’elemento novità infatti è un pourparler, visto che il genere difficilmente offre nuove frontiere stilistiche, ma fa piacere sapere che il mondo blues continua comunque a generare nuove leve. Lincoln Durham è un giovane bluesman atipico. Primo perché viene dai dintorni di Austin, per cui nasce respirando roots-music fin da piccolo. Secondo perché il suo scopritore e pigmalione è stato  Ray Wylie Hubbard, che lo ha utilizzato spesso per spargere umori blues nel suo atipico country. Già titolare del buon esordio nel 2012 (The Shovel Vs. The Howling Bones), Lincoln Durham torna ancora più agguerrito con questo Exodus Of The Deemed Unrighteous, un disco breve (31 minuti) di blues rauco ed energico. “Registrato utilizzando solo gli strumenti più a buon mercato e le suppellettili più percussive che abbiamo potuto trovare” dice il libretto, e già avete capito lo spirito. Blues da strada, rumoroso e percussivo, vicino alle incursioni nel genere di Tom Waits o con le stesse sfumature gospel dei dischi di William Elliott Whitmore (basta sentire l’apertura di Ballad Of A prodigal Song). Durham non bada molto alle canzoni ma all’impatto della sua voce e dei suo arrangiamenti da busker navigato. Con momenti di puro spettacolo come il tour de force di Annie Departee (il passo verso gli White Stripes è davvero breve…),  l’hard –blues di Beautifully Sewn, Violently Torn (gli Aerosmith i blues li fanno così da decenni), il gran bel giro in slide di Stupid Man. Non esiste nulla qui dentro che non sia già stato pensato e suonato da altri, possa essere Howlin Wolf, Mississippi Fred McDowell o qualsiasi gruppo rock che abbia affrontato un blues acustico o semi-tale. Ma nonostante questo Exodus Of The Deemed Unrighteous riesce ad essere un disco fresco e veloce. Il momento di fermarsi ad ascoltare un canzone c’è, nella bella ballata Keep On Allie, ma in veste da folksinger Durham finisce ad assomigliare a troppi altri (qui ad esempio Shawn Mullins, ma in Sinner spare di sentire Ryan Bingham), mentre quando riparte a battere il piede sull’asfalto con Exodus Waltz torna a dare il meglio di sé prima del gran finale di Mama. Consigliato, anche se non vi cambierà la vita.

Nicola Gervasini

mercoledì 5 marzo 2014

SETH LAKEMAN

SETH LAKEMAN
WORD OF MOUTH
Cooking Vinyl/Honour Oak
***
Strano fenomeno quello di Seth Lakeman, violinista di estrazione folk che ha conosciuto un inaspettato successo in Gran Bretagna con il suo strano mix di folk e pop moderno. Album come Freedom Fields del 2006 (che ha portato i singoli Lady Of The Sea e The White Hare nella billboard britannica) e l’ancor più venduto Pour Man’s Heaven del 2008, Lakeman si è conquistato un posto nello star system dopo una lunga gavetta cominciata nel 1994 in compagnia dei fratelli Sean e Sam ( a loro volta titolari di proprie discografie). Word Of Mouth, settimo album della sua carriera (escludendo quelli con gli Equation) continua il percorso già intrapreso dal precedente Tales From The Barrel House: meno melodie facili, meno “pop” e meno strizzate d’occhio ad una classifica che non ha più bisogno di sognare, più voglia di farsi accettare anche dal gotha della folk music inglese. Che poi “inglese” mica troppo, se è vero che l’effetto di ballate come Another Long Night o Labour She Calls Home è lo stesso di alcune roots-song dei Bodeans che furono. Poi però Bells si butta di testa nel brit-folk classico, e Last Rider azzarda pure danze celtiche. I momenti migliori arrivano nei momenti in cui si lascia andare con il suo violino (The Courier, The Ranger, ma anche l’iniziale The Wanderer), oppure quando decide di concentrarsi sulla canzone lasciando perdere i numeri da funambolo, come nella bellissima ballata The Saddest Crowd o nella tesa Tiger. Registrato (con anche ottimi risultati dal punto di vista del calore dei suoni) in una chiesa nel Nord Devon, Word Of Mouth è il risultato di una precisa ricerca di storie della tradizione inglese, o anche semplici aneddoti raccontati dalla gente comune, raccolti da Seth tra un tour e l’altro. Quasi un concept album, un’opera sicuramente ambiziosa che forse ancora più mette in risalto la mancanza di quel genio in grado di renderla davvero imperdibile (considerando che il disco cala anche un po’ nel finale dopo la scoppiettante parte centrale), ma che rappresenta comunque un encomiabile (e in fondo riuscito) sforzo da parte di un artista che a trentasei anni sta cominciando a costruirsi una carriera per la maturità.


Nicola Gervasini

lunedì 3 marzo 2014

TIM EASTON


 Tim Easton Not Cool
[Campfire Propaganda 
2013]
www.timeaston.com

 File Under: Sun records nostalgia

di Nicola Gervasini (02/01/2014)
Sono anni (perlomeno dal 2003, quando consigliammo il suo terzo album Break Your Mother's Heart) che cerchiamo di convincervi di qual grande song-maker sia Tim Easton. Se ancora vi siete persi qualche puntata, provate magari a fare un giro nella recente raccolta (accidenti, ha addirittura un The Best in catalogo!) Before the Revolution - The Best of 1998-2011, oppure reperite subito i suoi dischi più interessanti come Ammunition del 2006 o Porcupine del 2009. Quello che è certo è che se non conoscete il personaggio, sarebbe meglio non partire dalla sua ultima fatica, questoNot Cool uscito un po' in sordina a fine 2013, periodo giusto per finire fuori da tutte le classifiche di fine anno della varie testate giornalistiche.

Non che forse ci sarebbe finito, anche se il magazine American Songwriter ad esempio ha fatto a tempo a non dimenticarsi di lui. Perché Not Cool rappresenta una sorta di disco di passaggio, un suo "period of transition" in cui il nostro, solitamente abilissimo a costruire trame melodiche al limite del pop su tessuti pienamente roots, immerge la sua arte nel blues e nel sound anni 50, fornendo un disco che ricorda molto svolte similari come i dischi di David Johansen con gli Harry Smiths o il Peter Case più recente di Wig. Non ho nulla contro il fatto di usare il blues, anche se spesso rappresenta la più facile e sicura scappatoia per celare una certa mancanza di ispirazione. Come dire che Not Cool è un buon disco fatto di voci rauche, chitarre gracchianti e ritmi fangosi, ma che è un album che potrebbe fare chiunque, dal Tom Waits più pigro fino a qualunque bluesman del globo. Mentre da Easton ci si attende magari qualche slancio da songwriter in più.

Già solo il fatto che non sia facile distinguere i brani testimonia l'eccessiva unitarietà del disco, che gioca la carta dell'immediatezza e della brevità (30 minuti e via…). Non basta qualche variazione rockabilly (Troubled Times), qualche sprazzo del brillante autore sentito un tempo (Lickety Split, uno di quei brani che Elvis Costello si è dimenticato di scrivere vent'anni fa), qualche numero divertente (Crazy Motherfucker from Shelby, Ohio) e qualche dedica importante (lo strumentale Knock Out Roses scritto per Levon Helm) per giustificare l'intenzione di ricreare il sound degli Sun Studios era-Elvis voluta dai produttori Brad Jones e Robin Eaton, perché l'operazione nostalgia non è certo originale e serve solo a non evidenziare le vere potenzialità di Tim Easton. Godibile quanto presto dimenticabile, Not Cool non è un passo falso ma un passo in una direzione pericolosa, quella dell'"accontentarsi", che rappresenterebbe la tomba di una carriera fino ad oggi inoppugnabile. 

venerdì 28 febbraio 2014

DAVE VAN RONK

“Van Ronk says to Bobby: she’s the next real thing". E’ un verso di (You will) Set the World On Fire,  un brano del David Bowie di The Next Day, nel quale si disegna un quadro del Greenwich Village degli anni sessanta attraverso le figure che più lo hanno caratterizzato. C’è Bobby (Dylan), ci sono Joan Baez, Pete Seeger e Phil Ochs, c’è il futuro (la lei del verso si riferisce a Joni Mitchell). E poi c’è Dave Van Ronk, l’uomo onnipresente in ogni foto o in ogni grande avvenimento del quartiere più bollente di New York. Lui stesso, fino alla morte (2002), ha ripetuto in ogni intervista che non capiva come mai lo si infilasse sempre negli elenchi degli eroi del periodo, visto che i suoi dischi restano perlopiù dimenticati. I cultori del genere vi diranno che No Dirty Names del 1966 è un disco sottovalutato, fatto di trame chitarristiche sopraffine e con una modernità ancora oggi evidente, ma per sua sfortuna uscì quando il folk era già in fase calante, ucciso l’anno prima dalle elettriche di Dylan e dalla scoperta dei Byrds che le stesse canzoni potevano anche divenire pop-songs di successo. Lo chiamavano “Il Sindaco di MacDougal Street”, insegnò il blues a Dylan e fu un timido testimone di eventi e personaggi più grandi di lui. E si rifiutò per tutta la vita di prendere la patente e di volare su un aereo, così, senza un motivo particolare. Proprio come un personaggio di un film dei Coen.

Nicola Gervasini

mercoledì 26 febbraio 2014

DAVID ROTHERAY


 David Rotheray Answer Ballads
[
Navigator records 2013]
www.davidrotheray.com
 File Under: the answer is in the question…
di Nicola Gervasini (18/12/2013)
David Rotheray è stato per quasi vent'anni la colonna a sei corde dei Beautiful South, storica band del pop inglese nata a fine anni ottanta dalle ceneri degli Housemartins. Probabilmente non proprio il curriculum preferito di molti nostri lettori (ma a nome Beautiful South sono usciti almeno tre titoli fondamentali per tutti, al di là dei gusti e dei generi), ma pur sempre un uomo di gran cultura musicale che all'indomani della fine del gruppo nel 2007 (alcuni compagni stanno proseguendo come The South), ha deciso di fare il professore di storia della musica con un'operazione discografica curiosa quanto puramente didattica nel concept. 

Answer Ballads
 infatti è un disco composto da tredici brani scritti in risposta a celebri canzoni del rock inglese, affidati di volta in volta a voci nobili più o meno giovani del folk inglese. Abbiamo così la giovanissima Eliza Knapp che risponde a Me & Mrs Jones in Mrs Jones Song, la brava Eliza Carthy che da voce alla Maggie May di Rod Stewart inMaggie's Song, lo scozzese Kris Drever dona anima puramente brit-folk al Daniel di Elton John (Daniel's Song), Kathryn Williams si cala nei panni della Roxanne dei Police (Roxannes's song, uno dei momenti più riusciti del disco, con un risultato che definirei folk- trip-hop). Avete capito il gioco insomma, Rotheray, che produce e si sobbarca le tante e complesse parti di chitarra, sta nelle retrovie e si è prodigato in una riscrittura "from the other side" di un songbook che pesca un po' ovunque, anche nel country americano con Naomi Bedford che si cala nei panni del Bobby di Me & Bobby McGee di Kristofferson (Bobby's Song), John Smith che espone la versione dei fatti di Billy Joe di Don't Take Your Guns To Town del "man in black" Johnny Cash (Billy Joe's Song) oppure nel rockabilly classico con Josienne Clarke che interpreta la Marie di Memphis Tennesse di Chuck Berry (anche qui molto riuscita questa Marie's Song, anche se lo stesso Berry scrisse un sequel intitolato Little Marie che Rotheray decide di ignorare).

Il disco ha anche il pregio di essere un buon modo per conoscere tanti nuovi artisti giovani e validi del mondo del new-brit-folk, anche se si registra qualche presenza autorevole come la divina Mary Coughlan che "jazza" in Lucille's Song la risposta di Lucille del brano You Picked a Fine Time to Leave Me, Lucille del country-singer Kenny Rogers, oppure il noto Alasdair Roberts che la pensa dalla parte del Dino di The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy (Dino's Song). Answer Ballads alla fine appare forse un po' troppo un disunito tribute-album, con troppi alti e bassi e con un eccessivo formalismo stilistico, quasi che Rotheray si sia concentrato più sul concept di ogni singola answer-song che sulla buona riuscita dell'insieme, ma resta indubbiamente un notevole sforzo filologico e una riuscita passerella di artisti britannici affini alle nostre autostrade delle radici.

lunedì 24 febbraio 2014

EMINEM

Anche se per certi bad boy dello star-system l’età anagrafica conta poco, quest’anno per Eminem suonano 41 campane, età ormai da papà per un artista che resta un inossidabile idolo dei teenagers. Eppure, passata la boa degli anta, anche per Marshall Bruce Mathers III (questo il suo vero nome) sembra già arrivato il periodo di bilanci. O perlomeno di voglia di tornare a sfiorare i diciannove milioni di copie vendute nel 2000 dall’album The Marshall Mather LP, titolo quanto mai personale che oggi il biondo rapper bissa con un atteso volume 2. La ricetta non cambia: veloci (nel caso di Rap God, anche velocissimi) sproloqui in rima con il bollino Parental Advisory incorporato, una serie di singoli micidiali in solitaria (Berzerk) o in buona compagnia (The Monster, con Rhianna), qualche campionamento più che riconoscibile (i Beastie Boys, dei quali sta prendendo ormai il testimone, e persino gli Zombies), ma anche tanta voglia di crescere come produttore. Lo assistono il guru rap Dr Dre dietro le quinte e produttori ben scafati come Rick Rubin e altri maghi del settore, ma alla fine quello che sta facendo ben accogliere questo The Marshall Mather LP 2 (Aftermath) è quella cosa che si chiama “maturità”, esattamente quel traguardo che un tempo l’ingestibile Eminem avrebbe rifiutato con sdegno. Che sia già tempo di un 8 Mile 2 al cinema, con nuovi scontri generazionali a ruoli rovesciati?

Nicola Gervasini

sabato 22 febbraio 2014

THE BEN MILLER BAND

THE BEN MILLER BAND
HEAVY LOAD
The Ben Miller Band
***1/2
La partenza è di quelle che mette subito tutto in chiaro: Your Dyin’ Ass (devo tradurre?) saccheggia il giro di blues del traditional You Gotta Move (di Rolling Stones e Aerosmith le versioni più note) e presenta subito il piatto a base di musica tradizionale politicamente scorretta e sgangherato appalachian-folk della Ben Miller Band. Trio proveniente dalle campagne di Washington, attivi fin dal 2005, la band capitanata dal polistrumentista Ben Miller (che per lungo tempo ha girato l’America come one-man-band busker con il nickname di Joplin) si era fatta notare nel 2010 con la pubblicazione di ben due album (1 Ton e 2 Ton) che avevano ben reso l’idea totale della loro musica, un mix di bluegrass, folk, blues, country e chi più ne ha ne metta. Heavy Load arriva a mettere ordine nella loro creatività con un disco breve (34 minuti), essenziale e diretto. La prima parte la butta decisamente sul classico con brani come Holly o I Got Another One, dove il “wild trombone” di Doug Dicharry la fa da padrone nel creare un perfetto street-sound rurale. E’ proprio la strumentazione del trio (completato dal bassista Scott Leeper) l’aspetto più particolare della loro proposta: se Miller si dota anche in studio del perfetto set da solista di strada (kickbox drum, vari tipi di armoniche, toy piano, chitarre e banjo costruite in casa), Dicharry offre diversivi in termini di fiati, washboard, e mandolini. Il risultato sa sempre di improvvisazione anche quando non lo è: I Don’t Want You ad esempio è un rauco blues a base di cucchiaini suonati in ogni dove che potrebbe sembrare una instant-song nata in un ristorante e non in uno studio di registrazione. Il finale del disco poi accelera non poco tempi e toni: No One Came potrebbe anche essere il risultato di una svolta rurale della Jim Jones Revue, Get Right Church chiude le danze nello stesso tono roots-gospel alla William Elliott Whitmore della prima canzone, mentre la title-track mantiene il pigro incedere dell’asino di copertina . Prodotto da Vance Powell, un veterano della musica roots americana vissuta dietro il mixer (White Stripes, North Mississippi All-Stars, Seasick Stevie, Jimmy Buffett, Jewel tra i tantissimi assistiti nel corso degli anni), Heavy Load non introduce nulla di nuovo sul piano della scrittura, ma rappresenta un modo divertente e intelligente di portare avanti una tradizione americana sempre più viva, e se vogliamo, per quanto possa sembrare incredibile, “di moda”.

Nicola Gervasini

giovedì 20 febbraio 2014

SOUL PAINS

Soul Pains
Bitter Day
(Udedi/901 Mississippi 2013)
File Under: Italsoul

Dopo anni di letargo, sommerso da rap, R&B e hip-hop, il classic-soul è tornato decisamente alla ribalta negli ultimi dieci anni a livello internazionale, per cui è lecito aspettarsi una conseguente ondata italiana di genere. Nel nostro sottobosco amatoriale la passione per la black-music 60-70 non è mai venuta meno in fondo, fin da quegli anni ottanta quando sulla scia del successo dei Ladri Di Biciclette (che fallirono però l’ingenuo tentativo di trovare una via credibile “in italiano”) fiorirono una miriade di emuli a livello amatoriale, spesso non sempre adatti al ruolo, tanto che da sempre bisogna sempre essere molto selettivi nello scandagliare il pentolone soul nostrano. Per questo segnaliamo l’esordio dei cosentini Soul Pains, perché il loro Bitter Day è innanzitutto un disco che rifugge dalla facile strada delle cover, e secondo perché il livello produttivo comincia ad essere importante e curato anche in quei dettagli che fanno ancora la differenza, nonostante oggi la registrazione di un album non la si neghi più a nessuno. Certo, i giri di chitarra sono quelli già sentiti in un qualsiasi disco di Sam & Dave, i fiati seguono partiture che certo non rivoluzionano il genere, e il cantante Mr T (nickname di Matteo Tenuta) annerisce a forza fin dove può la voce, ma l’insieme è frizzante, e soprattutto i brani sono ben scritti (particolare menzione per la title-track, lo spirito di Solomon Burke approva e ringrazia dall’alto). E gli altri non saranno i nuovi Dap-Kings, ma il livello è tranquillamente assimilabile agli olandesi De Dijk, che proprio Burke aveva scelto come backing-band giusto prima di morire per lo splendido Hold On Tight. Tra band, fiati e coriste la band conta undici musicisti, tutti impegnati a ripercorrere la storia della black music dal soul classico (It Takes Two To Tango) alle smussature del Philly-sound di Fourth Floor, allo ska di Promise e Come On, allz sugar-ballad alla Smokey Robinson di She. Per il resto è puro soul-show grazie alle ottime performance delle vocalist e ad un combo che pare aver mangiato sufficiente polvere per reggere il compito. Resta un’operazione di pura devozione ad un altro mondo, salvata anche dalla grande dose di ironia profusa in testi e immagine della band, ma se prendiamo per moderni i dischi di Sharon Jones, allora nessun problema a farsi un giro anche in questo soul calabrese.
Nicola Gervasini



martedì 18 febbraio 2014

ANGELICA MENTE

Angelica Mente
Inverno Blu/Inverno Rosso
(Angelica Mente, 2013)
File Under: No files under, just listen.

“Talvolta, Angelica, mente… non vuole che il mondo sappia i suoi pensieri più veri”. Con questa introduzione si presentano anche dal vivo gli Angelica Mente, gioco di parole che rende alla perfezione lo spirito dei testi poetici della vocalist Nicoletta Magnani, poliedrico personaggio del mondo artistico varesino (pittrice, scultrice, attrice, autrice, violoncellista e flautista, cantante, e dimentico sicuramente qualcosa..). Da più di cinque anni Nicoletta dà vita a questo intrigante progetto musicale con il chitarrista Paul Monari, cultore dell’inconfondibile sound delle Ovation e del fingerpicking. Dopo aver addirittura avuto l’onore di fare da gruppo spalla al tour italiano dei Buena Vista Social Club nel 2008, il duo si è preso il giusto tempo per realizzare il disco d’esordio, che è diventato addirittura un doppio (acquistabili separatamente comunque). Inverno Blu e Inverno Rosso, caratterizzati dalla bella copertina realizzata dalla stessa Magnani, fanno parte di quella categoria di musica italiana impossibile da catalogare, magari posizionabile in quel generico “musica acustica d’autore alla Premio Tenco”. Inutile comunque cercare paragoni, la loro personalissima formula è davvero l’aspetto più interessante di questo esordio, che dimostra che forse a prendersi del tempo è ancora possibile uscirsene con qualcosa di irriproducibile. Quello che è certo è che questi quattordici brani vanno assaporati in silenzio e con attenzione, per cogliere il perfetto incastro tra le parole e il violoncello della Magnani e  il particolare tocco di Monari. I due dischi, ben prodotti da Niccolò Maggio, seguono due mood diversi, più introverso e intimista quello di Inverno Blu (titoli come La Distanza, L’ombra, Il Vuoto rendono bene l’idea), più sperimentale quello di Inverno Rosso, fin dal particolare arrangiamento di L’inizio e la fine del mio cuore e una versione con fisarmonica della title-track, ma anche con bellissime ballate come Semplice e Facile (anche qui titoli che già esprimono il senso della divisione in due del progetto). Non è per tutti questo doppio inverno, perché cerca l’energia nel ritmo delle frasi e non in quello di una batteria inesistente, ma se vi entra nel cuore può anche arrivare a scottare.
Nicola Gervasini

domenica 16 febbraio 2014

LE HIGH HOPES DI BRUCE

Lasciamo perdere le inutili considerazioni sull’ispirazione che latita: a Bruce Springsteen non si chiede più un nuovo The River da anni, ma qui mi sa che bisogna ormai scordarsi anche un nuovo The Rising. E andiamo oltre il dilemma se High Hopes sia il nuovo album del Boss (nel qual caso uno dei suoi peggiori) o solo una raccolta di B - a volte anche C – sides (nel qual caso il barile è stato raschiato con un certo successo). La vera questione è un’altra: ma se proprio lo doveva fare (per doveri contrattuali immagino, anzi, spero per lui), allora perché non approfittarne per dare un’inedita dignità al progetto? Magari anche stramba, magari anche completamente sbagliata, ma unica. Invece, così com’è, High Hopes pare solo un bonus disc per una nuova deluxe edition (l’uomo le adora…) dei suoi ultimi tre album. Sarebbe la chitarra di Tom Morello la violenza che Bruce si è (e ci ha) concesso? Qualcuno lo avverta che quei suoi gracchianti assoli erano rivoluzione vent’anni fa,  ma oggi, piazzati un po’ a casaccio in mezzo a pezzi che non lo richiedono (gli perdonerei  la sbrodolata finale di The Ghost Of Tom Joad solo perché la versione è sentita e riuscita), paiono davvero degli spari a salve. Allora perché non portare alle estreme conseguenze la sua presenza? Oppure perché non andare ben oltre quel tocco di elettronica buttato lì un po’ timidamente in Harry’s Place? Perché sprecare un’occasione per un album che sarà sempre è solo un dischetto da 6 politico, quando, osando un po’, poteva anche beccarsi un 8 di spocchia o un 4 di sdegno. In ogni caso, un voto con più personalità.

Nicola Gervasini

KURT VILE

 DA TOMTOMROCK https://www.tomtomrock.it/tomtomrock/recensione-kurt-vile-philadelphias-been-good-to-me/ Kurt Vile - Philadelphia's Been ...